Il titolo del documento invita a riflettere sull’interpretazione del Testo greco di Giovanni 1:1, fondamentale per comprendere il concetto di Logos. Giuseppe Guarino analizza le diverse posizioni dei Testimoni di Geova riguardo a questo passaggio, evidenziando come le loro argomentazioni possano ritorcersi contro di loro. L’importanza di una corretta esegesi di Giovanni 1:1 è cruciale per una comprensione approfondita della natura del Logos nel contesto cristiano. Analisi filologica delle ipotesi greche alternative proposte da Giuseppe Guarino su Giovanni 1:1
© di Filippo Chinnici
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Nota editoriale Dopo la pubblicazione del presente articolo, Giuseppe Guarino è intervenuto per “correggere” solo uno dei tanti errori — il macroscopico πρὸ τοῦ ἀρχῆς — proponendo in sua vece un’alternativa, πρὸ ἀρχῆς, altrettanto infondata. Ma, com’è noto, non sempre il rimedio cura la ferita: in tal caso, la toppa ha soltanto aggravato lo strappo. Così, anziché chiarire il nodo, l’intervento ha reso necessaria una seconda replica: più netta e, per forza di cose, meno conciliante rispetto ai toni pacati — e persino edificanti — del primo contributo. Per agevolare la consultazione, entrambi gli articoli sono stati unificati in una sola pubblicazione; il secondo si trova in calce. Ringrazio i curatori dell blog per la cortese ospitalità e, se necessario, mi scuso qualora il tono più assertivo della seconda risposta appaia, in parte, più fermo rispetto allo stile abituale di questo spazio. La “nota di correzione” firmata da Guarino sorprende anzitutto per la sua digressione iniziale: un excursus sulla punteggiatura del Gattopardo, le licenze di Baricco e l’anarchia stilistica di Rovelli, utilizzato — non senza ironia — per trasfigurare un errore grammaticale elementare in un gesto di libertà autoriale. Ma tra πρὸ τοῦ ἀρχῆς e Giuseppe Tomasi di Lampedusa corre un abisso non solo stilistico, ma epistemologico: la narrativa può permettersi la trasgressione; la filologia, mai. Ma di cosa stiamo parlando? Colpisce ancor di più l’implicita accusa secondo cui il mio primo intervento avrebbe additato l’errore «al pubblico ludibrio», senza offrire in privato un confronto cordiale. Tale osservazione, oltre ad essere destituita di fondamento — poiché un contatto personale è stato da me cercato e gentilmente rifiutato —, ignora la distinzione tra critica e dileggio. Il mio contributo, al contrario, è stato calibrato con rispetto, sobrietà e, se si vuole, persino con una nota edificante. Quando un autore che vanta una produzione ampia, anche su temi delicati come la patristica o la critica testuale, avanza ipotesi linguistiche prive di fondamento e poi le difende ricorrendo a immagini letterarie più suggestive che pertinenti, ciò che emerge non è tanto la falsa modestia ostentata, quanto una certa dissonanza tra il tono sicuro della replica e la solidità reale delle sue competenze. La filologia è un esercizio d’umiltà, non di indulgenza verso se stessi. Non ammette l’ostinazione nella svista né l’autoassoluzione per aneddoto. Soprattutto quando si ha la pretesa, neppure tanto implicita, di insegnare la Scrittura, essa impone rigore, discernimento e fedeltà al testo. Confesso che, con il mio primo articolo — nato con spirito conciliativo — speravo che l’errore fosse accolto con onestà intellettuale e suscitasse una sincera correzione. Mi sbagliavo. G. Guarino ha ragione: chi non commette errori? Ma di fronte a una replica che svicola dal merito, ironizza sull’errore più eclatante (ma non l’unico) e tenta persino di nobilitarlo con paragoni letterari inappropriati, non resta che mutare tono. Non per rivalsa personale, ma per rispetto del Testo sacro. Non è la grammatica a custodire da sola la verità, ma senza di essa, rischiamo di tradirla. E la filologia, pur consapevole dei propri limiti, resta il gesto più serio che possiamo fare per avvicinarci al senso autentico delle sacre parole. |
Introduzione
Chiunque si sia trovato a meditare il Prologo di Giovanni sa bene quanto quel primo versetto abbia un peso immenso. Non è solo un’apertura: è un vertice. E tuttavia, proprio per questo, richiede rispetto. Non sempre ne riceve.
In questi giorni mi sono imbattuto, dietro segnalazione con esplicita richiesta di un parere, in un esperimento proposto da Giuseppe Guarino, intitolato “Giovanni 1:1 se fosse stato scritto da un testimone di Geova”. L’intento, dichiarato, è chiaro e persino condivisibile: mostrare, per paradosso, come l’evangelista avrebbe potuto esprimersi diversamente se avesse voluto trasmettere una cristologia subordinazionista. Tuttavia, tale costruzione argomentativa — fondata sull’elaborazione di tre ipotetici testi alternativi in greco biblico, rispettivamente costruiti sui verbi ἐκτίσατο, ἐγένετο e sull’aggettivo θεῖος — non costituisce un contributo concettualmente originale dell’autore, ma si inserisce in una linea già consolidata all’interno della letteratura apologetica evangelica anglofona. Apologeti come Steve Gregg (sotto lo pseudonimo Paidion), Robert Bowman, J. Ed Komoszewski, nonché i materiali prodotti da RBC Ministries, avevano già impiegato simili modelli per sostenere, in chiave anti-geovista, che l’evangelista avrebbe potuto adottare forme grammaticali differenti qualora avesse inteso comunicare una cristologia subordinazionista. Anche la sequenza retorica adottata da Guarino — «Se Giovanni avesse voluto dire X, avrebbe scritto Y; ma non lo ha fatto, dunque ha inteso Z» — è attestata in modo ricorrente in tali ambienti e ne costituisce, di fatto, il paradigma implicito. In gioventù anch’io ho fatto riferimento a tali autori, dei quali riconosco l’impegno apologetico e la buona fede argomentativa; col tempo, tuttavia, ho scelto di discostarmene, avendo constatato le loro significative lacune nell’ambito delle lingue bibliche, che pure costituiscono il fondamento dichiarato delle loro analisi[nota1].
Ora, lungi da me l’idea di demolire: Guarino scrive da credente, da appassionato, e questo merita rispetto. Ma proprio per questo, occorre anche dire le cose come stanno: la grammatica non è una formalità. È una forma di fedeltà.
E c’è di più. L’autore del Quarto Vangelo non è un grecista: è un ebreo. Scrive in greco, ma pensa in ebraico. E il suo greco – lo sappiamo bene – è pieno di semitismi, di paratassi, di scelte stilistiche che rispondono a un’altra logica, più biblica che classica. Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος è molto più che un’asserzione: è un’eco del berēʾšît, è la trascrizione in lingua appresa di un pensiero antico, nato da una mente formata dalle Scritture ebraiche dell’Antico Testamento.
Per questo motivo, mi pare utile riprendere, con il dovuto garbo, le tre ipotesi linguistiche proposte da Guarino, e analizzarle una per una. Non per sminuire, ma per chiarire. Perché l’apologia, se vuol davvero servire il Vangelo, deve partire dalla verità del testo, e non modellarlo secondo le intenzioni di chi lo interpreta.
1. La prima ipotesi: πρὸ τοῦ ἀρχῆς
La prima formulazione ipotetica avanzata da Giuseppe Guarino per una possibile versione giovannea conforme alla teologia subordinazionista dei Testimoni di Geova recita:
Πρὸ τοῦ ἀρχῆς ὁ Θεὸς ἐκτίσατο τὸν Λόγον αὐτοῦ, καὶ ὁ Λόγος ἦν πρὸς τὸν Θεόν, καὶ Θεῖος ἦν ὁ Λόγος,
Tradotta dall’autore: «Prima del principio Dio creò la sua Parola, e la Parola era con Dio, e divina era la Parola».

A prescindere dal giudizio teologico – già di per sé problematico – tale costrutto presenta vizi strutturali e concettuali che non solo infrangono le regole della grammatica greca, ma si pongono in aperta contraddizione con l’identità ebraica del greco giovanneo.
Anzitutto, il sintagma πρὸ τοῦ ἀρχῆς è grammaticalmente spurio: l’articolo τοῦ, neutro singolare, non può reggere il sostantivo ἀρχῆς, femminile in genitivo singolare. Si tratta, pertanto, di una costruzione morfologicamente anomala e priva di attestazioni nei corpora del greco classico, ellenistico e biblico, inclusi i testi della LXX, del Nuovo Testamento e della patristica greca. Il costrutto πρὸ τοῦ esige, per norma, un infinito presente o aoristo, come nella forma tipica πρὸ τοῦ γενέσθαι («prima che avvenisse»), oppure introduce costruzioni ellittiche che sottintendono un verbo. ἀρχῆς, al contrario, è un sostantivo isolato, privo di verbo, e la sua presenza dopo τοῦ non è solo sintatticamente errata, ma concettualmente anomala.
Il sintagma πρὸ τοῦ ἀρχῆς costituisce una costruzione artificiale, non documentata nei corpora noti del greco biblico, né nei testi letterari coevi, né nella produzione filosofica o esegetica di età ellenistica. Persino l’eventuale correzione in πρὸ τῆς ἀρχῆς, grammaticalmente accettabile, non salverebbe la proposta, giacché essa sarebbe comunque estranea alla logica compositiva del prologo giovanneo. Giovanni non avrebbe mai aperto il proprio Vangelo con una costruzione subordinata di tipo temporale, quale πρὸ τῆς ἀρχῆς, benché formalmente ammissibile nella prosa greca discorsiva e narrativa, ma del tutto inadeguata all’intonazione liturgica e alla solennità semitizzante del testo ispirato.
Oltre all’anomalia morfosintattica, la proposta πρὸ τοῦ ἀρχῆς introduce una categoria concettuale estranea alla rivelazione biblica: una pre-temporalità pensata secondo schemi filosofici ellenistici, in cui l’eternità è assimilata a un «prima del tempo». Né il pensiero giovanneo, né il giudaismo del Secondo Tempio contemplano una divinità generata «prima del principio». Al contrario, ἐν ἀρχῇ non indica un punto cronologico, ma una realtà originaria, sovratemporale, che fonda il tempo stesso e lo trascende.
L’evangelista impiega una struttura assoluta e paratattica, non subordinata, che richiama direttamente la formula ebraica בְּרֵאשִׁית (bĕrēʾšît) e ne mantiene la forza evocativa. Il greco di Giovanni non si piega alla sintassi delle scuole filosofiche greche, ma conserva la grammatica del cuore semitico della fede. È un greco che parla ebraico, e in quanto tale non ammette interpolazioni aliene né deviazioni speculative. La sostituzione di ἐν ἀρχῇ con πρὸ τοῦ ἀρχῆς o con forme analoghe non costituisce solo un errore grammaticale: è una lesione del pensiero biblico e della sua trasparente densità teologica che non può essere accettata nemmeno come ipotesi.
Più grave ancora è l’impiego dell’aoristo medio ἐκτίσατο («creò»), dal verbo κτίζω. Scrive Guarino:
«Il verbo che riguarda la Parola sarebbe stato “creò” al tempo aoristo, il nostro passato remoto: ἐκτίσατο».
Tale affermazione, oltre a denotare un’inadeguata padronanza delle categorie verbali del greco, rivela una confusione tra aspetto e tempo, tra morfologia e semantica. È vero che l’aoristo greco è talora reso in italiano con il passato remoto (o prossimo), ma tale corrispondenza è puramente formale: mentre il passato remoto italiano è un tempo cronologico, collocato linearmente nella sequenza degli eventi, l’aoristo greco è un tempo aspectuale (Aktionsart), che descrive l’azione nella sua globalità (aoristo complessivo), nel suo inizio (ingressivo) o nel suo culmine (culminativo), senza situarla necessariamente in un punto preciso del tempo.
L’impiego ipotetico del verbo ἐκτίσατο, pur esplicitamente rigettato dall’autore, è volto a dimostrare — in chiave apologetica — che, se Giovanni avesse inteso presentare il Logos come creatura, avrebbe potuto ricorrere a una forma del genere. Tuttavia, anche in termini meramente ipotetici, la scelta si rivela infelice, poiché suggerisce — sebbene non voluta — una prospettiva estranea alla logica interna del prologo giovanneo.
Ἐκτίσατο è infatti assente dall’intero Vangelo di Giovanni e completamente alieno al suo lessico teologico. L’evangelista distingue con rigore tra ἐγένετο, riservato a tutto ciò che è stato creato, e ἦν, impiegato per indicare l’esistenza eterna del Logos. Il contrasto tra ἦν e ἐγένετο non è né retorico né casuale, ma fondativo: tutto ciò che ha avuto inizio viene designato con ἐγένετο; il Logos, invece, era sin dal principio, nella sfera dell’essere eterno e non del divenire.
L’uso ipotetico di ἐκτίσατο disarticolerebbe tale distinzione, retrocedendo il Logos nell’ordine delle creature e negandone l’eterna consustanzialità con il Padre. Inoltre, la forma media dell’aoristo implicherebbe non solo un’origine temporale, ma anche una dipendenza causale: una volontà che agisce sul Logos, anziché per mezzo di lui. Così facendo, verrebbe compromessa l’identità del Logos come dābār (דָּבָר), la Parola agente e sovrana, principio personale ed efficace della creazione.
Nel testo giovanneo, infatti, il Logos non è l’oggetto della creazione, ma il soggetto stesso che la compie: «Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui, e senza di lui neppure una delle cose fatte è stata fatta» (Gv 1:3). Anche soltanto ipotizzare ἐκτίσατο — per quanto a scopo apologetico — introduce una nota dissonante, che la sobria precisione stilistica e teologica dell’evangelista ha accuratamente evitato sin dall’incipit del suo Vangelo.
L’impiego di ἐκτίσατο, pur respinto da Guarino, contraddice in ogni caso la coerenza lessicale e dottrinale dell’intero prologo: lascia intravedere un Logos creato, e dunque finito, distruggendo la distinzione tra Creatore e creato. In tal modo si vanifica il nesso con dābār (דָּבָר), la Parola creatrice ed efficace di Genesi 1. Il Logos giovanneo non è un’entità prodotta, ma il dābār eterno fatto carne, principio attivo e personale di ogni realtà creata, luce increata che illumina ogni uomo.
A ciò si aggiunge l’aggettivo θεῖος («divino»), in luogo di θεός. Ma θεῖος – rarissimo nel NT e assente nella Settanta – appartiene al vocabolario filosofico e indica una qualità derivata, non un’identità. Affermare che il Logos era θεῖος implica una gradazione dell’essere, una partecipazione subalterna. Θεός, invece, afferma piena identità ontologica, nel quadro di un monoteismo rigoroso.
Tutti questi elementi rendono impossibile l’ipotesi formulata da Guarino. Non per ragioni stilistiche, ma perché il suo modello ignora la struttura semitica, la sintassi paratattica, e la densità teologica del testo giovanneo. Il suo tentativo, pur apologetico, tradisce la grammatica profonda del Quarto Vangelo e rischia di minare proprio ciò che intende difendere.
2. La seconda ipotesi: ἐγένετο ὁ λόγος
Nel tentativo di confutare le tesi antitrinitarie dei Testimoni di Geova, Giuseppe Guarino propone un’ipotesi apologetica che, pur muovendosi entro l’alveo dell’ortodossia, risulta priva di fondamento linguistico. Egli afferma che, qualora Giovanni avesse inteso esprimere una cristologia subordinazionista, avrebbe potuto impiegare altre forme verbali, tra cui la clausola ἐγένετο ὁ λόγος. Questa formulazione — avanzata per absurdum — dovrebbe evidenziare, proprio in virtù della sua assenza nel testo canonico, la deliberata volontà dell’evangelista di affermare la consustanzialità del Logos. Tuttavia, tale proposta ipotetica è inammissibile, tanto sotto il profilo morfosintattico quanto sul piano teologico.
Il verbo γίνομαι (class. γίγνομαι), di cui ἐγένετο è l’aoristo medio, è un verbo deponente dal punto di vista morfologico e divenienziale sul piano semantico, in quanto esprime l’ingresso in uno stato, il mutamento, la transizione da un non-essere a un essere, da una condizione potenziale a una manifestazione fenomenica. Non è dunque semanticamente neutro, ma denota un evento e non uno stato ontologico atemporale. Lo confermano senza eccezione tutte le principali grammatiche (da BDR a Wallace), i più autorevoli lessici e un’analisi comparativa dei testi biblici.
La costruzione ἐγένετο + soggetto personale (senza specificazione predicativa) è pressoché assente nella letteratura biblica. Quando ἐγένετο è seguito da un soggetto personale, esso è sempre accompagnato da un nominativo predicativo[nota2] che ne qualifica l’identità transitoria: «un uomo divenne profeta» (Lu 7:26), «il Logos divenne carne» (Gv 1:14), «un uomo fu espulso» (Gv 9:22). Non si trova mai una proposizione autonoma come ἐγένετο ὁ λόγος, priva di specificazione ulteriore. Ho trovato un solo caso analogamente strutturato (Gv 1:6: ἐγένετο ἄνθρωπος), ma questo ha comunque un valore meramente narrativo, non ontologico.
Inoltre, l’ipotesi ignora una delle caratteristiche più distintive dello stile giovanneo: la semitizzazione della sintassi, evidente nell’ordine verbo–soggetto (V–S), ricalcato su Genesi 1:1, e nell’uso sistematico della paratassi tipica dell’ebraico biblico. Giovanni scrive in greco ma pensa in ebraico: il suo linguaggio è attraversato da costrutti e categorie concettuali che presuppongono il Tanakh come matrice linguistica e teologica. La sua lingua, pur espressa nella koiné, è permeata da un ethos semitico tanto nella lessicografia quanto nella strutturazione semantica del discorso.
L’aoristo ἐγένετο, a differenza dell’imperfetto ἦν, veicola un’azione compiuta e delimitata nel tempo. L’imperfetto ἦν, invece, denota uno stato continuo, atemporale, durativo: il Logos era sin da principio, senza inizio, né mutamento. Sostituire ἦν ὁ λόγος con ἐγένετο ὁ λόγος, anche solo a fini ipotetici, equivarrebbe a relegare il Verbo nell’ambito del creato, collocandolo tra le cose che hanno avuto origine. Ma Giovanni, al contrario, costruisce la sua cristologia proprio sull’opposizione strutturale tra «ciò che era» e «ciò che divenne»: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος… πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο (Gv 1:1–3). Il Logos non fa parte di quel «tutto» che è divenuto: è Colui per mezzo del quale ogni cosa è stata fatta. Attribuirgli un ἐγένετο in apertura significherebbe includerlo nel novero del creato, negando l’asse portante dell’evangelo giovanneo. Cosa che non credono nemmeno i testimoni di Geova.
Guarino non propone seriamente tale formulazione come tesi dottrinale, ma la utilizza per mostrare che Giovanni non l’ha adottata, e che la scelta di ἦν testimonia la consustanzialità del Logos con Dio. Tale intento è condivisibile. Tuttavia, il solo evocare ἐγένετο ὁ λόγος come ipotesi linguistica legittima, seppur da rigettare, evidenzia una carenza di rigore metodologico: si tratta di una costruzione non attestata, inappropriata sotto il profilo sintattico e teologicamente contraddittoria. Evocarla, anche al solo scopo di confutarla, espone a rischi ermeneutici e alimenta la falsa impressione che il testo sacro sia suscettibile di miglioramento condizionale.
In definitiva, pur riaffermando con convinzione la piena divinità del Logos, l’autore ha ripreso formulazioni nate in ambienti apologetici nordamericani, già citati nell’introduzione, privi di autentica competenza filologica. Tali ambienti, animati da zelo sincero ma sprovvisti del necessario rigore grammaticale e semantico, hanno introdotto nel dibattito ipotesi linguistiche che, se valutate con strumenti propri dell’analisi storico-linguistica, si rivelano prive di fondamento e spesso in contrasto con la struttura sintattica e il lessico del greco giovanneo. Il solo fatto che simili ipotesi siano state considerate “possibili”, sia pure come opzioni “ipotetiche”, tradisce macroscopiche lacune in ambito linguistico: con una preparazione realmente solida nelle lingue bibliche, esse non sarebbero mai state prese in considerazione. Una teologia che voglia essere fedele alla Scrittura non può permettersi simili leggerezze, soprattutto quando si tratta di versetti che costituiscono l’architrave dell’intera cristologia del Nuovo Testamento.
3. La terza ipotesi: καὶ θεῖος ἦν ὁ λόγος
La terza formulazione proposta da Guarino assume la forma: Ἐν ἀρχῇ ἐγένετο ὁ Λόγος, καὶ ὁ Λόγος ἦν πρὸς τὸν Θεόν, καὶ θεῖος ἦν ὁ Λόγος, da lui ipotizzata come versione alternativa di Giovanni 1:1, e tradotta: «In principio venne all’esistenza la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era divina».
Si tratta, nelle intenzioni dell’autore, di un’ipotesi puramente controfattuale, funzionale a confutare l’interpretazione dei Testimoni di Geova: se l’evangelista avesse inteso comunicare una divinità attenuata del Logos, avrebbe potuto ricorrere all’aggettivo θεῖος invece del sostantivo θεός. L’intento teologico, in sé ortodosso, è condivisibile. Tuttavia, la proposta si rivela inammissibile sul piano filologico, grammaticale e stilistico, risultando incongrua rispetto all’uso documentato del greco neotestamentario.
L’aggettivo θεῖος, nel greco ellenistico e nella letteratura giudaico-alessandrina, indica una partecipazione o derivazione dal divino, non una piena identità ontologica con Dio[nota3]. Occorre sottolineare che esso ricorre solo tre volte nel Nuovo Testamento (Atti 17:29; 2P 1:3, 4), mai in contesti cristologici né come predicato di Cristo. In Filone, θεῖος è impiegato per realtà intermedie — il logos filosofico, gli angeli, la sophía — ma mai per il Dio Altissimo, e tanto meno con valore identificativo. La teologia neotestamentaria, per parte sua, mostra estrema precisione e cautela lessicale, evitando ogni ambiguità che possa sfumare l’identità consustanziale del Figlio. In Giovanni, il Logos è θεός, non θεῖος.
Dal punto di vista grammaticale, la clausola θεὸς ἦν ὁ λόγος nominativo predicativo del soggetto privo di articolo (anarthros) e collocato in posizione preverbale, configurazione sintattica che, come già evidenziato da Colwell, Dixon, Harner e Wallace, esprime un valore intensamente qualitativo: il Logos non è semplicemente identificato come «un dio», ma descritto come avente la medesima natura dell’unico Dio. La costruzione non è meramente equativa («il Logos era Dio»), bensì ontologica: «il Logos era, nella sua essenza, Dio». La sostituzione del sostantivo θεός con l’aggettivo θεῖος non solo altererebbe tale struttura, ma ne comprometterebbe radicalmente la portata teologica, riducendo il Logos a un’entità partecipe del divino, ma non pienamente Dio — posizione, questa, incompatibile con la cristologia giovannea[nota4].
Tale scelta lessicale non è semplicemente deliberata: è l’unica possibile per un autore che, pur scrivendo in greco, pensa e costruisce teologicamente in ebraico. Giovanni non attinge all’immaginario speculativo del pensiero ellenistico, ma respira la lingua dei profeti. Il suo stile si caratterizza per l’ordine verbo-soggetto di marca semitica, la paratassi serrata, l’uso sistematico di congiunzioni come καί e la formulazione di proposizioni semplici ma teologicamente assolute. L’intero prologo è la trasposizione, in greco biblico, di una rivelazione originariamente semitica: la Parola preesistente, personale, consustanziale, agente della creazione e della redenzione. Attribuirle l’aggettivo θεῖος significherebbe retrocedere dalla rivelazione profetica all’allegoria filosofica; sostituire l’ontologia trinitaria con la partecipazione platonica; indebolire il cuore stesso della fede degli apostoli.
La totale assenza di θεῖος riferito a Gesù in tutto il Nuovo Testamento non è una lacuna fortuita, ma un segnale preciso della strategia lessicale ispirata: evitare ogni fraintendimento con il vocabolario religioso greco-romano, dove il termine «divino» veniva applicato persino agli imperatori, agli eroi, ai filosofi. Un giudeo palestinese, discepolo del Messia e immerso nel pensiero biblico, non avrebbe mai introdotto il proprio prologo teologico con una formula tanto ambigua.
Guarino ha dunque ragione nell’osservare che «Giovanni non ha scritto così» — ma non perché avrebbe potuto farlo e non l’ha fatto, bensì perché quella formulazione, per quanto grammaticalmente possibile, è lessicalmente, culturalmente e teologicamente (per un ebreo) impropria. θεῖος ἦν ὁ λόγος non rappresenta una possibile alternativa scartata, bensì un’ipotesi che il greco del Nuovo Testamento rigetta in radice. La grammatica dell’ispirazione non tollera ambiguità: il Logos non è divino; è Dio!
Conclusione
L’intento che anima il presente articolo, divenuto più ampio di quanto inizialmente previsto, non è quello di demolire l’opera di un autore sinceramente mosso da zelo per la verità cristologica, né di indulgere in esercizi di sterile erudizione. Piuttosto, esso mira a restituire alla discussione su Giovanni 1:1 il rigore filologico e grammaticale che la sacralità del testo e la complessità della materia esigono, specialmente quando si ipotizzano — sia pure a fini apologetici — alternative linguistiche al testo ispirato. La questione del Logos non si esaurisce in una disputa terminologica: essa è crocevia di ontologia e storia, pensiero semitico e lingua greca, eternità divina e temporalità umana.
Le tre formulazioni ipotetiche avanzate da Guarino, pur mosse da finalità edificanti, non rafforzano la difesa della divinità del Logos; al contrario, rischiano — se fraintese — di alimentare letture che ne attenuano la forza espressiva. Nel tentativo di illustrare ciò che Giovanni non ha scritto, finiscono per suggerire che l’evangelista avrebbe potuto esprimersi diversamente — con ἐγένετο, con πρὸ τοῦ ἀρχῆς, con θεῖος — come se tra queste opzioni vi fosse neutralità semantica o equivalenza teologica. Ma è proprio qui che l’ipotesi si rivela infondata: non per deficit di ortodossia, bensì per inattendibilità linguistica e fragilità metodologica.
Le alternative proposte non trovano alcun riscontro nel pensiero giovanneo, nella grammatica del greco koinè biblico, né nella tradizione esegetica classica. Sono costruzioni anacronistiche, nate da un lodevole impulso apologetico, ma non supportate da un’adeguata analisi linguistica; e proprio per questo, paradossalmente, rischiano di offrire sponda a chi nega la piena divinità del Verbo. L’idea che Giovanni abbia «scartato» forme come ἐγένετο, ἐκτίσατο o θεῖος presuppone la disponibilità reale di tali opzioni, quando invece esse risultano estranee, e inadeguate, sia dal punto di vista grammaticale che da quello teologico.
Giovanni non ha semplicemente rifiutato l’aggettivo θεῖος; lo ha ignorato perché del tutto incompatibile col proprio orizzonte espressivo. È un termine semanticamente generico, teologicamente debole, assente dall’ontologia semitica che struttura il suo pensiero. Similmente, l’imperfetto ἦν non è una scelta tra molte, ma la sola forma verbale capace di esprimere l’eternità pretemporale del Verbo. L’incipit ἐν ἀρχῇ non è surrogabile da πρὸ τοῦ ἀρχῆς, così come θεός non può essere ridotto a θεῖος, né ἦν sostituito da ἐγένετο senza snaturare il pensiero lo stile e la teologia dell’evangelista. In tale prospettiva si comprende anche la chiosa finale dell’articolo di Guarino:
«Giovanni ha scritto – visto che non c’era un corpo direttivo che poteva spiegargli cosa invece avrebbe dovuto fare, bensì lo Spirito Santo di Dio».
Pur manifestando una fiducia fervente nell’ispirazione, tale dichiarazione si rivela metodologicamente debole, perché assume come prova ciò che dovrebbe dimostrare: scivola, cioè, in una petitio principii. Ma lo Spirito Santo non ispira contro la grammatica, né indipendentemente da essa: Egli si serve della grammatica, la plasma con sapienza, ma non la sospende. L’ispirazione divina non si colloca oltre le strutture linguistiche: le attraversa, le nobilita, e vi si incarna.
Che il Signore benedica Giuseppe Guarino, il cui zelo per la verità è sincero e meritevole di rispetto. L’auspicio è che il presente contributo, lungi dall’essere occasione di scoramento, possa stimolare a proseguire con maggiore rigore filologico e più solida consapevolezza metodologica nel servizio reso alla Parola e alla comunità credente.
Chi intende esaltare la divinità del Logos dovrebbe evitare di proporre alternative che, sebbene nate da sincera devozione (mi riferisco a tanti “studiosi” evangelici aanglosassoni), finiscono per indebolire la perfezione ispirata del testo. Perché ciò che lo Spirito Santo ha ispirato, la Chiesa non è chiamata a reinventare, ma a contemplare: con intelligenza, fedeltà e adorazione — senza indulgere in congetture grammaticalmente infondate o teologicamente superflue che, pur animate da zelo ortodosso, rischiano di oscurare la limpida architettura del testo sacro. A quanti desiderano approfondire il Prologo giovanneo con rigore filologico è dedicato un commentario esegetico allegato che è possibile scaricarsi in formato pdf in fondo all’articolo.
Note
- Cfr. Robert M. Bowman & J. Ed Komoszewski, Putting Jesus in His Place: The Case for the Deity of Christ, Kregel Publications, 2007; Steve Gregg (“Paidion”), forum Theos.org, discussione «Was the Word a God?» (archivio); RBC Ministries, Our Daily Bread, edizione apologetica, 1998.
- Nel greco del Nuovo Testamento, il «nome del predicato» è tecnicamente designato come nominativo predicativo del soggetto, e ricorre ogniqualvolta un sostantivo (o un aggettivo sostantivato) qualifica l’identità o la funzione del soggetto in relazione a un verbo copulativo (εἰμί) o a un verbo di divenire (γίνομαι). Nel primo caso, esso esprime una condizione permanente o atemporale (es. ὁ λόγος ἦν θεός, «il Logos era Dio», Gv 1:1c); nel secondo, una transizione ontologica o fenomenica (es. ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο, «il Logos divenne carne», Gv 1:14). A livello sintattico, il nominativo predicativo concorda con il soggetto e ne assume la funzione semantica di qualificatore dell’essere o del divenire. L’assenza di un nominativo predicativo in strutture come ἐγένετο ὁ λόγος — ovvero senza specificazione ulteriore — risulta anomala e priva di paralleli nella letteratura biblica, in quanto il verbo γίνομαι richiede, per la sua natura lessicale, un complemento che definisca il cambiamento avvenuto. La struttura ἐγένετο + soggetto senza predicato è tipica solo delle forme impersonali o delle costruzioni con valore narrativo (es. ἐγένετο ἐν ταῖς ἡμέραις…).
- La semantica dell’aggettivo θεῖος nel greco ellenistico, come attestato nei principali lessici (BDAG; LSJ), designa una qualità derivata o una partecipazione alla sfera del divino, mai un’identità ontologica con il Θεός. Il BDAG lo definisce come attributo riferito a ciò che appartiene alla natura del divino, ma sempre in termini di dipendenza, mai di uguaglianza. In Filone d’Alessandria, il termine è frequentemente applicato a realtà intermedie — quali il λόγος, le virtù o gli angeli — ma non al Dio assoluto, che resta ontologicamente distinto (cf. De fuga et inventione 101; Legum allegoriae I, 65). Anche in 2 Pietro 1:4, l’espressione «θεία φύσις» non implica una deificazione in senso forte, bensì una partecipazione escatologica alla vita divina, secondo una concezione trasformativa e morale, pienamente subordinata al monoteismo biblico. La scelta dell’aggettivo θεῖος non solo esclude ogni assimilazione ontologica tra creatura e Creatore, ma si pone anche in netta discontinuità con la concezione gnostica dell’uomo come portatore innato di una scintilla divina. Nella gnosi tardoantica, infatti, l’elemento divino è concepito come immanente alla φύσις umana e necessita soltanto di essere risvegliato mediante conoscenza (γνῶσις); al contrario, l’autore petrino presenta tale partecipazione come effetto escatologico e morale della grazia, non come reminiscenza ontologica: l’uomo non detiene in sé alcuna componente divina da riattivare, ma viene reso partecipe, per grazia, di ciò che gli è ontologicamente altro.
- Vd. Filippo Chinnici, Il Vangelo di Giovanni parola per parola, stampato ma non pubblicato, 1997, 2018, pp. 13-15

Seconda parte: La toppa peggio del buco

Dopo la pubblicazione del mio articolo, Giuseppe Guarino è intervenuto per “correggere” il proprio errore — l’infelice πρὸ τοῦ ἀρχῆς — sostituendolo con un altrettanto improbabile πρὸ ἀρχῆς. Ma, come spesso accade, la toppa si è rivelata peggiore dello strappo: la nuova proposta, lungi dal riparare l’incidente, ha semplicemente aggravato il quadro, rendendo ancora più evidente l’assenza di solide basi grammaticali, sintattiche e retoriche.
Sorprende che tali lacune provengano da un autore che, pur dichiarando con umiltà di non essere un esperto (e chi non commette errori?), tiene lezioni pubbliche di greco biblico, pubblica manuali e si propone come guida linguistica per lettori e discepoli in cerca di fondamenti. Ancor più preoccupante è che questo fenomeno — l’ostentazione di competenze non reali — non sia affatto isolato. Trova eco, con maggiore gravità, anche in ambito ebraico, dove figure come Daniele Salamone presentano al pubblico proposte linguistiche con l’autorità di chi confonde lo zelo con la competenza.
Fino ad oggi avevo evitato di pronunciarmi pubblicamente sulle assurdità che da tempo circolano per bocca di certi personaggi. Avevo scelto il silenzio, convinto che ciò che non merita attenzione non debba riceverla. Persino questo articolo non nasce da un mio impulso, ma da sollecitazioni esterne: sono stati altri, con insistenza crescente, a chiedermi un intervento chiarificatore. Ho accettato per senso di responsabilità verso chi cerca un orientamento serio. E mi auguro che la mia esperienza si concluda qui, perché né il tempo né la volontà mi consentono di trasformare la vigilanza filologica in un mestiere.
Non posso tuttavia ignorare che questa tendenza attecchisce con particolare facilità — guarda caso — proprio nel pentecostalismo italiano, che storicamente ha denigrato, ostracizzato o calunniato quanti desideravano uno studio serio, lento, fondato sulle fonti e sulle lingue bibliche. Ne so qualcosa: sin da ventenne ho dovuto studiare di nascosto per non essere criticato dai “colleghi” pastori. E non bastò nemmeno quello.
Il risultato è una proliferazione di contenuti privi di controllo, in cui l’invenzione linguistica viene spacciata per esegesi, e l’ignoranza si traveste da ispirazione. Le false dottrine dilagano, mentre pastori e credenti sinceri si trovano disarmati, privi degli strumenti necessari per difendersi.
Nel panorama evangelico italiano non esiste oggi alcuna istituzione dove poter studiare, a un livello accademico serio, le lingue bibliche e le discipline specialistiche indispensabili alla biblistica: papirologia, psicolinguistica, semantica, filologia comparata. La formazione è spesso affidata a circuiti autoreferenziali nei quali la fedeltà dottrinale — pur essendo una virtù — viene talora scambiata per conformismo, e anteposta alla competenza reale. Si diffida della critica più che dell’ignoranza, e si premia l’adesione più del rigore.
Contro tale deriva non basta l’ironia. Occorre rispondere con rigore, chiarezza e competenza: quella competenza silenziosa, che non ha bisogno di esibirsi, ma parla con autorità perché nutrita dallo studio.
L’ipotesi πρὸ ἀρχῆς: un’idea infondata sotto ogni profilo
L’alternativa ipotetica proposta da Guarino — πρὸ ἀρχῆς ἦν ὁ λόγος come controparte speculativa al celebre Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος — si rivela fin dalla sua formulazione una costruzione inammissibile. Essa non solo infrange le regole della grammatica greca della koiné, ma contraddice la semantica biblica, dissolve la simmetria retorica del testo, viola l’intertestualità con Genesi 1:1 e sovverte l’impianto teologico del Prologo giovanneo.
È una forma che non forma: priva di radici testuali, priva di legittimità linguistica, priva di plausibilità stilistica.
Nei prossimi otto punti dimostrerò perché tale costruzione — lungi dal poter fungere da ipotesi legittima nel dibattito esegetico — si configura come un’aberrazione grammaticale e metodologica, frutto di un approccio dilettantesco che, invece di chiarire il testo, ne smarrisce la voce. Perché il problema non è solo ciò che Guarino propone, ma come lo propone: con la sicurezza di chi ignora la vastità del campo che pretende di dominare.
1. Grammaticale – L’errore dell’articolo omesso
Nel tentativo di giustificare l’inedita sequenza πρὸ ἀρχῆς, Guarino sembra ignorare un principio elementare della filologia greca: la lingua non si ricostruisce per fantasia, ma per testimonianza. E nessuna delle grammatiche maggiori —Blass–Debrunner–Rehkopf, Moulton–Howard–Turner, Robertson, Wallace — concede la minima base a tale ricostruzione arbitraria. Si tratta di un lemma inesistente, proposto come se appartenesse alla tradizione, ma in realtà generato dalla volontà di adattare il testo biblico a un preconcetto teologico. È l’errore metodologico più grave: alterare la lingua per farle dire ciò che non ha mai detto.
Le grammatiche che regolano il greco del Nuovo Testamento sono inequivocabili: πρό governa il genitivo, ma non impone l’articolo. Questo, però, non offre a Guarino la libertà di improvvisare combinazioni non attestate. Il criterio dell’articolo, nel greco della koinè, non è meccanico ma semantico: il nome è articolato quando definito, non articolato quando si vuole indicare un’astrazione generica. Ora, ἀρχή, quando assunta nella sua portata cosmologica o teologica, non è un’astrazione generica, ma una determinazione assoluta. E infatti la tradizione giudaico-ellenistica e patristica ricorre stabilmente alla forma determinata πρὸ τῆς ἀρχῆς per designare un principium teologico e non un inizio qualunque.
L’autore che vogliamo confutare, facendo cadere l’articolo, non produce un rafforzamento poetico: produce una devitalizzazione semantica. Là dove la forma articolata stabilisce il referente su un piano teologico determinato, attribuendo al «principio» un contenuto concettuale pieno, l’impiego del sostantivo senza articolo lo svuota, lo rende vago, lo relega in un’area di indeterminatezza che nessuna esegesi può colmare. πρὸ ἀρχῆς non apre il cosmo: lo svuota. Non a caso, il costrutto non è attestato in alcun autore antico, greco, giudaico, cristiano o gnostico. Il vuoto documentario non è un accidente: è un giudizio della tradizione.
G. Guarino, venendo a conoscenza del mio articolo e diventaot consapevole della debolezza del primo errore (πρὸ τοῦ ἀρχῆς, con l’articolo di genere errato), invece che correggersi tenta una fuga laterale: rinuncia al neutro scorretto e ripiega sulla forma non articolata, immaginando di aver risolto la difficoltà. Ma non ha risolto nulla: ha semplicemente sostituito un errore grammaticale evidente con un errore idiomatico non meno grave. È il passaggio da un falso lampante a un falso elegante. Una manovra tattica, non una soluzione filologica.
Il richiamo a ἐν ἀρχῇ come presunto precedente a favore di πρὸ ἀρχῆς costituisce poi il punto più debole dell’intera argomentazione. L’anarthria di ἐν ἀρχῇ non nasce da esigenze poetiche né da licenze stilistiche; nasce dal fatto che Giovanni ricalca letteralmente il בְּרֵאשִׁית (berē’šît) di Genesi 1:1. È un’eco semitica, non una norma greca. È una scelta intertestuale, non un’alternativa stilistica. Trasferire questa omissione a πρό significa confondere due piani linguistici che la filologia disciplina con cura chirurgica: il piano del calco biblico e il piano della sintassi della koinè.
È un errore concettuale prima ancora che linguistico. Alla fine, la proposta πρὸ ἀρχῆς non è un’ipotesi esegetica: è un anacronismo mascherato da intuizione, una costruzione che nessun autore cristiano antico avrebbe sottoscritto perché priva di fondamento linguistico, di legittimità stilistica e di dignità teologica. Una frase che non ha mai abitato la lingua né la fede. Questa non è esegesi. È improvvisazione. E la Scrittura non si improvvisa.
2. Grammaticalità astratta ≠ Idiomaticità
La difesa che Guarino tenta di accreditare alla formula πρὸ ἀρχῆς svela un equivoco metodologico profondo: scambia la costruibilità astratta per l’idiomaticità storica. È l’errore di chi tratta la lingua come un sistema matematico, in cui ogni combinazione teoricamente ammissibile sarebbe automaticamente legittima, dimenticando che il greco è un organismo vivo, formato da usi, tradizioni, consuetudini e sedimentazioni letterarie.
La morfologia permette molte forme; solo poche diventano lingua. Ora, che un costrutto sia compatibile con la flessione non significa che sia attestato, né che sia stilisticamente accettabile. Si può perfino generare una frase come πρὸ χειμῶνος ἐλπίδος («prima della speranza dell’inverno»): i casi sono corretti, la sintassi regge, ma tale espressione non esiste in alcun autore antico. È un artificio scolastico, un esercizio di laboratorio che suona greco senza esserlo, perché privo di qualunque fondamento idiomatico.
L’argomento di Guarino ricade precisamente in questa fallacia.
Affermare che πρὸ ἀρχῆς sia accettabile soltanto perché “ipotizzabile” equivale a sostenere che, in italiano, «prima pane venne» possa sostituire «prima venne il pane»: le parole sono plausibili, ma la lingua è dissolta. È confondere la grammatica con l’uso, la regola con la prassi viva, la costruibilità astratta con la realtà storica del discorso.
Ben diverso è il caso di ἐν ἀρχῇ. Qui la non-articolazione non è il prodotto di una licenza, bensì l’effetto di una scelta teologica precisa, radicata nel calco del בְּרֵאשִׁית (berē’šît) genesiaco. È una formula tecnicamente stabilizzata, riconosciuta nella tradizione biblica e funzionale a preservare l’aura solenne dell’inizio scritturale.
Nulla di tutto ciò vale per πρὸ ἀρχῆς. La sequenza non compare nel greco biblico, né in quello giudaico-ellenistico, né nella letteratura cristiana, né nella grecità classica. È una forma costruibile ma linguisticamente spuria, priva di storia, priva di memoria, priva di voce.
In filologia la possibilità astratta non salva l’errore: lo rivela.
Si possono manipolare le forme; comprendere la lingua è tutt’altra cosa. E chi confonde ciò che si può costruire con ciò che si deve dire, perderà sempre il testo, e con esso la verità che porta inciso.
3. Sintattico – Costruzione priva di attestazioni
Il sintagma πρὸ ἀρχῆς, con ἀρχή senza articolo e con valore temporale, non possiede alcuna attestazione nei corpora della lingua greca: non lo conosce la prosa classica, non vi ricorre la koiné, non lo impiega la Bibbia greca, non lo registra la letteratura cristiana antica. L’unica occorrenza remotamente simile proviene da testi gnostico-ermetici, e lontano dal legittimarne l’uso, ne mette in luce l’anomalia.
Le lingue storiche – tanto più quando sono veicoli di rivelazione – non tollerano arbitri morfologici. Non basta che una sequenza sia “possibile”: deve essere realizzata nella storia della lingua, riconosciuta dall’uso, sorretta da una tradizione lessicale e sintattica. Chi introduce forme non attestate porta l’onere della prova; e tale onere non si assolve con impressioni stilistiche, ma con testi. In mancanza di questi, πρὸ ἀρχῆς resta un costrutto artificiale, un ibrido che non appartiene alla lingua.
È significativo che tutte le grammatiche principali del greco del Nuovo Testamento – quelle di Blass-Debrunner, Moulton-Turner, Robertson, Wallace, Porter – concordino nel rilevare che la preposizione πρό, quando esprime anteriorità temporale con nomi astratti, richiede l’articolo determinativo. Il nome astratto senza articolo produce un senso indeterminato che mal si concilia con i valori assoluti, soprattutto quando si parla del “principio” in senso teologico.
Invocare un presunto «timbro poetico» di πρὸ ἀρχῆς significa dunque collocarsi fuori dal repertorio linguistico del Nuovo Testamento.
Né i lessici, né le grammatiche storiche, né i trattati di stile registrano questa combinazione come idiomatica. È un costrutto scolastico, un’ipotesi nata da esigenze apologetiche che pretendono di nobilitare ciò che la lingua rifiuta. Le poche forme apparentemente vicine – come ὁ πρὸ ἀρχῆς – non costituiscono un parallelo valido. In tali testi, l’articolo ὁ non concorda con ἀρχή, ma sostantiva l’intera locuzione preposizionale, conferendole il valore di un titolo ontologico: «Colui che è prima del principio». Non si tratta di un complemento temporale, bensì di una designazione metafisica tipica della speculazione gnostica.
Assumere tali usi come base per reinterpretare l’incipit giovanneo è un fraintendimento al tempo stesso sintattico, teologico e storico.
Rimane il dato conclusivo: ogni vero uso temporale di πρό seguito da ἀρχή richiede l’articolo. Πρὸ ἀρχῆς non è una forma rara: è una forma inesistente. Una combinazione “possibile” solo nell’astrazione grammaticale, non nella lingua viva.
E ciò che non appartiene alla lingua della Rivelazione non può pretendere di illuminare il Logos.
In esegesi, i fantasmi linguistici non interpretano: sviano.
4. Semantico – L’ambiguità di un principio indeterminato
Sostituire nel prologo giovanneo ἐν ἀρχῇ con πρὸ ἀρχῆς non equivale a un innocuo scambio di preposizioni: significa introdurre una frattura semantica che altera l’architettura teologica del versetto. Nel greco del Nuovo Testamento, ἐν non indica soltanto contiguità o localizzazione, ma inclusione, coappartenenza, presenza entro un dominio originario. Dire che il Logos è ἐν ἀρχῇ significa collocarlo nel cuore stesso dell’inizio, come principio interno e costitutivo di ciò che comincia. La costruzione è perfettamente idiomatica perché ricalca — repetita iuvant — il בְּרֵאשִׁית (berē’šît) di Genesi 1:1, non come mera eco formale, ma come richiamo teologico strutturante. Πρὸ ἀρχῆς, invece, genera un effetto radicalmente diverso.
La preposizione πρό, che governa il genitivo, esprime anteriorità cronologica, ma richiede — come stabilito nelle grammatiche e nella prassi letteraria — che un nome astratto e concettualmente definito come ἀρχή sia accompagnato dall’articolo, formando πρὸ τῆς ἀρχῆς.
Senza articolo, ἀρχή perde la sua determinazione e scivola verso l’indefinito. L’inizio non è più l’Inizio assoluto: diventa un principio generico, un confine vago, una soglia priva di contorni.
La perdita dell’articolo produce qui un esito semantico disastroso: anziché rafforzare l’assolutezza dell’incipit, lo svuota. Il “prima” non è più il “prima” della creazione, ma un indefinito “prima” di qualcosa che non viene più identificato. È l’esatto opposto di ciò che intende Giovanni, che modella il proprio linguaggio in rapporto alla tradizione biblica ebraica, non in funzione di speculazioni astratte.
Occorre ricordare che ἀρχή è un sostantivo polisemico: senza articolarità può indicare un inizio qualsiasi, non necessariamente quello assoluto. Giovanni, invece, impiega ἐν ἀρχῇ con intenzionalità teologica, come formula di apertura che collega immediatamente il lettore a Genesi 1:1 e alla dottrina del Logos creatore. Per questo, πρὸ ἀρχῆς non è semplicemente una forma non attestata: è un sintagma semanticamente inadeguato, che tradisce il senso del testo. Non chiarisce — disorienta. Non amplifica — offusca. Non interpreta — altera.
Neppure i rari testi gnostici che presentano formule come ὁ πρὸ ἀρχῆς possono offrire un appiglio: lì l’articolo ὁ non si riferisce a ἀρχή, ma sostantiva l’intera locuzione, creando un titolo metafisico («Colui che è prima del principio»). Si tratta di epiclesi di natura esoterica, completamente estranee alla sintassi narrativa del Nuovo Testamento e alla teologia giovannea.
Prendere tali usi come base per reinterpretare Giovanni significa spostarsi fuori dal cristianesimo e dentro la speculazione gnostica.
In conclusione, πρὸ ἀρχῆς non è soltanto un fantasma grammaticale: è una chimera semantica, incapace di esprimere il principio ontologico che apre il Vangelo.
Non appartiene alla lingua della Scrittura, ma a un immaginario estraneo. È un’ipotesi che non spiega: vela. Che non interpreta: stravolge. Che non parla il linguaggio del Logos: lo deforma.
5. Stilistico – Giovanni non scrive poesia greca
Attribuire al sintagma πρὸ ἀρχῆς un valore poetico o solenne rivela una fraintendimento strutturale del registro giovanneo. L’incipit del Quarto Vangelo non si apre con l’intonazione di un carme greco, né con l’ornamento metrico di una lirica ellenistica: si apre con un calco semitico, sobrio e insieme abissale, che richiama immediatamente il בְּרֵאשִׁית (berē’šît) di Genesi 1:1. La forza di ἐν ἀρχῇ non procede dall’eleganza della poesia greca, ma dalla memoria della Torah: è una formula di origine ebraica, trasposta in greco senza perdere la sua densità teologica.
Il greco giovanneo, infatti, è una koiné semitizzante, modellata dalla mente di un autore che pensa in ebraico e in aramaico pur scrivendo in greco.
Non riflette l’ordine “soggetto–verbo–oggetto diretto” (SVO) dell’ebraico moderno — del tutto estraneo all’epoca — bensì la linearità paratattica e l’architettura semplice delle lingue semitiche del I secolo, ebraico biblico e aramaico, entrambe fondamentalmente VSO (verbo–soggetto–oggetto diretto). Di qui la predilezione giovannea per la frase breve, per la coordinazione essenziale, per un lessico selezionato non in vista dell’ornamento, ma della trasparenza teologica. È uno stile che non cerca la musicalità, ma la rivelazione; non la figura, ma la verità.
In tale contesto, l’inserzione ipotetica di πρὸ ἀρχῆς risulta stonata, tanto sul piano stilistico quanto su quello linguistico. La locuzione è estranea alla tradizione biblica, ignota alla lingua giudaico-ellenistica, inadatta al ritmo solenne del prologo. Nessuna grammatica autorevole del greco del Nuovo Testamento — né Blass-Debrunner, né Moulton-Turner, né Robertson, né Wallace, né Porter — accredita πρὸ ἀρχῆς come forma stilisticamente elevata o anche solo documentata. La sua durezza fonica e la sua secchezza ritmica la rendono del tutto inconciliabile con l’intonazione inaugurale di un testo sacro.
Non siamo dinanzi a un frammento lirico, ma a un enunciato teologico archetipico, costruito con la sobrietà che caratterizza il greco ebraicizzato del I secolo. La presunta “poeticità” di πρὸ ἀρχῆς è una suggestione moderna, proiettata su un contesto che non la contempla. Nessun autore giudeo-ellenistico — né Filone, né i Padri — ha mai inaugurato un discorso teologico con tale combinazione. La vera solennità richiede continuità con la tradizione, non artificio formale.
Scrivere πρὸ ἀρχῆς come incipit di un Vangelo giudaico sarebbe, in termini retorici, come aprire l’Apocalisse con una strofe di Saffo: un gesto anacronistico, stilisticamente improprio e teologicamente inverosimile.
Non è un gesto poetico: è un equivoco. Non è elevazione: è dislocazione. È scrivere fuori dalla lingua del testo. È pensare fuori dal Prologo.
6. Esegetico – Il parallelo con Genesi 1:1
L’incipit del Vangelo secondo Giovanni, ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, è costruito — giova ripeterlo — secondo la sobrietà luminosa del greco ebraicizzato e richiama con intenzionalità tanto formale quanto teologica il versetto che inaugura la Torah: בְּרֵאשִׁית בָּרָא אֱלֹהִים («In principio Dio creò»).
La versione dei Settanta, ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ θεός, fornisce a Giovanni una matrice sintattica consolidata: egli non inventa la formula, ma ne ricalca la struttura, assumendola come fondamento interpretativo. Il sintagma ἐν ἀρχῇ non è dunque una scelta ornamentale: è una citazione strutturale, un’eco intenzionale che stabilisce continuità immediata fra il prologo giovanneo e il principio della rivelazione mosaica. Giovanni inaugura il suo Vangelo parlando la lingua della Genesi.
Alterare questa formula in πρὸ ἀρχῆς — anche solo come esercizio ipotetico — significherebbe rompere l’asse intertestuale che costituisce l’ossatura teologica del versetto. La preposizione πρό, infatti, introduce un’idea di anteriorità estranea alla narrazione creazionale e, più in generale, all’intero immaginario semitico. Non si tratta più di un “principio” assoluto, ma di un “prima” indeterminato, non tematizzato nelle Scritture e non ancorato ad alcun modello rivelativo.
Ne risulta una frattura semantica: il Logos non è più situato nel principio come fondamento della creazione, bensì proiettato prima del principio, in una regione concettuale vaga e priva di riscontro nel vocabolario biblico. È una dislocazione dello statuto del Logos che minerebbe il legame con la Parola creatrice (Sal 33:6) e introdurrebbe una coloritura estranea, prossima a speculazioni gnostiche.
La sintassi giovannea, al contrario, riflette una grammatica dell’allusione: la sequenza ἐν ἀρχῇ + verbo al posto forte + soggetto articolato replica il modello della Settanta non solo nel lessico, ma nel ritmo e nell’ordine. Mutare ἐν in πρό — oltre a essere linguisticamente ingiustificato — sovverte l’architettura semantica su cui si fonda la frase.
Le Scritture ebraiche non formulano né autorizzano il concetto di “prima del principio” come categoria rivelativa. Anche nei testi sapienziali o apocalittici, quando si afferma che la Sapienza precede tutte le opere di Dio (cf. Prov 8:22 LXX: κύριος ἔκτισέν με ἀρχὴν ὁδῶν αὐτοῦ), il “prima” non è mai sganciato dalla creazione né definito come “prima del principio”: non si introduce mai un vuoto semantico.
In definitiva, ἐν ἀρχῇ in Giovanni 1:1 non è una formula migliorabile né sostituibile: è l’unica espressione possibile per dire ciò che l’evangelista intende dire, usando le parole della Scrittura ebraica nel linguaggio del greco biblico. Convertirla in πρὸ ἀρχῆς significa dissociare il Logos dal principio biblico, recidere la continuità tra Antico e Nuovo Testamento e introdurre una prospettiva esegetica non solo idiomaticamente apocrifa, ma teologicamente insostenibile.
E questo risulta inaccettabile perfino entro una teologia subordinazionista come quella dei Testimoni di Geova, secondo cui il Logos è strumento della creazione delle “altre cose”: completamente inconciliabile con l’idea — estranea alla Bibbia — di un “prima del principio”. Il testo non tollera ciò che la rivelazione non contempla.
7. Retorico – Il valore tripartito del versetto
La frase inaugurale del Vangelo secondo Giovanni – ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος – non è un assemblaggio meccanico di elementi grammaticali: è una micro-architettura teologica, nella quale forma e contenuto si sostengono in una reciprocità perfettamente calibrata. La disposizione delle parole riprende la cadenza solenne di Genesi 1:1 – בְּרֵאשִׁית בָּרָא אֱלֹהִים – trasmessa dalla Settanta in ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ θεός. Giovanni si colloca in questa linea, ma vi imprime un timbro proprio: al verbo dinamico della creazione sostituisce un verbo stativo, ἦν, che non narra un’azione, ma manifesta un essere.
La Parola non “diviene”: è. Tre termini, tre battute, tre colpi di pietra nel silenzio primordiale: ἐν ἀρχῇ – ἦν – ὁ λόγος. La sequenza è essenziale, ma non semplice. Ogni segmento svolge una funzione precisa: il complemento temporale apre lo spazio dell’inizio rivelativo; il verbo copulativo ne proclama la continuità ontologica; il soggetto articolato introduce il protagonista divino, offrendo al lettore non un’informazione, ma un’epifania. L’incipit si fa ascoltare come un’antifona che apre il “tempio del testo”.
Introdurre una variante come πρὸ ἀρχῆς ἦν ὁ λόγος non è un’innocua esercitazione retorica: è una lesione del tessuto stesso del versetto.
- È una frattura fonetica, perché la terminazione in –ῆς — dura, chiusa, ascendente — spezza la rotondità grave di ἐν ἀρχῇ, che riproduce quasi la caduta sonora del berē’šît.
- È una violazione sintattica, perché πρὸ ἀρχῆς senza articolo è una costruzione non attestata nel greco biblico, né nella koiné giudaico-ellenistica.
- È uno strappo semantico, perché introduce un “prima” estraneo al pensiero biblico, posizionando il Logos non nel principio, ma oltre il principio — come un’entità pre-creazionale, più vicina all’immaginario gnostico che alla rivelazione ebraica.
- È, infine, un errore retorico, perché infrange la sequenza tripartita che dà al versetto la sua forza liturgica: la formula non respira più, non vibra più, non ha più l’armonia da cui traeva la sua verità.
Non si tratta di cavilli da grammatici: l’equilibrio di Giovanni 1:1 è un equilibrio rivelativo. Il versetto è costruito come un piccolo santuario verbale: toccarne la forma significa toccarne la sostanza. Modificare ἐν ἀρχῇ in πρὸ ἀρχῆς non compromette solo il ritmo: compromette la teologia che quel ritmo esprime.
La variante proposta da Guarino, nel tentativo di affermare una presunta superiorità cronologica del Logos, finisce per indebolire proprio ciò che vorrebbe difendere: la radice giudaica del testo, la sua appartenenza alla Scrittura, la sua coerenza con la Genesi.
Il Logos non è “prima della rivelazione”: il Logos è la rivelazione che, fin dal principio, dà forma al mondo. Non viene da fuori: è il principio che comincia.
8. Metodologico – L’argomento ipotetico è viziato
Nel tentativo di difendere la divinità del Logos dalla lettura subordinazionista dei Testimoni di Geova, Guarino costruisce un’alternativa che nessun autore greco avrebbe mai scritto, nessun esegeta antico avrebbe mai considerato e nessun lettore del I secolo avrebbe riconosciuto come linguaggio autentico. Presenta πρὸ ἀρχῆς ἦν ὁ λόγος come se fosse un’opzione reale fra le mani dell’evangelista, mentre si tratta di una combinazione che non possiede cittadinanza linguistica: non è greco documentato, non è stile biblico, non è tradizione giudaico-ellenistica, non è teologia.
Un’argomentazione per assurdo, per essere metodologicamente valida, richiede che l’ipotesi alternativa appartenga almeno al campo delle possibilità concepibili dall’autore. Qui, invece, l’alternativa ipotizzata appartiene al regno del non-linguaggio. È una sorta di esperanto devoto, una pseudo-koiné che pretende di ragionare con strutture che il greco biblico non ha mai accolto né avrebbe potuto accogliere.
È come immaginare che l’incipit dell’Iliade potesse esitare tra μῆνιν e un ipotetico «πρόοργην» per valutare quale suonasse meglio: non è un’alternativa, è un controsenso. O come sostenere che Dante abbia optato per «Nel mezzo del cammin» invece di una formula burocratica come «Durante il cammino mediano» dopo aver soppesato entrambe: la seconda non è nemmeno lingua poetica; non appartiene all’universo delle possibilità.
Un’esegesi fondata su tali “alternanze fittizie” non analizza: immagina.
La verità è più semplice e più rigorosa: il Vangelo secondo Giovanni non rifiuta πρὸ ἀρχῆς; semplicemente non lo contempla, perché non esisteva come opzione linguistica nel suo orizzonte. È una finzione retroproiettata, una costruzione artificiale nata da un’urgenza apologetica che tenta di giustificarsi riscrivendo la grammatica. L’alternativa è fittizia; l’argomento, di conseguenza, è viziato alla radice.
La metodologia corretta non consiste nel attribuire all’autore una scelta fra possibilità inesistenti, ma nel riconoscere quali possibilità la lingua, la tradizione e la teologia realmente offrivano. Giovanni non ha scelto ἐν ἀρχῇ perché πρὸ ἀρχῆς “suonava peggio”: ha scelto ἐν ἀρχῇ perché è la formula della Scrittura.
Attribuirgli un dibattito tra forme che non appartengono alla sua lingua è come affermare che Michelangelo abbia scolpito il Davide in marmo invece che in cera sintetica “per esprimere la solidità dell’eroe”: non è un’alternativa scartata; è un materiale che nel suo mondo non esisteva.
L’intera argomentazione, dunque, è metodologicamente infondata: confonde la filologia con la fantasia, l’esegesi con la necessità apologetica. È una costruzione che non illumina il testo, ma lo sostituisce con un’immagine speculare, proiettata dal desiderio e non dalla grammatica.
Conclusione
L’espressione πρὸ ἀρχῆς è un costrutto teorico che non trova luogo né nella grammatica greca, né nella sintassi del Nuovo Testamento, né nello stile semitizzante del Vangelo giovanneo. È una formulazione priva di attestazioni, linguisticamente spuria, sintatticamente disarticolata, semanticamente ambigua, stilisticamente dissonante e teologicamente fuori asse. Proporla come opzione possibile è già una forzatura; usarla come criterio comparativo per argomentare la divinità del Logos è un sofisma.
Attribuire a Giovanni l’intenzione di “non scegliere” πρὸ ἀρχῆς, come se questa fosse una vera alternativa sul suo tavolo esegetico, significa fraintendere insieme il testo ispirato e il metodo filologico. Non si esclude ciò che non esiste. E πρὸ ἀρχῆς, semplicemente, non esiste: né come sintagma idiomatico, né come espressione teologicamente plausibile, né come costruzione potenziale nella mente di un autore del I secolo.
Tale strategia argomentativa non è originale. Come osservato nel primo articolo, Guarino la eredita integralmente da un filone apologetico anglofono che da anni ripropone la medesima struttura retorica: «Se Giovanni avesse voluto dire X, avrebbe scritto Y; poiché non lo ha fatto, ha voluto dire Z». Ma un’argomentazione ipotetica regge solo se l’alternativa proposta è concebibile nel mondo linguistico dello scrittore. In questo caso, invece, l’alternativa è una costruzione-fantasma: una koiné immaginaria, un esperanto devoto privo di fondamento nella grammatica della koiné, estraneo alle strutture del greco biblico — prosaico e poetico — e del tutto alieno allo stile semitizzante che informa la prosa giovannea.
In gioventù anch’io ho guardato con simpatia a tali autori del filone apologetico anglofono, apprezzandone la sincerità della battaglia dottrinale. Col tempo, tuttavia, ho dovuto riconoscerne le gravi lacune filologiche e me ne sono allontanato. Non si può fondare un’argomentazione esegetica su strutture che la lingua biblica non conosce e che la retorica giovannea non contempla.
Il Vangelo secondo Giovanni non respinge la formula πρὸ ἀρχῆς: semplicemente non la contempla, perché estranea sia al suo lessico teologico sia al suo orizzonte ispirato. È una proiezione retrospettiva, un’invenzione nata da esigenze apologetiche moderne, priva di fondamento nei dati testuali antichi e del tutto ignota persino ai Padri che confutarono l’arianesimo. La sua assenza non è omissione: è silenzio rivelatore.
L’intera argomentazione confonde analisi linguistica e finalità apologetica. Attribuisce all’evangelista scelte che non si sono mai poste e costruisce un bivio dove la lingua, la storia e la teologia non ne ammettono alcuno. L’esempio parabolico resta calzante: sostenere che Giovanni abbia scelto ἐν ἀρχῇ invece di πρὸ ἀρχῆς è come affermare che Michelangelo scolpì il Davide in marmo invece che in plastilina per sottolinearne la solidità. Non è un’alternativa: è una caricatura.
Il dettaglio più rivelatore, tuttavia, è un altro. L’autore che propone simili ipotesi, e che riempie il proprio blog di titoli dal presunto sapore accademico, continua a chiamare i brani della Scrittura «versi» — termine appropriato solo per la poesia metrica — invece di «versetti», nomenclatura universalmente adottata negli studi biblici per indicare le unità numerate del testo sacro.
Questa imprecisione terminologica, reiterata e sistematica, non è un peccato veniale: è sintomo di una formazione lacunosa che mina alla radice ogni pretesa di autorevolezza.
Chi non padroneggia neppure la terminologia di base non può guidare altri nel cammino ermeneutico: è il primo principio della filologia.
Il testo ispirato, ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, non può essere superato da una costruzione immaginaria. Il Logos non precede un’arché indefinita: è nel principio, perché del principio è l’origine.
Abita l’istante inaugurale della creazione come soggetto eterno della rivelazione.
Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ Λόγος.
Nulla va tolto, nulla va aggiunto. Nemmeno un articolo. Nemmeno ipoteticamente.




