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e-book distribuito gratuitamente, aggiornato il 13 luglio 2025
Questo contributo si propone di esaminare con spirito critico l’articolo a firma di Salvatore Cusumano, intitolato «Novant’anni di Buffarini-Guidi», pubblicato sull’organo ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia, Il Risveglio Pentecostale.
Ho scelto uno stile talvolta volutamente ridondante, nonostante ciò possa appesantire la lettura, per sottolineare aspetti cruciali, affinché essi non sfuggano all’attenzione del lettore e possano essere pienamente compresi.
La verità storica, ammoniva Tacito, è il primo sacrificio degli ideologi. Quando la narrazione viene piegata a scopi confessionali o identitari, non solo si falsificano i fatti, ma si compromette l’intero tessuto della memoria collettiva. Tale errore si manifesta emblematicamente nel tentativo di collegare la persecuzione dei pentecostali durante il fascismo alla fondazione delle ADI nel 1947: una ricostruzione storicamente infondata e teologicamente fallace.
Benché mai enunciata esplicitamente, l’articolazione del testo di Cusumano insinua una continuità tra il pentecostalismo perseguitato degli anni Trenta e la costituzione delle ADI nel dopoguerra. Tale connessione, suggerita in modo surrettizio, si manifesta nel momento in cui, dopo aver descritto le vessazioni patite dalle prime comunità, l’autore introduce senza alcuna cesura logica la seguente affermazione:
Le chiese, nel frattempo, in occasione dei Convegni del 1947 e del 1948, come determinato dalla Legge sui culti ammessi, avevano assunto la denominazione di “Assemblee di Dio in Italia”
Ma no, caro Pastore Cusumano, il passaggio non fu affatto così lineare come quel tuo «nel frattempo» lascerebbe intendere. Benché formalmente neutra e classificabile come semplice locuzione avverbiale di tempo, tale espressione agisce qui come una cerniera retorica, insinuando una continuità cronologica e ideologica che non trova riscontro né nei fatti storici né nei documenti. Dietro quella locuzione temporale si cela in realtà una cesura profonda, una discontinuità storica e teologica che il tuo testo elude, omettendo intenzionalmente i nodi irrisolti di una transizione tutt’altro che neutra. Le Assemblee di Dio in Italia non furono affatto vittime della repressione fascista, come si lascia credere in dichiarazioni ufficiali o in conferenze istituzionali; esse nacquero piuttosto nel 1947 all’interno di un contesto radicalmente mutato, in parte estraneo, se non addirittura distante, dalla temperie eroica e perseguitata che aveva contraddistinto il pentecostalismo italiano delle origini.
La sezione «Chi siamo» del sito ufficiale delle ADI conferma questa tendenza alla mitopoiesi, insinuando un’eredità immaginaria dalle persecuzioni del 1935–1944. Nulla di più falso: quella delle ADI è una costruzione posteriore, frutto di dinamiche teologiche e istituzionali diverse, maturate in un’epoca successiva e in discontinuità con il pentecostalismo spontaneo, battista-riformato e non denominazionale delle origini. È necessario ristabilire la verità documentale e rimuovere le incrostazioni ideologiche, affinché la memoria delle vittime non venga oltraggiata una seconda volta, persino post mortem, mediante una strumentalizzazione funzionale a interessi apologetici.
1. La Circolare Buffarini-Guidi
La circolare n. 600/158 del 9 aprile 1935, che prende nome dal sottosegretario agli Interni che la emanò, Guido Buffarini-Guidi, vietava il culto pentecostale in quanto considerato lesivo all’integrità fisica e psichica della razza e dell’ordine pubblico. Il provvedimento si basava sulla percezione che i fenomeni estatici e carismatici tipici delle assemblee pentecostali rappresentassero una minaccia per la stabilità del regime.
Tuttavia, nel 1935 le ADI non esistevano: la loro fondazione avvenne solo dodici anni più tardi, nel 1947, a opera di Henry H. Ness. Le comunità colpite dal provvedimento fascista erano realtà indipendenti, prive di struttura centralizzata, spesso ostili alla figura del «pastore» professionista e distanti da ogni forma di confessionismo organizzato. Non avevano legami con le Assemblies of God americane e si riconoscevano piuttosto nella spiritualità sobria e riformata della Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago e in quella pentecostale di William Durham seguendo l’esempio di pionieri come Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e Lucia Menna.
L’articolo di Cusumano, nel suggerire un nesso storico tra le persecuzioni fasciste e la nascita delle ADI, costruisce una narrazione artificiosa, che trova ulteriore sponda nelle comunicazioni ufficiali della denominazione. Così facendo, si rischia di sovrapporre due realtà storicamente, teologicamente ed ecclesiologicamente disomogenee, oscurando la fisionomia autentica del pentecostalismo italiano delle origini, che si definiva per spontaneità carismatica, indipendenza teologica e l’assoluto rigetto della centralizzazione istituzionale.
2. L’anacronismo e la costruzione di un mito identitario
Oltre alla continuità insinuata nel testo di Cusumano, un ulteriore slittamento ideologico si manifesta nella tendenza a mitizzare la genealogia delle ADI, presentandole come naturale prosecuzione del pentecostalismo delle origini. Questa operazione, ben visibile tanto nella storiografia interna quanto nella comunicazione ufficiale dell’ente, si configura come una forzatura storiografica priva di fondamento. Si tratta, in effetti, di un’appropriazione indebita della memoria di coloro che, perseguitati per la loro fede, rifiutarono ogni forma di centralizzazione confessionale e pagarono con l’esclusione e la clandestinità la propria coerenza.
Fondate nel 1947, le Assemblee di Dio in Italia emersero in un contesto teologico ed ecclesiologico profondamente mutato rispetto a quello delle comunità pentecostali perseguitate: un contesto ormai segnato da influenze dottrinali esterne, da strutture istituzionali d’importazione e da una concezione del ministero pastorale radicalmente diversa. Quelle prime comunità, nate in povertà e fervore, rigettavano non solo le gerarchie confessionali, ma anche il titolo stesso di «pastore» – oggi ostentato da coloro che ne rivendicano l’eredità. Sovrapporre queste due realtà, dissimili per natura, spirito e teologia, significa non solo tradire la verità storica, ma profanare la singolarità autoctona e riformata del pentecostalismo italiano delle origini.
2.1. La sovrapposizione indebita
Nel tentativo di legittimare una continuità storica tra il pentecostalismo perseguitato e quello istituzionalizzato, l’articolo di Cusumano suggerisce una relazione che non trova alcun riscontro nella realtà documentale. Le ADI, fondate nel 1947, non esistevano durante il periodo delle persecuzioni fasciste, e il movimento pentecostale italiano degli anni ’30 si distingueva per una struttura spontanea, priva di denominazioni ufficiali e centralizzate. Al contrario, esso rigettava ogni forma di confessionismo istituzionale, in nome della libertà dello Spirito e della sufficienza delle Scritture.
Attribuire al pentecostalismo delle ADI l’eredità delle comunità perseguitate significa oscurare le profonde divergenze ecclesiologiche e dottrinali: mentre le prime comunità si radicavano nella tradizione battista e riformata e rigettavano la seconda benedizione wesleyana e il dispensazionalismo darbysta, le ADI assunsero progressivamente una teologia arminiana e una visione escatologica di marca anglo-americana. L’introduzione della dottrina delle «due fasi del ritorno di Cristo», estranea alla fede dei pionieri, non solo nega la tradizione escatologica delle origini, ma si rivela funzionale a una rilettura politica e teologica del sionismo, favorendo il progressivo allineamento della teologia pentecostale italiana alle dinamiche geopolitiche del secondo dopoguerra.
2.2. Il ruolo di Domenico Zaccardi
Una delle figure più ambigue di quel periodo fu Domenico Zaccardi — definito dalle autorità di allora «irriducibile» —, inizialmente vittima delle restrizioni imposte dalla circolare Buffarini-Guidi, ma in seguito fautore di una visione settaria e divisiva del pentecostalismo, pur provenendo dal nucleo originario del movimento. Nato nel 1900, Zaccardi divenne il fulcro del cosiddetto «movimento zaccardiano», contraddistinto da una rigorosa ortodossia dottrinale e da un carisma personale accentratore, che finì per alimentare fratture interne e derive settarie.
Il suo passato da ufficiale di polizia durante il regime fascista — elemento raramente messo in luce — si rifletté nello stile di governo ecclesiale, segnato da un marcato verticalismo e da forme di controllo disciplinare che contrastavano apertamente con lo spirito libero e non istituzionalizzato del primo pentecostalismo. La sua figura rappresenta emblematicamente una deriva settaria del movimento: da comunità carismatica perseguitata a sistema chiuso e gerarchico, più attento al mantenimento dell’ordine che alla vitalità dello Spirito.
Sebbene alcune ricostruzioni tentino di presentarlo come leader eroico, il ruolo di Zaccardi contribuì a consolidare una logica di esclusione e divisione, in aperta rottura con la visione comunitaria, profetica e non autoritaria che animava i fondatori del pentecostalismo italiano. La sua eredità, lungi dal rappresentare una continuità, segna piuttosto un punto di frattura, eclissando la genuinità spirituale delle origini sotto il peso di una leadership imposta e non più ricevuta dallo Spirito Santo.
2.3. La costruzione di un mito identitario
La narrazione che presenta le ADI come eredi dirette del pentecostalismo perseguitato è, a tutti gli effetti, un’operazione di mitopoiesi confessionale. Essa persegue la costruzione di un’identità postbellica attraverso una memoria selettiva e ideologicamente orientata, ignorando la cesura teologica, ecclesiologica e spirituale che separa le origini del movimento dalla sua successiva istituzionalizzazione. Il risultato è una genealogia artificiale, che sovrappone due realtà dissimili per genesi, struttura e vocazione.
Appropriarsi della memoria di coloro che rifiutavano ogni forma di centralismo ecclesiastico, e che affrontarono la persecuzione senza alcun riconoscimento istituzionale o protezione politica, rappresenta un vero e proprio tradimento del loro lascito spirituale. È un tentativo di legittimazione retroattiva che piega la storia ai bisogni confessionali del presente.
Tuttavia, l’evidenza storica smentisce la tesi secondo cui la nascita delle ADI rappresenterebbe la necessaria continuità del movimento pentecostale italiano. Durante il regime fascista, il pentecostalismo non scomparve affatto: sopravvisse in forma dispersa, non strutturata, radicato nelle case, sostenuto da comunità spontanee, prive di edifici, titoli e gerarchie. Proprio questa sua essenza fluida e anti-denominazionale, lontana da ogni formalizzazione confessionale, costituì la sua forza di resistenza. Paradossalmente, una struttura confessionale organizzata avrebbe facilitato il controllo e l’oppressione da parte del regime: fu invece l’assenza di un corpo centrale a rendere il pentecostalismo elusivo, e dunque difficilmente sopprimibile. E ciò rende ancora più grave il tentativo odierno di sovrapporre retroattivamente la genealogia delle ADI al sacrificio di quei credenti.
Come ammoniva lo storico Tucidide:
«Per i più, la ricerca della verità è poco laboriosa; essi si volgono piuttosto alle versioni già pronte» (Guerra del Peloponneso, I, 20,3).
Ma il compito dello storico, tanto più quando si tratta di eventi segnati dal sangue e dalla persecuzione, è opporsi alle narrazioni comode e restituire verità a chi è stato spogliato della propria voce.
3. Il progetto eterodiretto: Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti
La genesi delle Assemblee di Dio in Italia si colloca in un orizzonte storico nel quale la dimensione religiosa si intreccia con le trasformazioni geopolitiche dell’Europa del secondo dopoguerra. Lungi dall’essere un fenomeno autoctono, il processo si innesta su dinamiche di lungo periodo, pianificate da centri decisionali sovranazionali che, attraverso reti di influenza economica, strategica e simbolica, miravano a modellare l’identità spirituale e politica dell’Occidente.
Il pentecostalismo italiano, sorto nel 1907 tra gli emigrati evangelici riformati di Chicago e reintrodotto in patria in forme spontanee e comunitarie, appariva a tali reti permeabile a una ristrutturazione ideologica e istituzionale. La mancanza di apparati centrali, la vivacità carismatica e l’estraneità alle forme ecclesiastiche tradizionali lo esponevano a operazioni di riallineamento teologico e politico. Ciò che internamente fu percepito come evoluzione naturale, per chi ne orchestrò lo sviluppo dall’esterno costituì invece uno strumento di penetrazione culturale e spirituale di rilevanza strategica.
La congiuntura 1945-1949 — segnata dalla nascita delle strutture stay-behind, dalla coesione delle élite transatlantiche e dal dispiegarsi della diplomazia parallela statunitense — fornì il quadro operativo della riformulazione del pentecostalismo italiano, saldando dispositivi militari, reti massoniche, servizi d’intelligence, piattaforme finanziarie e strategie religiose convergenti.
In questo contesto si collocano Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti. Il primo, emissario politico-religioso dell’evangelismo nordamericano, incardinato tra massonerie e apparati d’intelligence, introdusse un paradigma teologico allineato al dispensazionalismo filosionista del dopoguerra, idoneo a legittimare l’egemonia atlantica in chiave escatologica. Il secondo, uomo di loggia e d’intelligence, già OSS e poi CIA, fece da interfaccia tra operazioni coperte e sfera ecclesiale, traducendo la lingua della religione nei codici del potere.
La creazione delle Assemblee di Dio in Italia va dunque letta come un capitolo di un disegno strategico in cui la religione fu deliberatamente mobilitata quale veicolo di soft power e strumento di disciplinamento ideologico. La teologia d’importazione — strutturata e intenzionalmente orientata — operò come cinghia di trasmissione di un nuovo immaginario politico-religioso: filostatunitense, anticomunista, filosionista e integrato nel paradigma atlantico.
Questa vicenda appartiene alla storia strutturale: intreccio di apparati invisibili e manifestazioni visibili, di ingegneria culturale e fenomenologia religiosa, di egemonia geopolitica e dottrina ecclesiale. Restituirne i lineamenti con rigore filologico e storiografico significa riconoscere al pentecostalismo italiano non la fisionomia di un semplice movimento spirituale, ma quella di un nodo strategico inscritto nell’orditura più ampia della Guerra fredda.

3.1. L’ingegneria religiosa transatlantica: Round Table, Gladio, Bilderberg e il National Prayer Breakfast
La riconfigurazione dell’identità religiosa e culturale dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra non fu un processo spontaneo, ma l’esito di una strategia di lunga durata, costruita con metodo da reti transnazionali di potere legate al blocco atlantico. L’Italia divenne uno dei principali laboratori di tale ingegneria politico-spirituale: la fragilità istituzionale, un tessuto pentecostale privo di strutture centrali e la polarizzazione della guerra fredda offrirono un terreno ideale per operazioni di controllo culturale e religioso. La nascita delle Assemblee di Dio in Italia (ADI) si inscrive precisamente in questa architettura: non come frutto spontaneo di un risveglio di fede, ma come componente organica di un più ampio disegno geopolitico.
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Il primo pilastro della costruzione va ricercato nella Round Table, fondata alla fine del XIX secolo da Cecil Rhodes e Alfred Milner con l’obiettivo di consolidare l’egemonia anglosassone attraverso un impero economico-culturale globale. Non fu una semplice società filantropica, ma un laboratorio strategico destinato alla formazione di una classe dirigente sovranazionale. Da tale matrice sorsero, dopo la Conferenza di Parigi del 1919, due istituti destinati a plasmare la politica mondiale del XX secolo: il Royal Institute of International Affairs (RIIA, Chatham House) e, negli Stati Uniti, il Council on Foreign Relations (CFR). La connessione tra questi enti e il gruppo milneriano è ampiamente attestata: essi rappresentarono la formalizzazione istituzionale di una visione tecnocratica dell’ordine mondiale, fondata sulla gestione delle élite e sulla diplomazia non ufficiale. Nel corso del secolo, quel paradigma generò un ecosistema di policy networks e think tank sempre più interconnessi. Benché non vi sia continuità organizzativa diretta tra la Round Table e strutture come la Trilateral Commission (1973) o il World Economic Forum (1971), la loro genesi riflette la medesima logica funzionale: l’elaborazione di una governance globale coordinata da élite transnazionali. L’analogia è isomorfica: le nuove piattaforme ripresero la grammatica politica elaborata da Rhodes e Milner — selezione meritocratica, discrezione operativa, sinergia fra finanza, industria e accademia — adattandola al capitalismo integrato del secondo dopoguerra.
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Il secondo pilastro fu di ordine giuridico-strategico. Con il National Security Act del 1947, gli Stati Uniti istituirono il National Security Council (NSC) e la Central Intelligence Agency (CIA), ufficializzando la guerra coperta come strumento permanente di politica estera. Le direttive NSC 1/1, 4-A e 10/2 conferirono alla CIA un mandato operativo flessibile, che includeva propaganda, infiltrazioni culturali e sostegno a reti religiose anticomuniste. L’Italia divenne il primo laboratorio di tale strategia, grazie alla sua posizione nel Mediterraneo e alla vulnerabilità del suo sistema politico ed ecclesiale.
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Il terzo pilastro, di natura militare e clandestina, fu l’Operazione Gladio: ufficialmente una rete stay-behind contro un’eventuale invasione sovietica, ma nella pratica divenuta — secondo atti parlamentari, documenti declassificati e una vasta letteratura specialistica — un dispositivo più complesso, con livelli operativi parzialmente sottratti al controllo politico diretto. Le ricerche di Daniele Ganser, le Commissioni parlamentari italiane e la documentazione resa pubblica a partire dagli anni Novanta evidenziano come la struttura italiana fosse parte di una più ampia architettura NATO coordinata con il supporto della CIA, nata con la finalità dichiarata di contenere l’influenza sovietica nell’Europa occidentale.
Il nome stesso «Gladio», traduzione italiana di gladius, richiama la spada corta romana e designò, in origine, il ramo italiano di una rete europea più vasta. Il tema dei suoi legami con ambienti massonici, mafiosi e settori del Vaticano emerse nel dibattito pubblico soprattutto dopo le rivelazioni del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1990, che portarono a un’ampia discussione sul rapporto fra poteri paralleli e strategia atlantica. In numerose inchieste giornalistiche e lavori storiografici è stata ipotizzata un’interferenza di tali reti su realtà criminali italiane quali mafia siciliana, camorra e ’ndrangheta, nonché una possibile interazione con movimenti estremisti come le Brigate Rosse e gruppi anarchici, sempre nel quadro più ampio della “guerra non ortodossa” della Guerra Fredda. Tali ipotesi, pur non tutte confermate giudiziariamente, sono ampiamente discusse nella letteratura specialistica.
Altrettanto dibattuto è il possibile coinvolgimento di strutture clandestine nelle principali stragi italiane: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, la Stazione di Bologna, l’attentato al rapido 904, la strage di via dei Georgofili, e il caso Itavia. Sebbene le sentenze abbiano riconosciuto matrici differenti per i vari episodi, parte della storiografia e numerose Commissioni parlamentari hanno ipotizzato la presenza di un “livello superiore” di protezione o depistaggio. L’assassinio di Aldo Moro, al centro di indagini e commissioni pluridecennali, è stato anch’esso interpretato da alcuni studiosi come evento in cui reti interne ed esterne ai confini nazionali potrebbero aver giocato ruoli ancora da interamente chiarire. La documentazione declassificata disponibile — tra cui i file archiviati nel portale “The Black Vault” — mostra come Gladio rappresentasse un nodo di una più ampia strategia occidentale, la cui eredità viene oggi talvolta evocata per interpretare la presenza di combattenti occidentali in scenari come Ucraina e Siria, sebbene tali parallelismi appartengano alla sfera delle analisi geopolitiche contemporanee e non a dichiarazioni ufficiali della NATO.
A questa infrastruttura si aggiunse la coesione delle élite tramite il Gruppo Bilderberg (1954), dove capi di Stato, banchieri centrali e vertici industriali armonizzavano le linee politico-economiche transatlantiche. Sul piano nazionale, la loggia P2 tradusse tali direttrici in un progetto politico interno, come mostra il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli: non un documento isolato, ma il riflesso di un disegno sistemico che integrava media, magistratura e servizi d’intelligence in un asse decisionale unitario. -
Il quarto pilastro, infine, fu la dimensione religiosa, vero collante simbolico dell’intero dispositivo. Fin dagli anni Trenta gli Stati Uniti avevano compreso l’efficacia dell’evangelismo conservatore come strumento identitario e di legittimazione morale. Negli anni Cinquanta tale intuizione si concretizzò nell’International Christian Leadership (oggi The Fellowship/The Family) e nel National Prayer Breakfast di Washington: una piattaforma di diplomazia parallela in cui leader politici, militari e industriali consolidavano alleanze strategiche sotto la copertura di un linguaggio religioso condiviso. Il fondatore delle Assemblee di Dio in Italia Henry H. Ness, appare anche tra i fondatori, insieme a Abraham Vereide, dell’International Christian Leadership. Questo linguaggio — fondato su un evangelismo dispensazionalista e filosionista — conferiva al progetto atlantico una dimensione escatologica, presentando la lotta contro il comunismo come una crociata spirituale. La fede diventava così codice operativo della geopolitica.
In tale cornice, la figura di Henry H. Ness emerse come ingranaggio decisivo: non un semplice predicatore, ma un emissario politico-religioso pienamente integrato nel sistema transatlantico. Attraverso la sua azione, l’evangelismo pentecostale statunitense — gerarchico, filosionista e compatibile con il paradigma atlantico — fu trapiantato nel tessuto ecclesiale italiano, trasformando un movimento comunitario e spontaneo in un apparato confessionale centralizzato. Ness divenne l’anello di congiunzione tra teologia, intelligence e diplomazia, consentendo l’ingresso dell’ideologia atlantica nel pentecostalismo nazionale.
Le Assemblee di Dio in Italia nacquero dunque non come espressione autoctona di risveglio, ma come manifestazione ecclesiale di un dispositivo geopolitico multilivello: Gladio forniva la struttura militare; Bilderberg e P2 la coesione delle élite; l’ICL e il National Prayer Breakfast la cornice religiosa transnazionale; le mafie il controllo territoriale. L’evangelismo dispensazionalista ne costituì il cemento ideologico, e Henry H. Ness il principale vettore operativo.
Sotto la patina della libertà religiosa prese così forma un processo di omologazione spirituale funzionale all’egemonia geopolitica: un progetto teologico-politico che, attraverso la religione, consolidò la più sofisticata macchina di soft power del XX secolo.
3.2. Henry H. Ness: l’agente politico-religioso e fondatore delle Assemblee di Dio in Italia
Henry H. Ness (1894–1970), pastore delle Assemblies of God degli Stati Uniti e cofondatore dell’International Christian Leadership (ICL) — successivamente nota come The Fellowship o The Family — emerge come fulcro strategico attorno al quale si ricompone l’intera parabola del pentecostalismo italiano nel secondo dopoguerra. Sotto la sua regia, un movimento originariamente fluido, comunitario e privo di una vera struttura organizzativa viene gradualmente plasmato in una denominazione confessionale centralizzata, riallineata al paradigma dispensazionalista statunitense e perfettamente coerente con gli interessi dell’atlantismo e dell’orientamento sionista allora in ascesa. Tra il 1946 e il 1949, nulla nella sua opera assunse le sembianze di un risveglio spontaneo: ogni passaggio rispondeva a una regia politico-religiosa accuratamente predisposta nei centri decisionali americani, in cui l’evangelicalismo dispensazionalista era già stato individuato come uno strumento sofisticato di soft power e di stabilizzazione culturale dell’Europa occidentale.
La missione di Ness non ebbe origine in Italia, né può essere letta come iniziativa personale. Essa fu concepita e definita con largo anticipo a Washington D.C., negli ambienti riservati dei National Prayer Meetings guidati da Abraham Vereide e nei circuiti dell’International Christian Leadership (ICL). La corrispondenza incrociata tra Ness, il quartier generale delle Assemblies of God a Springfield e Frank B. Gigliotti — redatta mesi prima del suo arrivo in Italia — rivela un’architettura già delineata in ogni sua parte: Springfield, talvolta mitizzata dalla narrativa confessionale, non progettò l’operazione, ma ne costituì il braccio ecclesiale, la piattaforma denominazionale attraverso cui le direttive politico-strategiche statunitensi venivano tradotte in struttura confessionale.
In questo scenario di pianificazione transatlantica si colloca, alla fine del 1945, l’intervento preliminare del predicatore svizzero Hermann Parli. Giunto a Roma il 13 dicembre 1945 su mandato formalmente britannico — e dopo una serie di peripezie che qui non è necessario rievocare — egli vi rimase per due settimane, svolgendo riunioni di evangelizzazione nella sala conferenze dell’YMCA. H. Parli non agiva come figura isolata: gli ambienti britannici e quelli statunitensi operavano in piena sinergia, e lo stesso Parli conosceva Henry H. Ness, frequentava i circuiti dell’ICL e condivideva con lui amicizie italiane quali il prof. Guido Graziani — segretario nazionale dell’YMCA, laureato in chimica alla Niagara University nel 1910 e poi missionario laico — e Frederique Squire, direttore dell’IBTI, l’Istituto Biblico britannico. La sua presenza in Italia va dunque intesa come fase preparatoria: egli fu l’apripista anglo-svizzero di un progetto già predisposto negli Stati Uniti, chiamato a sondare il terreno ecclesiale e a favorire un primo raccordo operativo.
All’inizio dell’estate del 1946, la regia americana si manifestò in tutta la sua compiutezza. Washington affidò a Henry H. Ness un itinerario europeo di grande respiro, calibrato per intrecciare relazioni, uniformare visioni ecclesiali e predisporre il terreno alla costituzione di una denominazione italiana allineata al modello statunitense. Il 9 luglio egli scriveva a E. S. Williams, Sovrintendente Generale delle AoG, delineando un percorso che avrebbe attraversato Norvegia, Svezia, Danimarca, Svizzera, Francia, Germania e infine l’Italia. A Londra, Lord Halifax — aristocratico anglicano, già Viceré d’India, Segretario agli Esteri e poi ambasciatore a Washington, vicino al British Security Co-ordination di William Stephenson al Rockefeller Center — predispose per settembre un incontro con alcuni parlamentari britannici, a conferma della piena convergenza anglo-americana.
Nella stessa missiva Ness richiedeva lettere credenziali e raccomandazioni ufficiali, perfettamente consapevole che l’incarico, pur celato sotto la forma di una visita pastorale, era una missione diplomatica di ampio respiro. In tempi sorprendentemente rapidi, il vertice delle Assemblies of God di Springfield approvò la missione. J. R. Flower, Segretario Generale delle AoG e figura di profilo opaco, riconobbe apertamente l’inserimento dell’operazione nell’asse strategico NCCL/ICL e mise a disposizione di Ness una rete di contatti attentamente selezionata: Donald Gee e John Carter nel Regno Unito, Gustav Kindermann a Londra, Roberto Bracco ed Eliana Rustici in Italia. L’itinerario — Oslo, Svezia, Danimarca, Ticino, Roma, Parigi, Germania — era già definito prima ancora che il nome di Umberto N. Gorietti comparisse nella corrispondenza: segno inequivocabile che l’Italia non fu una destinazione contingente, ma un obiettivo preordinato. Henry H. Ness, viaggiò per èarte di questo viaggio del 1946, insoieme al direttore dell’International Christian Leadership (ICL), Abraham Vereide, il cui nome emerge da una serie di documenti desecretati della CIA.
Le lettere credenziali che Ness portava con sé — firmate dal sindaco di Seattle, dal governatore dello Stato di Washington, da tre senatori federali, dal Federal Council of Churches e dalla National Association of Evangelicals — avevano il valore di veri e propri lasciapassare diplomatici: non certo il corredo abituale di un evangelista itinerante. Non stupisce, pertanto, che alla fine della sua prima missione in Italia, nel novembre 1946, J. R. Flower gli scrivesse che «due gruppi italiani stanno chiedendo di formare una Italian Branch of the Assemblies of God»: la colonizzazione confessionale era già stata avviata!
Il primo incontro tra Henry H. Ness e Umberto N. Gorietti avvenne durante il Convegno pentecostale di Yverdon, in Svizzera, nel 1946. Hermann Parli — figura cerniera tra il pentecostalismo svizzero, britannico e italiano — aveva già attenzionato Gorietti a dicembre del 1945, durante le riunioni evangelistiche all’YMCA di Roma in cui si convertì F. Toppi, invitandolo poi a partecipare al convegno in Svizzera che si sarebbe tenuto nell’estate del 1946. In quel contesto Ness — emissario dell’asse ICL/NCCL — si presentò non come un predicatore itinerante, ma come rappresentante accreditato di una potenza religiosa strutturata su scala internazionale. La celebre “profezia” pronunciata a Yverdon, che annunciava un futuro ruolo di Gorietti come “leader della chiesa italiana” presenta tante incongruenze che mi premuro di trattare in un altro articolo. Qui è importante sapere che Gorietti non era né pastore e né anziano — come venivano definiti allora i conduttori pentecostali — e non lo sarebbe mai diventato perché non prenderà mai cura di alcuna chiesa locale. L’uso del termine britannico “leader” va inquadrato in questa strategia persuasiva poiché veniva volutamente evitato il titolo di pastore o anziano. Pertanto, furono i pentecostali presenti al convegno di Yverdon (americani, britannici, francesi e svizzeri) a nominarlo “leader della chiesa italiana”. E così, da quel momento egli divenne l’interfaccia italiana di un progetto concepito altrove; mentre H. Ness ne era la fonte di legittimazione esterna che ne consolidava prestigio e autorità. Per un’analisi dettagliata dei fatti qui narrati si veda il volume di P. Nicandro (pp. 202-300).
La tappa romana dell’agosto 1946 segnò il passaggio dalla fase diplomatica a quella operativa. Il «Quinto Convegno Pentecostale Nazionale» si svolse in un’Italia stremata dalla guerra e ancora ferita dalle persecuzioni fasciste.I pentecostali di allora avevano vivo ancora non solo il ricordo della persecuzione fascista ma anche il rumore dei bombardamenti alleati che avevano devastato il Paese. Erano affamati e psicologicamente fragili. In questo clima di vulnerabilità, il movimento pentecostale italiano fu posto dinanzi a un bivio: preservare la struttura congregazionalista a-denominazionale ereditata dai pionieri italo-americani di Chicago, ma con poche risorse econpomiche, oppure accogliere il modello centralizzato e gerarchico sponsorizzato da H. Parli e proposto da Henry H. Ness, conforme alle grandi denominazioni statunitensi e britanniche e con molte risosrse economiche? L’autorità simbolica di H. Ness — amplificata dall’aura culturale degli Stati Uniti liberatori e dalla fame che imperversava — esercitò un’influenza silenziosa ma determinante. I pentecostali, impoveriti e provati, scambiarono un disegno geopolitico per una promessa di stabilità.

La presenza non annunciata di H. Ness al Convegno — su probabie invito di Gorietti che l’aveva appena conosciuto e sollecitata quasi certamente da Parli — non fu un episodio marginale. La sua oratoria disciplinata orientò rapidamente l’assemblea dei conduttori italiani, allora contrari al titolo di «pastore» e soliti definirsi «anziani». A tentare di difendere le radici congregazionaliste fu Nicola Di Gregorio, inviato della Congregazione Cristiana di Chicago e custode della visione antidennominazionale di Luigi Francescon. N- Di Gregorio era a conoscenza del fatto che gli americani emissari di Washongton avevano già lavorato alle sue spalle? Alla luce della documentazione finora saltata non è possibile rispondere, ma poiché L. Francescon rinunciò a venire possiamo ipotizzare che se lui non ne era a conoscenza qualcosa era già giunta alle orecchie del pioniere L. Francescon.
Quel che è certo è che l’oratoria autorevole e teologicamente strutturata di Ness prevalse, come attestato da Roberto Bracco che ne fu testimone diretto. Fu proprio Ness a dettare le prime linee guida dello statuto delle ADI, che Bracco avrebbe poi formalizzato per iscritto, sancendo il passaggio dalla stagione embrionale a quella istituzionale delle “Assemblee di Dio in Italia”.
Terminato il Convegno, Ness e Parli attraversarono il confine per dirigersi verso il Ticino, preludio alla successiva tappa parigina. Il Corriere Bellinzonese del 25 agosto 1946 documenta il passaggio di Ness, collegandolo alla Conferenza di Parigi dell’UNRRA. Nella capitale francese egli agì non come predicatore pentecostale, ma come lobbista per conto del ICL/NCCL, circondato da figure centrali dell’establishment angloamericano.
Con la creazione della prima denominazione pentecostale italiana, l’intero processo si manifestò in modo ormai evidente: Washington concepisce, Londra fa da apripista con Parli, H. Ness (e Frank B. Gigliotti) esegue, Springfield fa da copertura istituzionale, Napoli (con Anastasio-Melluso poiché la conferenza si teneva nella loro fabbrica di scarpe) — e, per riflesso, Roma (Gorietti, alle dipendenze di Anastasio-Melluso) — ricevono e amministrano per conto degli americani.
Nel fragile dopoguerra romano, la macchina da scrivere di Eliana Rustici — già menzionata nella lettera di Flower a Ness del 1946 presente nel già citato volume di P. Nicandro — divenne una colonna amministrativa dell’operazione. E. Rustici non fu semplice dattilografa, ma cerniera strategica tra la sede centrale delle Assemblies of God USA e la nascente denominazione italiana. La sua corrispondenza testimonia il meticoloso livello di coordinamento: nulla venne lasciato al caso, nulla sorse dal basso, benché la memoria confessionale successiva avrebbe trasfigurato quella stagione in un racconto agiografico.
Il 1947 segnò l’avvio della seconda fase: quella del consolidamento istituzionale dell’intera operazione americana. A differenza della penetrazione diplomatico-propedeutica del 1946, ora il progetto si innestava organicamente nella rete geopolitica che stava emergendo con la fondazione dello Stato di Israele e con la costruzione dell’architettura atlantica. La convergenza tra ICL/NCCL e Assemblies of God assunse una configurazione duplice: da un lato la regia politico-ideologica che definiva le traiettorie complessive; dall’altro la piattaforma confessionale che veicolava nel Mediterraneo l’influenza religiosa statunitense. Emblematici di questa fase furono gli incontri di Henry H. Ness con Pio XII e con David Prato, Rabbino Capo di Roma: il primo sancì un tacito patto di non ostilità con il Vaticano, fondato sulla comune avversione al comunismo (più altre questioni di carattere economico e geoplitico che furono trattate in quell’udienza come informa lo stesso Ness); il secondo proiettò l’intera operazione su un piano escatologico-politico in vista della imminente nascita dello Stato d’Israele (1948).
Pochi giorni dopo, sempre da Roma, H. Ness volò verso la Palestina mandataria con un volo riservato agli ebrei, incontrando personalità destinate a divenire parte della futura classe dirigente israeliana. Non si trattò di un pellegrinaggio evangelico, ma di una missione diplomatico-strategica condotta per conto dei poteri di Washington. Quel gesto contribuì a collocare la nascente denominazione pentecostale italiana — creatura costruita da Ness con meticolosa precisione — all’interno di una rete di significati religiosi e politici destinati a costruire un corridoio simbolico e geopolitico tra Washington, Roma e Gerusalemme.
L’intera operazione si inscrive nella logica della nascente Guerra fredda, in cui la religione evangelica divenne uno dei dispositivi privilegiati del soft power statunitense e della strategia di contenimento. L’Italia, fragile sul piano istituzionale e strategicamente cruciale, si prestava in modo ideale a questa penetrazione, e le Assemblee di Dio in Italia furono l’esito ecclesiale visibile di una rete invisibile di alleanze, convergenze e interessi incrociati.
La catena di comando era multilivello: al vertice l’ICL/NCCL e i National Prayer Meetings; sul campo Henry H. Ness in qualità di emissario politico-ecclesiale; accanto a lui Frank B. Gigliotti, agente OSS e poi CIA, nonché massone di alto grado. Le Assemblies of God facevano da copertura fornendo la piattaforma logistica e teologica; la loro sede di Springfield il meccanismo amministrativo; gli interlocutori locali — i napoletani Alfonso Melluso e Salvatore Anastasio e, in posizione subordinata, i romani Umberto N. Gorietti e Roberto Bracco e i siciliani Vincenzo Federico e Rosario Di Palermo — garantivano la radicazione territoriale.
L’architettura organizzativa delle ADI replicò fedelmente il modello statunitense: centralizzazione economica, vigilanza dottrinale, subordinazione gerarchica delle comunità locali. Le Assemblee di Dio in Italia, quindi, non nacquero dal basso, ma dall’alto; non per impulso di spontaneità carismatica, ma per calcolo organizzativo; non come risposta a persecuzioni, ma come dispositivo religioso inscritto in una strategia geopolitica. Concepito nei circuiti dell’ICL/NCCL, articolato da figure quali Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti e radicato in Italia attraverso strutture saldamente controllate da personalità imprenditoriali come Melluso e Anastasio — funzionali all’inserimento del pentecostalismo nel paradigma atlantico e sionista — il progetto assunse i tratti inconfondibili di una costruzione modellata con rigore ingegneristico.
A distanza di ottant’anni, la genealogia di quell’operazione non è affatto svanita. Essa sopravvive nei legami ereditati da famiglie e figure che ancora oggi incarnano la continuità di quel disegno, come nel caso di Alessandro Iovino, discendente delle famiglie Melluso e Anastasio, gli stessi che furono referenti italiani di Henry H. Ness e ne divennero i principali intermediari nel contesto pentecostale nazionale.
La persistenza di tali relazioni dimostra come la matrice originaria non sia un residuo del passato, ma una genealogia ideologica tuttora operante, capace di proiettarsi nel tempo con notevole coerenza e sorprendente stabilità.
La fondazione delle Assemblee di Dio in Italia non fu, pertanto, un episodio marginale nella storia religiosa del Paese, ma uno dei capitoli più significativi della strategia attraverso cui gli Stati Uniti piegarono la religione a funzione strumentale, integrandola in un ordine geopolitico destinato a durare per decenni.

3.3. Frank B. Gigliotti: l’agente destabilizzatore
Frank B. Gigliotti (1896–1975), cittadino statunitense di origine italiana, occupa un posto singolare nella storia religiosa del secondo dopoguerra, sospeso tra diplomazia informale, intelligence culturale e ingegneria ecclesiastica. La sua figura, solo in apparenza riconducibile alla biografia di un pastore evangelico, si rivela invece connotata da un profilo politico-strategico di rara complessità: già collaboratore dell’Office of Strategic Services — l’organismo che, dalle ceneri della guerra, avrebbe dato vita alla Central Intelligence Agency — e massone di 33º grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, egli operò come intermediario tra gli apparati statunitensi, le reti massoniche transnazionali e i vertici religiosi europei.
Il suo ruolo si situava su un crinale decisivo: il continente era appena uscito da un conflitto devastante, l’Italia era sotto supervisione alleata, attraversata da profonde fratture politiche e impegnata a ricostruire il proprio ordinamento civile. In questa cornice, la religione — soprattutto nelle sue espressioni evangeliche — iniziava a essere percepita dagli Stati Uniti come vettore d’influenza culturale e, in prospettiva, come strumento di stabilizzazione anticomunista. Gigliotti agiva precisamente in questo spazio intermedio, dove la fede, la politica estera e le dinamiche di intelligence si sovrapponevano.
Un capitolo fondamentale della sua attività precede persino la fondazione formale delle Assemblee di Dio in Italia. Nel 1945, l’anno in cui il Paese tentava di riacquistare una propria fisionomia istituzionale dopo la caduta del fascismo, e mentre figure come Henry H. Ness e Hermann Parli si preparavano a entrare nel panorama pentecostale italiano, Gigliotti intervenne presso il Ministero dell’Interno per ottenere il riconoscimento giuridico di un ministro di culto pentecostale. Un atto che, letto superficialmente, potrebbe apparire marginale; ma collocato nel contesto di un’Italia ancora priva di Costituzione, soggetta all’autorità alleata e impegnata nella revisione dei rapporti Stato–confessioni religiose, si rivela un’operazione di alta rilevanza amministrativa.
Quel gesto apriva infatti una breccia normativa che permetteva al pentecostalismo — fino ad allora privo di qualsiasi status ufficiale e spesso perseguito sulla base dell’articolo 1 della legge sui culti del 1929 — di affacciarsi sulla scena pubblica come interlocutore riconosciuto. Gigliotti non agiva da semplice emissario ecclesiastico: utilizzava relazioni e canali istituzionali consolidati negli Stati Uniti per orientare, in anticipo, l’assetto giuridico che avrebbe favorito la successiva organizzazione pentecostale italiana. In un’Italia ancora in bilico tra incertezza politica, ingerenza alleata e ricostruzione amministrativa, tale intervento assumeva una portata strategica.
Nel 1946, quest’azione si ampliò ulteriormente. Come membro dell’American Committee for Religious Freedom in Italy — presieduto da Charles Fama, anch’egli massone e figura di raccordo tra intelligence e reti americane all’estero — e del National Committee of Americans for Religious Emancipation, Gigliotti redasse una memoria ufficiale in difesa dei pentecostali italiani. Tale documento, corredato da una sua lettera personale indirizzata all’ambasciatore Alberto Tarchiani, fu riprodotto e distribuito in una tiratura imponente, stimata dalle fonti in diversi milioni di copie: un’azione di pressione diplomatica e culturale senza precedenti nel campo delle minoranze religiose italiane.
Appena un anno dopo la fine della guerra, quando l’Italia negoziava la propria sovranità e tentava di ridefinire la legislazione sui culti ammessi, questo intervento costituì una vera operazione di lobbying politico-religioso. La memoria del 1946 non fu un semplice documento di tutela dei diritti; fu l’inserimento calibrato di una narrativa americana nella fragile scena politico-istituzionale italiana, funzionale alla stabilizzazione di un protestantesimo filo-occidentale e alla preparazione del terreno per l’arrivo di Henry H. Ness e la creazione delle Assemblee di Dio in Italia.
La parabola di Gigliotti, dunque, non appartiene a un capitolo marginale della storia evangelica italiana: essa ne costituisce la premessa geopolitica. Egli operò laddove la nascente libertà religiosa italiana incontrava gli interessi delle potenze alleate e dove il pentecostalismo istituzionalizzato, ancora allo stato embrionale, poteva essere modellato come attore funzionale alla nuova architettura politico-religiosa del dopoguerra.
La convergenza operativa tra Frank B. Gigliotti e Henry H. Ness rappresenta uno snodo decisivo, benché sovente occultato, nel processo che condusse al riconoscimento giuridico delle Assemblee di Dio in Italia. La loro collaborazione non fu un sodalizio contingente, ma l’espressione organica di una strategia concertata ai vertici dell’intelligence statunitense e delle reti protestanti filoamericane. Ness forniva il quadro teologico e denominazionale necessario a incardinare il movimento italiano nel paradigma dispensazionalista; Gigliotti assicurava la copertura strategica, diplomatica e massonica, muovendosi con disinvoltura tra logge, organismi governativi e ambienti religiosi. L’effetto combinato fu una pressione psicologica e politica capace di alterare gli equilibri interni del pentecostalismo italiano.
Fu proprio questa sinergia, calibrata e multidimensionale, a conferire alle ADI la legittimazione necessaria nell’immediato dopoguerra, inserendole in un disegno globale che rispondeva non a esigenze ecclesiali, ma a priorità geopolitiche degli Stati Uniti. L’apparente dimensione religiosa dell’operazione costituì, in realtà, un tassello della più ampia strategia atlantica volta a incanalare il pentecostalismo italiano in un alveo teologico-politico funzionale alla lotta contro il comunismo e all’espansione del modello culturale statunitense nel Mediterraneo.
L’influenza esercitata da Gigliotti oltrepassò ben presto l’ambito ecclesiale per estendersi alle zone più riservate della massoneria italiana e internazionale. Egli fu uno degli artefici occulti della genesi della loggia Propaganda Due (P2), operando come reclutatore, facilitatore e, secondo fonti concordi, anche come finanziatore di Licio Gelli, destinato a divenire il maestro venerabile della più pervasiva e controversa struttura massonica della storia repubblicana. Non si trattò di un coinvolgimento episodico: il suo operato si inscriveva nelle direttrici della strategia atlantica, che considerava la massoneria uno degli strumenti privilegiati di penetrazione politico-ideologica.
Numerose indagini storiche — da Daniele Ganser alle inchieste parlamentari — attestano che sin dagli anni Cinquanta l’apparato statunitense, attraverso figure come Gigliotti, sostenne la costruzione di una rete massonica segreta volta a contrastare l’ascesa del comunismo in Italia e a stabilizzare, in senso filo-occidentale, gli equilibri politici nazionali. Durante l’amministrazione Nixon, tale sostegno si intensificò a livelli impressionanti: decine di milioni di dollari mensili venivano convogliati nei programmi di destabilizzazione che, sotto la veste della difesa dell’Occidente, miravano a manipolare il sistema politico italiano dall’interno. In questo dispositivo, la religione — e in particolare il pentecostalismo — non era un accessorio, ma un ingranaggio operativo: un vettore capace di permeare le classi popolari, influenzare la cultura religiosa e conferire una patina morale alla strategia geopolitica atlantica.
Gigliotti operò dunque con duplice vocazione: da un lato agente politico-religioso che reinterpretava l’evangelicalismo in chiave atlantista; dall’altro uomo di loggia incaricato di tessere reti di potere parallele, di cui la P2 fu il prodotto più coerente. Il suo operato, tanto discreto quanto incisivo, contribuì a definire l’ossatura di un sistema che, dietro l’apparente molteplicità degli attori, rispondeva a un disegno unificato di controllo culturale, spirituale e politico.
Un tassello ulteriormente rivelatore del nesso fra strategia geopolitica atlantica e penetrazione massonica nelle strutture religiose italiane è offerto dall’intervista concessa da Licio Gelli ad Alessandro Iovino, giornalista pentecostale e discendente delle famiglie Melluso e Anastasio — le stesse che negli anni Quaranta avevano accolto l’ingresso dell’influenza americana nel pentecostalismo italiano. Nel 2009, con sorprendente disinvoltura, Iovino domandò all’ex venerabile maestro della loggia P2:
«Quale è il merito maggiore della P2?».
Un interrogativo che, lungi dall’assumere la forma di una provocazione dialettica o di un’indagine giornalistica serrata, si configura come un quesito neutro, quasi deferente, rivolto a colui che fu il regista occulto della più oscura trama eversiva della Repubblica. La risposta di Gelli — «gli italiani dovrebbero ringraziare la P2: ha fatto in modo di non fare andare i comunisti al potere» — è certamente sconcertante; ma ancor più eloquente è l’assenza di qualsiasi obiezione, contestazione o presa di distanza da parte dell’intervistatore, che accoglie la frase senza incrinarne la prospettiva, quasi legittimando la funzione “salvifica” di una struttura dichiaratamente illegale e sovversiva.

A rendere l’episodio ancor più eloquente è la dinamica stessa che lo rese possibile. È fatto noto che Licio Gelli concedesse udienza soltanto in circostanze eccezionali, dopo avere sottoposto ogni potenziale interlocutore a verifiche preliminari di rigorosa scrupolosità, e che l’accesso alla sua residenza di Arezzo fosse disciplinato da controlli meticolosi, quasi liturgici, posti a presidio della sua cerchia più ristretta. Che un giovanissimo giornalista evangelico — privo, allora, di qualsivoglia ruolo nel panorama mediatico nazionale — sia riuscito a ottenere un colloquio diretto con una figura di tale densità simbolica e strategica non può non suscitare interrogativi gravidi di conseguenze. È arduo immaginare che un incontro di siffatta natura sia sorto per spontanea iniziativa individuale: assai più plausibile è che esso sia stato reso possibile da una rete fiduciaria preesistente, radicata proprio in quegli ambienti religiosi e familiari da tempo attraversati da logiche di cooptazione massonica e da relazioni oblique con i centri effettivi del potere.
Questa circostanza — ulteriormente illuminata dal legame familiare di Iovino con gli ambienti ecclesiali Anastasio-Melluso, gli stessi che negli anni Quaranta avevano favorito l’ingresso dell’influenza americana nel pentecostalismo italiano — mostra con chiarezza inusitata come la trama di condizionamenti intessuta da Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti non appartenga al passato, ma sopravviva quale matrice ideologica e ‘spirituale’ ancora operante. In tale cornice, il riconoscimento implicito della “meritorietà” della loggia P2 da parte di un autore evangelico — formulato senza che affiorasse la minima riserva etica, teologica o civile — rivela fino a qual punto la colonizzazione ideologica avviata nel secondo dopoguerra abbia sedimentato i propri effetti nella coscienza pentecostale, deformando non soltanto le rappresentazioni del potere, ma lo stesso modo in cui la memoria viene elaborata e la narrazione ecclesiale si costruisce.
La successiva rettifica, mediante una monografia dedicata a Gelli — pubblicata soltanto dopo le critiche mosse sui social da diversi pentecostali, fra cui Giacinto Butindaro — non attenua la portata dell’accaduto. Anzi, ne amplifica il significato, mostrando come quella colonizzazione abbia investito non solo le dottrine, ma gli immaginari religiosi, le categorie del giudizio morale e la percezione stessa dell’autorità. L’intera vicenda disvela, con una nitidezza quasi spietata, la continuità delle reti di influenza costruite da Ness e Gigliotti: reti che non costituiscono un reperto d’archivio, ma un dispositivo ideologico e spirituale tuttora attivo, capace di modellare la memoria ecclesiale e di orientare, in profondità, la fisionomia stessa della narrazione storica nel pentecostalismo italiano.


Emblematico, altresì, si rivelò il viaggio che Frank B. Gigliotti compì in Sicilia insieme a Charles Fama — figura che le fonti restituiscono come segnata da non poche zone d’ombra — nei giorni immediatamente precedenti la strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947). Ad accompagnarli vi era Umberto N. Gorietti, che di lì a pochi mesi sarebbe divenuto il primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia e che, in quel frangente, operava come agente di commercio per la calzaturiera Anastasio-Melluso: anch’essi pentecostali, all’alba di un’ascesa economica tanto rapida quanto inusuale per il contesto del dopoguerra.
In quello stesso periodo, infatti, l’azienda Melluso stava vivendo una trasformazione che, per rapidità e scarto qualitativo, merita attenzione. Da modesta impresa familiare relegata in un sottoscala del Rione Sanità, essa si riconfigurava proprio in quei giorni come realtà produttiva di rilievo nazionale e, successivamente, internazionale. L’accelerazione fu favorita dall’introduzione di macchinari d’avanguardia dal costo particolarmente elevato — la cui acquisizione, nelle fonti disponibili, non trova una spiegazione univoca — e dal trasferimento in un edificio riconducibile a un ex convento situato sulla collina di Capodimonte, area contraddistinta da una tradizione residenziale nobiliare e da un processo di espansione edilizia che nel secondo dopoguerra ne stava ridefinendo il profilo.
È significativo, inoltre, che proprio tale edificio, già parte del complesso religioso e successivamente sede produttiva dell’azienda, fu adibito nel primo dopoguerra a primo locale di culto della comunità pentecostale napoletana. E in quello stesso stabile ebbe luogo, nel 1947, il convegno dei conduttori pentecostali presieduto da Henry H. Ness che sancì la nascita delle Assemblee di Dio in Italia. La convergenza di questi elementi — luoghi, biografie, dinamiche economiche e snodi ecclesiali — compone un quadro la cui densità richiede uno sguardo attento e analitico, capace di cogliere come la simultaneità di tali percorsi suggerisca interrogativi storici non marginali.
Non meno significativa è la corrispondenza incrociata fra Gigliotti, Ness e il quartier generale delle Assemblies of God statunitensi — già richiamata nel §§ 3.2 — documentazione inedita pubblicata nell’eccellente volume Il risveglio pentecostale: dalla semplicità dell’Evangelo alla complessità dell’organizzazione e analizzata con competenza dalla dott.ssa (PhD) Patrizia Nicandro. Tali scambi epistolari attestano, con una chiarezza inequivocabile, che la nascita delle ADI non fu né un’espressione spontanea dello Spirito Santo né la maturazione organica del pentecostalismo italiano, bensì l’esito di un’operazione di ingegneria sociale e religiosa orchestrata secondo un preciso disegno confessionale e geopolitico. Tale impianto influenzò in modo permanente la struttura, l’identità e le alleanze teologiche del movimento, ancorandolo saldamente agli interessi strategici del blocco atlantico.
In definitiva, il Pastore Frank B. Gigliotti non può essere compreso come una semplice figura religiosa, ma come un agente esecutivo di un’architettura egemonica che faceva del pentecostalismo uno strumento di ingerenza, legittimazione e controllo. Il suo operato, nella sua ambiguità e nella sua complessità, proietta una luce non eludibile sulle origini delle ADI, rivelando le profonde implicazioni politico-massoniche di un progetto che travalicava di molto il perimetro della spiritualità cristiana, inscrivendosi invece nella più vasta strategia di modellamento culturale e politico dell’Italia del dopoguerra.

Dalla pagina di The Pentecostal Evangel – organo ufficiale delle Assemblee di Dio statunitensi -, del 24 maggio 1947 p.7 emergono due fatti:
- Il primo è che già dal lontano 1947 era noto che dietro la circolare Buffarini-Guidi vi fosse il coinvolgimento diretto del Vaticano, che impartiva ordini al Ministero dell’Interno. È un paradosso che oggi, coloro che si ergono a “revisionisti” storici, avessero davanti agli occhi tale verità da sempre, senza mai proferir parola al riguardo. La mano nascosta della Chiesa Cattolica Romana, quale religione di Stato, dietro la Buffarini-Guidi, non era un mistero, come ben sapevano gli osservatori dell’epoca. In quanto autorità religiosa preminente, il Vaticano esercitava una costante pressione sul governo italiano affinché reprimesse il movimento pentecostale, percepito come una minaccia alla sua egemonia religiosa nel Paese. A conferma di ciò, l’8 agosto 1947, Henry Ness si incontrò con Papa Pio XII, ottenendo il risultato desiderato. Sebbene le discriminazioni contro i pentecostali continuarono per alcuni anni in alcune aree rurali, nelle grandi città cessarono immediatamente, dimostrando così l’efficacia della mediazione di Ness con il Vaticano.
- Il secondo è che il 9 aprile 1947, data in cui Frank B. Gigliotti, insieme a Charles Fama, U.N. Gorietti e un altro pastore romano (con ogni probabilità R. Bracco), si recò in Sicilia, toccando le città di Palermo, Trapani e Agrigento, con il dichiarato intento di sostenere e rafforzare la causa dei pentecostali locali. Sebbene questa missione appaia formalmente conforme a un’ordinaria attività di natura ecclesiale, essa si colloca in un arco temporale sorprendentemente prossimo a un evento ben più oscuro e inquietante: il documentato incontro tra lo stesso Gigliotti e Salvatore Giuliano, celebre bandito siciliano, avvenuto in un periodo imprecisato ma comunque anteriore alla strage di Portella della Ginestra, consumatasi il 1° maggio dello stesso anno. È precisamente in questo contesto che emergono elementi di gravità storica non trascurabili. Secondo testimonianze parlamentari rese dall’onorevole Luigi Cipriani nel 1991 – nell’ambito delle discussioni sull’operazione Gladio – risulterebbe che Gigliotti, insieme a Scamporino, Corvo e Poletti, fu tra coloro che fornirono armamenti alla banda Giuliano (cfr. P. Nicandro, op. cit., nota 76, p. 242). È doveroso osservare che tali operazioni furono condotte nel più assoluto riserbo, sotto l’egida della segretezza e della copertura politico-militare. Ancora più significativo risulta un dettaglio apparentemente marginale ma altamente rivelatore: la presenza, durante quella missione siciliana, di una scorta armata composta da militari statunitensi, equipaggiati con mitragliatrici. Per quale motivo una simile protezione militare avrebbe dovuto accompagnare dei semplici ministri religiosi? Quali interlocutori si apprestavano a incontrare? La risposta non può essere semplicemente ricondotta al clima di instabilità politica e sociale che affliggeva l’isola: troppo strutturata e mirata appare l’operazione per poter essere ridotta a una mera misura precauzionale. Ulteriore conferma dell’intreccio tra missione ecclesiale e disegno geopolitico giunge da fonti accademiche secondo cui, nel corso di un colloquio avvenuto a Washington nel 1947 con Giuseppe Saragat, Gigliotti avrebbe ammesso esplicitamente d’aver incontrato Giuliano e di aver approvato l’impiego della violenza quale strumento di contenimento del movimento comunista in Sicilia – approvazione che, di fatto, culminò nel massacro di Portella della Ginestra. Una tale ammissione getta nuova luce sulle reali finalità del viaggio intrapreso da Gigliotti, Fama, Gorietti e Bracco(?), ma indurrebbe a considerarlo parte integrante di un più ampio disegno geopolitico statunitense, volto a indirizzare – anche tramite il sostegno a elementi armati irregolari – l’equilibrio politico dell’Italia post-bellica. Sebbene, in assenza di ulteriori elementi probatori, non sia possibile formulare asserzioni definitive, la contiguità temporale e logica di tali eventi non può non sollevare interrogativi stringenti. La sovrapposizione tra una missione religiosa apparentemente innocua e un’azione politico-militare sotterranea non è coincidenza trascurabile, ma piuttosto indizio perturbante di un’osmosi tra poteri spirituali e interessi strategici, le cui implicazioni storiche meritano un’indagine ben più approfondita.
- Un blog a me ignoto fino a poco tempo fa, concorda che la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, attribuita alla banda di Salvatore “Toto” Giuliano, fu in realtà il frutto di una più ampia trama di collusioni internazionali. Frank Bruno Gigliotti è indicato come fornitore delle armi a Giuliano, come dichiarato nel 1990 dal deputato Luigi Cipriani (DP) alla Camera (La Repubblica, 15 dicembre 1990, p. 8). A supporto dell’operazione figurano esponenti di spicco della mafia italo-americana: Charles “Lucky” Luciano, che avrebbe favorito il collegamento tra Gigliotti e ambienti siciliani, tra cui Charles Poletti, ex governatore di New York (1942) e poi colonnello dell’esercito USA, capo degli Affari Civili Militari presso l’AMGOT, governatore de facto della Sicilia dopo lo sbarco del 1943; e il misterioso Barone Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano. Vengono inoltre citati Frank Costello (“Angel Face”) e i fratelli Camardos, protagonisti delle operazioni antispionistiche a New York, oltre ai boss Salvatore “Toto” D’Aquila, Joseph “Joe Adonis” Doto e Vito Genovese, coinvolti nella logistica dell’Operazione Husky.
4. Il tradimento delle radici teologiche e storiche
La narrazione che presenta le Assemblee di Dio in Italia (ADI) come la naturale continuazione del pentecostalismo italiano delle origini è una distorsione storica e teologica, che travisa non solo i fatti, ma anche le fondamenta dottrinali del movimento.
4.1. Il pentecostalismo delle origini: radici di tipo riformate, non arminiane
Il pentecostalismo italiano delle origini affonda le sue radici in una visione della salvezza interamente dipendente dalla grazia sovrana, estranea all’arminianismo wesleyano che caratterizzò altri rami del movimento pentecostale giunti successivamente in Italia. Le prime comunità, sorte dalla Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago, professavano l’elezione incondizionata, la centralità di Cristo e la totale sufficienza del sacrificio del Calvario, in piena continuità con la tradizione riformata da cui provenivano.
Tale orientamento teologico fu trasmesso ai pionieri italiani – tra cui Luigi Francescon, Giacomo Lombardi e Pietro Ottolini – dal pastore Filippo Grill, che ne fu mentore spirituale, e venne confermato dall’influenza dottrinale di William H. Durham (1873–1912), pastore battista riformato di Chicago, promotore della dottrina dell’Opera Compiuta (Finished Work of Calvary). In contrapposizione al perfezionismo metodista, Durham insegnava che:
- la rigenerazione è frutto esclusivo della grazia;
- la salvezza, in tutte le sue fasi, è già compiuta nell’opera di Cristo;
- il battesimo nello Spirito Santo, posteriore alla nuova nascita, è dono gratuito e non condizione per la perfezione;
- la vita cristiana è radicata nella sovranità di Dio e nella perseveranza dei santi.
I pionieri italiani non aderivano a un sistema teologico astratto, né si lasciavano sedurre da dispute speculative; al contrario, accoglievano con semplicità e riverenza ciò che ritenevano chiaramente attestato dalle Sacre Scritture: una salvezza come opera esclusiva di Dio, compiuta in Cristo e ricevuta mediante la fede. Provenienti da una Chiesa che aveva interiorizzato gli articoli confessionali della Riforma, e formati da un ministero che esaltava la croce quale compimento del disegno redentivo, essi fondavano la propria fede sui principi della sola gratia, sola fide, solus Christus, rigettando con fermezza ogni concezione sinergistica della salvezza. Tale impostazione dottrinale, che rifletteva il patrimonio della Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago e il lascito biblico dei valdesi, trovò conferma e vigore nell’insegnamento ricevuto da William H. Durham presso la North Avenue Mission di Chicago, dove fu ribadito che la santificazione non costituisce una «seconda benedizione» successiva alla rigenerazione, bensì un processo spirituale continuo, radicato nell’opera compiuta di Cristo al Calvario.[1]
Ne è testimonianza l’innologia pentecostale dei primi decenni, intrisa di riferimenti all’elezione sovrana, alla grazia gratuita e alla perseveranza dei redenti: inni che, pur nella loro semplicità, trasudano un’intensa consapevolezza della signoria dell’Agnello. Né si tratta di un’eredità isolata o marginale: basti considerare la Congregação Cristã no Brasil, fondata nel 1910 da Luigi Francescon e da altri pionieri italiani provenienti dalla missione di Chicago. Questa comunità, che oggi annovera oltre due milioni e mezzo di membri, rappresenta la più numerosa denominazione pentecostale del Brasile e conserva, sin dalle origini, una soteriologia intrisa di motivi riformati: vi si ravvisa l’enfasi sulla grazia sovrana di Dio, la rigenerazione operata mediante la Parola e la santificazione intesa non come crisi esperienziale successiva alla conversione, ma quale frutto progressivo dell’opera compiuta da Cristo. Sul piano escatologico, essa si è mantenuta estranea al dispensazionalismo di matrice darbysta, professando un premillenarismo storico che rigetta tanto la dottrina del rapimento segreto pre-tribolazione quanto l’idea di una distinzione escatologica tra Israele e la Chiesa, affermando invece l’unità del popolo redento nell’attesa del ritorno glorioso del Signore.[2]
Il loro pentecostalismo:
- non fu una rottura con la teologia riformata, ma il suo naturale prolungamento spirituale;
- vide nel battesimo nello Spirito Santo una sovrana effusione della grazia, non un mezzo per il perfezionamento etico;
- resistette a ogni tentazione antropocentrica, riaffermando la gratuità dell’opera divina.
Come già osservato altrove, il pentecostalismo italiano delle origini custodiva una visione alta della salvezza, centrata su Dio e sulla sua iniziativa redentrice. Questo fondamento teologico ne garantì l’autenticità e ne preservò l’integrità, almeno fino all’ingresso di influenze confessionali eterogenee e interessi politici estranei alla sua matrice spirituale.

4.2. L’infiltrazione arminiana e dispensazionalista: Henry H. Ness e Francesco Toppi
Con l’arrivo in Italia di Henry H. Ness (1946–1948) e la successiva (de)formazione teologica di Francesco Toppi presso quello che allora si chiamava International Bible Training Institute (IBTI) di Sussex — un’istituzione sorta su una proprietà appartenuta alle forze armate canadesi durante la Seconda guerra mondiale e la cui direzione fu affidata a Frederick Squire, anch’egli figura collegata a logge massoniche anglosassoni e circuiti filosionisti e amico di Henry H. Ness — il pentecostalismo italiano delle origini subì una metamorfosi radicale, tanto nella struttura quanto nella dottrina. Toppi, ancora giovane e teologicamente immaturo, fu prontamente assorbito dall’ambiente ideologico dell’IBTI, venendo plasmato in funzione di un progetto che mirava a ristrutturare il pentecostalismo italiano secondo modelli funzionali al disegno geopolitico del blocco atlantico. Sotto la sua guida, la tradizione riformata e cristocentrica dei pionieri del pentecostalismo italiano venne gradualmente soppiantata da una teologia estranea, fondata su due pilastri: l’arminianismo, con la sua visione sinergica della salvezza, e il dispensazionalismo, una dottrina moderna, artificiosa, sistematizzata nel XIX secolo da John Nelson Darby (1800–1882), figura teologica quanto mai controversa.
Darby, fondatore del movimento dei Fratelli di Plymouth, era erede di una nobile famiglia irlandese proprietaria di Leap Castle, un maniero noto per le sue oscure vicende storiche e la sua fama sinistra. In quel luogo, tra i più infestati d’Irlanda secondo numerose cronache locali e ispezioni archeologiche, furono ritrovati numerosi scheletri murati in un’intercapedine segreta, accompagnati da strumenti di tortura e simboli esoterici. Benché non esistano prove dirette che John Nelson Darby fosse implicato in pratiche spiritiche legate all’oscura vicenda del castello di famiglia, è innegabile che la sua teologia sia maturata in un ambiente intriso di suggestioni esoteriche, segnato da un millenarismo anglosassone ad alta tensione escatologica, animato da fermenti revivalistici di tono enfatico e da una lettura della storia sacra in chiave simbolica e profetica. In quello stesso clima prendevano forma il proto-sionismo teologico e il sionismo politico europeo, destinati a confluire nel progetto della restaurazione nazionale e territoriale dello Stato d’Israele nel 1948. Ne scaturì così un sistema teologico “sincretico”, germinato entro un contesto storico e familiare pervaso da un immaginario esoterico e funereo. E se, come ammonisce la Scrittura, l’albero si riconosce dai frutti (Mt 7:16) e ogni dottrina dev’essere vagliata alla sua fonte (1Gv 4:1), è lecito domandarsi se tale schema escatologico discenda da autentica rivelazione divina o piuttosto dall’humus spiritico che lo nutriva.
La dottrina delle due fasi del ritorno di Cristo — rapimento segreto della Chiesa prima della tribolazione, e ritorno visibile per instaurare il Regno — non trova alcun fondamento nei testi patristici, nella scolastica, né nella Riforma protestante. È un’invenzione moderna. La sua rapida diffusione fu favorita non da una superiore coerenza esegetica, ma dal sostegno editoriale, teologico e finanziario di reti anglo-americane legate ai circoli bancari ashkenaziti, che ne colsero il valore politico: trasformare l’escatologia in uno strumento per legittimare il progetto sionista, presentando la restaurazione dello Stato d’Israele come condizione necessaria al compimento delle profezie bibliche con la costruzione del «Terzo Tempio».
Francesco Toppi, formato in questo clima, divenne inconsapevolmente promotore di una teologia eterodiretta, che frammentava il disegno unitario della redenzione e contraddiceva la rivelazione biblica secondo cui vi è un solo popolo eletto: quello della fede nel Messia-Redentore (Ab 2:4; Ro 1:17; Ga 3:7–9; Eb 10:38). Il dispensazionalismo, infatti, introduce una dicotomia estranea alla Scrittura, affermando l’esistenza di due popoli eletti — Israele e la Chiesa — con due piani salvifici separati. Così, le promesse dell’Antico Patto non risultano adempiute in Cristo e nella Chiesa, ma proiettate su un futuro Israele etnico, restaurato politicamente e territorialmente. Una tale impostazione nega implicitamente l’identità dell’Israele spirituale (Ro 9:6–8; Ga 6:16), disconosce il compimento cristologico delle promesse (2Co 1:20) e svuota la Chiesa della sua eredità escatologica, attribuendola a un’etnia anziché alla fede. È una teologia della separazione, non dell’adempimento; della dicotomia, non della pienezza; dell’attesa terrena, non della speranza celeste.
Si generò così un cortocircuito dottrinale: da un lato, si professava la continuità dei doni spirituali; dall’altro, si adottava una visione escatologica che li considerava estinti. Questo paradosso rivelava il carattere imposto, non organico, di quella trasformazione teologica, il cui vero scopo era ideologico e geopolitico, non biblico né spirituale.
In conclusione, il cuore del tradimento risiedette non soltanto nell’introduzione di categorie soteriologiche antropocentriche – spostando l’attenzione sul libero arbitrio, un principio massonico e antibiblico, ma nella sottomissione dell’escatologia cristiana a un progetto politico, in cui la speranza del ritorno del Cristo fu sostituita da un programma etno-territoriale, in funzione di un’alleanza strategica tra evangelismo americano e sionismo israeliano. Le Assemblee di Dio in Italia, nella misura in cui accolsero questa visione, divennero — pur forse inconsapevolmente — strumento di un piano teologico-politico di matrice straniera, lontano dallo spirito dei pionieri pentecostali italiani, i quali attendevano il ritorno di Cristo e il regno di Dio dopo la manifestazione dell’anticristo e non la restaurazione etnica di Israele.

4.3. Il caso Dayton: la prova del rinnegamento teologico
La consumazione finale del tradimento teologico si è compiuta nel 2023 con la pubblicazione, a cura delle Assemblee di Dio in Italia, del volume «Le radici teologiche del Movimento Pentecostale» di Donald W. Dayton (Theological Roots of Pentecostalism, 1987). Un volume che non sfiora nemmeno le radici teologiche del pentecostalismo italiano. Un volume che parla di tutt’altro.
Quest’atto editoriale, soltanto in apparenza accademico, segna una svolta ideologica e sancisce la legittimazione di una palese aberrazione storiografica. Dayton, esponente del pensiero holiness e vicino al metodismo radicale, propone un modello genealogico del pentecostalismo integralmente incentrato sulla dottrina wesleyana della santificazione perfetta (entire sanctification) e su un battesimo nello Spirito santo concepito come “terza benedizione” — una visione inconciliabile persino con la pneumatologia storica delle ADI, almeno fino ai tempi della presidenza di Francesco Toppi.
Secondo Dayton, le origini del pentecostalismo andrebbero rintracciate unicamente all’interno del movimento holiness ottocentesco, senza alcun contributo della tradizione battista riformata, della soteriologia calvinista o del cristianesimo restaurazionista. Una tesi non solo parziale, ma — come attestato da studiosi di primo piano quali Allan Anderson, William W. Menzies, Cheryl Bridges Johns, Amos Yong, Edith Blumhofer, Grant Wacker, Darrin Rodgers e Daniel Ramirez — anche teologicamente fallace e storiograficamente fuorviante.[3]
Emblematica, a tal riguardo, è l’assenza totale di riferimenti a William H. Durham — pastore battista riformato e primo teologo pentecostale a formulare la dottrina della Finished Work of Calvary, reinterpretando la soteriologia classica della Riforma in chiave anti-holiness. Tale omissione, tutt’altro che casuale, è frutto di una scelta metodologica deliberata, volta a escludere ogni genealogia alternativa al paradigma wesleyano.
Proprio attorno alla teologia dell’ Opera perfetta e completa di Cristo compiuta sulla Croce elaborata da Durham si coagulò il ramo pentecostale da cui discende direttamente il movimento italiano: un ramo distinto, profondamente radicato nella fede riformata e sviluppatosi nel grembo della Chiesa Presbiteriana Italiana di Chicago. Luigi Francescon, Pietro Ottolini, Giacomo Lombardi e gli altri pionieri non aderivano in alcun modo alla second blessing theology wesleyana: al contrario, la rigettavano in quanto incompatibile con la grazia sovrana e gratuita dell’opera redentrice del Calvario. E, per amor di verità, la rigettavano fino a pochi decenni or sono anche le stesse Assemblee di Dio in Italia, al contrario della «Chiesa di Dio in Italia», che sì, è di matrice holiness.
La pubblicazione italiana del volume di Dayton assume così i contorni di una riscrittura ideologica retroattiva, funzionale a legittimare ex post la progressiva deriva arminiana e holiness delle ADI, in palese rottura con le proprie autentiche radici fondative. Una rottura che ha generato ciò che altrove abbiamo definito «Pentecostalismo OGM» : una creatura teologica ibrida e adulterata, costruita a posteriori, che ha reciso ogni legame con la matrice riformata e autoctona da cui germogliò il vero pentecostalismo italiano.
La prefazione all’edizione italiana redatta da Salvatore Cusumano, conferma la natura apologetica dell’operazione. In essa non si ravvisa alcuna presa di distanza critica dai limiti metodologici e contenutistici dell’impianto genealogico di Dayton — né sotto il profilo storico, né sotto quello teologico, né tanto meno in ottica interculturale. Al contrario, con tono sobrio e apparentemente neutrale, si insinua l’idea di una presunta continuità tra l’eredità wesleyana e il pentecostalismo italiano, senza menzionare nemmeno una volta la dottrina della Finished Work, il rigetto storico del dispensazionalismo cessazionista, o il contesto pluralista in cui si svilupparono le prime comunità italiane in Nord America. L’opera viene definita «contributo specialistico», ignorando volutamente che la sua tesi è oggi ampiamente superata dalla storiografia più autorevole e globalmente informata.
Ci troviamo dinanzi a una vera e propria mistificazione editoriale — l’ennesima — che, oltre a violare la verità storica, produce un danno teologico e identitario irreparabile se non adeguatamente contrastato. Ed è per questo che questo articolo (non escludo di scriverci un libro) non si propone come opinione tra le tante, ma come necessità intellettuale ed ecclesiale.
Il paradosso si acuisce se si considera che tale volume è stato pubblicato non dalla «Chiesa di Dio in Italia» wesleyana che ne aveva tutto l’interesse, ma proprio da un movimento — le ADI — le cui autentiche origini sono profondamente ancorate alla diaspora evangelica italiana di Chicago, nella tradizione presbiteriana e nella teologia dell’opera compiuta. Tutti temi che risultano totalmente ignorate, se non deliberatamente cancellate, dal modello storiografico proposto da Dayton. In tal modo, le Assemblee di Dio in Italia finiscono per promuovere una genealogia che le esclude, e che — proprio attraverso le sue omissioni — contribuisce a recidere le proprie stesse radici. Un clamoroso caso di auto-espropriazione identitaria, reso possibile soltanto da un oblio deliberato della verità storica.
Alla luce di ciò, la decisione delle ADI di pubblicare nel 2023 un’opera come quella di Dayton — che nega le origini dottrinali e le radici riformate del pentecostalismo italiano — non può essere considerata una semplice iniziativa culturale. È un atto di clamorosa diserzione identitaria, un tradimento cosciente e deliberato, compiuto con piena consapevolezza. Non si tratta più di ignoranza, ma di adesione convinta a un processo di riscrittura della storia, funzionale al riallineamento del pentecostalismo italiano su coordinate arminiane e antropocentriche. Un pentecostalismo che, nel nome di una presunta eredità holiness, si rende compatibile con i dettami ideologici del mondo contemporaneo, rinnegando in modo sistematico la visione cristocentrica, biblica e riformata che aveva animato i suoi fondatori.
Pubblicare Dayton nel 2023 non significa «studiare le radici del pentecostalismo»: significa innestare nel corpo ecclesiale italiano una narrazione costruita ad arte, ideologicamente orientata, teologicamente fallace e storiograficamente mistificatoria. È un gesto che consacra il distacco definitivo dalle radici riformate del movimento, e che dimostra come il disegno inaugurato da Henry Ness e Frank Gigliotti — volto a colonizzare il pentecostalismo italiano mediante categorie teologiche americane e interessi geopolitici atlantici e filosionisti — sia ormai giunto a piena maturazione.
4.4. La rimozione simbolica di L. Francescon e P. Ottolini
Un atto particolarmente grave di omissione memoriale segna il tradimento teologico e storico perpetrato dalle Assemblee di Dio in Italia (ADI). Alla morte di Luigi Francescon, avvenuta il 7 settembre 1964 a Oak Park (Illinois) all’età di 98 anni, e di Pietro Ottolini, deceduto nel 1962 a St. Louis (Missouri) all’età di 93 anni, l’organo ufficiale delle ADI, Il Risveglio Pentecostale, non pubblicò alcuna notizia, necrologio o commemorazione. Questo silenzio non fu una semplice disattenzione editoriale, ma un gesto deliberato, una forma di damnatio memoriae nei confronti dei due principali pionieri del pentecostalismo italiano.
Francescon e Ottolini non furono mere figure di contorno, ma architravi spirituali e storici del risveglio pentecostale italiano, protagonisti di un’opera che non solo darà origine al petnecostalismo in Italia (unico al mondo ad essere autoctono) e tra gli italiani negli Stati Uniti ma si spingerà fino al Sud America (Argentina e Brasile). Il silenzio editoriale delle ADI non può essere spiegato come una svista o una lacuna comunicativa: esso si configura come un atto lucido, volontario, programmatico. Una rimozione ideologica e simbolica, volta a estirpare ogni legame con il pentecostalismo riformato, indipendente e sovrano delle origini, per sostituirlo con una narrazione confessionale artificiosa, costruita a posteriori secondo dettami teologici eterodiretti.
Francescon e Ottolini furono padri fondatori di un movimento animato da fervore evangelico, estraneo alla logica denominazionale, radicato nella grazia sovrana e nella libertà dello Spirito, avverso a ogni forma di clericalismo o compromesso ideologico. Proprio per questo, la loro memoria risultava inconciliabile con l’identità che le ADI vollero forgiare sotto l’influenza arminiana, dispensazionalista e filo-sionista promossa da Henry H. Ness fin dalla loro fondazione.
Tale damnatio memoriae non rappresenta dunque un semplice torto personale, ma costituisce una cesura irreversibile sul piano teologico, ecclesiologico e memoriale. Il silenzio ufficiale su Francescon e Ottolini è il segno tangibile della volontà delle ADI di H. Ness e dei suoi referenti (Anastasio e Melluso) di recidere radicalmente le radici dal pentecostalismo originario, per poter costruire una nuova identità conforme agli interessi politici e confessionali del blocco atlantico. Come ammoniva Tacito: “Oblivione saeviorem memoriam esse” – «Talvolta, il ricordo è più crudele dell’oblio». Ma in questo caso, l’oblio stesso fu lo strumento del dominio: non si volle ricordare, perché ricordare avrebbe significato confessare il tradimento.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, forse resosi conto dell’inganno e mosso da un tardivo impulso di ravvedimento, Francesco Toppi — storico presidente delle ADI — tentò un’opera di recupero memoriale, dedicando monografie e articoli ai pionieri del risveglio pentecostale italiano, pubblicati sulla rivista Cristiani Oggi, allora in formato quindicinale. In quelle pagine traspariva l’intenzione di riallacciare il movimento italiano alle sue autentiche radici, anteriori all’infiltrazione teologica e geopolitica delle Assemblies of God americane, compromesse con ambienti massonici, atlantisti e sionisti. Tuttavia, quel tentativo, per quanto lodevole, giungeva troppo tardi per risanare una frattura ormai storicamente, strutturalmente e teologicamente consolidata.
Per dirla con Orazio: Non omnis moriar, multaque pars mei vitabit Libitinam — «Non morirò del tutto, e gran parte di me sfuggirà a Libitina» (Odi III, 30, 6–7).
La memoria di Luigi Francescon, benché metodicamente oscurata nel discorso ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia, non poteva essere né cancellata del tutto né sbrigativamente riabilitata con un gesto editoriale isolato. L’intera impalcatura dottrinale e istituzionale delle ADI era ormai stabilmente edificata sul modello teologico, ecclesiologico e geopolitico imposto da Henry H. Ness, il quale — pur sostenuto da registi occulti e poteri esterni — operò in prima linea nella costruzione della denominazione, dettandone l’orientamento confessionale. Lo stesso Francesco Toppi, pur animato da un impulso teso a un simbolico recupero della memoria dei pionieri, si trovò a pagare il prezzo di una traiettoria già tracciata e divenuta, nei fatti, irreversibile.
Nel 2007 fu indotto alle dimissioni — secondo fonti riservate, con modalità non prive di elementi inquietanti — e gli succedette Felice Antonio Loria, il quale non esitò a riaffermare, con marcata determinazione, il legame strategico con il mondo massonico e sionista delle Assemblies of God statunitensi.
Pochi mesi dopo la sua elezione, Loria si recò in visita ufficiale in Canada, dove incontrò — tra gli altri — David Di Staulo (membro di una loggia massonica), attuale presidente delle Canadian Assemblies of God, e Davide Mortelliti, nipote di Vincenzo Federico, intorno al quale esistono documentazioni e informazioni che suggeriscono una biografia ben più complessa e opaca rispetto a quella agiografica diffusa da ADI-Media. Durante tale visita, si rinsaldò il vincolo con la diaspora italo-pentecostale d’Oltreoceano. Il viaggio proseguì negli Stati Uniti, culminando in un incontro ufficiale presso la sede centrale delle Assemblies of God a Springfield, Missouri. La foto commemorativa e l’articolo pubblicato su Il Risveglio Pentecostale (dicembre 2008), intitolato emblematicamente «Per rinsaldare le radici spirituali», sono più eloquenti di ogni commento: si “rinsalda” ciò che era già stato saldato, ma che nel tempo si era indebolito o incrinato. Toppi aveva cercato — con gesto coraggioso ma ormai inefficace — di rompere quell’innesto artificiale, per riannodare il filo con l’originale identità del risveglio italiano e alla sua autentica identità pneumato-cristocentrica (quelli erano gli anni quando Salvatore Cusumano, docente all’BI, adottava come manuale di riferimento la Teologia sistematica del calvinista Louis Berkhof che oggi probabilmente rinnega). Loria, al contrario, sancì definitivamente la continuità con il modello imposto, sigillando il processo di americanizzazione confessionale e di colonizzazione ideologica avviato da Henry H. Ness e sostenuto, dietro le quinte, da figure come Frank B. Gigliotti.
La tardiva manovra di Toppi non fu soltanto un tentativo di risanare una frattura memoriale, ma implicitamente una confessione dell’entità del danno arrecato al pentecostalismo italiano originario. Si trattò di un’ammissione postuma dell’irreversibilità di una metamorfosi teologica e storica che aveva ormai compromesso l’identità del movimento. I tentativi successivi di riscrivere la narrazione ufficiale non hanno alterato la realtà dei fatti: la verità documentaria resiste, inalterabile, alle strategie retoriche e concilianti. La distorsione del passato non potrà mai essere del tutto sanata, soprattutto quando essa oltraggia la memoria dei veri fondatori — uomini che, con integrità, sacrificio e fedeltà, posero le basi spirituali di un risveglio che oggi sopravvive soltanto nella coscienza dei giusti o in piccole comunità domestiche, gelose della libertà dello Spirito.
L’influsso ideologico e teologico veicolato da Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti non si esaurì affatto entro i confini istituzionali delle Assemblee di Dio in Italia, ma travalicò ogni delimitazione confessionale, propagandosi come agente silenzioso di riorientamento dottrinale in tutto il panorama pentecostale nazionale. Le Assemblies of God americane, infatti, si servirono delle ADI non solo come ponte organizzativo, ma soprattutto come strumento strategico per modellare — in chiave atlantista e sionista — l’identità teologica dell’intero pentecostalismo italiano, anche di quello formalmente indipendente.
Emblematico, in tal senso, fu il ruolo esercitato dalle pubblicazioni ufficiali delle ADI — in particolare i manuali per le Scuole Domenicali — tradotti quasi integralmente dai testi delle Assemblies of God USA, che divennero, nel corso dei decenni, il principale canale di trasmissione di un pensiero teologico estraneo alle radici riformate del movimento. Molte comunità, pur non aderendo alle ADI, finirono con il nutrirsi da quelle fonti editoriali, spesso per sudditanza psicologica o mancanza di alternative, assorbendone inconsciamente l’impianto arminiano e l’escatologia darbysta. In questo modo, si diffuse un pentecostalismo teologicamente adulterato, svuotato della propria genuinità originaria, conforme a una narrazione escatologica funzionale agli interessi geopolitici statunitensi e sionisti, che concepivano la religione come strumento di penetrazione culturale e di consolidamento dell’egemonia ideologica.
Così, anche le realtà che si dichiaravano autonome dalle ADI, e spesso in disaccordo su questioni tutto sommato marginali, si ritrovarono — inconsapevolmente — lentamente colonizzate, teologicamente disinnescate e deviate dalla visione cristocentrica e biblica dei pionieri, in favore di una teologia dell’emergenza, dispensazionalista e filosionista, che reinterpretava il Vangelo secondo logiche geopolitiche estranee alla rivelazione apostolica.
In questa congiuntura storica, il pentecostalismo italiano non affiliato alle ADI — lungi dal rappresentare un’alternativa fedele al retaggio riformato e cristocentrico delle origini — appare oggi interamente assorbito dalle dinamiche ideologiche del blocco atlantico e dalle suggestioni geopolitiche del sionismo escatologico. Le sue istanze, un tempo autonome, si sono piegate a modelli dottrinali estranei, rinnegando l’eredità pneumatologica dei padri.
Nel contempo, all’interno delle stesse Assemblee di Dio in Italia, l’ala più conservatrice — che aveva timidamente tentato di proseguire l’opera di recupero memoriale avviata da Francesco Toppi — si trova oggi in una condizione di crescente marginalità, sospesa tra il desiderio di riaffermare le radici teologiche del movimento e le sempre più pressanti direttive imposte dai vertici sovranazionali. A gravare in modo particolare è l’ingerenza sistemica delle Assemblies of God statunitensi, risolute nel perseguire un riallineamento confessionale totale, perfettamente conforme alle agende strategiche del pentecostalismo globale, ormai assoggettato — nei suoi organi direttivi — a un impianto ideologico egemonico di matrice massonica e sionista.
In tale contesto, non appare casuale l’improvvisa scomparsa dalle pubblicazioni ufficiali delle ADI di quelle stesse monografie storiche dedicate ai pionieri del risveglio pentecostale italiano, redatte con cura e passione dallo stesso Francesco Toppi. Testi un tempo considerati parte integrante del patrimonio memoriale della denominazione, oggi risultano irreperibili: la casa editrice ADI-Media s.r.l. ne ha cessato silenziosamente la stampa e la distribuzione. Un gesto eloquente, che non può non essere interpretato come il sintomo di una precisa volontà di rimozione: quella di recidere, in via definitiva, ogni legame con le autentiche origini del pentecostalismo italiano, per sostituirle con una narrazione conforme al nuovo paradigma teologico imposto dai centri di potere transnazionali.
Parlo con cognizione di causa: ho personalmente conosciuto e frequentato tutti i personaggi ritratti nella foto e menzionati nell’articolo del Risveglio Pentecostale a firma di Felice Antonio Loria. Sono stato ospite nelle loro abitazioni, ho condiviso momenti conviviali, e intrattenuto conversazioni dirette — con la sola eccezione di Daniele Marra. Ricordo distintamente una cena in casa del “Pastore” Donadio: l’impressione provata in quell’occasione, per quanto legata unicamente a percezioni soggettive, fu la medesima che sperimentavo anche accanto a David Di Staulo, all’epoca ero il suo pastore associato in Canada. Mi sembrava di essere proiettato dentro una scena del film Il Padrino — un paragone, s’intende, del tutto simbolico ed emotivo.
Inoltre, ho visitato anche io tutte le sedi menzionate nell’articolo a firma di Felice A. Loria, inclusa la sede centrale delle Assemblies of God a Springfield, Missouri, perché fa parte di un itinerario turistico tradizionale. In quell’occasione mi fu concesso di esplorare ogni settore, incontrare i principali referenti e accedere agli uffici della direzione generale. In quella circostanza fui ricevuto — insieme a David Di Statulo, David Mortelliti, John Della Foiresta e Daniel Costanza, loro più avanti di me negli anni — nell’ufficio dell’allora Sovrintendente Generale, Thomas E. Trask. Conservo, a testimonianza di quanto affermo, documentazione scritta, fotografica e audio.
Non parlo, dunque, per sentito dire. So perfettamente di cosa tratto: ne ho vissuto le dinamiche, colto la cultura interna, respirato le strategie sottese. E se oggi prendo la parola, lo faccio non per spirito di rivalsa, ma per rispetto alla verità. Una verità che conosco non solo per studio indiretto, ma anche per esperienza personale, profonda e documentata.

5. La memoria tradita e l’identità usurpata
Manipolare la memoria storica non è soltanto un errore interpretativo: è un atto di sovversione dell’identità collettiva. Le Assemblee di Dio in Italia non si sono limitate a reinterpretare il passato, ma ne hanno sovrascritto le coordinate fondamentali, appropriandosi indebitamente del martirio altrui per costruire una legittimazione che non possedevano. Così facendo, hanno svuotato di significato il sacrificio di coloro che pagarono con la propria libertà — e talvolta con la propria vita — la fedeltà alla grazia sovrana di Dio.
Questo tentativo di retroproiezione storica ha avuto l’effetto di recidere le radici teologiche del pentecostalismo italiano, riconfigurandone arbitrariamente l’identità dottrinale in chiave arminiana e dispensazionalista, laddove le origini erano chiaramente riformate e congregazionaliste. La falsificazione della genealogia spirituale non è solo ingannevole: è moralmente intollerabile. Ogni sacrificio autentico richiede verità. E senza verità, la memoria si trasforma in mito propagandistico.
5.1. L’appropriazione indebita della memoria pentecostale
L’articolo Novant’anni di Buffarini-Guidi, pubblicato sull’organo ufficiale delle ADI e firmato da Salvatore Cusumano, è un esempio paradigmatico di narrazione costruita per consolidare un’identità denominazionale a scapito della realtà storica. Non si tratta solo di un’omissione, ma di un’operazione ideologica: la memoria dei pentecostali perseguitati viene sovrapposta a una struttura confessionale che non esisteva all’epoca, e che anzi incarnava — e incarna tuttora — principi opposti a quelli che animavano le prime comunità pentecostali.
Le evidenze documentali parlano chiaro: i perseguitati del periodo fascista erano pentecostali indipendenti, radicati nella dottrina della grazia sovrana e formati nella tradizione della Chiesa Presbiteriana di Chicago. Rigettavano tanto l’arminianismo quanto il dispensazionalismo successivamente introdotti nelle ADI. L’attribuzione di quel sacrificio fondativo alle Assemblee di Dio in Italia è una grave mistificazione, una sovrapposizione indebita che trasforma i persecutori ideologici in eredi morali. Si tratta di un vero e proprio inganno ai danni dei pentecostali stessi come ha riconosciuto un pastore i cui antenati sono stati essi stessi conduttori pentecostali per tre generazioni.
È indispensabile affermare con chiarezza che non vi è alcuna continuità dottrinale tra i perseguitati e coloro che, successivamente, costruirono un’identità confessionale modellata su paradigmi americani, atlantisti e sionisti. Ogni appropriazione indebita della memoria è una ferita inferta alla verità e alla dignità di chi ha sofferto senza protezioni istituzionali né riconoscimenti ufficiali.
5.2. Una testimonianza cancellata: l’ombra lunga della damnatio memoriae
La manipolazione della memoria storica non si limita ad alterare il passato: essa opera una mutilazione profonda dell’identità collettiva, deformando la coscienza di una comunità e recidendo il legame vitale con le proprie origini. Nessuna realtà ecclesiale può conservare la propria integrità spirituale se tradisce la verità delle sue radici. E nessuna narrazione può dirsi redentiva se fondata sull’oblio, sulla selezione ideologica e sulla rimozione del dissenso.
I pentecostali perseguitati sotto il fascismo furono testimoni di una fede incardinata nei princìpi della Riforma: sola gratia, sola fide, solus Christus. La loro visione della salvezza, fondata sull’elezione divina, affondava le radici nella Chiesa Presbiteriana italiana di Chicago, guidata da Filippo Grill, ed era stata ulteriormente consolidata dalla predicazione di William H. Durham, da cui ricevettero il messaggio pentecostale e una pneumatologia coerente con una soteriologia monergistica e biblicamente fondata (Gv 6:44; At 13:48; 16:14). Essi non aderirono né all’arminianismo né al dispensazionalismo: la loro fede non era il frutto di costrutti filosofici, ma il risultato di una lettura semplice, reverente e coerente delle Scritture. La Bibbia era il loro unico codice, e la grazia sovrana l’unico fondamento della redenzione.
Eppure, questa identità storica e teologica fu scientemente recisa. Emblematica, in tal senso, è l’assoluta omissione — da parte de Il Risveglio Pentecostale, organo ufficiale delle ADI — di ogni menzione alla morte di Luigi Francescon (1964) e Pietro Ottolini (1962). Nessun necrologio, nessun ricordo, nessuna parola. Un silenzio assordante, che non può essere archiviato come semplice dimenticanza. Si tratta, piuttosto, di una damnatio memoriae deliberata, funzionale alla riscrittura identitaria del movimento.
5.3. Le responsabilità morali della mistificazione
Tale cancellazione non è neutra. Non solo offende la memoria di due figure fondative del pentecostalismo italiano — Luigi Francescon, apostolo delle origini, e Pietro Ottolini, evangelista infaticabile — ma rappresenta l’indizio rivelatore di una strategia sistematica: eliminare ogni traccia di un’alternativa teologica scomoda, fondata sulla grazia, sull’elezione e sulla non-denominazionalità, per consolidare una nuova identità confessionale modellata sull’arminianismo pragmatico delle Assemblies of God statunitensi e sull’ideologia dispensazionalista e sionista del secondo dopoguerra.
La rimozione di Francescon, in particolare, fu un atto di vera e propria rimozione simbolica. Ricordarlo avrebbe significato riconoscere che esisteva — alle origini — un pentecostalismo italiano non omologato, libero da apparati gerarchici, da compromessi istituzionali, da vincoli confessionali. Un pentecostalismo che non chiedeva il permesso allo Stato né alla politica ecclesiastica per proclamare tutto il consiglio di Dio (At 20:27).
La mistificazione non si limita dunque a un errore storiografico: essa rappresenta un tradimento spirituale e morale. Chi cancella deliberatamente la memoria dei padri non solo rinnega le proprie radici, ma spezza la continuità della testimonianza e deforma l’eredità ricevuta. È un’operazione ideologica, finalizzata a normalizzare ciò che era nato profetico, a istituzionalizzare ciò che era nato carismatico, a rendere compatibile col secolo ciò che era stato concepito in cielo.
Come ammoniva Seneca, «ciò che abbiamo vissuto è certo» (De brevitate vitae X, 3). Memoria praeteritorum lumen futurorum. Chi tradisce la memoria dei padri, rinuncia al diritto di parlare in nome della verità.
Non è dunque sorprendente che, a distanza di anni, lo stesso Francesco Toppi — storico presidente delle ADI (dal 1977 al 2007) — abbia lasciato trapelare una perplessità che suona oggi come una confessione implicita, quasi un pentimento tardivo. In occasione di un Convegno nazionale, riferendosi all’Intesa con lo Stato italiano siglata nel 1988, Toppi dichiarò testualmente:
Quando mi sono convertito ho cominciato a distribuire gli opuscoli per la strada. E servivo il Signore. Poi lentamente sono stato chiamato ad altri incarichi, fino a fare quelo che era una cosa, allora, molto importante. Adesso non so più se è importante: l’Intesa. Adesso non so più se è importante, perché questo ci ha messo tanti paletti che ne potevamo fare a meno, vero?
Parole semplici, eppure gravide di significato, che rivelano quanto l’Intesa — sbandierata all’epoca come un traguardo storico — avesse in realtà trasformato la testimonianza spirituale del movimento in un corpo confessionale vincolato, imprigionato e privato della libertà profetica che ne aveva contraddistinto le origini. Con la creazione delle ADI, una parte consistente del pentecostalismo italiano cedette alle seduzioni sistemiche orchestrate da Henry H. Ness, Frank Gigliotti (e non da ultimo Hermann Parli), lasciandosi irretire in un impianto giuridico confessionale che ne snaturava la vocazione originaria. In tal modo, il movimento accettò — de facto — di rinunciare alla proclamazione integrale di tutto il consiglio di Dio (At 20:27), subordinando la propria voce profetica alle esigenze di compatibilità culturale, giuridica e ideologica imposte da uno Stato progressivamente secolarizzato. Così, ciò che era nato come la Sposa di Cristo rischiò di divenire ancella del sistema.
Non meno significativa è la riflessione autobiografica con cui Toppi apre il suo intervento, rievocando il fervore iniziale della sua conversione: egli ricorda di aver distribuito liberamente opuscoli evangelistici per le strade di Roma fin dal 1945, anno della sua conversione — vale a dire prima della fondazione delle ADI (1947), prima dell’entrata in vigore della Costituzione (1 gennaio 1948), e ancor prima del riconoscimento giuridico ottenuto nel 1959. Tale affermazione smentisce implicitamente la narrazione secondo cui il riconoscimento giuridico sarebbe stato condizione necessaria per la libertà di culto: al contrario, testimonia che lo spazio pubblico per l’evangelizzazione era già accessibile, almeno nella capitale, a chiunque volesse proclamare il Vangelo con zelo e senza compromessi.
Conclusione
La verità storica costituisce la pietra angolare su cui si fonda ogni autentica giustizia. Senza di essa, il sacrificio dei primi pentecostali itaiani viene svuotato del suo significato, la testimonianza perde di profondità, e la memoria si dissolve nella nebbia dell’ideologia. Alla luce delle fonti documentali, delle ricostruzioni storiografiche attendibili e della corrispondenza intercorsa tra Henry H. Ness, Frank B. Gigliotti e il quartier generale delle Assemblies of God statunitensi, è possibile affermare con la forza della certezza storica quanto segue:
- Le Assemblee di Dio in Italia, contrariamente a quanto spesso lasciato intendere, non furono mai oggetto diretto della repressione fascista, in quanto la loro fondazione avvenne soltanto nel 1947, ossia dodici anni dopo l’emanazione della circolare Buffarini-Guidi e tre anni dopo la caduta del regime.
- La loro costituzione, ben lungi dall’essere l’esito di uno sviluppo organico del pentecostalismo italiano, fu il risultato di un progetto confessionale e geopolitico eterodiretto, promosso da attori esterni e perfettamente allineato con l’agenda atlantista e sionista dell’evangelismo statunitense. Tale progetto venne orchestrato in un momento cruciale per gli assetti internazionali, nel pieno della riorganizzazione postbellica e alla vigilia della nascita dello Stato di Israele (1948).
- In questo quadro si inserisce la figura di Henry H. Ness, principale promotore della nuova denominazione, agente al servizio dell’intelligence israeliana e sostenitore dichiarato del sionismo cristiano, il quale operò in stretta sinergia con ambienti evangelici statunitensi, massonici e filo-atlantisti. La teologia arminiana e dispensazionalista da lui introdotta rappresentò una rottura netta con le radici riformate e congregazionaliste del pentecostalismo italiano delle origini, e non derivò da un’evoluzione teologica interna, bensì da una precisa strategia ideologica e culturale. L’adozione del dispensazionalismo escatologico – con la sua enfasi sul rapimento segreto, sulla restaurazione di Israele e sulla rigida separazione tra Chiesa e Israele – non fu una semplice variazione esegetica, ma uno strumento funzionale a un disegno geopolitico globale, finalizzato a saldare il pentecostalismo italiano all’asse strategico atlantico-sionista, trasformandolo in un veicolo teologico di penetrazione culturale e di controllo ideologico.
Di fronte a tali evidenze, si impone con urgenza non un’opinione, ma un dovere: riconoscere e onorare la memoria dei veri pentecostali perseguitati, liberandola dalle manipolazioni confessionali che piegano i fatti storici a esigenze di legittimazione. La verità storica e teologica dev’essere custodita nella sua integrità, senza adattarla a narrazioni costruite ad arte per sostenere l’identità di movimenti che nulla condividono con lo spirito e la fede dei padri fondatori del pentecostalismo italiano.
Restituire onore ai testimoni della fede pentecostale delle origini significa riaffermare, con vigore e umiltà, il principio evangelico per eccellenza: «La verità vi farà liberi» (Giovanni 8:32). Una libertà che non è né politica né ideologica, ma spirituale, perché libera il cuore e l’intelletto dall’errore, riconducendoli all’unica fonte immutabile: la Parola di Dio.
La verità non ha bisogno della forza per imporsi, né dell’inganno per essere accolta. Essa vince senza violenza, persuade senza manipolazione, e conquista con la sola forza della luce. È questa una convinzione che attraversa l’intera tradizione cristiana secondo cui la verità, anche quando è perseguitata, non soccombe: essa trionfa nella mitezza, nella pazienza, nella grazia. Non si piega ai poteri del tempo, ma si erge, incorruttibile, come testimone eterno, immune alle strumentalizzazioni del momento.

Le Assemblee di Dio in Italia, prima di commemorare i novant’anni dalla circolare Buffarini-Guidi, potrebbero trarre beneficio da un atto più silenzioso, ma infinitamente più autentico: un esame di coscienza. Talvolta, è proprio nel raccoglimento e nella sospensione della parola che le coscienze trovano il coraggio di ascoltare ciò che per anni è stato ignorato, dimenticato, rimosso.
Ci sono pagine che non si possono semplicemente voltare, né annate commemorative che possano cancellare ciò che — nel cuore di chi ha sofferto — resta inciso con la forza del silenzio non voluto, ma imposto. L’emarginazione sistematica, le etichette infamanti, le esclusioni strategiche, le cospirazioni pianificate e mai firmate… tutto ciò non accadde per caso. Vi fu una regia. E tra coloro che ne subirono le conseguenze, vi fu anche chi scrive queste righe. Allora poco più che trentenne, colpevole soltanto di amare la verità più della convenienza e di servire con coscienza libera e non addomesticata.
Un tempo, un documento — oggi da me reso pubblico — sancì una “decisione” che, a distanza di anni, persino i suoi “mandanti” hanno ammesso in via ufficiosa e privata (ma documentabile) essere stata priva di fondamento. Ma quella decisione non fu mai revocata, né mai ne furono riconosciute pubblicamente le reali motivazioni. Ed essa segnò l’inizio di un processo di esclusione silenziosa che non si fermò in Italia ma si consumò in Canada.
Eppure, nonostante tutto, ho scelto di non reagire. Ho custodito, non esibito. Ho taciuto — per rispetto. Non per paura. Per amore. Non per debolezza. Per fedeltà a una chiamata più alta, che non si piega alla logica del risentimento. Mai ho reso pubbliche le verità scomode di cui fui testimone. Mai ho cercato vendetta, né riparazione. Ho iniziato, e solo da recente, a parlare solo di storia e di dottrina, anche quando la storia ha toccato la mia carne.
È questo, forse, il vero interrogativo morale che rimane aperto. Non per me. Ma per chi oggi guida, governa, insegna e pubblicamente rappresenta. Perché chi ha visto — e non ha parlato — sa. E chi sa, ma tace, porta con sé un peso che né le commemorazioni né le celebrazioni potranno sciogliere.
Non si chiede umiliazione, né resa. Ma esiste un valore dimenticato, a cui un tempo si dava il nome di «riparazione». E non vi è onore più grande per un’istituzione che riconoscere il dolore provocato a chi, pur colpito, ha continuato a benedire. Non vi è perdono più profondo di quello che non viene chiesto per convenienza, ma che nasce da un moto di verità che finalmente vince sull’orgoglio. Quella verità che si pretende dalle istituzioni ma non si è pronti a offrire.
La memoria, per essere autentica, non può essere selettiva. E il pentecostalismo italiano — se vuole davvero riconciliarsi con le proprie radici — dovrà prima o poi confrontarsi non solo con le ombre del fascismo, ma anche con quelle prodotte al proprio interno. Ombre che non si dissolvono con la retorica, ma solo con la luce. E con la voce — anche flebile — di chi, nel profondo, sa di non aver fatto abbastanza.
Perché la verità non ha bisogno di forza per affermarsi. Essa vince senza violenza, persuade senza minaccia, e resta anche quando ogni cosa sembra averla cancellata. È questa la verità che rende liberi. Ed è questa libertà che, forse, un giorno potrà restituire al pentecostalismo italiano la dignità di un’eredità riconciliata, non costruita sul silenzio, ma sul coraggio del riconoscimento.
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Note
- William H. Durham elaborò la dottrina del Finished Work of Calvary in opposizione alla santificazione come “seconda benedizione” del metodismo holiness. Una sintesi autorevole del suo pensiero si trova in: Durham, William H., Holiness and the Baptism with the Holy Ghost, Chicago, 1910. Ristampato in: Stanley M. Burgess (a cura di), Pentecostal and Charismatic Movements: A Reference Guide, New York: Garland Publishing, 1985. Per il recepimento di tale dottrina da parte di Luigi Francescon e il suo influsso nella formazione del pentecostalismo italo-americano e brasiliano, si veda: Francescon, Luigi, Fedele testimonianza della grazia di Dio, Chicago, 1942. Cfr. inoltre: Paul Palma, Italian American Pentecostalism and the Struggle for Religious Identity, New York: Routledge, 2019, pp. 24–28. Allan H. Anderson, To the Ends of the Earth: Pentecostalism and the Transformation of World Christianity, Oxford: Oxford University Press, 2013, pp. 93–96.
- I Pontos de Doutrina e da Fé que uma vez foi dada aos santos della Congregação Cristã no Brasil affermano la salvezza per grazia mediante la fede, la rigenerazione per opera della Parola e la santificazione come processo continuo. Il documento ufficiale è disponibile in: Congregação Cristã no Brasil, Pontos de Doutrina e da Fé, https://congregacaocristanobrasil.org.br/institucional/doutrina , §§ 11. Per una lettura storica e dottrinale, cfr.: Paul Freston, Evangelicals and Politics in Asia, Africa and Latin America, Cambridge: Cambridge University Press, 2001, pp. 75–76. Joel A. Ferreira, O Posicionamento Escatológico da Congregação Cristã no Brasil: Entre o Historicismo e o Premilenismo Clássico, in Revista Teológica Vox Scripturae, vol. 25, n. 1 (2021), pp. 45–67.
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Fonti personali (archivistiche o private)
Carteggi e documenti originali, conservati nella biblioteca privata dell’autore.
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- Le Assemblee di Dio in Italia, 2019.
- Gli accordi segreti per creare le Assemblee di Dio in Italia, 2017.
- Il successo di Frank Gigliotti ed Henry Ness, 2017.
- Le radici teologiche del pentecostalismo italiano
- Le radici “calviniste” del pentecostalismo itaiano







Una disamina che mi trova d’accordo su molti punti.
Ne elenco solo alcuni a titolo esemplificativo:
– Persecuzione Fascista e ADI: Contrariamente a quanto afferma Cusumano, la persecuzione fascista non prese di mira direttamente le ADI come organizzazione, ma singoli credenti pentecostali, alcuni dei quali solo in seguito aderirono alle ADI (come Roberto Bracco).
– Radici Pentecostali e Sviluppo ADI: Le ADI rappresentano una rottura con le radici del pentecostalismo originario, discostandosi dai pionieri e adottando una teologia e una struttura diverse. Il pentecostalismo classico, come dimostra la storia di figure come Giacomo Lombardi e i legami con il Risveglio valdese di Geymonant, non era arminiano.
– Pericolosità del “Rapture” e della dottrina delle “due fasi del ritorno di Cristo”: Entrambi i concetti risultano essere dannosi e alla base di gruppi apocalittici responsabili di abusi e massacri di massa (Jonestown, Children of God, Branham e seguaci). Credere alle rivelazioni di Margaret McDonald sul rapimento della Chiesa, prive di fondamento patristico e riformato, è antievangelico e settario.
– Critiche a “The Family”: L’organizzazione “The Fellowship” (già International Christian Leadership), nota per il National Prayer Breakfast, è oggetto di serie critiche da parte di studiosi e giornalisti d’inchiesta per le sue oscure dinamiche di potere e possibili malefatte.
– Abusi nelle Assemblee di Dio (AOG): Nonostante si definiscano la più grande denominazione pentecostale mondiale, recenti notizie riportano gravi accuse di abusi e traffico di persone all’interno di chiese delle Assemblee di Dio negli Stati Uniti (Springfield, Missouri).https://julieroys.com/assemblies-of-god-atlanta-church-accused-trafficking-ministry-students-lawsuit-claims/?fbclid=IwY2xjawKEwihleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFyRGlnazNOZWVaNGRlOFJkAR4UfmiXFKhvCPhVKgG1I9tHGUBo7izwI6mXt9aSA4gOei_rpHGu9B9VhlHESA_aem_Kv9ggLEcwcf9dgYtP8AIpw
È innegabile che i fedeli pentecostali, sia nel passato che nel presente, sono completamente estranei all’idea di essere strumenti di una strategia geopolitica atlantica o di avere leader impegnati in infiltrazioni politiche.
Caso emblematico è quello de La Luz del mundo: https://insurgenciamagisterial.com/la-luz-del-mundo-ya-tiene-senadores-y-diputados/?fbclid=IwY2xjawKEyjtleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFyRGlnazNOZWVaNGRlOFJkAR5c_BaqNPDnkY2wCMdBb89XobhUBOCMPeFxSRJevehVhHkgUVt1FX4Hmtnqww_aem_FtHuecINxTJDFA4XXF4tyQ
Ringraziamo per il commento puntuale e condivisibile, che coglie con acume diversi nodi irrisolti della narrazione dominante e conferma, per l’ennesima volta, quanto sia urgente una riscrittura veritiera, libera e teologicamente fondata della storia pentecostale italiana.
1. ADI E PERSECUZIONE FASCISTA
È doveroso ribadire con forza che le Assemblee di Dio in Italia, fondate nel 1947, non furono oggetto della persecuzione fascista del 1935–1944. La propaganda odierna che tenta di assimilare le ADI a quelle sofferenze è una mistificazione storiografica. I veri perseguitati furono i pentecostali delle origini – pionieri autonomi, spesso battisti o presbiteriani – ben distinti per struttura, spirito e teologia da ciò che le ADI sarebbero poi divenute.
2. RADICI TEOLOGICHE RIFORMATE
La teologia dei pionieri pentecostali italiani – Francescon, Ottolini, Lombardi – non affondava le proprie radici nell’arminianismo né nella santificazione perfetta di Wesley, ma si fondava sulla Finished Work di William Durham: una dottrina cristocentrica, biblicamente ancorata e coerente con la soteriologia della Riforma. Il pentecostalismo italiano nacque da un tronco autoctono, spiritualmente radicale e teologicamente riformato, non da innesti stranieri.
La metamorfosi teologica successiva, fortemente “consigiata” (ergo: imposta) dagli agenti dei servizi segreti H. Ness e F. Gigliotti e benedetta dai poteri esterni, non fu casuale: fu funzionale ai nuovi assetti geopolitici del secondo dopoguerra, in particolare all’allineamento del protestantesimo europeo al blocco atlantico e agli interessi sionisti in vista della nascita dello Stato di Israele. Fu l’inizio di un lento ma sistematico spostamento da una fede centrata sull’opera di Cristo verso un cristianesimo politico, sionista, funzionale a un’agenda mondialista.
3. IL PERICOLO DELLA DOTTRINA DEL “RAPIMENTO SEGRETO” PRE-TRIBOLAZIONISTA
Il cosiddetto “rapimento pre-tribolazionista”, teorizzato da John Nelson Darby e derivato dalle estasi pseudo-carismatiche di Margaret MacDonald, è una costruzione moderna priva di fondamento biblico e poi anche patristico e riformato. Questa falsa dottrina ha alimentato illusioni settarie e movimenti apocalittici deviati (Branham, Jonestown, ecc.), rendendosi strumento pericoloso di alienazione ecclesiale e manipolazione spirituale. Il vero ritorno di Cristo non sarà frammentato, ma glorioso, visibile, escatologicamente unitario.
4. L’AMBIGUITÀ DI “THE FELLOWSHIP”
L’organizzazione nota come The Family, legata al National Prayer Breakfast e a figure evangeliche di potere, costituisce un chiaro esempio della degenerazione politica e oligarchica di certa religiosità americana. Il pentecostalismo delle origini, umile e radicalmente evangelico, è qui tradito in nome di compromessi mondani e logiche geopolitiche estranee al Vangelo.
5. ABUSI E SCANDALI NELLE ASSEMBLEE DI DIO (USA)
Le notizie recenti relative a casi di abusi e traffico di esseri umani in alcune chiese delle AOG negli Stati Uniti non possono essere ignorate. Esse rivelano, nella loro gravità, come l’istituzionalizzazione della fede, quando slegata dalla verità biblica e dalla vigilanza profetica, possa diventare veicolo di controllo e sopraffazione, anziché strumento di grazia e liberazione.
Concludiamo con un monito profetico: ogni chiesa che dimentica le proprie radici per inseguire un’identità imposta dai “poteri forti”, ogni comunità che sostituisce la Parola con la propaganda, ogni movimento che svende la propria libertà per ottenere riconoscimento umano, ha già smarrito la sua vocazione. Ma finché esisteranno credenti disposti a difendere la verità con coraggio e sobrietà, la fiamma dell’Evangelo non verrà spenta.
Da Francesco Toppi a Salvatore Cusumano: Bugiardi, imbroglioni, ignoranti, collusi? “Potrete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre”. La verità, come l’acqua, prima o poi, trova sempre la strada per venire alla luce.
L’interessante e documentato saggio di Filippo Chinnici, asseverato da fonti storiche di indubbia autenticità e di certa provenienza, pone fine, una volta per tutte, alla fantasiosa, edulcorata ed agiografica pretesa di legittimazione storica delle A.D.I. – perseguitate, a loro dire, dal regime fascista – che plurime volte nei convegni pastorali e nelle assemblee generali auscultai da Francesco Toppi, presidente dell’organizzazione dal 1997 al 2007, che, ancor oggi, Salvatore Cusimano, successore nella cura della Comunità che fu del primo in Roma, Via Repetti, si ostina a sciorinare.
Giustamente, argomenta Filippo Chinnici, si tratta di una operazione di mitopoiesi confessionale che non è una cattiva parola, bensì la tendenza umana a inventare favole e creare miti. Indubbiamente, nell’immaginario collettivo rende parecchio rappresentare che i natali dell’odierna organizzazione riposano in un substrato persecutorio, piuttosto che in un disegno ben concepito dalla massoneria anglo-sionista. Ora, finché la narrazione è fine a sé stessa poco importa, ma quando ex cathedra la si vuole spacciare urbi et orbi per verità storica, o l’insegnante è impreparato e quindi non ha titolo per stare in cattedra, oppure è in mala fede e in tal caso è intellettualmente disonesto.
Rammento ai miei pazienti lettori che perseguitate non furono le A.D.I. che, ripeto, in quel tempo non esistevano ancora, bensì i liberi evangelici pentecostali che avendo creduto nel Signore Gesù morto per i nostri peccati secondo le Scritture e secondo le medesime risorto dai morti (1 Cor. 15:3) patirono, a causa della fede nel Signore nella quale rimasero fermi, ostilità, carcere, confino di polizia e quant’altro Amo, in proposito, riferire la testimonianza di mio padre, Francesco, che, fervente cattolico pagano, convertitosi all’Evangelo nel 1928, all’età di 25 anni, mercé la lettura delle Sacre Scritture che lui stesso si procurò perché il prete cui le aveva ripetutamente chieste lo rimandava sine die; il quale mi parlava sempre della persecuzione patita in era fascista e del carcere che lui stesso, insieme ad altri fratelli, sperimentarono, quando delle A.D.I. non c’era, ancora, nemmeno l’ombra.
Ricordo, come ora, quando, nei convegni e nelle assemblee generali, Francesco Toppi ci rappresentava che: “nell’immediato dopoguerra, ancora sussistente l’intolleranza nei confronti del culto pentecostale, allorquando i maggiorenti della costituenda organizzazione cominciarono ad adoperarsi per ottenere il riconoscimento giuridico, si richiedeva, da parte del governo italiano, un atto dichiarativo emesso da una associazione di Chiese consorelle giuridicamente riconosciute in altre importanti nazioni, preferibilmente americana, che garantisse la serietà di intenti della nascente organizzazione italiana. Sicché, tale attestato venne chiesto alla “Chiesa Cristiana del Nord America” che essendo all’epoca soltanto un’associazione di fatto non poté fornire quanto il documento richiesto. Fu allora che le Assemblies of Good (AoG), organizzazione di Chiese consorelle giuridicamente riconosciute in tutti gli Stati Uniti d’America, spontaneamente offrirono il loro aiuto sottoscrivendo il documento che, riconoscendo il movimento italiano, ne garantiva la serietà di intenti nell’ambito della più assoluta autonomia.
Così raccontata sembra una storia a lieto fine, a contrario, scorrendo la pagina web: https://storiapentecostale.org/novantanni-di-buffarini-guidi-verita-storica-e-mito-identitario/ è parecchio agevole reperire, dalle plurime fonti storico-documentali ivi presenti che l’abile Filippo Chinnici ha reperito nel corso delle sue lunghe ricerche, che il conseguimento del riconoscimento giuridico non fu una necessità dei pentecostali del tempo i quali con la forza e l’aiuto dall’Alto avevano patito e superato le vessazioni, bensì un piano bene architettato dal Past. Dott. Henry Hamilton Ness (1894-1870) delle Assemblies of God, USA legato a massoneria e servizi segreti e dal Past. Dott. Frank Bruno Gigliotti della Presbiterian Church, USA, pur’egli legato a massoneria, mafia e servizi segreti che con la compiacenza, più o meno consapevole, di alcuni dei nostrani maggiorenti evangelico pentecostali del tempo, nonostante le resistenze dei più, tradito lo spirito e la dottrina dell’evangelismo delle origini ed usurpatane la storia e la testimonianza diedero vita alla nascente organizzazione religiosa. Non si trattò, quindi, di una spontanea evoluzione del pentecostalismo italiano, bensì del compimento di un piano concepito da soggetti legati a circuiti massonici internazionali e ai servizi di intelligence statunitensi e israeliani nell’ambito di una ben più ampia operazione geopolitica al fin di consolidare l’influenza atlantica in Europa.
Ero poco più che adolescente quando nella mia città in Termini Imerese (PA), si celebravano ancora i culti al piano terra della casa messa gratuitamente a disposizione dalla sorella Concetta Cusimano in Morreale, nella Salita San Lorenzo – Via Alfredo La Manna; sicché, trascorsi un bel po’ di anni di permanenza in quella casa, il fratello Achille Riccomonte, un molto semplice fratello celibe della comunità avanti negli anni che sapeva appena leggere, ma con una grande fede nel Signore Gesù risorto dai morti, disponendo di risorse economiche, si dispose a sostenere quasi interamente il costo dell’acquisto del nuovo locale di culto nella Via Stesicoro 274 che venne di poi “donato” alle A.D.I. Oggi la comunità di Termini Imerese si raduna nel locale della Via Bevuto, 12.
Poiché in quel tempo, nella metà degli anni ‘70 del secolo scorso, i fratelli amavano, ancora, definirsi pentecostali ci fu una vera protesta quando videro la lapide in marmo da allocare all’esterno del nuovo locale nella Via Stesicoro con la scritta “Assemblee di Dio in Italia”. Mio padre ed altri fratelli protestarono vivamente: “Siamo pentecostali non Assemblee di Dio, siamo usciti da un papato e non vogliamo entrare in un altro papato”.
Ci sarebbe tanto da dire sulla proprietà dei locali di culto acquistati e/o costruiti col sacrificio della fratellanza e gioco-forza “donati” alle A.D.I. Nel pensiero dei fratelli la “donazione alle A.D.I.“ avrebbe dovuto essere sinonimo di garanzia, nel tempo si è scoperto che si è trattato di una vero e proprio inganno perché se per qualche motivo la comunità non è più d’accordo col “potere centrale” questo, che ha ormai acquistato il dominio del locale di culto, ne rivendica la proprietà e la comunità dei fedeli si ritrova senza un locale dove radunarsi. Non sono pochi i casi in cui l’Organizzazione ha rivendicato davanti al Giudice statuale la proprietà dei locali di culto. Ad oggi, molte comunità non si dissociano dalle A.D.I. perché non avrebbero dove radunarsi. Si può affermare, senza tema di smentita, che, oggi, la forza delle A.D.I. sono la proprietà dei locali di culto. Quindi una forza meramente economico – patrimoniale, non di condivisione di affetto e di comunione fraterna per come vuole la Sacra Parola.
Un po’ come certi pastori che pur capendo le menzogne, l’inganno e l’ipocrisia che ben si nutrono e pascono dentro le A.D.I sono impediti dal parlarne e dissentirne apertamente perché dipendendone economicamente non avrebbero come sfamare la loro famiglia per cui, se non vogliono patire la fame, sono costretti a restare in silenzio scendendo a compromessi con la propria coscienza. Nelle A.D.I. esiste la libertà di esprimersi e pensare come il “Consiglio Generale delle Chiese” o il “Comitato di Zona di Giurisdizione” vogliono che si pensi e ci si esprima e la vicenda occorsa allo scrivente lo dimostra appieno. Le A.D.I. sono, ormai, le persecutrici di tutti quei pastori che esponendosi, perché incapaci di venire a patti con la propria coscienza, hanno il coraggio di contestare diversamente argomentando come ben provano le vicissitudini occorse a Filippo Chinnici.
In uno dei convegni Francesco Toppi ebbe a dire: “Non so se abbiamo fatto bene a chiedere il riconoscimento”. Evidentemente, s’era accorto dell’errore fatto. Ma, quando accetti l’aiuto “fraterno” di soggetti e organizzazioni che sono tutt’altro che disinteressati, alla fine devi pagarne il prezzo. E così è stato per le A.D.I. pur se la stragrande maggioranza dei fedeli per un verso non se ne rende ancora conto perché veramente ignorante della storia e per altro verso ama ignorare perché preferendo non sapere, come lo struzzo mette la testa sotto la sabbia per non vedere la tempesta.
Sicché, nonostante le gratificazioni di circostanza e gli imbellettamenti di facciata, ne è venuta fuori un’organizzazione eterodiretta da mano massonica d’oltreoceano ove, l’evangelizzazione e la predicazione della Parola, nel tempo sempre più prive della potenza dall’Alto, finiscono per essere degli orpelli funzionali al più grande e maggior disegno esoterico ove, per come ebbe a dire il massone Franciscus, capo della pagana chiesa romana, al secolo Jorge Mario Bergoglio, da poco tempo passato dai fasti del tempo alle fiamme dell’eternità: “Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio”.
A contrario, i credenti nel Signore Gesù, salvati per grazia mediante la fede (Ef. 2:8) amiamo recitare che Cristo Gesù e la Via, La verità e la Vita e che nessuno va al Padre se non per mezzo di Lui (Gv 14:6). La Bibbia, l’eterna ed ispirata Parola di Dio, non concede tante strade per arrivare a Dio. Ne esiste solo una: Cristo Gesù, certezza di vita eterna! Tutte le altre sono imposture e falsità (Gv. 10:8).
Tanto premesso, concludendo con il detto cui in intestazione, pare attribuito ad Abramo Lincoln, pur’egli massone: “Potrete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre”, amo ricordare che la verità, come l’acqua, prima o poi trova la strada per venire alla luce. Pertanto, del saggio di cui in argomento, ne auspico e consiglio l’attento studio al fin di pervenire alla conoscenza della verità che può affrancare dalla schiavitù delle organizzazioni umane fine a sé stesse e non certo alla Gloria dell’Iddio Uno e Trino che sta edificando la Sua Chiesa.
Mario Lo Presti
ultimo tra gli ultimi lavoratori nella vigna del Maestro, per Sua grazia e contro i propri meriti, pastore della Comunità ADI di Lascari (PA), dai primi degli anni ‘90 dello scorso secolo a tutt’oggi, cacciato dall’Adian confraternita nel luglio dell’anno 2022, non per i motivi di cui all’art. 83 del Regolamento Interno delle ADI come falsamente, oziosamente e strumentalmente rappresentato dal Consiglio Generale delle Consorteria, bensì per avere, nel legittimo esercizio del diritto di critica, liberamente e pubblicamente espresso il proprio dissenso contro l’asservimento delle Assemblee di Dio in Italia alla menzogna della farsa pandemica, pubblicamente redarguendo, secondo le Scritture (2 Tim 4:2), a mezzo di lettera aperta, Gaetano Montante, presidente della Consorteria, che copioso ha osato esternare magne laudi al politico di turno in occasione del nuovo settennato presidenziale, mentre l’Italico popolo, fratelli compresi, venivamo stritolati da inique, inumane e incostituzionali restrizioni delle libertà personali, di culto, di lavoro, di circolazione, di studio, di cura et cetera.