Novant’anni di Buffarini-Guidi: Verità storica e mito identitario

© di Filippo Chinnici – Tutti i diritti riservati –
e-book distribuito gratuitamente, aggiornato il 23 maggio 2026

 

Questo contributo si propone di esaminare con spirito critico l’articolo a firma di Salvatore Cusumano, intitolato «Novant’anni di Buffarini-Guidi», pubblicato sull’organo ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia, Il Risveglio Pentecostale.

Ho scelto uno stile talvolta volutamente ridondante, nonostante ciò possa appesantire la lettura, per sottolineare aspetti cruciali, affinché essi non sfuggano all’attenzione del lettore e possano essere pienamente compresi.

La verità storica, ammoniva Tacito, è il primo sacrificio degli ideologi. Quando la narrazione viene piegata a scopi confessionali o identitari, non solo si falsificano i fatti, ma si compromette l’intero tessuto della memoria collettiva. Tale errore si manifesta emblematicamente nel tentativo di collegare la persecuzione dei pentecostali durante il fascismo alla fondazione delle ADI nel 1947: una ricostruzione storicamente infondata e teologicamente fallace.

Benché mai enunciata esplicitamente, l’articolazione del testo di Cusumano insinua una continuità tra il pentecostalismo perseguitato degli anni Trenta e la costituzione delle ADI nel dopoguerra. Tale connessione, suggerita in modo surrettizio, si manifesta nel momento in cui, dopo aver descritto le vessazioni patite dalle prime comunità, l’autore introduce senza alcuna cesura logica la seguente affermazione:

Le chiese, nel frattempo, in occasione dei Convegni del 1947 e del 1948, come determinato dalla Legge sui culti ammessi, avevano assunto la denominazione di “Assemblee di Dio in Italia”

 

Ma no, caro Pastore Cusumano, il passaggio non fu affatto così lineare come quel tuo «nel frattempo» lascerebbe intendere. Benché formalmente neutra e classificabile come semplice locuzione avverbiale di tempo, tale espressione agisce qui come una cerniera retorica, insinuando una continuità cronologica e ideologica che non trova riscontro né nei fatti storici né nei documenti. Dietro quella locuzione temporale si cela in realtà una cesura profonda, una discontinuità storica e teologica che il tuo testo elude, omettendo intenzionalmente i nodi irrisolti di una transizione tutt’altro che neutra. Le Assemblee di Dio in Italia non furono affatto vittime della repressione fascista, come si lascia credere in dichiarazioni ufficiali o in conferenze istituzionali; esse nacquero piuttosto nel 1947 all’interno di un contesto radicalmente mutato, in parte estraneo, se non addirittura distante, dalla temperie eroica e perseguitata che aveva contraddistinto il pentecostalismo italiano delle origini.

La sezione «Chi siamo» del sito ufficiale delle ADI conferma questa tendenza alla mitopoiesi, insinuando un’eredità immaginaria dalle persecuzioni del 1935–1944. Nulla di più falso: quella delle ADI è una costruzione posteriore, frutto di dinamiche teologiche e istituzionali diverse, maturate in un’epoca successiva e in discontinuità con il pentecostalismo spontaneo, battista-riformato e non denominazionale delle origini. È necessario ristabilire la verità documentale e rimuovere le incrostazioni ideologiche, affinché la memoria delle vittime non venga oltraggiata una seconda volta, persino post mortem, mediante una strumentalizzazione funzionale a interessi apologetici.

1. La Circolare Buffarini-Guidi

La circolare n. 600/158 del 9 aprile 1935, che prende nome dal sottosegretario agli Interni che la emanò, Guido Buffarini-Guidi, vietava il culto pentecostale in quanto considerato lesivo all’integrità fisica e psichica della razza e dell’ordine pubblico. Il provvedimento si basava sulla percezione che i fenomeni estatici e carismatici tipici delle assemblee pentecostali rappresentassero una minaccia per la stabilità del regime.

Tuttavia, nel 1935 le ADI non esistevano: la loro fondazione avvenne solo dodici anni più tardi, nel 1947, a opera di Henry H. Ness. Le comunità colpite dal provvedimento fascista erano realtà indipendenti, prive di struttura centralizzata, spesso ostili alla figura del «pastore» professionista e distanti da ogni forma di confessionismo organizzato. Non avevano legami con le Assemblies of God americane e si riconoscevano piuttosto nella spiritualità sobria e riformata della Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago e in quella pentecostale di William Durham seguendo l’esempio di pionieri come Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e Lucia Menna.

L’articolo di Cusumano, nel suggerire un nesso storico tra le persecuzioni fasciste e la nascita delle ADI, costruisce una narrazione artificiosa, che trova ulteriore sponda nelle comunicazioni ufficiali della denominazione. Così facendo, si rischia di sovrapporre due realtà storicamente, teologicamente ed ecclesiologicamente disomogenee, oscurando la fisionomia autentica del pentecostalismo italiano delle origini, che si definiva per spontaneità carismatica, indipendenza teologica e l’assoluto rigetto della centralizzazione istituzionale.

Occorre inoltre precisare un dato storico spesso trascurato. Sebbene la circolare Buffarini-Guidi sia stata formalmente abrogata soltanto nel 1955, la persecuzione sistematica cessò di fatto con la caduta del regime fascista e con il crollo dell’assetto politico che l’aveva resa possibile. Nel secondo dopoguerra non si assistette più a una repressione organizzata e generalizzata paragonabile a quella degli anni 1935-1944, bensì a episodi residuali di intolleranza e di discriminazione locale che colpirono indistintamente le comunità pentecostali, indipendentemente dalla loro successiva adesione o meno alle Assemblee di Dio in Italia. Si trattò, nella maggior parte dei casi, di vicende circoscritte a piccoli centri e alimentate da ambienti clericali locali ostili, prive ormai di un sostegno giuridico e politico da parte dello Stato. Assimilare tali episodi alla persecuzione sistematica del periodo fascista costituisce pertanto un evidente controsenso storiografico, che finisce per alterare la corretta ricostruzione degli eventi e per rafforzare una narrazione genealogica priva di reale fondamento documentario.

2. L’anacronismo e la costruzione di un mito identitario

Oltre alla continuità insinuata nel testo di Cusumano, un ulteriore slittamento ideologico si manifesta nella tendenza a mitizzare la genealogia delle ADI, presentandole come naturale prosecuzione del pentecostalismo delle origini. Questa operazione, ben visibile tanto nella storiografia interna quanto nella comunicazione ufficiale dell’ente, si configura come una forzatura storiografica priva di fondamento. Si tratta, in effetti, di un’appropriazione indebita della memoria di coloro che, perseguitati per la loro fede, rifiutarono ogni forma di centralizzazione confessionale e pagarono con l’esclusione e la clandestinità la propria coerenza.

Fondate nel 1947, le Assemblee di Dio in Italia emersero in un contesto teologico ed ecclesiologico profondamente mutato rispetto a quello delle comunità pentecostali perseguitate: un contesto ormai segnato da influenze dottrinali esterne, da strutture istituzionali d’importazione e da una concezione del ministero pastorale radicalmente diversa. Quelle prime comunità, nate in povertà e fervore, rigettavano non solo le gerarchie confessionali, ma anche il titolo stesso di «pastore» – oggi ostentato da coloro che ne rivendicano l’eredità. Sovrapporre queste due realtà, dissimili per natura, spirito e teologia, significa non solo tradire la verità storica, ma profanare la singolarità autoctona e riformata del pentecostalismo italiano delle origini.

2.1. La sovrapposizione indebita

Nel tentativo di legittimare una continuità storica tra il pentecostalismo perseguitato e quello istituzionalizzato, l’articolo di Cusumano suggerisce una relazione che non trova alcun riscontro nella realtà documentale. Le ADI, fondate nel 1947, non esistevano durante il periodo delle persecuzioni fasciste, e il movimento pentecostale italiano degli anni ’30 si distingueva per una struttura spontanea, priva di denominazioni ufficiali e centralizzate. Al contrario, esso rigettava ogni forma di confessionismo istituzionale, in nome della libertà dello Spirito e della sufficienza delle Scritture.

Attribuire al pentecostalismo delle ADI l’eredità delle comunità perseguitate significa oscurare le profonde divergenze ecclesiologiche e dottrinali: mentre le prime comunità si radicavano nella tradizione battista e riformata e rigettavano la seconda benedizione wesleyana e il dispensazionalismo darbysta, le ADI assunsero progressivamente una teologia arminiana e una visione escatologica di marca anglo-americana. L’introduzione della dottrina delle «due fasi del ritorno di Cristo», estranea alla fede dei pionieri, non solo nega la tradizione escatologica delle origini, ma si rivela funzionale a una rilettura politica e teologica del sionismo, favorendo il progressivo allineamento della teologia pentecostale italiana alle dinamiche geopolitiche del secondo dopoguerra.

2.2. Il ruolo di Domenico Zaccardi

In questa vicenda s’inserisce Domenico Zaccardi, figura tutt’altro che marginale e, proprio per questo, non riducibile a una formula sbrigativa. Nato il 12 dicembre 1900 a Castel del Giudice, allora in provincia di Campobasso, e morto nel 1978, egli appartiene a quella generazione di uomini passati attraverso il fascismo locale, la conversione pentecostale, la clandestinità religiosa e poi le dure contese del dopoguerra. Le fonti secondarie lo ricordano come muratore o imprenditore edile; altre notizie lo indicano, prima della conversione, come «segretario del fascio» e capo della banda musicale del paese. Il dato, se confermato nei suoi dettagli, non è irrilevante: dice qualcosa dell’ambiente da cui proveniva, della disciplina sociale assorbita, forse anche di un certo modo di intendere l’ordine. Ma la documentazione archivistica costringe a evitare semplificazioni. Nel Casellario Politico Centrale, busta 5485, fascicolo 076674, Zaccardi Domenico figura come «muratore», di colore politico «antifascista», con annotazione «ammonito». Ancora più significativo è un rapporto della Regia Questura di Roma al Ministero dell’Interno dell’8 settembre 1941, nella filiera del Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati: Zaccardi vi compare non come uomo dell’apparato, ma come arrestato dai Carabinieri di Marino, in provincia di Roma, per aver partecipato a un’adunanza pentecostale clandestina a Due Santi, nell’area dei Castelli Romani, e quindi rimpatriato coattivamente a Castel del Giudice, allora ricadente nella provincia di Campobasso.

Questa inversione di posizione è storicamente decisiva. Zaccardi poté anche provenire da un retroterra fascista municipale; dopo l’adesione al pentecostalismo, però, fu letto dallo Stato come soggetto da vigilare, ammonire, colpire. La conversione, in quel contesto, non fu soltanto un passaggio religioso privato: lo spostò dentro una minoranza sospetta, separata dall’ordine pubblico fascista perché irriducibile al culto pentecostale. Convertitosi a Roma nel 1930 dopo l’incontro con Antonio Serlenga, egli entrò nel nucleo raccolto intorno alla comunità di Via Adige, a Roma, dove si muovevano figure decisive come Ettore Strappaveccia, Angelina Paretti, Pantaleone Laudisa, Umberto Gorietti e Roberto Bracco. Non fu dunque un corpo estraneo innestato artificialmente nel movimento, ma un uomo cresciuto dentro il pentecostalismo romano delle origini, nel punto esatto in cui fervore spirituale, persecuzione poliziesca e fragilità comunitaria si toccavano.

Proprio qui comincia il nodo più delicato. Zaccardi fu realmente parte del pentecostalismo perseguitato; ma da quella persecuzione non scaturì, almeno nella sua linea successiva, una ecclesiologia libera e riconciliatrice. Al contrario, nel dopoguerra egli divenne il riferimento della corrente rigorista che avrebbe preso il suo nome: un’area segnata da una concezione severissima della santità, dalla dottrina del cosiddetto «peccato a morte», dal rifiuto di riconoscere il ravvedimento per alcuni peccati commessi dopo il battesimo e da una separazione sempre più aspra dal resto del mondo evangelico. La crisi del 1935, nata attorno alla figura di Ettore Strappaveccia e alla disciplina ecclesiale, fu il primo trauma. La rottura del 1945, con la separazione di Roberto Bracco e del gruppo che avrebbe poi accompagnato il processo organizzativo sfociato nelle ADI, rese quella frattura pressoché irreversibile.

Per questo Zaccardi non può essere utilizzato come semplice testimone dell’antico pentecostalismo, né liquidato come caricatura settaria. È una figura più scomoda, e dunque più istruttiva. Si oppose all’organizzazione denominazionale, ma non custodì per questo la spontaneità originaria del movimento. Respingeva la costruzione istituzionale che avrebbe condotto alle ADI, e tuttavia contribuì a edificare un’altra forma di chiusura: meno burocratica, meno formalizzata, ma non meno esigente nel controllo dottrinale e disciplinare. La sua eredità sta qui, in questa contraddizione. Mentre le ADI avrebbero progressivamente assunto modelli teologici e organizzativi di provenienza anglo-americana e staccate dalle radici dei pionieri, lo zaccardismo irrigidì dall’interno una memoria più antica, trasformando la separazione dal mondo e dalle denominazioni in una frontiera confessionale quasi invalicabile. In lui si vede, con particolare nitidezza, una delle grandi lacerazioni del pentecostalismo italiano: non il semplice passaggio dalla persecuzione alla libertà, ma dalla libertà carismatica delle origini a forme concorrenti di controllo, nate da matrici diverse e tuttavia entrambe lontane dalla povertà fraterna del primo risveglio.

2.3. La costruzione di un mito identitario

La narrazione che presenta le ADI come eredi dirette del pentecostalismo perseguitato è, a tutti gli effetti, un’operazione di mitopoiesi confessionale. Essa persegue la costruzione di un’identità postbellica attraverso una memoria selettiva e ideologicamente orientata, ignorando la cesura teologica, ecclesiologica e spirituale che separa le origini del movimento dalla sua successiva istituzionalizzazione. Il risultato è una genealogia artificiale, che sovrappone due realtà dissimili per genesi, struttura e vocazione.

Appropriarsi della memoria di coloro che rifiutavano ogni forma di centralismo ecclesiastico, e che affrontarono la persecuzione senza alcun riconoscimento istituzionale o protezione politica, rappresenta un vero e proprio tradimento del loro lascito spirituale. È un tentativo di legittimazione retroattiva che piega la storia ai bisogni confessionali del presente.

Tuttavia, l’evidenza storica smentisce la tesi secondo cui la nascita delle ADI rappresenterebbe la necessaria continuità del movimento pentecostale italiano. Durante il regime fascista, il pentecostalismo non scomparve affatto: sopravvisse in forma dispersa, non strutturata, radicato nelle case, sostenuto da comunità spontanee, prive di edifici, titoli e gerarchie. Proprio questa sua essenza fluida e anti-denominazionale, lontana da ogni formalizzazione confessionale, costituì la sua forza di resistenza. Paradossalmente, una struttura confessionale organizzata avrebbe facilitato il controllo e l’oppressione da parte del regime: fu invece l’assenza di un corpo centrale a rendere il pentecostalismo elusivo, e dunque difficilmente sopprimibile. E ciò rende ancora più grave il tentativo odierno di sovrapporre retroattivamente la genealogia delle ADI al sacrificio di quei credenti.

Come ammoniva lo storico Tucidide:

«Per i più, la ricerca della verità è poco laboriosa; essi si volgono piuttosto alle versioni già pronte» (Guerra del Peloponneso, I, 20,3).

Ma il compito dello storico, tanto più quando si tratta di eventi segnati dal sangue e dalla persecuzione, è opporsi alle narrazioni comode e restituire verità a chi è stato spogliato della propria voce.

3. La riconfigurazione transatlantica: Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti

La genesi delle Assemblee di Dio in Italia si colloca in un orizzonte storico nel quale la dimensione religiosa si intreccia con le trasformazioni geopolitiche dell’Europa del secondo dopoguerra. Il processo non può essere letto soltanto come sviluppo interno del pentecostalismo italiano, né come semplice maturazione spontanea di comunità locali già esistenti; va invece collocato dentro dinamiche transnazionali più ampie, nelle quali reti religiose, diplomatiche, economiche e culturali contribuirono a ridefinire l’identità spirituale e politica dell’Occidente postbellico.

Il pentecostalismo italiano, sorto nel 1907 tra gli emigrati evangelici riformati di Chicago e reintrodotto in patria in forme spontanee, comunitarie e prevalentemente a-denominazionali, presentava una fisionomia peculiare: assenza di apparati centrali, forte radicamento domestico, vivacità carismatica, diffidenza verso il professionismo pastorale e relativa estraneità ai modelli confessionali angloamericani. Proprio questa struttura fluida, che ne aveva costituito la forza spirituale nella fase pionieristica, lo rese nel dopoguerra particolarmente esposto a processi di riorganizzazione, riconoscimento, orientamento e riallineamento istituzionale.

Ciò che nella memoria interna sarebbe stato presentato come evoluzione naturale può essere riletto, alla luce della documentazione disponibile, come un processo di ristrutturazione culturale e confessionale favorito da pressioni, modelli, risorse e interessi provenienti dall’esterno. Tale formulazione non implica che ogni protagonista italiano fosse consapevole dell’intero quadro geopolitico, né che ogni passaggio ecclesiale fosse direttamente eterodiretto; indica piuttosto che la nascita delle ADI avvenne dentro un campo di forze nel quale esigenze religiose reali, vulnerabilità comunitarie, strategie transatlantiche e modelli denominazionali statunitensi agirono in convergenza.

La congiuntura 1945–1949 — segnata dalla ricostruzione dell’Europa occidentale, dalla formazione del sistema atlantico, dalla nascita delle nuove strutture di sicurezza statunitensi, dall’organizzazione della risposta anticomunista e dal dispiegarsi della diplomazia religiosa americana — fornì il quadro storico entro cui la riformulazione del pentecostalismo italiano si intrecciò con reti diplomatiche, strategie culturali, ambienti religiosi transatlantici e forme di influenza proprie del nuovo ordine occidentale.

In questo contesto si collocano Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti. Il primo, figura di raccordo dell’evangelicalismo nordamericano, operò entro circuiti politico-religiosi transatlantici e contribuì a introdurre in Italia un paradigma teologico coerente con l’evangelicalismo conservatore del dopoguerra, in particolare nelle sue componenti anticomuniste, dispensazionaliste e filosioniste. Il secondo, cittadino statunitense di origine italiana, ministro evangelico, legato ad ambienti massonici e già collaboratore dell’OSS secondo la documentazione disponibile, agì come intermediario tra reti statunitensi, diplomazia informale e sfera religiosa italiana.

La creazione delle Assemblee di Dio in Italia può dunque essere letta come parte di un più ampio processo di soft power religioso, nel quale la riorganizzazione confessionale contribuì alla stabilizzazione culturale e ideologica del fronte occidentale nel dopoguerra. La teologia d’importazione non operò come semplice dottrina devozionale, ma come veicolo di un immaginario politico-religioso filostatunitense, anticomunista, filosionista e compatibile con il paradigma atlantico.

Questa vicenda appartiene alla storia strutturale: intreccio di relazioni documentabili, iniziative visibili, influenze transnazionali e trasformazioni ecclesiali. Restituirne i lineamenti con rigore storiografico significa riconoscere al pentecostalismo italiano non soltanto la fisionomia di un movimento spirituale perseguitato e resiliente, ma anche quella di un nodo religioso inscritto nell’orditura più ampia della Guerra fredda nascente.

3.1. Reti transatlantiche, religione civile e soft power

La riconfigurazione dell’identità religiosa e culturale dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra non fu soltanto un processo spontaneo. Essa maturò in un contesto nel quale il blocco atlantico elaborò strategie di lungo periodo per contenere l’espansione sovietica, stabilizzare l’Europa occidentale e orientarne l’immaginario politico, economico e morale. L’Italia divenne uno dei principali spazi di osservazione di tali dinamiche: fragilità istituzionale, forte presenza comunista, centralità cattolica, minoranze religiose prive di pieno riconoscimento, tessuto pentecostale disperso e polarizzazione ideologica offrirono un terreno favorevole a processi di influenza culturale, religiosa e politica.

La nascita delle Assemblee di Dio in Italia si inscrive in questo scenario: non solo come sviluppo interno del pentecostalismo italiano, ma anche come episodio collocabile dentro una più ampia riorganizzazione religiosa, culturale e geopolitica del dopoguerra. Il quadro, per essere compreso senza semplificazioni, può essere articolato in quattro pilastri distinti ma convergenti.

  1. Il primo pilastro è costituito dalle reti transatlantiche di governo informale. La Round Table, fondata alla fine del XIX secolo nell’ambiente di Cecil Rhodes e Alfred Milner, perseguì l’obiettivo di consolidare l’egemonia anglosassone attraverso un impero economico-culturale globale. Non fu una semplice società filantropica, ma un laboratorio strategico volto alla formazione di una classe dirigente sovranazionale. Da tale matrice sorsero, dopo la Conferenza di Parigi del 1919, due istituti destinati a incidere profondamente sulla politica mondiale del XX secolo: il Royal Institute of International Affairs, noto come Chatham House, e, negli Stati Uniti, il Council on Foreign Relations. La connessione tra questi enti e il gruppo milneriano è ampiamente attestata e consente di riconoscere una continuità di metodo: elaborazione riservata, diplomazia non ufficiale, gestione delle élite e produzione di consenso strategico. Nel corso del Novecento, quel paradigma generò un ecosistema di policy networks e think tank sempre più interconnessi. Benché non vi sia continuità organizzativa diretta tra la Round Table e strutture successive come la Trilateral Commission o il World Economic Forum, la loro genesi riflette una logica funzionale analoga: coordinare élite politiche, economiche, finanziarie, accademiche e tecnologiche attorno a modelli di governance transnazionale. L’analogia, dunque, non va presentata come identità genealogica rigida, ma come isomorfismo storico: le nuove piattaforme ripresero una grammatica già sperimentata — selezione delle classi dirigenti, discrezione operativa, sinergia fra finanza, industria, accademia e diplomazia — adattandola al capitalismo integrato del secondo dopoguerra.
  2. l secondo pilastro è di ordine giuridico-strategico. Con il National Security Act del 1947, gli Stati Uniti istituirono il National Security Council e la Central Intelligence Agency, stabilizzando in forma permanente strumenti di guerra coperta, propaganda, influenza psicologica, infiltrazione culturale e sostegno a forze anticomuniste locali. Le direttive NSC 1/1, NSC 4-A, NSC 10/2 e, successivamente, NSC 10/5 contribuirono a definire un mandato operativo ampio, nel quale la dimensione informativa e psicologica divenne parte integrante della politica estera americana. La documentazione relativa al National Psychological Program e le successive indagini della Church Committee e il saggio di Matthew Avery Sutton,God’s Spooks: Religion, Spying, and the Cold War, mostrarono che il mondo religioso non rimase estraneo a tali dinamiche. Ministri di culto, missionari e organizzazioni religiose potevano offrire accesso ai territori, reti relazionali, legittimazione morale e, in determinati casi documentati, anche coperture operative. Ciò non significa, naturalmente, che ogni missionario fosse un agente, né che ogni iniziativa evangelica fosse un’operazione d’intelligence; significa però che il rapporto tra religione, influenza culturale e apparati strategici appartiene alla storia documentata della Guerra fredda, non alla letteratura fantasscientifica. In questa cornice, l’evangelicalismo missionario, specialmente nella sua componente pentecostale, costituiva un terreno di particolare interesse: transnazionale per vocazione, capillare nella presenza comunitaria, capace di raggiungere ambienti popolari e spesso segnato da un anticomunismo militante. Non a caso, quando nel 1996 il Senato americano riaprì il dossier sull’uso di giornalisti e personale religioso nelle operazioni d’intelligence, furono ascoltati anche rappresentanti della National Association of Evangelicals (NAE) e dell’International Foreign Mission Association. La rilevanza della NAE per il caso italiano non è secondaria, poiché esiste documentazione epistolare relativa al suo coinvolgimento nelle origini delle Assemblee di Dio in Italia e nei successivi rapporti con Umberto N. Gorietti, primo presidente della nuova denominazione. L’Italia, per posizione mediterranea, forza del comunismo organizzato e fragilità politico-ecclesiale, divenne così uno dei luoghi nei quali tali strategie di influenza assunsero particolare rilievo.
  3. Il terzo pilastro è costituito dalla dimensione militare e clandestina della Guerra fredda. In Italia essa avrebbe trovato espressione nelle strutture stay-behind, fra cui Gladio, ufficialmente concepita come rete di resistenza in caso di invasione sovietica, ma divenuta nel dibattito parlamentare, storiografico e giornalistico uno dei capitoli più controversi del rapporto tra sovranità nazionale, apparati atlantici, anticomunismo e poteri paralleli. Le ricerche di Daniele Ganser, le Commissioni parlamentari italiane, la documentazione resa pubblica a partire dagli anni Novanta e i file declassificati archiviati nel portale investigativo The Black Vault evidenziano come la struttura italiana fosse parte di una più ampia architettura occidentale, coordinata in ambito NATO e sostenuta da apparati statunitensi, con la finalità dichiarata di contenere l’influenza sovietica nell’Europa occidentale. Il punto, dunque, non è evocare scenari opachi per suggestione retorica, ma riconoscere che il tema appartiene ormai al dominio della documentazione storica disponibile. Il nome stesso «Gladio», traduzione italiana di gladius, richiama la spada corta romana e designò il ramo italiano di una rete europea più vasta. Il tema dei suoi possibili collegamenti con ambienti massonici, criminali e settori istituzionali emerse nel dibattito pubblico soprattutto dopo le rivelazioni rese nel 1990 dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che portarono a un’ampia discussione sul rapporto fra poteri paralleli e strategia atlantica. In numerose inchieste giornalistiche, ricostruzioni parlamentari e opere storiografiche è stata ipotizzata l’interazione di tali reti con realtà criminali italiane e con movimenti estremisti, sempre nel quadro della cosiddetta guerra non ortodossa della Guerra fredda. Tali ipotesi non hanno tutte il medesimo grado di conferma giudiziaria e vanno quindi trattate con prudenza; tuttavia esse appartengono a un dibattito storico reale e non possono essere espunte dal contesto. Altrettanto dibattuto è il possibile coinvolgimento, diretto o indiretto, di strutture clandestine, ambienti paralleli o livelli di protezione e depistaggio in alcune tra le principali stragi italiane. Le sentenze hanno riconosciuto matrici differenti per i singoli episodi; tuttavia parte della storiografia e diverse Commissioni parlamentari hanno discusso l’ipotesi di livelli ulteriori, non sempre interamente chiariti, nella gestione politica, informativa o depistante di tali eventi. Il caso Moro, al centro di indagini e commissioni pluridecennali, è stato anch’esso interpretato da alcuni studiosi come episodio nel quale reti interne ed esterne ai confini nazionali potrebbero avere svolto ruoli ancora non completamente ricostruiti. Tali questioni non vanno sovrapposte meccanicamente alla nascita delle ADI, ma servono a definire il clima storico nel quale l’Italia venne progressivamente inscritta nel sistema atlantico. A questo quadro si aggiunse, dal 1954, il Gruppo Bilderberg, spazio riservato di confronto tra esponenti politici, economici, finanziari e industriali dell’area occidentale. Sul piano nazionale, le vicende della loggia P2 mostrarono, in una fase successiva, l’esistenza di progetti di riorganizzazione politico-istituzionale interna, come documentato dal Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, nel quale media, magistratura, politica e apparati dello Stato venivano pensati dentro una logica di controllo e indirizzo. Anche qui occorre evitare sovrapposizioni arbitrarie: Bilderberg, Gladio e P2 non sono la medesima cosa. Ma appartengono, con natura e cronologia diverse, a un medesimo problema storico: il ruolo delle reti riservate, dei poteri informali e degli ambienti atlantici nella costruzione dell’Italia repubblicana.
  4. Il quarto pilastro è la dimensione religiosa, autentico collante simbolico dell’intero dispositivo. Fin dagli anni Trenta, negli Stati Uniti, l’evangelismo conservatore fu compreso da settori dell’imprenditoria, della politica e della diplomazia come strumento identitario, fonte di legittimazione morale e veicolo di aggregazione delle élite. I gruppi di preghiera promossi da Abraham Vereide non sorsero come iniziative marginali o meramente devozionali, ma dentro il capitalismo protestante americano, in reazione al New Deal, al sindacalismo e all’avanzata comunista. In essi uomini d’affari, politici, predicatori, filantropia e influenza pubblica venivano ricondotti a un medesimo orizzonte operativo. Da quei nuclei prese forma una rete destinata a mutare nome e volto nel corso degli anni: National Committee for Christian Leadership, International Christian Leadership, quindi The Fellowship o The Family. Tale mobilità nominale non fu un dettaglio irrilevante: contribuì a rendere più complessa la ricostruzione lineare della continuità organizzativa e documentaria di quella rete. Da questo ambiente nacque il National Prayer Breakfast di Washington, inaugurato nel 1953 e frequentato, da Eisenhower in avanti, da ogni presidente degli Stati Uniti. Il National Prayer Breakfast non fu soltanto una manifestazione della religione civile americana, nella quale la nazione celebra sé stessa sotto il nome di Dio; fu anche uno spazio di diplomazia informale, entro cui leader politici, militari, industriali e religiosi potevano consolidare rapporti strategici sotto il velo di un lessico spirituale comune.
    La separazione formale dalla storica gestione della Fellowship Foundation, avvenuta nel 2023 dopo ripetute critiche sulla trasparenza, conferma la delicatezza di uno snodo collocato da decenni sul crinale fra religione, relazioni internazionali, lobby e potere statuale. Anche il retroterra finanziario della Fellowship Foundation mostra la convergenza fra capitale religioso, imprenditoria conservatrice e costruzione culturale della leadership americana. Tra i finanziatori documentati compaiono ambienti dell’imprenditoria evangelicale e conservatrice: il miliardario Ron Cameron, legato a Mountaire Farms, è indicato come uno dei maggiori sostenitori ed ex membro del consiglio della Fellowship Foundation; le organizzazioni di Franklin Graham, Samaritan’s Purse e Billy Graham Evangelistic Association, risultano avere sostenuto economicamente la medesima struttura secondo documentazione fiscale richiamata dalla stampa investigativa. Tale dato non prova, isolatamente, un’unica regia occulta, ma conferma che la preghiera pubblica americana non può essere ridotta a pietà privata. Essa operò e opera anche come linguaggio di relazione, selezione e legittimazione del potere.

Nel quadro della storia sociale del primo pentecostalismo organizzato può essere richiamata la presenza di figure provenienti da ambienti artigianali, commerciali e imprenditoriali. C. B. Hedstrom, industriale delle calzature e tra i primi sostenitori di Abraham Vereide, era già inserito nell’ecosistema relazionale dei Rockefeller; Hans Ness, padre di Henry H. Ness, produceva calzature per ambienti aristocratici e reali norvegesi. Più tardi, in Italia, figure come Salvatore Anastasio, Alfonso Melluso e Umberto N. Gorietti risultano legate, in forme diverse, al medesimo ambito produttivo e compaiono nella fase iniziale di strutturazione delle Assemblee di Dio in Italia.

Il rilievo del dato è propriamente sociologico. Esso consente di osservare come, nella fase di organizzazione del movimento, ambienti familiari, reti professionali, mobilità commerciale, disponibilità di spazi e relazioni locali abbiano potuto favorire la crescita delle comunità pentecostali nel secondo dopoguerra. Il punto storiografico riguarda dunque il profilo sociale degli ambienti entro cui il movimento si consolidò, non la storia successiva delle singole imprese o famiglie.

Henry H. Ness, figura operativa nella nascita delle Assemblee di Dio in Italia, appare anche tra i promotori dell’International Christian Leadership insieme ad Abraham Vereide ambiente dal quale prenderà forma il National Prayer Breakfast.

Il dato non è marginale, perché colloca Ness in un punto d’intersezione fra pentecostalismo americano, diplomazia religiosa, anticomunismo transnazionale, sensibilità filosioniste e proiezione atlantica nel Mediterraneo. Il linguaggio di tale rete, fondato su un evangelismo conservatore, spesso dispensazionalista e filosionista, conferiva al progetto americano una dimensione teologico-politica: la lotta contro il comunismo non appariva soltanto come confronto geopolitico, ma anche come battaglia spirituale contro l’ateismo materialista, inscritta entro una lettura provvidenzialistica della storia.

In tale cornice, il sostegno a Israele poteva assumere, nell’ambiente evangelicale americano, una valenza teologica e profetica, contribuendo all’incontro fra anticomunismo, americanismo religioso e cristiano-sionismo. La fede poteva così diventare linguaggio simbolico della geopolitica: non mero ornamento retorico, ma grammatica religiosa attraverso cui l’azione politica acquistava legittimazione morale, sociale e teologica.

La continuità di questa grammatica religiosa è riconoscibile anche nel presente, pur dentro contesti mutati e assetti organizzativi diversi. Dal rinnovato National Prayer Breakfast, sottratto nel 2023 alla storica gestione della Fellowship Foundation dopo critiche sulla trasparenza organizzativa e finanziaria, fino alle celebrazioni del ciclo America250/Freedom250, il lessico della preghiera nazionale, della missione americana e dell’eredità ebraico-cristiana continua a intrecciarsi con capitale privato, apparati tecnologici e industria militare.

Nel caso del 250º anniversario degli Stati Uniti, la stampa statunitense ha documentato tensioni fra America250, commissione bipartisan autorizzata dal Congresso, e Freedom250, iniziativa sostenuta dall’amministrazione Trump, segnalando interrogativi sull’uso di fondi federali, sul ruolo delle donazioni private e sul profilo politico degli eventi. La stessa America250 ha annunciato sponsorizzazioni da parte di grandi società, tra cui Oracle, Lockheed Martin, Palantir, Amazon, Coinbase, Exiger, ScottsMiracle-Gro e FedEx, mentre alcune testate giornalistiche hanno collegato tali finanziamenti anche al più ampio contesto celebrativo della parata militare per il 250º anniversario dell’esercito americano.

Ne emerge un dato politicamente eloquente: la religione civile americana continua a funzionare come liturgia pubblica nella quale patriottismo, capitale strategico, apparato tecnologico-militare e linguaggio provvidenzialistico tendono periodicamente a incontrarsi e a legittimarsi reciprocamente.

Alessandro Iovino al “Rededicate 250 – National Jubilee of Prayer, Praise & Thanksgiving”, iniziativa collegata al ciclo celebrativo America250/Freedom250.

In tale cornice può essere richiamata anche la partecipazione di Alessandro Iovino al «Rededicate 250 – National Jubilee of Prayer, Praise & Thanksgiving», iniziativa collegata al ciclo celebrativo America250/Freedom250. Il dato assume rilievo documentario come presenza pubblica entro un evento che appartiene al più ampio lessico religioso della religione civile statunitense, nel quale preghiera nazionale, memoria storica, identità pubblica e rappresentazione simbolica dell’eredità ebraico-cristiana tendono a intrecciarsi.

In questa costellazione, Henry H. Ness emerse come snodo decisivo: non soltanto un predicatore, ma un mediatore politico-religioso inserito nei circuiti transatlantici dell’evangelicalismo conservatore. Attraverso la sua azione, l’evangelismo pentecostale statunitense — più strutturato, filosionista e compatibile con il paradigma atlantico — fu trapiantato nel tessuto ecclesiale italiano, contribuendo alla trasformazione di un movimento comunitario e spontaneo in un apparato confessionale centralizzato. Ness divenne l’anello di congiunzione tra teologia, diplomazia religiosa e proiezione culturale statunitense.

Le Assemblee di Dio in Italia possono dunque essere lette non soltanto come espressione religiosa interna, ma come manifestazione ecclesiale di un più ampio processo transatlantico nel quale si intrecciavano interessi confessionali, anticomunismo, diplomazia religiosa e soft power statunitense. Strutture militari, reti di élite, diplomazia religiosa transnazionale e sistemi territoriali di influenza non vanno confusi tra loro, ma letti come elementi distinti e convergenti del medesimo clima di Guerra fredda. L’evangelismo dispensazionalista ne costituì uno dei cementi ideologici, e Henry H. Ness uno dei principali vettori religiosi nel caso italiano.

Dentro il lessico della libertà religiosa prese così forma un processo di riorganizzazione confessionale che contribuì alla più ampia proiezione culturale statunitense del secondo dopoguerra.

3.2. Henry H. Ness

Henry H. Ness (1894–1970), pastore delle Assemblies of God degli Stati Uniti e cofondatore dell’International Christian Leadership (ICL) — successivamente nota come The Fellowship o The Family

emerge come figura centrale nella riorganizzazione del pentecostalismo italiano nel secondo dopoguerra. Attraverso la sua azione, un movimento originariamente fluido, comunitario e privo di una vera struttura organizzativa fu gradualmente plasmato in una denominazione confessionale centralizzata, riallineata al paradigma dispensazionalista statunitense e coerente con gli orientamenti dell’atlantismo religioso allora in ascesa.

Tra il 1946 e il 1949, molti passaggi della sua opera risultano difficilmente riconducibili a un semplice risveglio spontaneo e appaiono invece inseriti in una strategia politico-religiosa più ampia, nella quale l’evangelicalismo dispensazionalista poteva funzionare come strumento di soft power e di stabilizzazione culturale dell’Europa occidentale.

La missione di Ness non ebbe origine in Italia, né può essere letta come iniziativa personale improvvisata. Essa maturò con anticipo in ambienti politico-religiosi statunitensi, tra Washington D.C., i National Prayer Meetings guidati da Abraham Vereide e i circuiti dell’International Christian Leadership. La corrispondenza incrociata tra Ness, il quartier generale delle Assemblies of God a Springfield e Frank B. Gigliotti — redatta mesi prima del suo arrivo in Italia — rivela un’architettura già delineata nelle sue linee essenziali: Springfield, talvolta mitizzata dalla narrativa confessionale, non sembra essere stata l’unico centro propulsore dell’operazione, ma ne costituì la principale piattaforma ecclesiale e denominazionale

In questo scenario di pianificazione transatlantica si colloca, alla fine del 1945, l’intervento preliminare del predicatore svizzero Hermann Parli. Giunto a Roma il 13 dicembre 1945 su mandato formalmente britannico, egli vi rimase per due settimane, svolgendo riunioni di evangelizzazione nella sala conferenze dell’YMCA. Parli non agiva come figura isolata: gli ambienti britannici e quelli statunitensi operavano in sinergia, e lo stesso Parli conosceva Henry H. Ness, frequentava i circuiti dell’ICL e condivideva con lui amicizie italiane quali il prof. Guido Graziani — segretario nazionale dell’YMCA, laureato in chimica alla Niagara University nel 1910 e poi missionario laico — e Frederique Squire, direttore dell’IBTI, l’Istituto Biblico britannico. La sua presenza in Italia va dunque intesa come fase preparatoria: egli fu l’apripista anglo-svizzero di un progetto già predisposto negli Stati Uniti, chiamato a sondare il terreno ecclesiale e a favorire un primo raccordo operativo.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

All’inizio dell’estate del 1946, l’iniziativa statunitense assunse una forma più definita. Washington affidò a Henry H. Ness un itinerario europeo di ampio respiro, calibrato per intrecciare relazioni, uniformare visioni ecclesiali e predisporre il terreno alla costituzione di una denominazione italiana allineata al modello statunitense. Il 9 luglio egli scriveva a E. S. Williams, Sovrintendente Generale delle Assemblies of God, delineando un percorso che avrebbe attraversato Norvegia, Svezia, Danimarca, Svizzera, Francia, Germania e infine l’Italia. A Londra, Lord Halifax — aristocratico anglicano, già Viceré d’India, Segretario agli Esteri e poi ambasciatore a Washington, vicino al British Security Co-ordination di William Stephenson al Rockefeller Center — predispose per settembre un incontro con alcuni parlamentari britannici, a conferma della piena convergenza anglo-americana.

Nella stessa missiva Ness richiedeva lettere credenziali e raccomandazioni ufficiali, perfettamente consapevole che l’incarico, presentato nella forma di una visita pastorale, assumeva anche i tratti di una missione relazionale e diplomatica di ampio respiro. In tempi sorprendentemente rapidi, il vertice delle Assemblies of God di Springfield approvò la missione. J. R. Flower, Segretario Generale delle Assemblies of God, riconobbe apertamente l’inserimento dell’operazione nell’asse strategico NCCL/ICL e mise a disposizione di Ness una rete di contatti attentamente selezionata: Donald Gee e John Carter nel Regno Unito, Gustav Kindermann a Londra, Roberto Bracco ed Eliana Rustici in Italia. L’itinerario — Oslo, Svezia, Danimarca, Ticino, Roma, Parigi, Germania — era già definito prima ancora che il nome di Umberto N. Gorietti comparisse nella corrispondenza: segno che l’Italia non fu una destinazione contingente, ma un obiettivo già previsto. Henry H. Ness viaggiò, per parte di questo itinerario del 1946, insieme al direttore dell’International Christian Leadership, Abraham Vereide, il cui nome emerge da documenti desecretati della CIA.

Le lettere credenziali che Ness portava con sé — firmate dal sindaco di Seattle, dal governatore dello Stato di Washington, da tre senatori federali, dal Federal Council of Churches e dalla National Association of Evangelicals — avevano il valore di veri e propri lasciapassare diplomatici: non certo il corredo abituale di un evangelista itinerante che deve limitarsi alla predicazione del Vangelo. Non stupisce, pertanto, che alla fine della sua prima missione in Italia, nel novembre 1946, J. R. Flower gli scrivesse che «due gruppi italiani stanno chiedendo di formare una Italian Branch of the Assemblies of God». Il processo di riallineamento confessionale era dunque già entrato in una fase operativa.

Il primo incontro tra Henry H. Ness e Umberto N. Gorietti avvenne durante il Convegno pentecostale di Yverdon, in Svizzera, nel 1946. Hermann Parli — figura cerniera tra il pentecostalismo svizzero, britannico e italiano — aveva già attenzionato Gorietti nel dicembre del 1945, durante le riunioni evangelistiche all’YMCA di Roma in cui si convertì Francesco Toppi, invitandolo poi a partecipare al convegno in Svizzera che si sarebbe tenuto nell’estate del 1946. In quel contesto Ness — emissario dell’asse ICL/NCCL — si presentò non come un predicatore isolato, ma come rappresentante accreditato di una potenza religiosa strutturata su scala internazionale.

La celebre profezia pronunciata a Yverdon, che annunciava un futuro ruolo di Gorietti come «leader della chiesa italiana», presenta numerose incongruenze che richiedono un esame specifico. Qui basta rilevare un dato: Gorietti non era né pastore né anziano, secondo le categorie allora utilizzate dai pentecostali italiani per indicare i conduttori delle comunità, e non lo sarebbe mai diventato nel senso ordinario della cura stabile di una chiesa locale. L’uso del termine britannico «leader» va inquadrato nel linguaggio ecclesiale e missionario di quell’ambiente, anche perché evitava il titolo allora più sensibile di «pastore». Di fatto, furono i pentecostali presenti al convegno di Yverdon — americani, britannici, francesi e svizzeri — a riconoscergli quel ruolo. Da quel momento Gorietti divenne l’interlocutore italiano privilegiato di un progetto che appare maturato in circuiti esterni al pentecostalismo nazionale, mentre Ness ne fu la fonte di legittimazione esterna, capace di consolidarne prestigio e autorità. Per un’analisi dettagliata dei fatti qui narrati si veda il volume di Patrizia Nicandro, in particolare le pp. 202–300.

La tappa romana dell’agosto 1946 segnò il passaggio dalla fase diplomatica a quella operativa. Il «Quinto Convegno Pentecostale Nazionale» si svolse in un’Italia stremata dalla guerra e ancora ferita dalle persecuzioni fasciste. I pentecostali di allora avevano vivo non solo il ricordo della repressione, ma anche il rumore dei bombardamenti alleati che avevano devastato il Paese. Erano affamati, impoveriti, provati dalla guerra e segnati da una condizione di evidente vulnerabilità sociale ed ecclesiale. In questo clima il movimento pentecostale italiano fu posto dinanzi a un bivio: preservare la struttura congregazionalista e a-denominazionale ereditata dai pionieri italo-americani di Chicago, ma priva di risorse economiche significative; oppure accogliere il modello centralizzato e denominazionale sponsorizzato da Parli e proposto da Henry H. Ness, conforme alle grandi denominazioni statunitensi e britanniche e sostenuto da maggiori risorse organizzative.

L’autorità simbolica di Ness — amplificata dall’aura culturale degli Stati Uniti liberatori e dalla condizione materiale del dopoguerra — esercitò un’influenza silenziosa ma determinante. In quel clima di impoverimento e fragilità, la proposta organizzativa proveniente dagli Stati Uniti poté apparire come promessa di stabilità, pur inserendosi in un quadro più ampio di riallineamento geopolitico e confessionale.

La presenza non annunciata di Ness al Convegno — con ogni probabilità favorita dai contatti appena stabiliti con Gorietti e sollecitata da Parli — non fu un episodio marginale. La sua oratoria disciplinata orientò rapidamente l’assemblea dei conduttori italiani, allora contrari al titolo di «pastore» e soliti definirsi «anziani». A tentare di difendere le radici congregazionaliste fu Nicola Di Gregorio, inviato della Congregazione Cristiana di Chicago e custode della visione anti-denominazionale di Luigi Francescon. Resta da chiarire se Di Gregorio fosse consapevole delle interlocuzioni già avviate dagli ambienti statunitensi. Alla luce della documentazione finora resa pubblica non è possibile rispondere con certezza; tuttavia il fatto che Francescon rinunciasse a venire consente almeno di ipotizzare che qualche elemento della nuova dinamica fosse giunto alle orecchie del pioniere del pentecostalismo italiano.

Quel che è certo è che l’oratoria autorevole e teologicamente strutturata di Ness prevalse, come attestato da Roberto Bracco, che ne fu testimone diretto. Fu proprio Ness a dettare le prime linee guida dello statuto delle ADI, che Bracco avrebbe poi formalizzato per iscritto, sancendo il passaggio dalla stagione embrionale a quella istituzionale delle Assemblee di Dio in Italia.

Terminato il Convegno, Ness e Parli attraversarono il confine per dirigersi verso il Ticino, preludio alla successiva tappa parigina. Il Corriere Bellinzonese del 25 agosto 1946 documenta il passaggio di Ness, collegandolo alla Conferenza di Parigi dell’UNRRA. Nella capitale francese egli agì non soltanto come predicatore pentecostale, ma anche come mediatore religioso e relazionale nell’ambito dell’ICL/NCCL, circondato da figure centrali dell’establishment angloamericano.

Con la creazione della prima denominazione pentecostale italiana, l’intero processo si manifestò in modo ormai evidente. Il quadro che emerge suggerisce una ripartizione funzionale dei ruoli: Washington come centro di impulso politico-religioso; Londra come snodo preparatorio con Hermann Parli; Ness e Gigliotti come mediatori operativi; Springfield come piattaforma denominazionale; gli interlocutori italiani come referenti locali.

Nel fragile dopoguerra romano, la macchina da scrivere di Eliana Rustici — già menzionata nella lettera di Flower a Ness del 1946 presente nel volume di Patrizia Nicandro — divenne una colonna amministrativa dell’operazione. Rustici non fu semplice dattilografa, ma cerniera strategica tra la sede centrale delle Assemblies of God USA e la nascente denominazione italiana. La sua corrispondenza testimonia un livello di coordinamento incompatibile con una ricostruzione puramente spontanea o meramente locale degli eventi, benché la memoria confessionale successiva avrebbe trasfigurato quella stagione in racconto agiografico.

.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Il 1947 segnò l’avvio della seconda fase: quella del consolidamento istituzionale dell’intera operazione americana. A differenza della penetrazione diplomatico-propedeutica del 1946, ora il progetto si innestava organicamente nella rete geopolitica che stava emergendo con la fondazione dello Stato di Israele e con la costruzione dell’architettura atlantica. La convergenza tra ICL/NCCL e Assemblies of God assunse una configurazione duplice: da un lato la regia politico-ideologica che definiva le traiettorie complessive; dall’altro la piattaforma confessionale che veicolava nel Mediterraneo l’influenza religiosa statunitense.

Emblematici di questa fase furono gli incontri di Henry H. Ness con Papa Pio XII e con David Prato, Rabbino Capo di Roma. Il primo può essere letto come momento di interlocuzione con il Vaticano nel quadro della comune preoccupazione anticomunista e delle più ampie relazioni religiose del dopoguerra, oltre ad altre questioni di carattere economico e geopolitico che lo stesso Ness riferisce trattate in quell’udienza; il secondo inserì l’intera vicenda in un orizzonte escatologico-politico segnato dall’imminente nascita dello Stato d’Israele (1948).

Pochi giorni dopo, sempre da Roma, Ness volò verso la Palestina mandataria con un volo riservato ai passeggeri ebrei, incontrando personalità destinate a divenire parte della futura classe dirigente israeliana. Il viaggio difficilmente può essere ridotto a semplice pellegrinaggio evangelico: esso assunse anche una rilevanza diplomatica e simbolica nel quadro delle relazioni tra evangelicalismo americano, Roma e Palestina mandataria.

L’intera operazione si inscrive nella logica della nascente Guerra fredda, in cui la religione evangelica divenne uno dei dispositivi privilegiati del soft power statunitense e della strategia di contenimento. L’Italia, fragile sul piano istituzionale e strategicamente cruciale, si prestava in modo ideale a questa penetrazione, e le Assemblee di Dio in Italia furono l’esito ecclesiale visibile di una rete meno visibile di alleanze, convergenze e interessi incrociati.

Il quadro operativo appare multilivello: al vertice l’ICL/NCCL e i National Prayer Meetings; sul campo Henry H. Ness in qualità di inviato politico-ecclesiale; accanto a lui Frank B. Gigliotti, figura già collegata all’OSS secondo la documentazione disponibile e massone di alto grado; le Assemblies of God statunitensi come piattaforma ecclesiale, logistica e teologica dell’operazione; gli interlocutori locali — tra cui i napoletani Alfonso Melluso e Salvatore Anastasio, i romani Umberto N. Gorietti e Roberto Bracco, i siciliani Vincenzo Federico e Rosario Di Palermo — come soggetti di radicamento territoriale del nuovo assetto denominazionale.

L’architettura organizzativa delle ADI replicò in larga misura il modello statunitense: centralizzazione economica, vigilanza dottrinale, coordinamento amministrativo, subordinazione graduale e progressiva delle comunità locali a un organismo confessionale. Le Assemblee di Dio in Italia nacquero attraverso un processo fortemente guidato dall’alto, nel quale la spontaneità carismatica del movimento originario fu progressivamente ricondotta entro una struttura organizzativa e denominazionale. Non come risposta diretta alle persecuzioni fasciste, che avevano colpito comunità pentecostali preesistenti e non ancora ADI, ma come dispositivo religioso inscritto nel quadro geopolitico del dopoguerra, concepito nei circuiti dell’ICL/NCCL, articolato da figure quali Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti e radicato in Italia anche attraverso interlocutori locali.

A distanza di ottant’anni, quella vicenda continua a offrire chiavi di lettura per comprendere persistenze ecclesiali, memorie comunitarie e orientamenti ideologici ancora riconoscibili in alcuni ambienti del pentecostalismo italiano. Tali elementi appartengono al piano della storia culturale e della memoria religiosa: aiutano a comprendere la persistenza di linguaggi, simboli e orientamenti che attraversano, in forme diverse, alcuni settori del pentecostalismo italiano contemporaneo.

La fondazione delle Assemblee di Dio in Italia non fu, pertanto, un episodio marginale nella storia religiosa del Paese, ma uno snodo significativo del rapporto fra riorganizzazione confessionale, influenza statunitense e nuovo ordine geopolitico del dopoguerra.

John McTernan (talvolta McTiernan) fondatore nel 1958 della Chiesa Evangelica Internazionale (CEIAM) appartenente al circuito della Federazione delle Chiese Pentecostali

3.3. Frank B. Gigliotti

Frank B. Gigliotti (1896–1975), cittadino statunitense di origine italiana, occupa un posto singolare nella storia religiosa del secondo dopoguerra, sospeso tra diplomazia informale, intelligence culturale e ingegneria ecclesiastica. La sua figura, solo in apparenza riconducibile alla biografia di un pastore evangelico, presenta un profilo politico-strategico di notevole complessità: già collaboratore dell’Office of Strategic Services secondo la documentazione disponibile, massone di 33º grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, egli operò come intermediario tra ambienti statunitensi, reti massoniche transnazionali e interlocutori religiosi europei.

Il suo ruolo si situava su un crinale decisivo: il continente era appena uscito da un conflitto devastante, l’Italia era ancora attraversata da profonde fratture politiche e impegnata a ricostruire il proprio ordinamento civile. In questa cornice, la religione — soprattutto nelle sue espressioni evangeliche minoritarie — iniziava a essere percepita dagli Stati Uniti come possibile vettore d’influenza culturale e, in prospettiva, come strumento di stabilizzazione anticomunista. Gigliotti agì precisamente in questo spazio intermedio, dove fede, politica estera, libertà religiosa e dinamiche d’intelligence potevano sovrapporsi senza perdere le rispettive forme esteriori.

Un capitolo fondamentale della sua attività precede persino la fondazione formale delle Assemblee di Dio in Italia. Nel 1945, mentre il Paese tentava di riacquistare una propria fisionomia istituzionale dopo la caduta del fascismo e mentre figure come Henry H. Ness e Hermann Parli si preparavano a entrare nel panorama pentecostale italiano, Gigliotti intervenne presso il Ministero dell’Interno per ottenere il riconoscimento giuridico di un ministro di culto pentecostale. Un atto che, letto superficialmente, potrebbe apparire marginale; ma collocato nel contesto di un’Italia ancora priva della Costituzione repubblicana, soggetta all’influenza alleata e impegnata nella revisione dei rapporti Stato-confessioni religiose, si rivela di alta rilevanza amministrativa.

Quel gesto apriva una breccia normativa che permetteva al pentecostalismo — fino ad allora privo di status pienamente riconosciuto e spesso colpito sulla base della legislazione fascista sui culti ammessi — di affacciarsi sulla scena pubblica come interlocutore religioso. Gigliotti non agiva da semplice emissario ecclesiastico: utilizzava relazioni e canali istituzionali consolidati negli Stati Uniti per orientare, in anticipo, l’assetto giuridico che avrebbe favorito la successiva organizzazione pentecostale italiana. In un’Italia ancora in bilico tra incertezza politica, influenza alleata e ricostruzione amministrativa, tale intervento assumeva una portata strategica.

Nel 1946, quest’azione si ampliò ulteriormente. Come membro dell’American Committee for Religious Freedom in Italy — presieduto da Charles W. Fama, figura a sua volta meritevole di specifico approfondimento documentario — e su incarico anche del National Committee of Americans for Religious Emancipation, presieduto dal senatore Olin D. Johnston, Gigliotti redasse una memoria ufficiale in difesa dei pentecostali italiani. Tale documento, corredato da una sua lettera personale indirizzata all’ambasciatore Alberto Tarchiani, fu riprodotto e distribuito in una tiratura molto ampia, stimata secondo alcune addirittura fonti in diversi milioni di copie: un’azione di pressione diplomatica e culturale di notevole rilievo nel campo delle minoranze religiose italiane.

Appena un anno dopo la fine della guerra, quando l’Italia negoziava la propria sovranità e tentava di ridefinire la legislazione sui culti ammessi, questo intervento costituì una vera operazione di lobbying politico-religioso. La memoria del 1946 non fu un semplice documento di tutela dei diritti; fu l’inserimento calibrato di una narrativa americana nella fragile scena politico-istituzionale italiana, funzionale alla stabilizzazione di un protestantesimo filo-occidentale e alla preparazione del terreno per l’arrivo di Henry H. Ness e la creazione delle Assemblee di Dio in Italia.

La parabola di Gigliotti, dunque, non appartiene a un capitolo marginale della storia evangelica italiana: essa ne costituisce una premessa geopolitica. Egli operò laddove la nascente libertà religiosa italiana incontrava gli interessi delle potenze alleate e dove il pentecostalismo istituzionalizzato, ancora allo stato embrionale, poteva essere modellato come attore funzionale alla nuova architettura politico-religiosa del dopoguerra.

La convergenza operativa tra Frank B. Gigliotti e Henry H. Ness rappresenta uno snodo decisivo, benché spesso rimosso o attenuato nella memoria confessionale, nel processo che condusse al riconoscimento e alla strutturazione delle Assemblee di Dio in Italia. La loro collaborazione non fu un semplice sodalizio contingente, ma l’espressione di una convergenza documentabile tra reti protestanti filoamericane, diplomazia informale e strategia anticomunista. Ness forniva il quadro teologico e denominazionale necessario a incardinare il movimento italiano nel paradigma dispensazionalista; Gigliotti assicurava il canale giuridico, diplomatico e relazionale, muovendosi tra organismi governativi, ambienti religiosi e reti massoniche. L’effetto combinato fu una pressione culturale e politica capace di modificare gli equilibri interni del pentecostalismo italiano.

Fu proprio questa sinergia multidimensionale a conferire alle ADI la legittimazione necessaria nell’immediato dopoguerra, inserendole in un quadro che rispondeva non soltanto a esigenze ecclesiali, ma anche a priorità geopolitiche statunitensi. L’apparente dimensione religiosa dell’operazione costituì, in realtà, anche un tassello della più ampia strategia atlantica volta a incanalare il pentecostalismo italiano in un alveo teologico-politico funzionale alla lotta contro il comunismo e all’espansione del modello culturale statunitense nel Mediterraneo.

L’influenza esercitata da Gigliotti oltrepassò l’ambito ecclesiale e si proiettò nelle zone più riservate della massoneria italiana e internazionale. Secondo alcune ricostruzioni storiche e parlamentari, Gigliotti ebbe un ruolo significativo nei circuiti che favorirono la crescita di ambienti massonici anticomunisti poi entrati, in forme diverse, nella storia della loggia Propaganda Due (P2). Su questo terreno occorre mantenere insieme rigore e coraggio: non tutte le ricostruzioni possiedono il medesimo grado di certezza, ma il tema è troppo documentato e troppo rilevante per essere rimosso. Il rapporto tra anticomunismo, massoneria, apparati statunitensi e politica italiana appartiene alla storia profonda della Repubblica; ignorarlo significherebbe amputare il contesto nel quale anche le vicende religiose minori furono collocate.

Numerose indagini storiche e parlamentari attestano che sin dagli anni Cinquanta l’apparato statunitense guardò alla costruzione di reti anticomuniste italiane come a un fronte decisivo della Guerra fredda. In questo scenario la massoneria, il mondo associativo, alcune reti religiose e il sistema dell’informazione potevano costituire canali di penetrazione e influenza. Durante l’amministrazione Nixon, il sostegno statunitense a programmi di contenimento e destabilizzazione anticomunista in Italia assunse dimensioni rilevanti, secondo ricostruzioni storiche e documentarie che richiedono comunque valutazione puntuale caso per caso. In tale dispositivo, la religione — e in particolare un pentecostalismo ormai istituzionalizzato e filoamericano — non fu necessariamente un apparato operativo in senso tecnico, ma poté funzionare come vettore culturale: capace di permeare le classi popolari, influenzare il linguaggio morale e conferire una patina spirituale alla strategia geopolitica atlantica.

Gigliotti operò dunque con una duplice vocazione: da un lato agente politico-religioso che reinterpretava l’evangelicalismo in chiave atlantista; dall’altro uomo di reti riservate, capace di muoversi tra diplomazia, massoneria e ambienti religiosi. Il suo operato, tanto discreto quanto incisivo, contribuì a definire l’ossatura di un sistema nel quale l’apparente molteplicità degli attori non impediva la convergenza verso un medesimo obiettivo storico: contenere il comunismo e consolidare l’orientamento occidentale dell’Italia.

L’intervista concessa da Licio Gelli ad Alessandro Iovino merita attenzione per il suo valore documentario e simbolico, soprattutto in rapporto al modo in cui una figura centrale della vicenda P2 venne interrogata e rappresentata in un contesto editoriale evangelico. Nel 2009 Iovino domandò all’ex maestro venerabile della loggia P2:

«Quale è il merito maggiore della P2?».

 

Un interrogativo che non assume la forma di una contestazione giornalistica serrata, ma di una domanda formulata in modo neutro a una delle figure più controverse della storia repubblicana. La risposta di Gelli — «gli italiani dovrebbero ringraziare la P2: ha fatto in modo di non fare andare i comunisti al potere» — è certamente sconcertante; ma ancor più significativo è l’assenza di qualsiasi obiezione, contestazione o presa di distanza da parte dell’intervistatore, lasciando emergere una criticità giornalistica: l’assenza, almeno in quel passaggio, di una contestazione esplicita rispetto alla rappresentazione autoassolutoria offerta da Gelli.

A rendere l’episodio ancor più meritevole di studio è la dinamica stessa che lo rese possibile. Licio Gelli, figura centrale e controversa della storia repubblicana, non era un interlocutore ordinariamente accessibile. Che un giovane autore di area evangelica sia riuscito a ottenere un colloquio diretto con lui costituisce un dato di interesse storico e giornalistico, non perché autorizzi congetture personali sull’intervistatore, ma perché impone di interrogarsi sul modo in cui il potere, anche quando screditato e compromesso, continua a gestire la propria rappresentazione pubblica.

Il punto, dunque, non riguarda l’attribuzione di appartenenze, complicità o prossimità indebite, che qui non vengono affermate. Riguarda esclusivamente il profilo giornalistico dell’intervista. La domanda rivolta a Gelli — «Quale è il merito maggiore della P2?» — appare formulata, almeno in quel passaggio, in termini non apertamente contestativi. La risposta autoassolutoria dell’ex maestro venerabile, secondo cui gli italiani avrebbero dovuto ringraziare la P2 perché avrebbe impedito ai comunisti di andare al potere, avrebbe richiesto una contestazione immediata, o quantomeno una più esplicita problematizzazione critica. La sua assenza costituisce un dato giornalisticamente e civilmente rilevante.

Questa circostanza merita quindi di essere esaminata come episodio di memoria pubblica, rappresentazione giornalistica e rapporto tra ambienti evangelici e narrazione del potere. Non si tratta di formulare accuse personali, ma di osservare un fatto: in quell’intervista, una delle figure più controverse della storia repubblicana poté esporre una lettura autoassolutoria della P2 senza che, almeno nel passaggio richiamato, emergesse una contestazione serrata. La successiva rielaborazione del tema in forma monografica dedicata a Gelli non elimina gli interrogativi sollevati da quell’intervista, ma li ricolloca in un quadro più ampio di memoria, rappresentazione e giudizio storico.

Commissione parlamentare d’Inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Cambiando completamente piano di analisi, ma rimanendo sulla figura di Frank B. Gigliotti, merita attenzione il viaggio che questi compì in Sicilia insieme a Charles Fama nei giorni immediatamente precedenti la strage di Portella della Ginestra del 1º maggio 1947. Ad accompagnarli vi era Umberto N. Gorietti, che di lì a pochi mesi sarebbe divenuto il primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia.

Il dato va assunto con rigore metodologico. La sua collocazione cronologica lo rende rilevante sul piano storiografico, ma non consente, in assenza di documentazione specifica, di trasformarlo in prova di un rapporto diretto con la strage. La questione non riguarda dunque l’attribuzione di responsabilità, bensì la ricostruzione delle presenze, degli spostamenti e delle relazioni che precedettero la riorganizzazione del pentecostalismo italiano nel secondo dopoguerra.

In questa prospettiva, il viaggio siciliano di Gigliotti, Fama e Gorietti costituisce un elemento di contesto, non una conclusione accusatoria. Esso consente di osservare la mobilità di alcune figure religiose e para-diplomatiche nell’Italia del dopoguerra, dentro un quadro segnato dalla transizione politica, dalla competizione anticomunista, dalla ridefinizione degli equilibri confessionali e dalla crescente proiezione statunitense nello spazio religioso italiano. Il suo rilievo consiste precisamente in questo: mostrare come alcuni protagonisti della successiva riorganizzazione denominazionale si muovessero entro una trama di relazioni più ampia del solo perimetro ecclesiastico.

È inoltre significativo che il convegno del 1947, destinato a sancire la nascita delle Assemblee di Dio in Italia, inizialmente previsto in Sicilia, si tenne poi a Napoli. La chiesa valdese di Via Duomo 275 ospitò i conduttori pentecostali dal 16 al 18 agosto, e il convegno fu presieduto da Henry H. Ness. Anche questo dato va letto con misura: non come prova di un rapporto diretto tra eventi distinti, ma come indicatore della centralità assunta da Napoli e dai suoi interlocutori nella fase costitutiva della nuova denominazione.

Non meno rilevante è la corrispondenza incrociata fra Gigliotti, Ness e il quartier generale delle Assemblies of God statunitensi, già richiamata nel § 3.2: documentazione epistolare parziale, pubblicata nel volume Il risveglio pentecostale: dalla semplicità dell’Evangelo alla complessità dell’organizzazione e analizzata da Patrizia Nicandro.

Tali scambi suggeriscono che la nascita delle ADI non possa essere ricondotta esclusivamente a una maturazione spontanea del pentecostalismo italiano, ma debba essere letta anche come processo di riorganizzazione sociale e religiosa, orientato anche da un modello confessionale statunitense e collocato nel più ampio quadro geopolitico del dopoguerra. Tale impianto contribuì a incidere sulla struttura, sull’identità e sulle alleanze teologiche del movimento, collocandolo progressivamente entro un orizzonte culturale e relazionale compatibile con il blocco atlantico.

In questa prospettiva, Frank B. Gigliotti non può essere ridotto a semplice figura religiosa. Va piuttosto studiato come figura di raccordo entro una rete di relazioni nella quale missione protestante, anticomunismo, diplomazia informale, interessi confessionali e proiezione culturale statunitense tendevano a sovrapporsi. Il suo operato, considerato nella sua complessità documentaria, getta una luce significativa sulle origini delle ADI, mostrando implicazioni politiche, religiose e culturali che oltrepassavano il solo perimetro della spiritualità ecclesiale e si iscrivevano nella più vasta riconfigurazione dell’Italia del dopoguerra.

Dalla pagina di The Pentecostal Evangel – organo ufficiale delle Assemblee di Dio statunitensi -, del 24 maggio 1947 p.7 emergono due fatti:

  • Il primo è che già nel 1947 alcune fonti pentecostali statunitensi collegavano la circolare Buffarini-Guidi anche all’influenza esercitata dal Vaticano sul Ministero dell’Interno. Il Vaticano, quale autorità religiosa preminente nell’Italia del tempo, esercitò secondo diverse ricostruzioni una significativa influenza sul governo italiano nella gestione restrittiva delle minoranze religiose, incluso il movimento pentecostale, percepito come minaccia alla sua egemonia religiosa nel Paese. A conferma della delicatezza di questo quadro, l’8 agosto 1947 Henry Ness si incontrò con Papa Pio XII. Nelle fonti dell’epoca tale incontro viene collegato a un successivo mutamento del clima istituzionale verso i pentecostali, soprattutto nelle grandi città. Sebbene le discriminazioni contro i pentecostali continuassero per alcuni anni in alcune aree rurali, nelle grandi città il clima sembrò mutare rapidamente.
  • Il secondo dato riguarda il 9 aprile 1947, quando Frank B. Gigliotti, insieme a Charles Fama, U. N. Gorietti e un altro pastore romano — con ogni probabilità R. Bracco — si recò in Sicilia, toccando le città di Palermo, Trapani e Agrigento, con il dichiarato intento di sostenere e rafforzare la causa dei pentecostali locali. Formalmente, la missione appare riconducibile a un’attività di natura ecclesiale; tuttavia essa si colloca in un arco temporale molto vicino a uno degli snodi più controversi del dopoguerra italiano: i contatti attribuiti allo stesso Gigliotti con Salvatore Giuliano, celebre bandito siciliano, in un periodo comunque anteriore alla strage di Portella della Ginestra, consumatasi il 1º maggio dello stesso anno. È precisamente in questo contesto che emergono elementi storici meritevoli di ulteriore verifica. Secondo testimonianze parlamentari rese dall’onorevole Luigi Cipriani nel 1991, nell’ambito delle discussioni sull’operazione Gladio, e richiamate nella fonte indicata, risulterebbe che Gigliotti, insieme a Scamporino, Corvo e Poletti, sia stato indicato tra coloro che avrebbero fornito armamenti alla banda Giuliano (cfr. P. Nicandro, op. cit., nota 76, p. 242). La natura di tali ricostruzioni impone cautela, poiché esse riguardano ambiti segnati da segretezza, testimonianze indirette e successiva elaborazione parlamentare o giornalistica. Proprio per questo, il dato non può essere trasformato in conclusione definitiva; ma, per la fonte da cui proviene e per il quadro storico nel quale si inserisce, non può neppure essere liquidato come irrilevante.
    Un ulteriore dettaglio meritevole di attenzione è rappresentato dalla presenza, durante quella missione siciliana, di una scorta armata composta da militari statunitensi, secondo la ricostruzione richiamata dalla fonte disponibile equipaggiati con mitragliatrici. Il dato non autorizza conclusioni automatiche; ma per quale motivo una missione presentata come ordinaria attività di sostegno religioso avrebbe dovuto richiedere una simile protezione? La domanda è legittima, purché resti nel suo statuto proprio: non accusa, ma problema storico.
    A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di rilievo. Secondo fonti storiografiche, nel corso di un colloquio avvenuto a Washington nel 1947 con Giuseppe Saragat, Gigliotti avrebbe riferito di aver incontrato Giuliano e avrebbe espresso favore verso l’uso dell’illegalità e della violenza contro i comunisti in Sicilia. Anche questo dato richiede verifica nel suo esatto contenuto, nella sua catena documentaria e nel contesto politico in cui fu pronunciato o riferito; tuttavia, se confermato nei termini indicati dalle fonti, imporrebbe una rilettura critica del clima precedente alla strage di Portella della Ginestra. Una tale ricostruzione, proprio perché fondata su elementi che richiedono vaglio documentario, non consente di formulare nessi causali definitivi tra missione religiosa, contatti politico-militari, banda Giuliano e strage di Portella della Ginestra. Consente però di affermare un punto più circoscritto e storiograficamente rilevante: la vicinanza cronologica, geografica e relazionale tra missione ecclesiale, interlocuzioni attribuite a Gigliotti, tensioni anticomuniste e scenario siciliano del 1947 non può essere trattata come un dettaglio marginale. Essa colloca quel viaggio dentro uno dei teatri più sensibili del dopoguerra mediterraneo e merita, per questo, ulteriore indagine.
  • Una ricostruzione reperibile online propone di collocare la strage di Portella della Ginestra dentro un quadro più ampio di relazioni internazionali, criminalità organizzata e strategia anticomunista. Tale lettura va trattata come ipotesi interpretativa da confrontare con fonti parlamentari, giudiziarie e storiografiche. Ma il punto centrale resta: il viaggio siciliano di Gigliotti, Fama e Gorietti non può più essere archiviato come dettaglio marginale di cronaca religiosa. Nel contesto del 1947, esso appare come frammento di una storia più profonda, nella quale libertà religiosa, anticomunismo, influenza statunitense, reti locali e riorganizzazione pentecostale si toccarono in modo troppo ravvicinato per essere separati con innocenza.
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

4. Il tradimento delle radici teologiche e storiche

La narrazione che presenta le Assemblee di Dio in Italia (ADI) come la naturale continuazione del pentecostalismo italiano delle origini è una distorsione storica e teologica, che travisa non solo i fatti, ma anche le fondamenta dottrinali del movimento.

4.1. Il pentecostalismo delle origini: radici di tipo riformate, non arminiane

Il pentecostalismo italiano delle origini affonda le sue radici in una visione della salvezza interamente dipendente dalla grazia sovrana, estranea all’arminianismo wesleyano che caratterizzò altri rami del movimento pentecostale giunti successivamente in Italia. Le prime comunità, sorte dalla Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago, professavano l’elezione incondizionata, la centralità di Cristo e la totale sufficienza del sacrificio del Calvario, in piena continuità con la tradizione riformata da cui provenivano.

Tale orientamento teologico fu trasmesso ai pionieri italiani – tra cui Luigi Francescon, Giacomo Lombardi e Pietro Ottolini – attraverso due figure decisive della loro formazione cristiana: il pastore Filippo Grill (1861-1939), loro guida spirituale nell’ambiente presbiteriano italiano di Chicago, e William H. Durham (1873–1912), pastore battista riformato della medesima città, promotore della dottrina dell’Opera Compiuta sul Calvario (Finished Work of Calvary) che li istruì e li formò nella dottrina pentecostale. In contrapposizione al perfezionismo metodista, Durham insegnava che:

  • la rigenerazione è frutto esclusivo della grazia;
  • la salvezza, in tutte le sue fasi, è già compiuta nell’opera di Cristo;
  • il battesimo nello Spirito Santo, posteriore alla nuova nascita, è dono gratuito e non condizione per la perfezione;
  • la vita cristiana è radicata nella sovranità di Dio e nella perseveranza dei santi.

I pionieri italiani non aderivano a un sistema teologico astratto, né si lasciavano sedurre da dispute speculative; al contrario, accoglievano con semplicità e riverenza ciò che ritenevano chiaramente attestato dalle Sacre Scritture: una salvezza come opera esclusiva di Dio, compiuta in Cristo e ricevuta mediante la fede. Provenienti da una Chiesa che aveva interiorizzato gli articoli confessionali della Riforma, e formati da un ministero che esaltava la croce quale compimento del disegno redentivo, essi fondavano la propria fede sui principi della sola gratia, sola fide, solus Christus, rigettando con fermezza ogni concezione sinergistica della salvezza. Tale impostazione dottrinale, che rifletteva il patrimonio della Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago e il lascito biblico dei valdesi, trovò conferma e vigore nell’insegnamento ricevuto da William H. Durham presso la North Avenue Mission di Chicago, dove fu ribadito che la santificazione non costituisce una «seconda benedizione» successiva alla rigenerazione, bensì un processo spirituale continuo, radicato nell’opera compiuta di Cristo al Calvario.[1]

Ne è testimonianza l’innologia pentecostale dei primi decenni, intrisa di riferimenti all’elezione sovrana, alla grazia gratuita e alla perseveranza dei redenti: inni che, pur nella loro semplicità, trasudano un’intensa consapevolezza della signoria dell’Agnello. Né si tratta di un’eredità isolata o marginale: basti considerare la Congregação Cristã no Brasil, fondata nel 1910 da Luigi Francescon e da altri pionieri italiani provenienti dalla missione di Chicago. Questa comunità, che oggi annovera oltre due milioni e mezzo di membri, rappresenta la più numerosa denominazione pentecostale del Brasile e conserva, sin dalle origini, una soteriologia intrisa di motivi riformati: vi si ravvisa l’enfasi sulla grazia sovrana di Dio, la rigenerazione operata mediante la Parola e la santificazione intesa non come crisi esperienziale successiva alla conversione, ma quale frutto progressivo dell’opera compiuta da Cristo. Sul piano escatologico, essa si è mantenuta estranea al dispensazionalismo di matrice darbysta, professando un premillenarismo storico che rigetta tanto la dottrina del rapimento segreto pre-tribolazione quanto l’idea di una distinzione escatologica tra Israele e la Chiesa, affermando invece l’unità del popolo redento nell’attesa del ritorno glorioso del Signore.[2]

Il loro pentecostalismo:

  • non fu una rottura con la teologia riformata, ma il suo naturale prolungamento spirituale;
  • vide nel battesimo nello Spirito Santo una sovrana effusione della grazia, non un mezzo per il perfezionamento etico;
  • resistette a ogni tentazione antropocentrica, riaffermando la gratuità dell’opera divina.

Come già osservato altrove, il pentecostalismo italiano delle origini custodiva una visione alta della salvezza, centrata su Dio e sulla sua iniziativa redentrice. Questo fondamento teologico ne garantì l’autenticità e ne preservò l’integrità, almeno fino all’ingresso di influenze confessionali eterogenee e interessi politici estranei alla sua matrice spirituale.

4.2. L’infiltrazione arminiana e dispensazionalista: Henry H. Ness e Francesco Toppi

Con l’arrivo in Italia di Henry H. Ness (1946–1948) e la successiva (de)formazione teologica di Francesco Toppi presso quello che allora si chiamava International Bible Training Institute (IBTI) di Sussex — un’istituzione sorta su una proprietà appartenuta alle forze armate canadesi durante la Seconda guerra mondiale e la cui direzione fu affidata a Frederick Squire, anch’egli figura collegata a logge massoniche anglosassoni e circuiti filosionisti e amico di Henry H. Ness — il pentecostalismo italiano delle origini subì una metamorfosi radicale, tanto nella struttura quanto nella dottrina. Toppi, ancora giovane e teologicamente immaturo, fu prontamente assorbito dall’ambiente ideologico dell’IBTI, venendo plasmato in funzione di un progetto che mirava a ristrutturare il pentecostalismo italiano secondo modelli funzionali al disegno geopolitico del blocco atlantico. Sotto la sua guida, la tradizione riformata e cristocentrica dei pionieri del pentecostalismo italiano venne gradualmente soppiantata da una teologia estranea, fondata su due pilastri: l’arminianismo, con la sua visione sinergica della salvezza, e il dispensazionalismo, una dottrina moderna, artificiosa, sistematizzata nel XIX secolo da John Nelson Darby (1800–1882), figura teologica quanto mai controversa.

Darby, fondatore del movimento dei Fratelli di Plymouth, era erede di una nobile famiglia irlandese proprietaria di Leap Castle, un maniero noto per le sue oscure vicende storiche e la sua fama sinistra. In quel luogo, tra i più infestati d’Irlanda secondo numerose cronache locali e ispezioni archeologiche, furono ritrovati numerosi scheletri murati in un’intercapedine segreta, accompagnati da strumenti di tortura e simboli esoterici. Benché non esistano prove dirette che John Nelson Darby fosse implicato in pratiche spiritiche legate all’oscura vicenda del castello di famiglia, è innegabile che la sua teologia sia maturata in un ambiente intriso di suggestioni esoteriche, segnato da un millenarismo anglosassone ad alta tensione escatologica, animato da fermenti revivalistici di tono enfatico e da una lettura della storia sacra in chiave simbolica e profetica. In quello stesso clima prendevano forma il proto-sionismo teologico e il sionismo politico europeo, destinati a confluire nel progetto della restaurazione nazionale e territoriale dello Stato d’Israele nel 1948. Ne scaturì così un sistema teologico “sincretico”, germinato entro un contesto storico e familiare pervaso da un immaginario esoterico e funereo. E se, come ammonisce la Scrittura, l’albero si riconosce dai frutti (Mt 7:16) e ogni dottrina dev’essere vagliata alla sua fonte (1Gv 4:1), è lecito domandarsi se tale schema escatologico discenda da autentica rivelazione divina o piuttosto dall’humus spiritico che lo nutriva.

La dottrina delle due fasi del ritorno di Cristo — rapimento segreto della Chiesa prima della tribolazione, e ritorno visibile per instaurare il Regno — non trova alcun fondamento nei testi patristici, nella scolastica, né nella Riforma protestante. È un’invenzione moderna. La sua rapida diffusione fu favorita non da una superiore coerenza esegetica, ma dal sostegno editoriale, teologico e finanziario di reti anglo-americane legate ai circoli bancari ashkenaziti, che ne colsero il valore politico: trasformare l’escatologia in uno strumento per legittimare il progetto sionista, presentando la restaurazione dello Stato d’Israele come condizione necessaria al compimento delle profezie bibliche con la costruzione del «Terzo Tempio».

Francesco Toppi, formato in questo clima, divenne inconsapevolmente promotore di una teologia eterodiretta, che frammentava il disegno unitario della redenzione e contraddiceva la rivelazione biblica secondo cui vi è un solo popolo eletto: quello della fede nel Messia-Redentore (Ab 2:4; Ro 1:17; Ga 3:7–9; Eb 10:38). Il dispensazionalismo, infatti, introduce una dicotomia estranea alla Scrittura, affermando l’esistenza di due popoli eletti — Israele e la Chiesa — con due piani salvifici separati. Così, le promesse dell’Antico Patto non risultano adempiute in Cristo e nella Chiesa, ma proiettate su un futuro Israele etnico, restaurato politicamente e territorialmente. Una tale impostazione nega implicitamente l’identità dell’Israele spirituale (Ro 9:6–8; Ga 6:16), disconosce il compimento cristologico delle promesse (2Co 1:20) e svuota la Chiesa della sua eredità escatologica, attribuendola a un’etnia anziché alla fede. È una teologia della separazione, non dell’adempimento; della dicotomia, non della pienezza; dell’attesa terrena, non della speranza celeste.

Si generò così un cortocircuito dottrinale: da un lato, si professava la continuità dei doni spirituali; dall’altro, si adottava una visione escatologica che li considerava estinti. Questo paradosso rivelava il carattere imposto, non organico, di quella trasformazione teologica, il cui vero scopo era ideologico e geopolitico, non biblico né spirituale.

In conclusione, il cuore del tradimento risiedette non soltanto nell’introduzione di categorie soteriologiche antropocentriche – spostando l’attenzione sul libero arbitrio, un principio massonico e antibiblico, ma nella sottomissione dell’escatologia cristiana a un progetto politico, in cui la speranza del ritorno del Cristo fu sostituita da un programma etno-territoriale, in funzione di un’alleanza strategica tra evangelismo americano e sionismo israeliano. Le Assemblee di Dio in Italia, nella misura in cui accolsero questa visione, divennero — pur forse inconsapevolmente — strumento di un piano teologico-politico di matrice straniera, lontano dallo spirito dei pionieri pentecostali italiani, i quali attendevano il ritorno di Cristo e il regno di Dio dopo la manifestazione dell’anticristo e non la restaurazione etnica di Israele.

4.3. Il caso Dayton: la prova del rinnegamento teologico

La consumazione finale del tradimento teologico si è compiuta nel 2023 con la pubblicazione, a cura delle Assemblee di Dio in Italia, del volume «Le radici teologiche del Movimento Pentecostale» di Donald W. Dayton (Theological Roots of Pentecostalism, 1987). Un volume che non sfiora nemmeno le radici teologiche del pentecostalismo italiano. Un volume che parla di tutt’altro.

Quest’atto editoriale, soltanto in apparenza accademico, segna una svolta ideologica e sancisce la legittimazione di una palese aberrazione storiografica. Dayton, esponente del pensiero holiness e vicino al metodismo radicale, propone un modello genealogico del pentecostalismo integralmente incentrato sulla dottrina wesleyana della santificazione perfetta (entire sanctification) e su un battesimo nello Spirito santo concepito come “terza benedizione” — una visione inconciliabile persino con la pneumatologia storica delle ADI, almeno fino ai tempi della presidenza di Francesco Toppi.

Secondo Dayton, le origini del pentecostalismo andrebbero rintracciate unicamente all’interno del movimento holiness ottocentesco, senza alcun contributo della tradizione battista riformata, della soteriologia calvinista o del cristianesimo restaurazionista. Una tesi non solo parziale, ma — come attestato da studiosi di primo piano quali Allan Anderson, William W. Menzies, Cheryl Bridges Johns, Amos Yong, Edith Blumhofer, Grant Wacker, Darrin Rodgers e Daniel Ramirez — anche teologicamente fallace e storiograficamente fuorviante.[3]

Emblematica, a tal riguardo, è l’assenza totale di riferimenti a William H. Durham — pastore battista riformato e primo teologo pentecostale a formulare la dottrina della Finished Work of Calvary, reinterpretando la soteriologia classica della Riforma in chiave anti-holiness. Tale omissione, tutt’altro che casuale, è frutto di una scelta metodologica deliberata, volta a escludere ogni genealogia alternativa al paradigma wesleyano.

Proprio attorno alla teologia dell’ Opera perfetta e completa di Cristo compiuta sulla Croce elaborata da Durham si coagulò il ramo pentecostale da cui discende direttamente il movimento italiano: un ramo distinto, profondamente radicato nella fede riformata e sviluppatosi nel grembo della Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago. Luigi Francescon, Pietro Ottolini, Giacomo Lombardi e gli altri pionieri non aderivano in alcun modo alla second blessing theology wesleyana: al contrario, la rigettavano in quanto incompatibile con la grazia sovrana e gratuita dell’opera redentrice del Calvario. E, per amor di verità, la rigettavano fino a pochi decenni or sono anche le stesse Assemblee di Dio in Italia, al contrario della «Chiesa di Dio in Italia», che sì, è di matrice holiness.

La pubblicazione italiana del volume di Dayton assume così i contorni di una riscrittura ideologica retroattiva, funzionale a legittimare ex post la progressiva deriva arminiana e holiness delle ADI, in palese rottura con le proprie autentiche radici fondative. Una rottura che ha generato ciò che altrove abbiamo definito «Pentecostalismo OGM» : una creatura teologica ibrida e adulterata, costruita a posteriori, che ha reciso ogni legame con la matrice riformata e autoctona da cui germogliò il vero pentecostalismo italiano.

La prefazione all’edizione italiana redatta da Salvatore Cusumano, conferma la natura apologetica dell’operazione. In essa non si ravvisa alcuna presa di distanza critica dai limiti metodologici e contenutistici dell’impianto genealogico di Dayton — né sotto il profilo storico, né sotto quello teologico, né tanto meno in ottica interculturale. Al contrario, con tono sobrio e apparentemente neutrale, si insinua l’idea di una presunta continuità tra l’eredità wesleyana e il pentecostalismo italiano, senza menzionare nemmeno una volta la dottrina della Finished Work, il rigetto storico del dispensazionalismo cessazionista, o il contesto pluralista in cui si svilupparono le prime comunità italiane in Nord America. L’opera viene definita «contributo specialistico», ignorando volutamente che la sua tesi è oggi ampiamente superata dalla storiografia più autorevole e globalmente informata.

Ci troviamo dinanzi a una vera e propria mistificazione editoriale — l’ennesima — che, oltre a violare la verità storica, produce un danno teologico e identitario irreparabile se non adeguatamente contrastato. Ed è per questo che questo articolo (non escludo di scriverci un libro) non si propone come opinione tra le tante, ma come necessità intellettuale ed ecclesiale.

Il paradosso si acuisce se si considera che tale volume è stato pubblicato non dalla «Chiesa di Dio in Italia» wesleyana che ne aveva tutto l’interesse, ma proprio da un movimento — le ADI — le cui autentiche origini sono profondamente ancorate alla diaspora evangelica italiana di Chicago, nella tradizione presbiteriana e nella teologia dell’opera compiuta. Tutti temi che risultano totalmente ignorate, se non deliberatamente cancellate, dal modello storiografico proposto da Dayton. In tal modo, le Assemblee di Dio in Italia finiscono per promuovere una genealogia che le esclude, e che — proprio attraverso le sue omissioni — contribuisce a recidere le proprie stesse radici. Un clamoroso caso di auto-espropriazione identitaria, reso possibile soltanto da un oblio deliberato della verità storica.

Alla luce di ciò, la decisione delle ADI di pubblicare nel 2023 un’opera come quella di Dayton — che nega le origini dottrinali e le radici riformate del pentecostalismo italiano — non può essere considerata una semplice iniziativa culturale. È un atto di clamorosa diserzione identitaria, un tradimento cosciente e deliberato, compiuto con piena consapevolezza. Non si tratta più di ignoranza, ma di adesione convinta a un processo di riscrittura della storia, funzionale al riallineamento del pentecostalismo italiano su coordinate arminiane e antropocentriche. Un pentecostalismo che, nel nome di una presunta eredità holiness, si rende compatibile con i dettami ideologici del mondo contemporaneo, rinnegando in modo sistematico la visione cristocentrica, biblica e riformata che aveva animato i suoi fondatori.

Pubblicare Dayton nel 2023 non significa «studiare le radici del pentecostalismo»: significa innestare nel corpo ecclesiale italiano una narrazione costruita ad arte, ideologicamente orientata, teologicamente fallace e storiograficamente mistificatoria. È un gesto che consacra il distacco definitivo dalle radici riformate del movimento, e che dimostra come il disegno inaugurato da Henry Ness e Frank Gigliotti — volto a colonizzare il pentecostalismo italiano mediante categorie teologiche americane e interessi geopolitici atlantici e filosionisti — sia ormai giunto a piena maturazione.

4.4. La rimozione simbolica di L. Francescon e P. Ottolini

Un atto particolarmente grave di omissione memoriale segna il tradimento teologico e storico perpetrato dalle Assemblee di Dio in Italia (ADI). Alla morte di Luigi Francescon, avvenuta il 7 settembre 1964 a Oak Park (Illinois) all’età di 98 anni, e di Pietro Ottolini, deceduto nel 1962 a St. Louis (Missouri) all’età di 93 anni, l’organo ufficiale delle ADI, Il Risveglio Pentecostale, non pubblicò alcuna notizia, necrologio o commemorazione. Questo silenzio non fu una semplice disattenzione editoriale, ma un gesto deliberato, una forma di damnatio memoriae nei confronti dei due principali pionieri del pentecostalismo italiano.

Francescon e Ottolini non furono mere figure di contorno, ma architravi spirituali e storici del risveglio pentecostale italiano, protagonisti di un’opera che non solo darà origine al petnecostalismo in Italia (unico al mondo ad essere autoctono) e tra gli italiani negli Stati Uniti ma si spingerà fino al Sud America (Argentina e Brasile). Il silenzio editoriale delle ADI non può essere spiegato come una svista o una lacuna comunicativa: esso si configura come un atto lucido, volontario, programmatico. Una rimozione ideologica e simbolica, volta a estirpare ogni legame con il pentecostalismo riformato, indipendente e sovrano delle origini, per sostituirlo con una narrazione confessionale artificiosa, costruita a posteriori secondo dettami teologici eterodiretti.

Francescon e Ottolini furono padri fondatori di un movimento animato da fervore evangelico, estraneo alla logica denominazionale, radicato nella grazia sovrana e nella libertà dello Spirito, avverso a ogni forma di clericalismo o compromesso ideologico. Proprio per questo, la loro memoria risultava inconciliabile con l’identità che le ADI vollero forgiare sotto l’influenza arminiana, dispensazionalista e filo-sionista promossa da Henry H. Ness fin dalla loro fondazione.

Tale damnatio memoriae non rappresenta dunque un semplice torto personale, ma costituisce una cesura irreversibile sul piano teologico, ecclesiologico e memoriale. Il silenzio ufficiale su Francescon e Ottolini è il segno tangibile della volontà delle Assemblee di Dio in Italia fondate da H. Ness di recidere radicalmente le radici dal pentecostalismo originario, per poter costruire una nuova identità conforme agli interessi politici e confessionali del blocco atlantico. Come ammoniva Tacito: “Oblivione saeviorem memoriam esse” – «Talvolta, il ricordo è più crudele dell’oblio». Ma in questo caso, l’oblio stesso fu lo strumento del dominio: non si volle ricordare, perché ricordare avrebbe significato confessare il tradimento.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, forse resosi conto dell’inganno e mosso da un tardivo impulso di ravvedimento, Francesco Toppi — storico presidente delle ADI — tentò un’opera di recupero memoriale, dedicando monografie e articoli ai pionieri del risveglio pentecostale italiano, pubblicati sulla rivista Cristiani Oggi, allora in formato quindicinale. In quelle pagine traspariva l’intenzione di riallacciare il movimento italiano alle sue autentiche radici, anteriori all’infiltrazione teologica e geopolitica delle Assemblies of God americane, compromesse con ambienti massonici, atlantisti e sionisti. Tuttavia, quel tentativo, per quanto lodevole, giungeva troppo tardi per risanare una frattura ormai storicamente, strutturalmente e teologicamente consolidata.

Per dirla con Orazio: Non omnis moriar, multaque pars mei vitabit Libitinam — «Non morirò del tutto, e gran parte di me sfuggirà a Libitina» (Odi III, 30, 6–7).

La memoria di Luigi Francescon, benché metodicamente oscurata nel discorso ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia, non poteva essere né cancellata del tutto né sbrigativamente riabilitata con un gesto editoriale isolato. L’intera impalcatura dottrinale e istituzionale delle ADI era ormai stabilmente edificata sul modello teologico, ecclesiologico e geopolitico imposto da Henry H. Ness, il quale — pur sostenuto da registi occulti e poteri esterni — operò in prima linea nella costruzione della denominazione, dettandone l’orientamento confessionale. Lo stesso Francesco Toppi, pur animato da un impulso teso a un simbolico recupero della memoria dei pionieri, si trovò a pagare il prezzo di una traiettoria già tracciata e divenuta, nei fatti, irreversibile.

Nel 2007 fu indotto alle dimissioni — secondo fonti riservate, con modalità non prive di elementi inquietanti — e gli succedette Felice Antonio Loria, il quale non esitò a riaffermare, con marcata determinazione, il legame strategico con il mondo massonico e sionista delle Assemblies of God statunitensi.

Pochi mesi dopo la sua elezione, Loria si recò in visita ufficiale in Canada, dove incontrò — tra gli altri — David Di Staulo (membro di una loggia massonica), attuale presidente delle Canadian Assemblies of God, e Davide Mortelliti, nipote di Vincenzo Federico, intorno al quale esistono documentazioni e informazioni che suggeriscono una biografia ben più complessa e opaca rispetto a quella agiografica diffusa da ADI-Media. Durante tale visita, si rinsaldò il vincolo con la diaspora italo-pentecostale d’Oltreoceano. Il viaggio proseguì negli Stati Uniti, culminando in un incontro ufficiale presso la sede centrale delle Assemblies of God a Springfield, Missouri. La foto commemorativa e l’articolo pubblicato su Il Risveglio Pentecostale (dicembre 2008), intitolato emblematicamente «Per rinsaldare le radici spirituali», sono più eloquenti di ogni commento: si “rinsalda” ciò che era già stato saldato, ma che nel tempo si era indebolito o incrinato. Toppi aveva cercato — con gesto coraggioso ma ormai inefficace — di rompere quell’innesto artificiale, per riannodare il filo con l’originale identità del risveglio italiano e alla sua autentica identità pneumato-cristocentrica (quelli erano gli anni quando Salvatore Cusumano, docente all’BI, adottava come manuale di riferimento la Teologia sistematica del calvinista Louis Berkhof che oggi probabilmente rinnega). Loria, al contrario, sancì definitivamente la continuità con il modello imposto, sigillando il processo di americanizzazione confessionale e di colonizzazione ideologica avviato da Henry H. Ness e sostenuto, dietro le quinte, da figure come Frank B. Gigliotti.

La tardiva manovra di Toppi non fu soltanto un tentativo di risanare una frattura memoriale, ma implicitamente una confessione dell’entità del danno arrecato al pentecostalismo italiano originario. Si trattò di un’ammissione postuma dell’irreversibilità di una metamorfosi teologica e storica che aveva ormai compromesso l’identità del movimento. I tentativi successivi di riscrivere la narrazione ufficiale non hanno alterato la realtà dei fatti: la verità documentaria resiste, inalterabile, alle strategie retoriche e concilianti. La distorsione del passato non potrà mai essere del tutto sanata, soprattutto quando essa oltraggia la memoria dei veri fondatori — uomini che, con integrità, sacrificio e fedeltà, posero le basi spirituali di un risveglio che oggi sopravvive soltanto nella coscienza dei giusti o in piccole comunità domestiche, gelose della libertà dello Spirito.

L’influsso ideologico e teologico veicolato da Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti non si esaurì affatto entro i confini istituzionali delle Assemblee di Dio in Italia, ma travalicò ogni delimitazione confessionale, propagandosi come agente silenzioso di riorientamento dottrinale in tutto il panorama pentecostale nazionale. Le Assemblies of God americane, infatti, si servirono delle ADI non solo come ponte organizzativo, ma soprattutto come strumento strategico per modellare — in chiave atlantista e sionista — l’identità teologica dell’intero pentecostalismo italiano, anche di quello formalmente indipendente.

Emblematico, in tal senso, fu il ruolo esercitato dalle pubblicazioni ufficiali delle ADI — in particolare i manuali per le Scuole Domenicali — tradotti quasi integralmente dai testi delle Assemblies of God USA, che divennero, nel corso dei decenni, il principale canale di trasmissione di un pensiero teologico estraneo alle radici riformate del movimento. Molte comunità, pur non aderendo alle ADI, finirono con il nutrirsi da quelle fonti editoriali, spesso per sudditanza psicologica o mancanza di alternative, assorbendone inconsciamente l’impianto arminiano e l’escatologia darbysta. In questo modo, si diffuse un pentecostalismo teologicamente adulterato, svuotato della propria genuinità originaria, conforme a una narrazione escatologica funzionale agli interessi geopolitici statunitensi e sionisti, che concepivano la religione come strumento di penetrazione culturale e di consolidamento dell’egemonia ideologica.

Così, anche le realtà che si dichiaravano autonome dalle ADI, e spesso in disaccordo su questioni tutto sommato marginali, si ritrovarono — inconsapevolmente — lentamente colonizzate, teologicamente disinnescate e deviate dalla visione cristocentrica e biblica dei pionieri, in favore di una teologia dell’emergenza, dispensazionalista e filosionista, che reinterpretava il Vangelo secondo logiche geopolitiche estranee alla rivelazione apostolica.

In questa congiuntura storica, il pentecostalismo italiano non affiliato alle ADI — lungi dal rappresentare un’alternativa fedele al retaggio riformato e cristocentrico delle origini — appare oggi interamente assorbito dalle dinamiche ideologiche del blocco atlantico e dalle suggestioni geopolitiche del sionismo escatologico. Le sue istanze, un tempo autonome, si sono piegate a modelli dottrinali estranei, rinnegando l’eredità pneumatologica dei padri.

Nel contempo, all’interno delle stesse Assemblee di Dio in Italia, l’ala più conservatrice — che aveva timidamente tentato di proseguire l’opera di recupero memoriale avviata da Francesco Toppi — si trova oggi in una condizione di crescente marginalità, sospesa tra il desiderio di riaffermare le radici teologiche del movimento e le sempre più pressanti direttive imposte dai vertici sovranazionali. A gravare in modo particolare è l’ingerenza sistemica delle Assemblies of God statunitensi, risolute nel perseguire un riallineamento confessionale totale, perfettamente conforme alle agende strategiche del pentecostalismo globale, ormai assoggettato — nei suoi organi direttivi — a un impianto ideologico egemonico di matrice massonica e sionista.

In tale contesto, non appare casuale l’improvvisa scomparsa dalle pubblicazioni ufficiali delle ADI di quelle stesse monografie storiche dedicate ai pionieri del risveglio pentecostale italiano, redatte con cura e passione dallo stesso Francesco Toppi. Testi un tempo considerati parte integrante del patrimonio memoriale della denominazione, oggi risultano irreperibili: la casa editrice ADI-Media s.r.l. ne ha cessato silenziosamente la stampa e la distribuzione. Un gesto eloquente, che non può non essere interpretato come il sintomo di una precisa volontà di rimozione: quella di recidere, in via definitiva, ogni legame con le autentiche origini del pentecostalismo italiano, per sostituirle con una narrazione conforme al nuovo paradigma teologico imposto dai centri di potere transnazionali.

Parlo con cognizione di causa: ho personalmente conosciuto e frequentato tutti i personaggi ritratti nella foto e menzionati nell’articolo del Risveglio Pentecostale a firma di Felice Antonio Loria. Sono stato ospite nelle loro abitazioni, ho condiviso momenti conviviali, e intrattenuto conversazioni dirette — con la sola eccezione di Daniele Marra. Ricordo distintamente una cena in casa del “Pastore” Donadio: l’impressione provata in quell’occasione, per quanto legata unicamente a percezioni soggettive, fu la medesima che sperimentavo anche accanto a David Di Staulo, all’epoca ero il suo pastore associato in Canada. Mi sembrava di essere proiettato dentro una scena del film Il Padrino — un paragone, s’intende, del tutto simbolico ed emotivo.

Inoltre, ho visitato anche io tutte le sedi menzionate nell’articolo a firma di Felice A. Loria, inclusa la sede centrale delle Assemblies of God a Springfield, Missouri, perché fa parte di un itinerario turistico tradizionale della durata di un giorno intero. In quell’occasione mi fu concesso di esplorare ogni settore (uffici amministrativi di tutti i membri esecutivi, dipartimenti missioni nazionali e internazionali, archivi, servizi finanziari, casa editrice ecc.), incontrare i principali referenti e accedere agli uffici della direzione generale. In quella circostanza fui ricevuto — insieme a David Di Statulo, David Mortelliti, John Della Foiresta e Daniel Costanza, tutti più avanti di me negli anni — nell’ufficio dell’allora Sovrintendente Generale, Thomas E. Trask. Conservo, a testimonianza di quanto affermo, documentazione scritta, fotografica e audio.

Non parlo, dunque, per sentito dire. So perfettamente di cosa tratto: ne ho vissuto le dinamiche, colto la cultura interna, respirato le strategie sottese. E se oggi prendo la parola, lo faccio non per spirito di rivalsa, ma per rispetto alla verità. Una verità che conosco non solo per studio indiretto, ma anche per esperienza personale, profonda e documentata.

Risveglio Pentecostale, Organo ufficiale delle “Assemblee di Dio in Italia”, Num.12 – Anno LXII, Dicembre 2008, pag. 8

5. La memoria tradita e l’identità usurpata

Manipolare la memoria storica non è soltanto un errore interpretativo: è un atto di sovversione dell’identità collettiva. Le Assemblee di Dio in Italia non si sono limitate a reinterpretare il passato, ma ne hanno sovrascritto le coordinate fondamentali, appropriandosi indebitamente del martirio altrui per costruire una legittimazione che non possedevano. Così facendo, hanno svuotato di significato il sacrificio di coloro che pagarono con la propria libertà — e talvolta con la propria vita — la fedeltà alla grazia sovrana di Dio.

Questo tentativo di retroproiezione storica ha avuto l’effetto di recidere le radici teologiche del pentecostalismo italiano, riconfigurandone arbitrariamente l’identità dottrinale in chiave arminiana e dispensazionalista, laddove le origini erano chiaramente riformate e congregazionaliste. La falsificazione della genealogia spirituale non è solo ingannevole: è moralmente intollerabile. Ogni sacrificio autentico richiede verità. E senza verità, la memoria si trasforma in mito propagandistico.

5.1. L’appropriazione indebita della memoria pentecostale

L’articolo Novant’anni di Buffarini-Guidi, pubblicato sull’organo ufficiale delle ADI e firmato da Salvatore Cusumano, è un esempio paradigmatico di narrazione costruita per consolidare un’identità denominazionale a scapito della realtà storica. Non si tratta solo di un’omissione, ma di un’operazione ideologica: la memoria dei pentecostali perseguitati viene sovrapposta a una struttura confessionale che non esisteva all’epoca, e che anzi incarnava — e incarna tuttora — principi opposti a quelli che animavano le prime comunità pentecostali.

Le evidenze documentali parlano chiaro: i perseguitati del periodo fascista erano pentecostali indipendenti, radicati nella dottrina della grazia sovrana e formati nella tradizione della Chiesa Presbiteriana di Chicago. Rigettavano tanto l’arminianismo quanto il dispensazionalismo successivamente introdotti nelle ADI. L’attribuzione di quel sacrificio fondativo alle Assemblee di Dio in Italia è una grave mistificazione, una sovrapposizione indebita che trasforma i persecutori ideologici in eredi morali. Si tratta di un vero e proprio inganno ai danni dei pentecostali stessi come ha riconosciuto un pastore i cui antenati sono stati essi stessi conduttori pentecostali per tre generazioni.

È indispensabile affermare con chiarezza che non vi è alcuna continuità dottrinale tra i perseguitati e coloro che, successivamente, costruirono un’identità confessionale modellata su paradigmi americani, atlantisti e sionisti. Ogni appropriazione indebita della memoria è una ferita inferta alla verità e alla dignità di chi ha sofferto senza protezioni istituzionali né riconoscimenti ufficiali.

5.2. Una testimonianza cancellata: l’ombra lunga della damnatio memoriae

La manipolazione della memoria storica non si limita ad alterare il passato: essa opera una mutilazione profonda dell’identità collettiva, deformando la coscienza di una comunità e recidendo il legame vitale con le proprie origini. Nessuna realtà ecclesiale può conservare la propria integrità spirituale se tradisce la verità delle sue radici. E nessuna narrazione può dirsi redentiva se fondata sull’oblio, sulla selezione ideologica e sulla rimozione del dissenso.

I pentecostali perseguitati sotto il fascismo furono testimoni di una fede incardinata nei princìpi della Riforma: sola gratia, sola fide, solus Christus. La loro visione della salvezza, fondata sull’elezione divina, affondava le radici nella Chiesa Presbiteriana italiana di Chicago, guidata da Filippo Grill, ed era stata ulteriormente consolidata dalla predicazione di William H. Durham, da cui ricevettero il messaggio pentecostale e una pneumatologia coerente con una soteriologia monergistica e biblicamente fondata (Gv 6:44; At 13:48; 16:14). Essi non aderirono né all’arminianismo né al dispensazionalismo: la loro fede non era il frutto di costrutti filosofici, ma il risultato di una lettura semplice, reverente e coerente delle Scritture. La Bibbia era il loro unico codice, e la grazia sovrana l’unico fondamento della redenzione.

Eppure, questa identità storica e teologica fu scientemente recisa. Emblematica, in tal senso, è l’assoluta omissione — da parte de Il Risveglio Pentecostale, organo ufficiale delle ADI — di ogni menzione alla morte di Luigi Francescon (1964) e Pietro Ottolini (1962). Nessun necrologio, nessun ricordo, nessuna parola. Un silenzio assordante, che non può essere archiviato come semplice dimenticanza. Si tratta, piuttosto, di una damnatio memoriae deliberata, funzionale alla riscrittura identitaria del movimento.

5.3. Le responsabilità morali della mistificazione

Tale cancellazione non è neutra. Non solo offende la memoria di due figure fondative del pentecostalismo italiano — Luigi Francescon, apostolo delle origini, e Pietro Ottolini, evangelista infaticabile — ma rappresenta l’indizio rivelatore di una strategia sistematica: eliminare ogni traccia di un’alternativa teologica scomoda, fondata sulla grazia, sull’elezione e sulla non-denominazionalità, per consolidare una nuova identità confessionale modellata sull’arminianismo pragmatico delle Assemblies of God statunitensi e sull’ideologia dispensazionalista e sionista del secondo dopoguerra.

La rimozione di Francescon, in particolare, fu un atto di vera e propria rimozione simbolica. Ricordarlo avrebbe significato riconoscere che esisteva — alle origini — un pentecostalismo italiano non omologato, libero da apparati gerarchici, da compromessi istituzionali, da vincoli confessionali. Un pentecostalismo che non chiedeva il permesso allo Stato né alla politica ecclesiastica per proclamare tutto il consiglio di Dio (At 20:27).

La mistificazione non si limita dunque a un errore storiografico: essa rappresenta un tradimento spirituale e morale. Chi cancella deliberatamente la memoria dei padri non solo rinnega le proprie radici, ma spezza la continuità della testimonianza e deforma l’eredità ricevuta. È un’operazione ideologica, finalizzata a normalizzare ciò che era nato profetico, a istituzionalizzare ciò che era nato carismatico, a rendere compatibile col secolo ciò che era stato concepito in cielo.

Come ammoniva Seneca, «ciò che abbiamo vissuto è certo» (De brevitate vitae X, 3). Memoria praeteritorum lumen futurorum. Chi tradisce la memoria dei padri, rinuncia al diritto di parlare in nome della verità.

Non è dunque sorprendente che, a distanza di anni, lo stesso Francesco Toppi — storico presidente delle ADI (dal 1977 al 2007) — abbia lasciato trapelare una perplessità che suona oggi come una confessione implicita, quasi un pentimento tardivo. In occasione di un Convegno nazionale, riferendosi all’Intesa con lo Stato italiano siglata nel 1988, Toppi dichiarò testualmente:

Quando mi sono convertito ho cominciato a distribuire gli opuscoli per la strada. E servivo il Signore. Poi lentamente sono stato chiamato ad altri incarichi, fino a fare quelo che era una cosa, allora, molto importante. Adesso non so più se è importante: l’Intesa. Adesso non so più se è importante, perché questo ci ha messo tanti paletti che ne potevamo fare a meno, vero?

Parole semplici, eppure gravide di significato, che rivelano quanto l’Intesa — sbandierata all’epoca come un traguardo storico — avesse in realtà trasformato la testimonianza spirituale del movimento in un corpo confessionale vincolato, imprigionato e privato della libertà profetica che ne aveva contraddistinto le origini. Con la creazione delle ADI, una parte consistente del pentecostalismo italiano cedette alle seduzioni sistemiche orchestrate da Henry H. Ness, Frank Gigliotti (e non da ultimo Hermann Parli), lasciandosi irretire in un impianto giuridico confessionale che ne snaturava la vocazione originaria. In tal modo, il movimento accettò — de facto — di rinunciare alla proclamazione integrale di tutto il consiglio di Dio (At 20:27), subordinando la propria voce profetica alle esigenze di compatibilità culturale, giuridica e ideologica imposte da uno Stato progressivamente secolarizzato. Così, ciò che era nato come la Sposa di Cristo rischiò di divenire ancella del sistema.

Non meno significativa è la riflessione autobiografica con cui Toppi apre il suo intervento, rievocando il fervore iniziale della sua conversione: egli ricorda di aver distribuito liberamente opuscoli evangelistici per le strade di Roma fin dal 1945, anno della sua conversione — vale a dire prima della fondazione delle ADI (1947), prima dell’entrata in vigore della Costituzione (1 gennaio 1948), e ancor prima del riconoscimento giuridico ottenuto nel 1959. Tale affermazione smentisce implicitamente la narrazione secondo cui il riconoscimento giuridico sarebbe stato condizione necessaria per la libertà di culto: al contrario, testimonia che lo spazio pubblico per l’evangelizzazione era già accessibile, almeno nella capitale, a chiunque volesse proclamare il Vangelo con zelo e senza compromessi.

Conclusione

La verità storica costituisce la pietra angolare su cui si fonda ogni autentica giustizia. Senza di essa, il sacrificio dei primi pentecostali italiani rischia di essere svuotato del suo significato, la testimonianza perde profondità e la memoria si dissolve nella nebbia dell’ideologia. Alla luce delle fonti documentali, delle ricostruzioni storiografiche disponibili e della corrispondenza intercorsa tra Henry H. Ness, Frank B. Gigliotti e il quartier generale delle Assemblies of God statunitensi, è possibile proporre alcune conclusioni storiografiche di particolare rilievo.

  • Le Assemblee di Dio in Italia, in senso strettamente storico e giuridico, non possono essere identificate con i gruppi pentecostali colpiti dalla repressione fascista, poiché la loro costituzione formale avvenne nel 1947, dopo la circolare Buffarini-Guidi e dopo la caduta del regime. La memoria della persecuzione appartiene dunque ai credenti pentecostali e alle comunità preesistenti, non alla denominazione ADI in quanto soggetto istituzionale già costituito.
  • La loro costituzione non può essere spiegata soltanto come sviluppo organico del pentecostalismo italiano, ma va letta anche come risultato di un processo confessionale fortemente orientato da attori esterni e inserito nel quadro geopolitico del dopoguerra. Tale processo prese forma in un momento cruciale per gli assetti internazionali, nel pieno della riorganizzazione postbellica e alla vigilia della nascita dello Stato d’Israele.
  • In questo quadro si inserisce la figura di Henry H. Ness, protagonista della nuova strutturazione denominazionale e figura collocabile nell’area dell’evangelicalismo conservatore statunitense, segnata da anticomunismo, diplomazia informale, attenzione al nascente Stato d’Israele e crescente sostegno teologico-politico a Israele. L’impianto teologico arminiano e dispensazionalista veicolato dall’ambiente statunitense rappresentò una discontinuità significativa rispetto alle radici riformate e congregazionaliste del pentecostalismo italiano delle origini. Esso non sembra derivare esclusivamente da un’evoluzione teologica interna, ma anche dall’influenza di modelli dottrinali, culturali e organizzativi provenienti dall’evangelicalismo nordamericano. L’adozione del dispensazionalismo escatologico — con la sua enfasi sul rapimento segreto, sulla restaurazione di Israele e sulla rigida separazione tra Chiesa e Israele — non fu soltanto una variazione esegetica, ma contribuì a inscrivere il pentecostalismo italiano dentro un immaginario religioso coerente con l’orizzonte politico e teologico dell’evangelicalismo statunitense del dopoguerra. In questo senso, esso poté funzionare come veicolo di influenza culturale, orientamento dottrinale e legittimazione religiosa del nuovo ordine occidentale.

Di fronte a tale quadro documentario, emerge l’esigenza di distinguere con rigore tra memoria dei pentecostali perseguitati e successiva costruzione identitaria delle ADI. Onorare i veri perseguitati significa liberare quella memoria da ricostruzioni confessionali che rischiano di sovrapporre piani storici distinti: da un lato le comunità pentecostali colpite dalla repressione fascista; dall’altro la denominazione sorta nel dopoguerra dentro un contesto ecclesiale, politico e internazionale radicalmente mutato.

La verità storica e teologica dev’essere custodita nella sua integrità, senza adattarla a narrazioni apologetiche elaborate per consolidare identità istituzionali successive. Restituire onore ai testimoni della fede pentecostale delle origini significa riaffermare, con vigore e umiltà, il principio evangelico per eccellenza: «La verità vi farà liberi» (Giovanni 8:32). Una libertà che non è né politica né ideologica, ma spirituale, perché libera il cuore e l’intelletto dall’errore, riconducendoli all’unica fonte immutabile: la Parola di Dio.

La verità non ha bisogno della forza per imporsi, né dell’inganno per essere accolta. Essa non ha bisogno di violenza né di manipolazione: persuade nella misura in cui viene esposta con rigore, pazienza e trasparenza. Non si piega alle convenienze del momento, ma resta criterio di discernimento, responsabilità e libertà spirituale.

 

 

Le Assemblee di Dio in Italia, prima di commemorare i novant’anni dalla circolare Buffarini-Guidi, potrebbero trarre beneficio da un atto più silenzioso, ma infinitamente più autentico: un esame di coscienza. Talvolta, è proprio nel raccoglimento e nella sospensione della parola che le coscienze trovano il coraggio di ascoltare ciò che per anni è stato ignorato, dimenticato, rimosso.

Ci sono pagine che non si possono semplicemente voltare, né annate commemorative che possano cancellare ciò che — nel cuore di chi ha sofferto — resta inciso con la forza del silenzio non voluto, ma imposto. L’emarginazione sistematica, le etichette infamanti, le esclusioni strategiche, le cospirazioni pianificate e mai firmate… tutto ciò non accadde per caso. Vi fu una regia. E tra coloro che ne subirono le conseguenze, vi fu anche chi scrive queste righe. Allora poco più che trentenne, colpevole soltanto di amare la verità più della convenienza e di servire con coscienza libera e non addomesticata.

Un tempo, un documento — oggi da me reso pubblico — sancì una “decisione” che, a distanza di anni, persino i suoi “mandanti” hanno ammesso in via ufficiosa e privata (ma documentabile) essere stata priva di fondamento. Ma quella decisione non fu mai revocata, né mai ne furono riconosciute pubblicamente le reali motivazioni. Ed essa segnò l’inizio di un processo di esclusione silenziosa che non si fermò in Italia ma si consumò in Canada.

Eppure, nonostante tutto, ho scelto di non reagire. Ho custodito, non esibito. Ho taciuto — per rispetto. Non per paura. Per amore. Non per debolezza. Per fedeltà a una chiamata più alta, che non si piega alla logica del risentimento. Mai ho reso pubbliche le verità scomode di cui fui testimone. Mai ho cercato vendetta, né riparazione. Ho iniziato, e solo da recente, a parlare solo di storia e di dottrina, anche quando la storia ha toccato la mia carne.

È questo, forse, il vero interrogativo morale che rimane aperto. Non per me. Ma per chi oggi guida, governa, insegna e pubblicamente rappresenta. Perché chi ha visto — e non ha parlato — sa. E chi sa, ma tace, porta con sé un peso che né le commemorazioni né le celebrazioni potranno sciogliere.

Non si chiede umiliazione, né resa. Ma esiste un valore dimenticato, a cui un tempo si dava il nome di «riparazione». E non vi è onore più grande per un’istituzione che riconoscere il dolore provocato a chi, pur colpito, ha continuato a benedire. Non vi è perdono più profondo di quello che non viene chiesto per convenienza, ma che nasce da un moto di verità che finalmente vince sull’orgoglio. Quella verità che si pretende dalle istituzioni ma non si è pronti a offrire.

La memoria, per essere autentica, non può essere selettiva. E il pentecostalismo italiano — se vuole davvero riconciliarsi con le proprie radici — dovrà prima o poi confrontarsi non solo con le ombre del fascismo, ma anche con quelle prodotte al proprio interno. Ombre che non si dissolvono con la retorica, ma solo con la luce. E con la voce — anche flebile — di chi, nel profondo, sa di non aver fatto abbastanza.

Perché la verità non ha bisogno di forza per affermarsi. Essa vince senza violenza, persuade senza minaccia, e resta anche quando ogni cosa sembra averla cancellata. È questa la verità che rende liberi. Ed è questa libertà che, forse, un giorno potrà restituire al pentecostalismo italiano la dignità di un’eredità riconciliata, non costruita sul silenzio, ma sul coraggio del riconoscimento.

© Filippo Chinnici, 2025 – Tutti i diritti riservati 

Questo articolo è protetto ai sensi della Legge 22 aprile 1941, n. 633, sul diritto d’autore. Ne è consentita la ripubblicazione, anche integrale, su blog, siti e piattaforme digitali, purché il testo sia riportato fedelmente, senza modifiche, tagli, adattamenti o traduzioni, con indicazione chiara e ben visibile dell’autore, del titolo dell’articolo, della fonte originaria e del collegamento ipertestuale alla pagina originale. Restano riservati all’autore tutti gli altri diritti, compresi quelli di elaborazione, adattamento, traduzione e utilizzazione commerciale del contenuto.

 

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Note

  1. William H. Durham elaborò la dottrina del Finished Work of Calvary in opposizione alla santificazione come “seconda benedizione” del metodismo holiness. Una sintesi autorevole del suo pensiero si trova in: Durham, William H., Holiness and the Baptism with the Holy Ghost, Chicago, 1910. Ristampato in: Stanley M. Burgess (a cura di), Pentecostal and Charismatic Movements: A Reference Guide, New York: Garland Publishing, 1985. Per il recepimento di tale dottrina da parte di Luigi Francescon e il suo influsso nella formazione del pentecostalismo italo-americano e brasiliano, si veda: Francescon, Luigi, Fedele testimonianza della grazia di Dio, Chicago, 1942. Cfr. inoltre: Paul Palma, Italian American Pentecostalism and the Struggle for Religious Identity, New York: Routledge, 2019, pp. 24–28. Allan H. Anderson, To the Ends of the Earth: Pentecostalism and the Transformation of World Christianity, Oxford: Oxford University Press, 2013, pp. 93–96.
  2. I Pontos de Doutrina e da Fé que uma vez foi dada aos santos della Congregação Cristã no Brasil affermano la salvezza per grazia mediante la fede, la rigenerazione per opera della Parola e la santificazione come processo continuo. Il documento ufficiale è disponibile in: Congregação Cristã no Brasil, Pontos de Doutrina e da Fé, https://congregacaocristanobrasil.org.br/institucional/doutrina , §§ 11. Per una lettura storica e dottrinale, cfr.: Paul Freston, Evangelicals and Politics in Asia, Africa and Latin America, Cambridge: Cambridge University Press, 2001, pp. 75–76. Joel A. Ferreira, O Posicionamento Escatológico da Congregação Cristã no Brasil: Entre o Historicismo e o Premilenismo Clássico, in Revista Teológica Vox Scripturae, vol. 25, n. 1 (2021), pp. 45–67.
  3. Anderson, Allan, An Introduction to Pentecostalism: Global Charismatic Christianity. 2nd ed. Cambridge: Cambridge University Press, 2013. Blumhofer, Edith L., Restoring the Faith: The Assemblies of God, Pentecostalism, and American Culture, Urbana: University of Illinois Press, 1993. Johns, Cheryl Bridges, Pentecostal Formation: A Pedagogy among the Oppressed, Sheffield: Sheffield Academic Press, 1993. Macchia, Frank D., Baptized in the Spirit: A Global Pentecostal Theology, Grand Rapids: Zondervan, 2006. Menzies, William W., e Robert P. Menzies, Spirit and Power: Foundations of Pentecostal Experience, Grand Rapids: Zondervan, 2000. Menzies, William W.,The First Fifty Years of the Society for Pentecostal Studies in «Pneuma» 42, no. 3–4 (2020): 335–350. Ramirez, Daniel, Migrating Faith: Pentecostalism in the United States and Mexico in the Twentieth Century, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 2015. Rodgers, Darrin, The Assemblies of God and Reformed Theology, in «Enrichment Journal», Summer 2009. Wacker, Grant, Heaven Below: Early Pentecostals and American Culture, Cambridge, MA: Harvard University Press, 2001. Yong, Amos, The Spirit Poured Out on All Flesh: Pentecostalism and the Possibility of Global Theology. Grand Rapids: Baker Academic, 2005.

Bibliografia

  1. Piera Amendola, Padri e padrini delle logge invisibili: Alliata, gran maestro di rispetto, Roma: Castelvecchi 2022
  2. Giacinto Butindaro, La Massoneria Smascherata, Roma: 2012 [disponibile online]
  3. Giacinto Butindaro, I Pentecostali ‘Zaccardiani’ , Roma 2010 [disponibile online]
  4. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Anatomia di una strage con molti colpevoli, Bompiani, Milano, 2005.
  5. Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione sull’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, approvata nella seduta del 14-15 aprile 1992, comunicata alle Presidenze il 22 aprile 1992, Doc. XXIII, n. 51, Roma, Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, 1992. [disponibile online]
  6. Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari, Prima relazione annuale, relatore Luciano Violante, XI Legislatura, Doc. XXIII, n. 9, Roma, Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, 1993. [disponibile online]
  7. Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, presidente e relatore Tina Anselmi, IX Legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Roma, Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, 1984. [disponibile online]  
  8. Luigi Corvaglia, Appunti di geopolitica delle “sette”, s.l.: s.n., s.d. [disponibile online]
  9. Daniel Estulin, The Bilderberg Group – Updated Edition, TrineDay, Walterville (OR), 2009.
  10. Daniel Estulin, The True Story of the Bilderberg Group, TrineDay, Walterville (OR), 2007.
  11. Daniele Ganser, NATO’s Secret Armies. Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, Frank Cass, London, 2004.
  12. Aaron Good, American Exception: Hegemony and the Tripartite State, Ph.D. Dissertation, Temple University, Philadelphia (PA), 2020 [disponibile online]
  13. Arthur Goldwag, Cults, Conspiracies, and Secret Societies: The Straight Scoop on Freemasons, The Illuminati, Skull and Bones, Black Helicopters, The New World Order, and Many, Many More, Vintage Books, New York, 2009.
  14. Michael Graziano, Errand into the Wilderness of Mirrors: Religion and the History of the CIA, University of Chicago Press, Chicago, 2021.
  15. David Hollinger, Protestants Abroad: How Missionaries Tried to Change the World but Changed America , Princeton, NJ: Princeton University Press, 2017
  16. Ferdinando Imposimato, La Repubblica delle Stragi Impunite, Milano: Chiarelettere, 2012.
  17. Angela Lahr, Millennial Dreams and Apocalyptic Nightmares: The Cold War Origins of Political Evangelicalism, Oxford: Oxford University Press, 2007.
  18. Angela Lahr, American Evangelical Politics During the Cold Warlocked, Oxford: Oxford University Press, 2020.
  19. Benito Li Vigni, Salvatore Giuliano. Il bandito che fu strumento di Stato e Mafia, Soveria, Roma, 2014 [disponibile online].
  20. Gioele Magaldi, Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges, Chiarelettere, Milano, 2014.
  21. Giustina Manica, Portella della Ginestra, Firenze: Le Monnier, [disponibile online].
  22. Jim Marrs, Rule by Secrecy: The Hidden History That Connects the Trilateral Commission, the Freemasons, and the Great Pyramids, HarperCollins, New York, 2000.
  23. Mary Ball MartinezFrom Rome Urgently, Statimari, Roma, 1979
  24. Mary Ball MartinezThe Undermining of the Catholic Church, Christian Book Club of America, Palmdale 1991-2007
  25. Terry MelansonFrank Gigliotti: Minister, Freemason, OSS and CIA, 2015 [disponibile online]
  26. Piero Messina, Onorate società, BUR Rizzoli, Milano, 2014.
  27. Patrizia Nicandro, Il Risveglio Pentecostale: Dalla semplicità dell’Evangelo alla complessità dell’organizzazione, Roma: AltroMondo Editore, 2024.
  28. Joseph S. Jr. Nye, Soft Power: The Means to Success in World Politics, New York: PublicAffairs, 2005.
  29. OSS Records, Frank B. Gigliotti file, Record Group 226 (Office of Strategic Services Records), College Park (MD): U.S. National Archives.
  30. Carlo Palermo, La bestia. Dai misteri d’Italia al governo del mondo. La verità nascosta della storia italiana, Sperling & Kupfer, Milano, 2018.
  31. Franco Pappalardo La Rosa, Gladio. La rete italiana della strategia della tensione, Dedalo, Bari, 1991.
  32. R.D. Palmer, For the Cause of Christ Here in Italy: America’s Protestant Challenge in Italy and the Cultural Ambiguity of the Cold War, in Diplomatic History, vol. 29, 2005, pp. 625–654.
  33. Guido Giacomo Preparata, Conjuring Hitler: How Britain and America Made the Third Reich, London–Ann Arbor: Pluto Press, 2005.
  34. Carroll Quigley, The Anglo-American Establishment. From Rhodes to Cliveden, Books in Focus, New York, 1981.
  35. Carroll Quigley, Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time, Macmillan, New York, 1966.
  36. Jane Sabes, Popes and Presidents: The Relationship of Domestic Politics and Religion in International Affairs, in «Andrews University Seminary Studies», AUSS, Vol.45, N.1, 2007 [disponibile online]
  37. Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America, University of California Press, Berkeley, 2007.
  38. Christopher Simpson, Blowback: America’s Recruitment of Nazis and Its Effects on the Cold War, Weidenfeld & Nicolson, London, 1988.
  39. Frances Stonor Saunders, Who Paid the Piper? The CIA and the Cultural Cold War, Granta Books, London, 1999.
  40. Jeff Sharlet, The Family: The Secret Fundamentalism at the Heart of American Power, New York: HarperCollins, 2008.
  41. Jeff Sharlet, C Street: The Fundamentalist Threat to American Democracy, Boston: Little, Brown and Company, 2010
  42. Giovanni Tamburino, Dietro tutte le trame: Gianfranco Alliata e le origini della strategia della tensione, Roma: Donzelli 2022
  43. Maurizio Torrealta, Gladio, storia dell’accordo segreto tra Cia e Sifar. Ma siamo sicuri che non esista più?, articolo di 5 parti apparso su «Il Fatto Quotidiano» l’8 luglio2016
  44. United States Senate, Select Committee to Study Governmental Operations with Respect to Intelligence Activities, Final Report of the Select Committee to Study Governmental Operations with Respect to Intelligence Activities, United States Senate. Book I: Foreign and Military Intelligence, Senate Report No. 94-755, 94th Congress, 2nd Session, Washington: U.S. Government Printing Office, 1976 [disponibile online].

  45. United States Senate, Select Committee on Intelligence, CIA’s Use of Journalists and Clergy in Intelligence Operations. Hearing before the Select Committee on Intelligence of the United States Senate, One Hundred Fourth Congress, Second Session, Wednesday, July 17, 1996, S. Hrg. 104-593, Washington: U.S. Government Printing Office, 1996 [disponibile online].

Fonti personali (archivistiche o private)

Carteggi e documenti originali, conservati nella biblioteca privata dell’autore.

Articoli correlati
  1.  Lo sbarco degli Alleati e la fine della persecuzione, 2023.
  2. La verità sul riconoscimento giuridico delle Assemblee di Dio in Italia , 2021.
  3.  Henry H. Ness, il fondatore delle Assemblee di Dio in Italia, 2021.
  4.  Frank B. Gigliotti scrive sul Corriere della Sera, 2020.
  5.  Le Assemblee di Dio in Italia, 2019.
  6.  Gli accordi segreti per creare le Assemblee di Dio in Italia, 2017.
  7.  Il successo di Frank Gigliotti ed Henry Ness, 2017.
  8. Le radici teologiche del pentecostalismo italiano
  9. Le radici “calviniste” del pentecostalismo italiano
Articoli esterni per l’approfondimento
  1. Sotto l’ombra della stella: le lobby sioniste tra Parlamento europeo, NATO e confessioni evangeliche
  2. Il “Deep State”: Dinamiche storiche e continuum di potere
  3. I sabbatiani frankisti: tra storia e attualità
  4. Evangelici e Nuovo Ordine Mondiale
  5. Coca Cola e Nuovo Ordine Mondiale
  6. God in America
  7. The American Presidency Project
  8. “Less Poletti and More Spaghetti”: Charles Poletti and the Clash of Cultures and Priorities within the Allied Military Government, 1943-1945.
  9. Battle Of Sicily – THE ENEMY: Friendly Isle
  10. God’s Spooks: Religion, Spying, and the Cold War

Nota editoriale e richieste di rettifica

Il presente articolo è pubblicato nell’ambito dell’attività di ricerca storica, documentazione, analisi teologica e critica svolta dal blog Storia Pentecostale. I contenuti si fondano, ove indicato, su fonti, documenti, pubblicazioni, atti, testimonianze o materiali ritenuti di interesse pubblico, e sono proposti con finalità di studio, informazione, ricostruzione storica e libera manifestazione del pensiero.

Eventuali riferimenti a persone, enti, chiese, associazioni, movimenti o istituzioni devono essere intesi nel quadro del legittimo esercizio del diritto di cronaca, di critica e di ricerca storica, senza intento diffamatorio né volontà di ledere l’onore, la reputazione o la dignità personale di alcuno. Le valutazioni espresse costituiscono opinioni critiche fondate sui dati disponibili al momento della pubblicazione e restano distinte dai fatti documentati e dalle fonti richiamate.

Chiunque ritenga che un contenuto presenti errori materiali, inesattezze, omissioni rilevanti, attribuzioni non corrette o profili meritevoli di rettifica può inviare una segnalazione circostanziata e documentata a:

storiapentecostale1@gmail.com

Le richieste saranno valutate secondo criteri di buona fede, proporzionalità e correttezza informativa. In presenza di rilievi fondati, il blog potrà procedere a rettifica, integrazione, aggiornamento, precisazione o rimozione del contenuto contestato.

StoriaPentecostale.org è un progetto indipendente di ricerca storica dedicato allo studio critico e documentato del movimento pentecostale, dalle origini alle sue trasformazioni contemporanee. Il sito raccoglie e analizza documenti, lettere, articoli, testimonianze e materiali d’archivio, con attenzione al contesto storico, sociale, dottrinale e istituzionale in cui il pentecostalismo si è sviluppato. L’obiettivo è offrire una ricostruzione verificabile, fondata sulle fonti e libera da letture apologetiche, celebrative o confessionali. Particolare attenzione è riservata agli aspetti meno studiati, rimossi o controversi della storia pentecostale italiana e internazionale. La responsabilità editoriale e giuridica dei contenuti pubblicati su StoriaPentecostale.org, inclusi gli articoli non firmati o eventualmente firmati da altri, è assunta da Filippo Chinnici. Eventuali richieste di chiarimento, rettifica, integrazione o segnalazione relative ai contenuti potranno essere inviate a: storiapentecostale1@gmail.com
Articolo creato 40

3 commenti su “Novant’anni di Buffarini-Guidi: Verità storica e mito identitario

  1. Una disamina che mi trova d’accordo su molti punti.
    Ne elenco solo alcuni a titolo esemplificativo:

    – Persecuzione Fascista e ADI: Contrariamente a quanto afferma Cusumano, la persecuzione fascista non prese di mira direttamente le ADI come organizzazione, ma singoli credenti pentecostali, alcuni dei quali solo in seguito aderirono alle ADI (come Roberto Bracco).

    – Radici Pentecostali e Sviluppo ADI: Le ADI rappresentano una rottura con le radici del pentecostalismo originario, discostandosi dai pionieri e adottando una teologia e una struttura diverse. Il pentecostalismo classico, come dimostra la storia di figure come Giacomo Lombardi e i legami con il Risveglio valdese di Geymonant, non era arminiano.

    – Pericolosità del “Rapture” e della dottrina delle “due fasi del ritorno di Cristo”: Entrambi i concetti risultano essere dannosi e alla base di gruppi apocalittici responsabili di abusi e massacri di massa (Jonestown, Children of God, Branham e seguaci). Credere alle rivelazioni di Margaret McDonald sul rapimento della Chiesa, prive di fondamento patristico e riformato, è antievangelico e settario.

    – Critiche a “The Family”: L’organizzazione “The Fellowship” (già International Christian Leadership), nota per il National Prayer Breakfast, è oggetto di serie critiche da parte di studiosi e giornalisti d’inchiesta per le sue oscure dinamiche di potere e possibili malefatte.

    – Abusi nelle Assemblee di Dio (AOG): Nonostante si definiscano la più grande denominazione pentecostale mondiale, recenti notizie riportano gravi accuse di abusi e traffico di persone all’interno di chiese delle Assemblee di Dio negli Stati Uniti (Springfield, Missouri).https://julieroys.com/assemblies-of-god-atlanta-church-accused-trafficking-ministry-students-lawsuit-claims/?fbclid=IwY2xjawKEwihleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFyRGlnazNOZWVaNGRlOFJkAR4UfmiXFKhvCPhVKgG1I9tHGUBo7izwI6mXt9aSA4gOei_rpHGu9B9VhlHESA_aem_Kv9ggLEcwcf9dgYtP8AIpw

    È innegabile che i fedeli pentecostali, sia nel passato che nel presente, sono completamente estranei all’idea di essere strumenti di una strategia geopolitica atlantica o di avere leader impegnati in infiltrazioni politiche.

    Caso emblematico è quello de La Luz del mundo: https://insurgenciamagisterial.com/la-luz-del-mundo-ya-tiene-senadores-y-diputados/?fbclid=IwY2xjawKEyjtleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFyRGlnazNOZWVaNGRlOFJkAR5c_BaqNPDnkY2wCMdBb89XobhUBOCMPeFxSRJevehVhHkgUVt1FX4Hmtnqww_aem_FtHuecINxTJDFA4XXF4tyQ

    1. Ringraziamo per il commento puntuale e condivisibile, che coglie con acume diversi nodi irrisolti della narrazione dominante e conferma, per l’ennesima volta, quanto sia urgente una riscrittura veritiera, libera e teologicamente fondata della storia pentecostale italiana.

      1. ADI E PERSECUZIONE FASCISTA
      È doveroso ribadire con forza che le Assemblee di Dio in Italia, fondate nel 1947, non furono oggetto della persecuzione fascista del 1935–1944. La propaganda odierna che tenta di assimilare le ADI a quelle sofferenze è una mistificazione storiografica. I veri perseguitati furono i pentecostali delle origini – pionieri autonomi, spesso battisti o presbiteriani – ben distinti per struttura, spirito e teologia da ciò che le ADI sarebbero poi divenute.

      2. RADICI TEOLOGICHE RIFORMATE
      La teologia dei pionieri pentecostali italiani – Francescon, Ottolini, Lombardi – non affondava le proprie radici nell’arminianismo né nella santificazione perfetta di Wesley, ma si fondava sulla Finished Work di William Durham: una dottrina cristocentrica, biblicamente ancorata e coerente con la soteriologia della Riforma. Il pentecostalismo italiano nacque da un tronco autoctono, spiritualmente radicale e teologicamente riformato, non da innesti stranieri.
      La metamorfosi teologica successiva, fortemente “consigiata” (ergo: imposta) dagli agenti dei servizi segreti H. Ness e F. Gigliotti e benedetta dai poteri esterni, non fu casuale: fu funzionale ai nuovi assetti geopolitici del secondo dopoguerra, in particolare all’allineamento del protestantesimo europeo al blocco atlantico e agli interessi sionisti in vista della nascita dello Stato di Israele. Fu l’inizio di un lento ma sistematico spostamento da una fede centrata sull’opera di Cristo verso un cristianesimo politico, sionista, funzionale a un’agenda mondialista.

      3. IL PERICOLO DELLA DOTTRINA DEL “RAPIMENTO SEGRETO” PRE-TRIBOLAZIONISTA
      Il cosiddetto “rapimento pre-tribolazionista”, teorizzato da John Nelson Darby e derivato dalle estasi pseudo-carismatiche di Margaret MacDonald, è una costruzione moderna priva di fondamento biblico e poi anche patristico e riformato. Questa falsa dottrina ha alimentato illusioni settarie e movimenti apocalittici deviati (Branham, Jonestown, ecc.), rendendosi strumento pericoloso di alienazione ecclesiale e manipolazione spirituale. Il vero ritorno di Cristo non sarà frammentato, ma glorioso, visibile, escatologicamente unitario.

      4. L’AMBIGUITÀ DI “THE FELLOWSHIP”
      L’organizzazione nota come The Family, legata al National Prayer Breakfast e a figure evangeliche di potere, costituisce un chiaro esempio della degenerazione politica e oligarchica di certa religiosità americana. Il pentecostalismo delle origini, umile e radicalmente evangelico, è qui tradito in nome di compromessi mondani e logiche geopolitiche estranee al Vangelo.

      5. ABUSI E SCANDALI NELLE ASSEMBLEE DI DIO (USA)
      Le notizie recenti relative a casi di abusi e traffico di esseri umani in alcune chiese delle AOG negli Stati Uniti non possono essere ignorate. Esse rivelano, nella loro gravità, come l’istituzionalizzazione della fede, quando slegata dalla verità biblica e dalla vigilanza profetica, possa diventare veicolo di controllo e sopraffazione, anziché strumento di grazia e liberazione.

      Concludiamo con un monito profetico: ogni chiesa che dimentica le proprie radici per inseguire un’identità imposta dai “poteri forti”, ogni comunità che sostituisce la Parola con la propaganda, ogni movimento che svende la propria libertà per ottenere riconoscimento umano, ha già smarrito la sua vocazione. Ma finché esisteranno credenti disposti a difendere la verità con coraggio e sobrietà, la fiamma dell’Evangelo non verrà spenta.

  2. Da Francesco Toppi a Salvatore Cusumano: Bugiardi, imbroglioni, ignoranti, collusi? “Potrete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre”. La verità, come l’acqua, prima o poi, trova sempre la strada per venire alla luce.

    L’interessante e documentato saggio di Filippo Chinnici, asseverato da fonti storiche di indubbia autenticità e di certa provenienza, pone fine, una volta per tutte, alla fantasiosa, edulcorata ed agiografica pretesa di legittimazione storica delle A.D.I. – perseguitate, a loro dire, dal regime fascista – che plurime volte nei convegni pastorali e nelle assemblee generali auscultai da Francesco Toppi, presidente dell’organizzazione dal 1997 al 2007, che, ancor oggi, Salvatore Cusimano, successore nella cura della Comunità che fu del primo in Roma, Via Repetti, si ostina a sciorinare.

    Giustamente, argomenta Filippo Chinnici, si tratta di una operazione di mitopoiesi confessionale che non è una cattiva parola, bensì la tendenza umana a inventare favole e creare miti. Indubbiamente, nell’immaginario collettivo rende parecchio rappresentare che i natali dell’odierna organizzazione riposano in un substrato persecutorio, piuttosto che in un disegno ben concepito dalla massoneria anglo-sionista. Ora, finché la narrazione è fine a sé stessa poco importa, ma quando ex cathedra la si vuole spacciare urbi et orbi per verità storica, o l’insegnante è impreparato e quindi non ha titolo per stare in cattedra, oppure è in mala fede e in tal caso è intellettualmente disonesto.

    Rammento ai miei pazienti lettori che perseguitate non furono le A.D.I. che, ripeto, in quel tempo non esistevano ancora, bensì i liberi evangelici pentecostali che avendo creduto nel Signore Gesù morto per i nostri peccati secondo le Scritture e secondo le medesime risorto dai morti (1 Cor. 15:3) patirono, a causa della fede nel Signore nella quale rimasero fermi, ostilità, carcere, confino di polizia e quant’altro Amo, in proposito, riferire la testimonianza di mio padre, Francesco, che, fervente cattolico pagano, convertitosi all’Evangelo nel 1928, all’età di 25 anni, mercé la lettura delle Sacre Scritture che lui stesso si procurò perché il prete cui le aveva ripetutamente chieste lo rimandava sine die; il quale mi parlava sempre della persecuzione patita in era fascista e del carcere che lui stesso, insieme ad altri fratelli, sperimentarono, quando delle A.D.I. non c’era, ancora, nemmeno l’ombra.

    Ricordo, come ora, quando, nei convegni e nelle assemblee generali, Francesco Toppi ci rappresentava che: “nell’immediato dopoguerra, ancora sussistente l’intolleranza nei confronti del culto pentecostale, allorquando i maggiorenti della costituenda organizzazione cominciarono ad adoperarsi per ottenere il riconoscimento giuridico, si richiedeva, da parte del governo italiano, un atto dichiarativo emesso da una associazione di Chiese consorelle giuridicamente riconosciute in altre importanti nazioni, preferibilmente americana, che garantisse la serietà di intenti della nascente organizzazione italiana. Sicché, tale attestato venne chiesto alla “Chiesa Cristiana del Nord America” che essendo all’epoca soltanto un’associazione di fatto non poté fornire quanto il documento richiesto. Fu allora che le Assemblies of Good (AoG), organizzazione di Chiese consorelle giuridicamente riconosciute in tutti gli Stati Uniti d’America, spontaneamente offrirono il loro aiuto sottoscrivendo il documento che, riconoscendo il movimento italiano, ne garantiva la serietà di intenti nell’ambito della più assoluta autonomia.

    Così raccontata sembra una storia a lieto fine, a contrario, scorrendo la pagina web: https://storiapentecostale.org/novantanni-di-buffarini-guidi-verita-storica-e-mito-identitario/ è parecchio agevole reperire, dalle plurime fonti storico-documentali ivi presenti che l’abile Filippo Chinnici ha reperito nel corso delle sue lunghe ricerche, che il conseguimento del riconoscimento giuridico non fu una necessità dei pentecostali del tempo i quali con la forza e l’aiuto dall’Alto avevano patito e superato le vessazioni, bensì un piano bene architettato dal Past. Dott. Henry Hamilton Ness (1894-1870) delle Assemblies of God, USA legato a massoneria e servizi segreti e dal Past. Dott. Frank Bruno Gigliotti della Presbiterian Church, USA, pur’egli legato a massoneria, mafia e servizi segreti che con la compiacenza, più o meno consapevole, di alcuni dei nostrani maggiorenti evangelico pentecostali del tempo, nonostante le resistenze dei più, tradito lo spirito e la dottrina dell’evangelismo delle origini ed usurpatane la storia e la testimonianza diedero vita alla nascente organizzazione religiosa. Non si trattò, quindi, di una spontanea evoluzione del pentecostalismo italiano, bensì del compimento di un piano concepito da soggetti legati a circuiti massonici internazionali e ai servizi di intelligence statunitensi e israeliani nell’ambito di una ben più ampia operazione geopolitica al fin di consolidare l’influenza atlantica in Europa.

    Ero poco più che adolescente quando nella mia città in Termini Imerese (PA), si celebravano ancora i culti al piano terra della casa messa gratuitamente a disposizione dalla sorella Concetta Cusimano in Morreale, nella Salita San Lorenzo – Via Alfredo La Manna; sicché, trascorsi un bel po’ di anni di permanenza in quella casa, il fratello Achille Riccomonte, un molto semplice fratello celibe della comunità avanti negli anni che sapeva appena leggere, ma con una grande fede nel Signore Gesù risorto dai morti, disponendo di risorse economiche, si dispose a sostenere quasi interamente il costo dell’acquisto del nuovo locale di culto nella Via Stesicoro 274 che venne di poi “donato” alle A.D.I. Oggi la comunità di Termini Imerese si raduna nel locale della Via Bevuto, 12.

    Poiché in quel tempo, nella metà degli anni ‘70 del secolo scorso, i fratelli amavano, ancora, definirsi pentecostali ci fu una vera protesta quando videro la lapide in marmo da allocare all’esterno del nuovo locale nella Via Stesicoro con la scritta “Assemblee di Dio in Italia”. Mio padre ed altri fratelli protestarono vivamente: “Siamo pentecostali non Assemblee di Dio, siamo usciti da un papato e non vogliamo entrare in un altro papato”.

    Ci sarebbe tanto da dire sulla proprietà dei locali di culto acquistati e/o costruiti col sacrificio della fratellanza e gioco-forza “donati” alle A.D.I. Nel pensiero dei fratelli la “donazione alle A.D.I.“ avrebbe dovuto essere sinonimo di garanzia, nel tempo si è scoperto che si è trattato di una vero e proprio inganno perché se per qualche motivo la comunità non è più d’accordo col “potere centrale” questo, che ha ormai acquistato il dominio del locale di culto, ne rivendica la proprietà e la comunità dei fedeli si ritrova senza un locale dove radunarsi. Non sono pochi i casi in cui l’Organizzazione ha rivendicato davanti al Giudice statuale la proprietà dei locali di culto. Ad oggi, molte comunità non si dissociano dalle A.D.I. perché non avrebbero dove radunarsi. Si può affermare, senza tema di smentita, che, oggi, la forza delle A.D.I. sono la proprietà dei locali di culto. Quindi una forza meramente economico – patrimoniale, non di condivisione di affetto e di comunione fraterna per come vuole la Sacra Parola.

    Un po’ come certi pastori che pur capendo le menzogne, l’inganno e l’ipocrisia che ben si nutrono e pascono dentro le A.D.I sono impediti dal parlarne e dissentirne apertamente perché dipendendone economicamente non avrebbero come sfamare la loro famiglia per cui, se non vogliono patire la fame, sono costretti a restare in silenzio scendendo a compromessi con la propria coscienza. Nelle A.D.I. esiste la libertà di esprimersi e pensare come il “Consiglio Generale delle Chiese” o il “Comitato di Zona di Giurisdizione” vogliono che si pensi e ci si esprima e la vicenda occorsa allo scrivente lo dimostra appieno. Le A.D.I. sono, ormai, le persecutrici di tutti quei pastori che esponendosi, perché incapaci di venire a patti con la propria coscienza, hanno il coraggio di contestare diversamente argomentando come ben provano le vicissitudini occorse a Filippo Chinnici.

    In uno dei convegni Francesco Toppi ebbe a dire: “Non so se abbiamo fatto bene a chiedere il riconoscimento”. Evidentemente, s’era accorto dell’errore fatto. Ma, quando accetti l’aiuto “fraterno” di soggetti e organizzazioni che sono tutt’altro che disinteressati, alla fine devi pagarne il prezzo. E così è stato per le A.D.I. pur se la stragrande maggioranza dei fedeli per un verso non se ne rende ancora conto perché veramente ignorante della storia e per altro verso ama ignorare perché preferendo non sapere, come lo struzzo mette la testa sotto la sabbia per non vedere la tempesta.

    Sicché, nonostante le gratificazioni di circostanza e gli imbellettamenti di facciata, ne è venuta fuori un’organizzazione eterodiretta da mano massonica d’oltreoceano ove, l’evangelizzazione e la predicazione della Parola, nel tempo sempre più prive della potenza dall’Alto, finiscono per essere degli orpelli funzionali al più grande e maggior disegno esoterico ove, per come ebbe a dire il massone Franciscus, capo della pagana chiesa romana, al secolo Jorge Mario Bergoglio, da poco tempo passato dai fasti del tempo alle fiamme dell’eternità: “Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio”.

    A contrario, i credenti nel Signore Gesù, salvati per grazia mediante la fede (Ef. 2:8) amiamo recitare che Cristo Gesù e la Via, La verità e la Vita e che nessuno va al Padre se non per mezzo di Lui (Gv 14:6). La Bibbia, l’eterna ed ispirata Parola di Dio, non concede tante strade per arrivare a Dio. Ne esiste solo una: Cristo Gesù, certezza di vita eterna! Tutte le altre sono imposture e falsità (Gv. 10:8).

    Tanto premesso, concludendo con il detto cui in intestazione, pare attribuito ad Abramo Lincoln, pur’egli massone: “Potrete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre”, amo ricordare che la verità, come l’acqua, prima o poi trova la strada per venire alla luce. Pertanto, del saggio di cui in argomento, ne auspico e consiglio l’attento studio al fin di pervenire alla conoscenza della verità che può affrancare dalla schiavitù delle organizzazioni umane fine a sé stesse e non certo alla Gloria dell’Iddio Uno e Trino che sta edificando la Sua Chiesa.

    Mario Lo Presti
    ultimo tra gli ultimi lavoratori nella vigna del Maestro, per Sua grazia e contro i propri meriti, pastore della Comunità ADI di Lascari (PA), dai primi degli anni ‘90 dello scorso secolo a tutt’oggi, cacciato dall’Adian confraternita nel luglio dell’anno 2022, non per i motivi di cui all’art. 83 del Regolamento Interno delle ADI come falsamente, oziosamente e strumentalmente rappresentato dal Consiglio Generale delle Consorteria, bensì per avere, nel legittimo esercizio del diritto di critica, liberamente e pubblicamente espresso il proprio dissenso contro l’asservimento delle Assemblee di Dio in Italia alla menzogna della farsa pandemica, pubblicamente redarguendo, secondo le Scritture (2 Tim 4:2), a mezzo di lettera aperta, Gaetano Montante, presidente della Consorteria, che copioso ha osato esternare magne laudi al politico di turno in occasione del nuovo settennato presidenziale, mentre l’Italico popolo, fratelli compresi, venivamo stritolati da inique, inumane e incostituzionali restrizioni delle libertà personali, di culto, di lavoro, di circolazione, di studio, di cura et cetera.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi