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e-book distribuito gratuitamente, aggiornato il 4 aprile 2025
Introduzione
Un popolo senza memoria storica è come un albero senza radici

Henry Hamilton Ness fu il fondatore delle Assemblee di Dio in Italia (ADI). Si tratta di un dato tanto evidente da costituire, per dirla con Lessing, quasi una verità di ragione. Nessuno storico degno di tale nome ha mai potuto metterlo seriamente in discussione, così come nessuno contesterebbe che Lutero fu il fondatore del Luteranesimo o Wesley del Metodismo. La documentazione al riguardo è ampia, nitida e priva di ambiguità: lo attestarono i pentecostali americani, lo affermò lo stesso Henry H. Ness — sebbene con una certa reticenza lessicale — e lo lasciò chiaramente intendere Roberto Bracco in un articolo pubblicato sul The Pentecostal Evangel (10 dicembre 1949, p. 10). Persino negli scritti ufficiali redatti nel tempo dalla stessa organizzazione pentecostale delle ADI è possibile ricavare, da una lettura attenta e non superficiale, la medesima conclusione.
A partire dal 2013, tuttavia, si è registrato un fenomeno singolare: le Assemblee di Dio in Italia, che per decenni avevano attribuito grande rilievo alla narrazione delle proprie origini, hanno progressivamente cessato di valorizzarla, fino a relegare nell’ombra — seppur gradualmente — la figura centrale di Henry Hamilton Ness. In netta discontinuità rispetto al passato, la storia del Movimento Pentecostale non riveste più il ruolo prioritario che aveva assunto soprattutto tra gli anni Ottanta del Novecento e il primo decennio del XXI secolo. Voci attendibili riferiscono persino che, presso l’Istituto Biblico Italiano (IBI) — la scuola di formazione teologica delle ADI — tale materia non sia più oggetto di insegnamento autonomo, ma sia stata declassata a tematica secondaria, inserita nel quadro più ampio dei movimenti di risveglio del protestantesimo contemporaneo. Se tale notizia fosse confermata, ci troveremmo di fronte a una svolta epocale, poiché nemmeno le facoltà teologiche non pentecostali hanno mai spinto la marginalizzazione della disciplina fino a questo punto.
Così facendo, le ADI hanno finito per formare — non soltanto, com’è tristemente noto, analfabeti funzionali sotto il profilo biblico — ma anche analfabeti funzionali sotto il profilo storico. Eppure, se si confronta il piano di studi dell’Istituto Biblico Italiano con quello del Northwest Bible Institute, fondato da Henry H. Ness nel 1934 (in particolare nella versione vigente fino al 1960), si scopre un’incredibile affinità tra i due. Sebbene, almeno ufficialmente, si sia dichiarato di ispirarsi al modello dell’IBTI britannico (International Bible Training College), dove furono istruiti e in parte indottrinati numerosi giovani pentecostali italiani del secondo dopoguerra — a cominciare dallo storico presidente ADI Francesco Toppi — le somiglianze con l’istituto biblico fondato da Ness appaiono in realtà ben più marcate e strutturali.
Non è privo di significato che tale situazione coincida temporalmente con la pubblicazione — nel dicembre del 2012 — del volume «La Massoneria smascherata» di Giacinto Butindaro, opera che ha scoperchiato il vaso di Pandora, gettando luce su connivenze ‘inaspettate’ tra ambienti pentecostali, logge massoniche e strutture d’intelligence. È in tale contesto che va letta la progressiva damnatio memoriae della figura di Henry H. Ness, oggi quasi del tutto rimossa dalla narrazione ufficiale.
A dispetto di questo trattamento ingeneroso, ritengo che Henry H. Ness, insieme a Frank B. Gigliotti, meriterebbe un monumento poiché senza la sua azione fondativa le Assemblee di Dio in Italia non esisterebbero. Ness lottò con determinazione per la libertà religiosa, fece giungere ingenti aiuti economici dagli Stati Uniti — una sorta di “Piano Marshall evangelico” — gettò le fondamenta e inaugurò la costruzione dell’organizzazione religiosa delle “Assemblee di Dio in Italia” (ADI), imprimendo una svolta profonda all’intero pentecostalismo italiano, anche al di fuori della sfera istituzionale delle ADI.
La sua influenza si è riverberata ben oltre i confini denominazionali, incidendo in modo significativo sia sull’etica sia sulla teologia delle chiese pentecostali indipendenti, che per decenni si sno ‘nutrite’ dalle publbicazioni delle ADI nei cui confronti hanno mantenuto una forma di sudditanza psicologica pure quando la criticavano. È bene ricordare che furono proprio queste ultime a organizzare, per prime, una scuola di formazione teologica pentecostale in Italia. Intere generazioni di bambini e giovani cresciuti nelle comunità evangeliche non affiliate si sono comunque formate sui manuali della Scuola Domenicale — una sorta di catechismo evangelico — pubblicati, e tuttora pubblicati, dalle ADI. Tali testi non erano altro che traduzioni adattate dei manuali delle Assemblies of God statunitensi. In questo modo, prima colonizzando e poi influenzando strutturalmente il movimento, gli americani determinarono — e in parte deformarono — l’impianto teologico e l’orientamento ecclesiologico dell’intero pentecostalismo italiano.
In questa prospettiva, non si tratta semplicemente di restituire a Henry Hamilton Ness il posto che gli spetta nella genealogia storica delle Assemblee di Dio in Italia. Si tratta piuttosto di riaprire il cantiere della memoria — un cantiere volutamente abbandonato, rimosso, reso silenzioso — e di riportare alla luce le trame, i retroscena e le dinamiche di potere che ne hanno determinato la nascita, lo sviluppo e l’evoluzione.
Raccontare questa storia significa oltrepassare le patine agiografiche, le retoriche identitarie e le ricostruzioni ufficiali confezionate per garantire stabilità istituzionale. Significa entrare in quella zona d’ombra dove religione, potere e interessi strategici si intrecciano. Significa riconoscere che le ADI non furono un semplice movimento spirituale, ma il prodotto storico di un’operazione politico-religiosa internazionale, in cui la figura di Ness rappresenta non solo il fondatore carismatico, ma anche il perno di una rete transatlantica articolata.
Ciò che segue non è dunque un esercizio commemorativo, ma un’indagine: un percorso tra archivi, documenti, indizi e silenzi; un cammino critico per restituire alla storia del pentecostalismo italiano la profondità e la complessità che le sono state sottratte. Perché — come ammoniva Tucidide — la storia è «non già un pezzo d’occasione da ascoltare sul momento, ma un possesso per sempre» (Guerra del Peloponneso, I, 22,4), solo se viene raccontata per ciò che è, e non per ciò che conviene.
1. Il binomio del complotto
L’espressione «binomio» appare la più idonea a descrivere la relazione simbiotica che univa Frank Bruno Gigliotti e Henry Hamilton Ness. I due agirono con un grado di sinergia strategica tale da potersi definire, senza eccessi retorici, «due corpi e un’anima sola». Furono essi, con ruoli differenti ma perfettamente complementari, i padri fondatori delle Assemblee di Dio in Italia: Gigliotti ne architettava l’ossatura ideologica e strategica, mentre Ness gettava le fondamenta operative e logistiche sulle quali l’organizzazione avrebbe preso forma.
I collaboratori italiani — Salvatore Anastasio, Umberto Gorietti, Roberto Bracco, Vincenzo Federico e Rosario Di Palermo (soprattutto i primi tre) — ebbero un compito cruciale ma subordinato: costruivano, implementando passo dopo passo la struttura, e al contempo occultavano agli altri pentecostali gli intrighi che si consumavano dietro le quinte. La coppia Gigliotti–Ness operava con una lucidità quasi clinica, per conto di regie esterne, tramando un disegno articolato ai danni del pentecostalismo italiano nascente.
Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti non solo si conoscevano intimamente, ma erano accomunati da una rete di interessi convergenti — massonici, sionisti e di intelligence — che li collocava su un terreno politico-strategico comune. Secondo fonti riservate, Ness gravitava nell’orbita del Mossad; Gigliotti era invece inserito nella sfera d’influenza della CIA. Le loro attività furono spesso trasversali e contigue, mosse da obiettivi complementari: operarono insieme, pianificarono insieme, programmarono insieme, e sempre insieme — è opportuno ribadirlo — diedero vita alle Assemblee di Dio in Italia. Le ADI possono dunque essere considerate, a pieno titolo, una loro creatura congiunta.
È tuttavia necessario mettere in rilievo un punto decisivo: entrambi rispondevano a regie esterne al pentecostalismo, e anzi estranee persino al cristianesimo istituzionale. Furono strateghi dotati di intelligenza tattica, lungimiranza e rigore operativo, ma anche strumenti consapevoli di disegni più ampi, che travalicavano il semplice orizzonte ecclesiale. La fondazione delle Assemblee di Dio in Italia segnò infatti una svolta irreversibile nella storia del pentecostalismo nazionale, imprimendo un’impronta ideologica e teologica duratura anche su quei segmenti ecclesiali rimasti formalmente esterni alla denominazione, ma inevitabilmente influenzati dal suo impianto strategico e dottrinale.
La ricostruzione del binomio Gigliotti–Ness non è un semplice preludio storiografico: è la chiave di volta per comprendere la vera natura della nascita delle Assemblee di Dio in Italia. Ridurre la loro azione a un’iniziativa evangelica autonoma significherebbe occultare l’elemento essenziale: entrambi rispondevano a regie superiori, esterne non solo al pentecostalismo, ma allo stesso cristianesimo istituzionale. Tali regie, attive già dagli anni Quaranta, erano pienamente inscritte nel disegno strategico atlantista e sionista che, nel secondo dopoguerra, avrebbe progressivamente orientato l’Europa occidentale verso un nuovo equilibrio di potere, politico, economico e culturale.
Frank Bruno Gigliotti e Henry Hamilton Ness furono strumenti e ingranaggi di questa macchina geopolitica, concepita per stabilizzare l’area mediterranea sotto l’egemonia statunitense e per veicolare, tramite canali religiosi, una penetrazione ideologica soft in grado di neutralizzare ogni alternativa — politica o spirituale — non conforme all’asse Washington–Tel Aviv. Gigliotti operava da uomo d’intelligence, ponte tra l’apparato americano e le strutture massoniche europee; Ness agiva come interfaccia religiosa e organizzativa, incarnando il volto presentabile di un progetto che univa teologia evangelica, potere strategico e ingegneria culturale.
È per questo che comprendere la parabola di Ness significa varcare la soglia delle narrazioni devozionali per entrare nella dimensione reale: quella in cui il pentecostalismo italiano nasce come funzione di un disegno geopolitico più ampio, inscritto nella logica della Guerra Fredda e nella ridefinizione dei blocchi ideologici postbellici.
Ed è proprio per questa ragione che si impone, con urgenza, la domanda cruciale, che guiderà le pagine successive.
2. Perché una biografia su Henry H. Ness?
Avendo militato per buona parte della mia vita all’interno di questa organizzazione — anche in qualità di pastore — e avendo avuto accesso privilegiato per circa un anno a una documentazione riservata, la pubblicazione del volume La Massoneria smascherata (dicembre 2012) non mi colse affatto di sorpresa. Alcuni colleghi, testimoni diretti di quegli anni, potrebbero confermare che già molto tempo prima avevo anticipato in via confidenziale molte delle informazioni che sarebbero poi comparse nell’opera di Giacinto Butindaro. E tuttavia, proprio quel volume ebbe su di me l’effetto di un detonatore: risvegliò ricordi sopiti, rimossi, custoditi in fondo alla memoria.
Alla conoscenza accumulata negli anni si aggiunsero nuovi elementi offerti dalla ricerca di Butindaro. Fu allora che riemerse, con la forza di un’urgenza interiore, il desiderio — direi quasi il bisogno — di ricomporre il mosaico della genealogia storica del pentecostalismo italiano. Iniziai così un lavoro lungo, silenzioso e metodico. Frequentai biblioteche in Italia, Stati Uniti, Grecia e Portogallo; rintracciai familiari e conoscenti di figure pentecostali ormai scomparse; attraversai oceani per incontrarli, intervistarli, raccogliere testimonianze. Andavo in cerca di documenti, lettere, appunti, perfino frammenti apparentemente marginali: tessere preziose per ricostruire un disegno che, passo dopo passo, si rivelava sempre più complesso e inquietante.
Fu un lavoro che richiese anni, sacrifici e risorse. Ma ne valse la pena. Più approfondivo, più prendevo coscienza di essere stato ingannato proprio da quell’ambiente che avevo servito, con dedizione e passione. Da quella consapevolezza iniziò per me un percorso di liberazione personale e spirituale che, nel tempo, mi condusse fuori, prima fisicamente e solo successivamente anche emotivamente. Queste tematiche, un tempo dominanti nella mia vita, sono state soppiantate da altri orizzonti. Oggi ho altri impegni e altri interessi. Tuttavia, in alcuni momenti — come quello presente — riaffiorano con forza, non come ossessione, ma come atto di giustizia verso la memoria storica. In affetti sono ambiti che ho studiato e conosciuto benissimo.
Tutto riemerse alcuni giorni fa, quando mi fu segnalata la pubblicazione, da parte di Giacinto Butindaro, della trascrizione di una lettera inviata dal maestro venerabile David Green a Henry H. Ness. In quell’istante compresi che la storia del pentecostalismo italiano stava per aprirsi a una nuova fase. Se il 2012 aveva inaugurato la «fase 2.0», oggi ci troviamo alle soglie della «fase 2.1» — forse già della «3.0». Ho l’impressione netta che Butindaro abbia intercettato uno dei tanti filoni nascosti nella sterminata miniera della storiografia pentecostale italiana. E da tali filoni, se perseguiti con rigore, potrebbero sgorgare scoperte dirompenti.
Preciso che la copia della lettera di David Green riprodotta in questo articolo non deriva dalla pubblicazione di Butindaro: proviene da un originale che già possedevo — così come, evidentemente, ne possiede anche lui una copia. Se la mia ipotesi è corretta, egli potrebbe presto imbattersi in altri rami connessi a quello stesso, innescando un vero terremoto storiografico, di portata potenzialmente internazionale.
Il motivo è semplice e insieme inquietante: definire l’humus da cui nacquero le Assemblee di Dio in Italia — e con esse gran parte del pentecostalismo italiano del dopoguerra — come «inquinato» è un eufemismo. La realtà è molto più cupa e strutturata. Ciò che potrebbe emergere nei prossimi anni supera, per profondità e gravità, tutto quanto è stato pubblicato sinora. È in questa prospettiva che la vicenda storica del pentecostalismo italiano assume un’urgenza nuova.
Per questo ho scelto di rompere il silenzio con il presente articolo, che volutamente non rivelerà tutto, ma offrirà coordinate precise per chi voglia proseguire la ricerca. Questa decisione è maturata anche in seguito alla lettura di alcuni commenti comparsi sotto un post Facebook del prof. G. Rinaldi, in cui — mio malgrado — venivo menzionato pubblicamente.
È la prima volta che affronto pubblicamente questi nodi storici, e non so se vi ritornerò. Ma spero che queste pagine possano suscitare un’autentica ricerca della verità, libera da vincoli confessionali e da agende istituzionali. La storia del pentecostalismo italiano è una delle più avvincenti e misconosciute al mondo: una trama di alleanze oscure, manipolazioni, complotti e interferenze geopolitiche che nessuno, sinora, ha avuto il coraggio di raccontare con piena trasparenza.
È un fatto ormai documentabile che i pentecostali italiani del dopoguerra furono raggirati e manipolati. E in questo grande inganno, Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti ebbero un ruolo centrale, insieme a quelle regie occulte che ne determinarono le strategie. A suggerirlo non sono soltanto documenti, ma anche le parole di Roberto Bracco e, più recentemente, la testimonianza del pastore Giuseppe Tramentozzi. Le Assemblee di Dio in Italia sono nate attraverso un disegno opaco — e hanno proseguito nel solco dell’occultamento.
È giunto il momento di dirlo con chiarezza: le ADI rappresentano, sotto il profilo storico e teologico, un tradimento radicale delle proprie origini. Quelle origini incarnate da figure come Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e altri padri fondatori dimenticati, che furono spazzate via da un progetto di ingegneria religiosa e geopolitica. La fedeltà alle radici è stata sacrificata sull’altare di un nuovo ordine ecclesiastico funzionale ad agende estranee al Vangelo.
Ecco perché una biografia su Henry H. Ness non è un capriccio storiografico, ma un atto di giustizia. Perché comprendere la sua parabola significa svelare la vera matrice strategica del pentecostalismo italiano, liberandola dalle patine agiografiche e restituendola alla Storia, quella vera.
3. La lettera del Maestro Venerabile David A. Green
Eccoci giunti, finalmente, alla lettera di David A. Green, già Maestro Venerabile della Ionic Lodge n. 90 del Rito Scozzese Antico ed Accettato, con sede a Seattle, indirizzata a Henry Hamilton Ness (1894–1970). Si tratta di un documento di straordinaria rilevanza storica, finora ignorato o deliberatamente eluso nelle narrazioni ufficiali delle Assemblee di Dio in Italia. Di esso intendo segnalare alcuni elementi nodali, lasciando ai ricercatori il compito — ineludibile — di condurre ulteriori approfondimenti e di valutarne la portata nel quadro più ampio delle dinamiche storico-religiose e geopolitiche dell’epoca.
- L’intestazione merita, anzitutto, un’attenzione particolare. Il nome della loggia massonica — Ionic — non è affatto neutro. Nella semantica massonica, la denominazione di una loggia non è mai un semplice vezzo lessicale: essa veicola una simbologia stratificata, allusiva a ruoli, funzioni e appartenenze specifiche. «Ionico» rimanda immediatamente all’Ordine Ionico, uno dei tre ordini architettonici classici, simbolo di equilibrio tra forza e misura, associato nella tradizione esoterica alla mediazione tra intelletto e azione. Non è dunque arbitrario che proprio questo nome sia stato scelto per designare la loggia di appartenenza di Green: esso allude a un ruolo intermedio, di connessione e di influenza, collocato in un punto strategico dell’architettura massonica statunitense del secondo dopoguerra.
- Un secondo elemento degno di nota è la data: 9 settembre 1949 — 9.9.1949. È un dettaglio che, in un contesto simbolico come quello massonico, non può essere trascurato. La triplice ricorrenza del numero nove ha infatti una lunga tradizione esoterica. Nella numerologia simbolica della Massoneria, il nove rappresenta la completezza ciclica e la rigenerazione spirituale; tre volte nove (9-9-9) costituisce una formula carica di valenze iniziatiche, speculare — in alcuni rituali — alla cifra 666 in chiave rovesciata, simbolo di un “ordine spirituale superiore” contrapposto a quello terreno. Non si può affermare con certezza che la data sia stata scelta per tale ragione, ma l’ipotesi non può essere esclusa, tanto più in un ambiente che tradizionalmente attribuisce grande importanza alla codificazione simbolica dei dettagli.
- Il corpo della lettera è ancor più eloquente. Green fa riferimento a un discorso pubblico pronunciato da Henry H. Ness in occasione di un incontro massonico, al quale presero parte numerosi membri della fratellanza, inclusi quindici Maestri Venerabili. Questo elemento, di per sé, è rivelatore. Non ci troviamo davanti a un rapporto occasionale o marginale: Ness parlò in una sede ufficiale della Massoneria, a un uditorio qualificato e di alto grado. Quali contenuti espresse per suscitare un consenso tanto ampio? Quale messaggio intese veicolare? E, soprattutto, quale ruolo ricopriva realmente in quella rete di relazioni? Queste domande, a oggi, restano aperte, ma costituiscono nodi interpretativi cruciali.
- Particolarmente significativa è la formula di saluto con cui David A. Green si rivolge al destinatario: «Noi ti salutiamo come un Fratello». Tale lessico appartiene inequivocabilmente alla tradizione rituale massonica, come attestano, ad esempio, i manuali del The Masonic Text-Book of Tennessee (pp. 49 e 52) e di altre logge americane coeve. Non si tratta di una formula di cortesia, bensì di una dichiarazione di appartenenza: nella prassi rituale massonica, il termine “Fratello” non viene mai attribuito a un profano. Ma la frase successiva è ancor più eloquente e carica di implicazioni ideologiche:
«Noi ti salutiamo come un Fratello perché tu hai la Massoneria nel cuore, e i pensieri che ci hai lasciato sono totalmente in armonia con il credo Massonico della “Paternità di Dio e della Fratellanza dell’Uomo”».
Questa dichiarazione racchiude un intero sistema dottrinale. Essa si richiama a uno dei cardini della teologia massonica: l’umanesimo iniziatico fondato sull’idea di una paternità universale del “Grande Architetto dell’Universo” e sulla fratellanza ontologica dell’intero genere umano, concetto che, pur apparendo nobile e armonioso, si pone in tensione insanabile con la visione cristocentrica e soteriologicamente esclusiva del Vangelo.
Il punto non è marginale: ciò che emerge da questa lettera è che Henry H. Ness non era percepito come un semplice simpatizzante né come un ospite esterno, ma come un iniziato ideologicamente allineato, perfettamente armonizzato con i principi dottrinali della Massoneria nordamericana.
Nelle sezioni successive — e nella documentazione allegata — sarà possibile approfondire le implicazioni storiche, teologiche e geopolitiche di questa lettera, che rappresenta a pieno titolo una delle prove più tangibili dell’intreccio strutturale tra la nascita delle Assemblee di Dio in Italia e i circuiti massonici statunitensi nel cuore della Guerra Fredda.

HENRY HAMILTON NESS
(Cenni biografici inediti)
« Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo» –
Come ho già avuto modo di osservare, alcuni cenni biografici relativi alla figura di Henry Hamilton Ness possono essere rintracciati in vari contributi pubblici: negli articoli redatti da Francesco Toppi, storico presidente delle chiese ADI; nel volume di Giacinto Butindaro La Massoneria smascherata; nonché in altri scritti apparsi su questo stesso blog. Tuttavia, gran parte della storiografia pentecostale ufficiale si è resa responsabile di una sistematica mistificazione della sua figura. I principali “libri” di storia del movimento, infatti, o omettono completamente il suo nome, oppure lo citano soltanto en passant — come se Henry Ness non avesse avuto alcun ruolo rilevante nella vicenda pentecostale italiana. Una rimozione tanto strategica quanto ingiustificabile.
Eppure, Ness occupa una posizione cardine nella storia del pentecostalismo italiano, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. Basterebbe soltanto questa consapevolezza a smentire l’intera impalcatura narrativa di una certa memorialistica autoreferenziale. La lista dei volumi che perpetuano tale mistificazione sarebbe, in effetti, assai lunga — praticamente esaustiva dell’intero panorama editoriale di area ADI.
In questo contesto, ha destato un certo stupore l’interesse mostrato, seppur tardivamente, dalle Assemblies of God USA, le quali, nel 2018 — a molti decenni di distanza dalla morte di Ness, avvenuta per suicidio — hanno pubblicato una biografia raffazzonata sul sito del Flower Pentecostal Heritage Center. Una scelta che ha colto di sorpresa non pochi osservatori, tanto più considerando che, al momento della sua scomparsa, le stesse Assemblies of God gli avevano dedicato appena poche righe sul The Pentecostal Evangel. In Italia, per contro, la notizia della sua morte venne completamente taciuta: nessuna nota ufficiale, nessun ricordo, nessuna parola. Un silenzio carico di significato.
Appare alquanto singolare che, dopo circa cinquant’anni di silenzio, le Assemblies of God USA si siano improvvisamente ricordate di Henry H. Ness. O forse non è affatto singolare, se si considera il calibro del personaggio, l’influenza che egli ha esercitato e l’interesse crescente che — giustamente — sta suscitando in Italia. Non ripeterò qui ciò che altri hanno già scritto, né quanto ho già esposto su questo stesso blog. Mi limiterò piuttosto a riportare alcuni fatti inediti che potrebbero rivelarsi preziosi per quanti — studiosi autentici — intendano approfondire con serietà la storia del pentecostalismo italiano. Mi rivolgo, è bene precisarlo, a coloro che cercano la verità storica nella sua integrità; a chi possiede metodo, rigore, competenza e spirito critico. Non certo a quella genterèlla — spesso interna al mondo pentecostale — che si autoproclama “storica” senza aver mai prodotto nulla che giustifichi tale pretesa, limitandosi a ripetere — come pappagalli — le solite narrazioni artefatte, stantie, impolverate.
È qui che emerge la differenza sostanziale tra chi possiede una laurea in storia e chi è, davvero, uno storico. Il primo si limita a fare il cronista, riportando opinioni altrui. Il secondo, invece, ricerca, indaga, scopre, analizza, mette in relazione le fonti, colloca ogni elemento nel contesto appropriato e — soprattutto — porta alla luce fatti nuovi, in grado di innescare inevitabili revisioni storiografiche. Nel caso specifico della storiografia pentecostale italiana, non pochi autori appartengono alla prima categoria. Li definisco genterèlla non soltanto per la loro malafede, ma anche per l’incompetenza palese che tentano di mascherare dietro blasonate “riconoscenze” prive di reale valore. Si tratta, per lo più, di titoli assegnati in ambienti opachi, frutto di appartenenze e scambi di favore, spesso riconducibili a circuiti massonici ben noti a chi conosce certe dinamiche.
Un caso emblematico è quello di Alessandro Iovino, pentecostale da quattro generazioni, che ama presentarsi come «esperto di storia pentecostale» pur non avendo mai prodotto nulla di significativo o originale. I suoi contributi, scarsi e mistificatori, ne rivelano l’inadeguatezza. Non è un mistero come funzionino certi ambienti: si incensano vicendevolmente, si celebrano tra loro perché portano avanti una medesima agenda, operano in vista dello stesso fine e “costruiscono” — è proprio il caso di dirlo — nella medesima direzione: quella massonica. E si definiscono «liberi muratori», sebbene la realtà dimostri che sono tutto fuorché liberi. Ci troviamo, come spesso accade, non in un contesto di meritocrazia, bensì di pura lobbycrazia.
Qualcuno potrebbe dunque domandarsi perché abbia scelto proprio ora di intervenire pubblicamente. In primo luogo, perché sono stato recentemente chiamato in causa sui social media; in secondo luogo, perché i tempi — forse — cominciano a maturare per una presa di coscienza più ampia. Ma, soprattutto, perché desidero offrire spunti e indicazioni ai ricercatori su quali direzioni esplorare e su dove orientare le indagini documentarie e storiche. Per ragioni didattiche, e anche per favorire la memorizzazione e la sistematizzazione dei concetti, ho deciso di suddividere questi cenni biografici su Henry H. Ness in tredici brevi paragrafi, con l’auspicio che possano costituire una base solida per futuri approfondimenti seri.
1. Un fervente sionista
Henry Hamilton Ness era un fervente sostenitore del sionismo e apparteneva a una famiglia di origine ebraica. Si tratta della prima verità inedita.
A Seattle, dove egli risiedeva e operava, vi era — e vi è tuttora — una numerosa e ben strutturata comunità ebraica, della quale faceva parte anche David A. Green, Maestro Venerabile della Ionic Lodge n. 90 del Rito Scozzese Antico ed Accettato, autore della lettera analizzata nel paragrafo precedente.
Una delle prove documentarie della sua militanza si rintraccia nelle pagine del The Transcript, quotidiano ebraico locale. Nella sua edizione del 28 febbraio 1949 compare il nome di Henry H. Ness in un contesto chiaramente collegato alla comunità israelitica. Ancora più significativa è l’edizione del 26 luglio 1948 (vol. XXV, n. 43), nella quale Ness viene esplicitamente definito un «fervente sionista». Il lessico impiegato non lascia adito ad ambiguità e testimonia un orientamento ideologico ben radicato e pubblicamente riconosciuto.
Qualche anno più tardi, quando il governatore dello Stato di Washington, Arthur B. Langlie, lo nominerà direttore del Department of Institutions — ossia capo dell’amministrazione penitenziaria statale, di cui parleremo in seguito — tale nomina susciterà non poche reazioni. Tra esse spicca quella del reverendo Alexander Schiffner, pastore del Bethel Temple, che indirizzerà una lettera formale di protesta al governatore. In essa si legge una dichiarazione tanto netta quanto inquietante:
Il dottor Ness è un autoproclamato sionista. Il sionismo è anti-cristiano poiché è un movimento globalista che mira a stabilire un governo mondiale sotto il controllo dei sionisti ebrei.
[nota: forse avrebbe fatto meglio a specificare che i “sionisti ashkenaziti” non sono considerati Giudei nemmeno da altri sottogruppi].
Al di là del giudizio espresso, tale dichiarazione attesta con chiarezza quanto l’adesione di Ness al sionismo fosse notoria negli ambienti religiosi americani dell’epoca, suscitando reazioni aspre e polemiche. Questo elemento, lungi dall’essere marginale, costituisce una chiave interpretativa rilevante per comprendere molte delle sue scelte pubbliche, politiche e religiose, sia negli Stati Uniti sia nel contesto italiano.
Viaggi finanziati da logge ebraico-massoniche
In ragione di tale orientamento ideologico e delle reti di influenza nelle quali era inserito, tra i finanziatori dei viaggi internazionali di Henry H. Ness figuravano anche diverse logge massoniche di matrice ebraica, le quali costituivano — nel quadro del secondo dopoguerra — veri e propri snodi di connessione fra circoli d’élite, ambienti di intelligence e agende politico-religiose di respiro transnazionale.
Mentre Ness si recava a Roma — lo si sottolinei con la dovuta nettezza: con fondi provenienti da ambienti massonici ebraici e per finalità riconducibili alla complessa geopolitica postbellica — egli presentava ufficialmente i propri spostamenti come viaggi di natura ecclesiale, mascherando così l’effettiva portata strategica delle sue missioni. La copertura pubblica assunta era quella di un ciclo di conferenze bibliche rivolte ai conduttori pentecostali italiani. Emblematicamente, il tema scelto per tali incontri era «L’organizzazione delle chiese».
Questa strategia rispondeva a un disegno meticolosamente congegnato. L’obiettivo era recidere le radici originarie del pentecostalismo italiano, fondate su un’impostazione ecclesiologica congregazionalista e antidenominazionale, profondamente incarnata nelle figure dei pionieri del movimento — Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini — e, più a monte, nell’orientamento teologico di William H. Durham. Ness intendeva disarticolare quel modello primigenio, ritenuto ormai obsoleto e d’intralcio, per trapiantarne i principi spirituali all’interno di una struttura organizzativa ben più rigida e centralizzata: quella che di lì a poco avrebbe assunto il nome di Assemblee di Dio in Italia.
Parallelamente agli incontri di natura teologica — che fungevano da cornice religiosa atta a legittimare pubblicamente i suoi spostamenti — Ness intratteneva colloqui riservati di tutt’altra natura. Tra una conferenza e l’altra, egli si recava in Vaticano per udienze private con Papa Pio XII, delle quali tenne all’oscuro la quasi totalità dei pentecostali italiani[nota 1]. Supporre che Henry H. Ness si sia intrattenuto con il Pontefice unicamente per discutere di questioni interne al movimento pentecostale equivarrebbe, a ben vedere, a un’ingenuità storiografica di notevole portata. Per Ness, infatti, la questione pentecostale costituiva solo un tassello collaterale di un progetto di più ampio respiro. Le vere motivazioni dei suoi viaggi rispondevano a logiche multilivello, intrecciate con interessi politici e strategici di matrice internazionale che oltrepassavano di gran lunga l’orizzonte confessionale che, tuttavia, era funzionale a progetti più ampi.
Non a caso, durante la sua permanenza in Italia, Ness non si limitò a incontrare il sommo Pontefice: incontrò anche altre figure di rilievo, appartenenti a circuiti d’influenza politico-religiosa che verranno analizzate nei paragrafi successivi. Tali interlocuzioni, collocate nel contesto storico del dopoguerra, si rivelano elementi preziosi per comprendere la funzione strategica che la sua figura svolse come cerniera fra reti massoniche, ambienti religiosi e apparati di intelligence per interessi superiori.
Incontri paralleli: il Papa, il Rabbino, l’ambasciata…
È singolare — e al tempo stesso rivelatore — che i pentecostali italiani non siano mai stati messi a conoscenza dell’incontro avvenuto tra Henry H. Ness e Papa Pio XII se non a partire dal 2012, anno in cui la notizia fu finalmente divulgata grazie al volume La Massoneria smascherata di Giacinto Butindaro. Fu proprio Butindaro a rendere pubblica per la prima volta questa informazione in Italia, infrangendo un silenzio lungo quasi settant’anni.
Oggi, tuttavia, è possibile — e doveroso — compiere un passo ulteriore nella ricostruzione di quei giorni romani. La verità storica, suffragata da indizi e convergenze documentarie, è che Ness non incontrò unicamente il Pontefice. Nello stesso periodo, mentre soggiornava a Roma, egli ebbe colloqui riservati anche con David(e) Prato, allora rabbino maggiore presso la sinagoga della capitale. E non solo con lui: il ventaglio dei suoi interlocutori si estese a figure di primo piano appartenenti a contesti religiosi, diplomatici e politici di rilievo internazionale.
Molti di questi colloqui avvennero presso l’albergo che lo ospitava — del quale si tratterà più avanti — ma in più di un’occasione ebbero luogo all’interno dell’ambasciata americana di Via Veneto, uno dei centri nevralgici del potere statunitense nell’Italia del secondo dopoguerra. Non va dimenticato che la capitale, in quegli anni, costituiva un vero crocevia di operazioni d’influenza, intelligence e diplomazia informale.
Anche Davide Prato, al pari di Henry H. Ness, era un fervente sostenitore del sionismo e membro della potente loggia massonica B’nai B’rith, storicamente connessa con l’ebraismo progressista e con le reti politico-finanziarie che sostennero la costruzione dello Stato d’Israele. Non è questa la sede per approfondire la distinzione, ben nota agli studiosi, tra «sionismo» e «giudaismo» — distinzione capitale per comprendere gli equilibri religiosi e geopolitici del XX secolo — ma è opportuno sottolineare che l’intreccio tra appartenenza religiosa, affiliazione massonica e impegno politico transnazionale rappresenta una chiave ermeneutica imprescindibile per decifrare la rete di relazioni che orbitava attorno a Ness.
Nel 1938, con l’entrata in vigore delle leggi razziali, il regime fascista inaugurò la propria politica antisemita. Fu in tale contesto che David Prato — allora rabbino capo di Roma — fu costretto all’esilio in Palestina sotto mandato britannico, dove proseguì la propria attività all’interno delle istituzioni comunitarie e sioniste. Lo Stato d’Israele, come è noto, sarebbe stato proclamato solo dieci anni più tardi, nel 1948. Prato rientrò a Roma nel 1945, all’indomani della guerra, riassumendo un ruolo di primissimo piano nella vita religiosa, politica e culturale della comunità ebraica italiana.
Fra le sue molteplici funzioni, egli rivestiva anche un incarico strategico all’interno dell’amministrazione del Keren Kayemet LeYisrael (קרן קימת לישראל, abbreviato KKL), noto come Fondo Nazionale Ebraico. Questo ente costituiva una delle leve finanziarie più rilevanti del sionismo internazionale nel processo di insediamento territoriale e di costruzione statale. Il suo coinvolgimento collocava Prato in un nodo cruciale della triangolazione fra religione, politica e finanza.
Ciò che rileva, ai fini della presente indagine, è un dato tanto essenziale quanto sistematicamente taciuto: Henry H. Ness e David Prato operavano in contiguità con i medesimi circuiti di intelligence, condividendone obiettivi e modalità operative. È ormai pacificamente riconosciuto nella letteratura storica e strategica che il Mossad — formalmente istituito nel 1949 — agisse già da tempo in forma pre-istituzionale attraverso reti non ufficiali di agenti e referenti. La cooperazione con tali reti da parte di personalità collocate in contesti religiosi e para-diplomatici rappresentava una prassi consolidata.
Non sorprende, in questo quadro, che tra i principali sostenitori — o, per usare una formula più aderente alla realtà storica, finanziatori strategici — del nascente Mossad figurasse la dinastia Rockefeller. Il sostegno politico, economico e ideologico di questa famiglia a Henry H. Ness e ai circuiti sionisti non può essere liquidato come un accidente della storia: al contrario, delinea un intreccio coerente, un sistema di relazioni sotterranee che connette, in un’unica trama, finanza internazionale, movimenti religiosi emergenti e strategie d’intelligence del secondo dopoguerra.
Ness o Nesh? Alias, identità multiple e strategie di copertura
Per comprendere la fitta trama di relazioni internazionali che accompagnò Henry H. Ness nei suoi spostamenti a Roma tra il 1946 e il 1948, occorre volgere l’attenzione a un elemento in apparenza marginale, ma in realtà rivelatore: il plurilinguismo strategico del suo nome e l’ambiguità deliberata che esso seppe generare nei contesti più sensibili. Questo dettaglio, spesso trascurato dalla storiografia ufficiale, rappresenta in realtà una spia linguistica di eccezionale portata, capace di illuminare le dinamiche di copertura che caratterizzarono la sua attività.
Un documento particolarmente eloquente si trova ne L’Osservatore Romano del 9 agosto 1947, dove è riportata l’udienza privata tra Papa Pio XII e Henry H. Ness. In quella circostanza, il nome del pastore viene trascritto non come «Ness», bensì come «Nesh».
Questa variazione non costituisce un mero errore tipografico, ma un segnale linguistico criptico, pienamente decifrabile da chi padroneggi i codici della scrittura ebraica. In ebraico, infatti, la grafia consonantica נ״ש può dar luogo a differenti letture — Nes, Nesh o Ness — a seconda della disposizione dei segni diacritici (nikkud), che nel sistema masoretico completano la scrittura consonantica fornendo le indicazioni vocaliche e fonetiche necessarie.
In particolare, la lettera ש può assumere due valori fonemici distinti: con un punto a destra (שׁ) si legge shin (/ʃ/), da cui la forma Nesh; con un punto a sinistra (שׂ) si legge sin (/s/), da cui Nes. Un’ulteriore possibilità — Ness — nasce dall’inserimento di un dagesh forte nella consonante finale, che segnala un raddoppiamento fonetico, tipico dei costrutti morfologici di valore enfatico.
In un contesto storico come quello del secondo dopoguerra, nel quale nomi, segni e sigle venivano spesso impiegati come coperture, allusioni o sigilli identitari, una sequenza come נ״ש non rappresenta soltanto un’identità anagrafica. Essa agisce come palinsesto fonetico e semantico, un dispositivo linguistico polimorfo in cui ogni micro-variazione grafica genera una distinta identità operativa. Un singolo punto — spostato a destra, a sinistra o al centro — diviene così un vettore d’accesso a reti parallele, linguistiche, culturali e politiche. Tale ambiguità controllata è tipica dell’onomastica funzionale impiegata nei contesti diplomatici e d’intelligence, dove la minima variazione fonetica può fungere da codice identificativo e da chiave di transito tra sfere di appartenenza diverse.
La letteratura storica e archivistica sull’intelligence del periodo bellico e postbellico testimonia ampiamente l’uso sistematico di alias parziali, identità multiple e varianti nominali adattive. L’Operazione FORTITUDE — ampiamente documentata dal National WWII Museum — costituisce un caso paradigmatico: agenti doppi come Juan Pujol García (Garbo) modulavano intenzionalmente la propria identità nominale in funzione dell’interlocutore, della lingua, del contesto sociale e dell’area operativa. Non si trattava di un semplice mutamento onomastico, ma di un raffinato gioco di risonanze fonetiche e grafemiche, finalizzato ad attivare canali selettivi di comunicazione e riconoscimento.
Analoghe strategie sono state messe in luce anche da ricerche recenti nell’ambito della sorveglianza e delle digital humanities critiche (Surveillance and the Critical Digital Humanities), che hanno evidenziato come la manipolazione micro-fonetica dell’identità linguistica sia rimasta, per tutto il Novecento e oltre, un meccanismo essenziale per la costruzione di identità pubbliche fluide, adattabili e semanticamente ambigue. La gestione consapevole delle variazioni minime di nome e pronuncia ha rappresentato, in numerosi contesti geopolitici e culturali, un dispositivo di accesso a reti parallele, oltre che uno strumento di mimetizzazione sociale.
Nel caso di Henry H. Ness, tale prassi risulta ampia e documentabile. La grafia «Nesh» compare con regolarità nei registri degli alberghi romani in cui soggiornava e figura altresì sui biglietti da visita personali, stampati e distribuiti con meticolosa intenzionalità. Non si trattava di un soprannome estemporaneo, bensì di un alias calibrato, una variazione semantica discreta ma deliberata, concepita per articolare e differenziare — pur mantenendo una sottile continuità — le sue molteplici sfere d’azione: quella religiosa, quella diplomatica e quella geopolitica.
Il gioco fonetico tra «Ness» e «Nesh» non fu dunque un semplice accidente linguistico, ma una maschera operativa: un codice d’accesso a reti multilivello, caratteristico delle figure liminali capaci di muoversi simultaneamente su più fronti. Attraverso un unico segno apparentemente insignificante — quel puntino spostato a destra, a sinistra o al centro della lettera ש — Ness poteva rendere riconoscibile la propria identità in forme differenti, a seconda dell’interlocutore e del contesto: per gli apparati diplomatici statunitensi, per i circoli sionisti, per le logge massoniche o per le autorità vaticane. In questa micro-variazione grafica, così minuscola eppure potentissima, si disvela un’intera architettura di copertura, che getta nuova luce sulla genealogia nascosta della fondazione delle Assemblee di Dio in Italia.
A conferma di ciò, fonti indipendenti attestano che, presso l’albergo romano abitualmente scelto per i suoi soggiorni, Ness si registrava sistematicamente con la grafia «Nesh», coerente con la maschera identitaria che intendeva assumere in quel preciso contesto operativo. Un dettaglio apparentemente minore, ma in realtà di grande rilievo strategico: quell’hotel, come si vedrà nel paragrafo successivo, costituiva un autentico hub operativo, crocevia di incontri riservati, passaggi coperti e scambi di natura sensibile.
2. L’Hotel Inghilterra di Roma
È ampiamente documentato l’albergo romano presso il quale Henry H. Ness era solito risiedere nel corso dei suoi viaggi in Italia, così come i luoghi di ristoro che frequentava con regolarità. Tra questi spicca un ristorante napoletano da lui particolarmente prediletto: il «Gangiani», sito in via Francesco Baracca 3. Napoli occupava un posto singolare nella sua memoria, non soltanto per la calorosa accoglienza che la città gli riservò, ma soprattutto per il legame profondo che egli intrecciò con due famiglie di piccoli imprenditori calzolai — gli Anastasio e i Melluso — datori di lavoro di Umberto N. Gorietti, futuro primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia. Quegli incontri risvegliavano in Ness un ricordo ancestrale: suo padre, anch’egli calzolaio, proveniva dallo stesso milieu artigiano, e la familiarità di quel contesto pareva fungere da ponte emotivo e culturale. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che testimonia come dimensioni biografiche, affettive e strategiche si intrecciassero intimamente nella sua azione.
A Roma, Ness sceglieva sistematicamente di soggiornare presso il celebre Hotel Inghilterra, in via Bocca di Leone 14, nel cuore pulsante della città storica. La scelta non fu né casuale né dettata da ragioni puramente logistiche. L’ubicazione dell’albergo era, di per sé, prestigiosa: a pochi passi da Piazza di Spagna, via Condotti, Piazza del Popolo, il Pantheon e il Pincio. Ma soprattutto, l’edificio sorgeva nelle immediate vicinanze dell’ambasciata statunitense di via Vittorio Veneto e di via Sicilia, un’area che già nel secondo dopoguerra era considerata ad alta sensibilità geopolitica: un vero e proprio crocevia di logge massoniche, uffici di collegamento riservati e presìdi di intelligence mascherati da rappresentanze diplomatiche o attività commerciali di copertura.
Un elemento ulteriore, troppo spesso trascurato dalla storiografia ufficiale, riguarda la singolare prossimità topografica tra l’Hotel Inghilterra e l’abitazione di Umberto Nello Gorietti, in via Frattina 35. I due edifici distavano appena un centinaio di metri l’uno dall’altro. Quell’appartamento, oltre ad essere la residenza di Gorietti, fu anche — come documentato dalla rivista Cristiani Oggi (1–31 agosto 1997, p. 7) — la prima sede legale delle Assemblee di Dio in Italia. Una simile contiguità non può ragionevolmente essere interpretata come fortuita: essa suggerisce l’esistenza di una rete logistica già consolidata, basata su passaggi rapidi, incontri riservati e connessioni strategiche fra soggetti chiave.
Quanto alla figura di Salvatore Anastasio, commerciante di calzature e datore di lavoro di Gorietti, tutto induce a ritenere che egli svolgesse un ruolo determinante, seppur occulto. Si può ragionevolmente ipotizzare che fosse il presidente ombra del nascente organismo pentecostale: un uomo di influenza che, pur mantenendosi dietro le quinte, tracciava le linee direttrici, lasciando a Gorietti — giovane, malleabile e docile — la rappresentanza ufficiale. In questo schema gerarchico non dichiarato, Anastasio rispondeva direttamente a Henry H. Ness, collocandosi così in una catena di comando di fatto, funzionale a un disegno di strutturazione progressiva del movimento pentecostale italiano.
Alla luce della prossimità fisica e della collaborazione strategica tra Henry H. Ness e Umberto N. Gorietti, appare legittimo affermare che i due si incontrassero con regolarità quotidiana e partecipassero insieme alle conferenze teologiche — denominate all’epoca Conversazioni bibliche — il cui tema centrale, non a caso, era: «Il governo della chiesa e l’organizzazione» (Risveglio Pentecostale, Anno II, 1947, n. 1, p. 11; The Pentecostal Evangel, 11 ottobre 1947, p. 11). La scelta dell’argomento non fu affatto neutrale. Essa rispondeva a una precisa agenda: dar vita a un’organizzazione religiosa stabile e verticistica, destinata a imporsi come nuovo perno istituzionale del movimento pentecostale italiano, assumendo infine il nome di Assemblee di Dio in Italia.
Per realizzare un tale disegno, era tuttavia indispensabile smantellare prima l’antidenominazionalismo originario che aveva sin dall’inizio caratterizzato il pentecostalismo italiano. L’ostacolo non era di natura strutturale, bensì ideologica: l’ecclesiologia dei pionieri pentecostali — Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e altri — si fondava su una visione fortemente congregazionalista, ereditata dal pensiero ecclesiologico di William H. Durham. Ness conosceva a fondo tale retroterra e, con lucida determinazione, volle che la conferenza ruotasse proprio intorno alla questione dell’“organizzazione” e del “governo della chiesa”. Non intendeva rafforzare l’identità pentecostale autoctona, ma piuttosto demolirla per indirizzarla verso un modello istituzionale d’impronta americana, più controllabile e funzionale a obiettivi geopolitici e religiosi di respiro transnazionale.
È verosimile ritenere che Ness e Gorietti si incontrassero ogni mattina a colazione, presso l’Hotel Inghilterra, per pianificare nei dettagli le attività giornaliere, e che Gorietti accompagnasse l’americano a numerosi incontri riservati, tra cui quello dell’8 agosto 1947 in Vaticano, quando Ness fu ricevuto in udienza privata da Papa Pio XII. Poche ore più tardi, i due avrebbero raggiunto la sede della conferenza dove ad attenderli vi erano i conduttori pentecostali totalmente ignari delle dinamiche che si stavano svolgendo alle loro spalle. Nessuna informazione filtrò, nessun cenno lasciò trapelare la natura reale di ciò che stava accadendo: una manovra geopolitica accuratamente mascherata da assemblea fraterna.
La ragione per cui l’Hotel Inghilterra merita un’attenzione specifica non risiede nella sua funzione ricettiva in sé, bensì nel fatto che, in quegli anni cruciali, esso rappresentava una vera alcòva operativa di presenze legate all’intelligence internazionale. Pur non essendo l’albergo più sontuoso di Roma, era notoriamente uno dei più riservati e logisticamente più adatti a garantire incontri riservati e movimenti discreti. La sua posizione privilegiata, la sua storia e le frequentazioni che vi gravitavano attorno ne facevano un crocevia ideale per operazioni delicate. Sia che la scelta fosse stata presa da Ness stesso, sia che fosse frutto di una strategia concertata con apparati superiori, ciò che emerge con chiarezza è che nulla — nella logica operativa di Henry H. Ness — era lasciato al caso.
L’osservazione diretta della sua biografia e l’analisi psicolinguistica della sua produzione scritta confermano questa inclinazione profonda: Ness manifestava una tendenza marcata alla pianificazione meticolosa, talvolta al limite della scrupolosità maniacale. Ogni gesto, ogni ambiente, ogni parola erano selezionati con finalità precise. Per chi si occupa di studi sull’intelligence, sulle logge massoniche o sui circuiti esoterici che interagiscono con la storia politico-religiosa, tutta l’area circostante l’albergo rappresentava — e rappresenta tuttora — un osservatorio strategico privilegiato. Spetterà a ricercatori indipendenti e seri approfondire, ad esempio, la catena proprietaria dell’hotel in quegli anni, elemento potenzialmente decisivo per comprendere a fondo la rete di relazioni che vi si intrecciavano.
La storia stessa del palazzo è emblematica. Le fondamenta dell’edificio risalgono al XVI secolo, quando fu edificato come residenza nobiliare destinata agli ospiti dei Principi Torlonia, esponenti eminenti dell’aristocrazia nera romana, tradizionalmente influente negli equilibri vaticani. La piazza antistante era destinata alle carrozze, mentre la fontana serviva a lavarle. L’intera zona — già abitata da stranieri e delegazioni diplomatiche — costituiva un crocevia cosmopolita, scelto da famiglie nobili e figure di potere. Non a caso, l’adiacente via Borgognona prende il nome da una colonia di borgognoni stabilitasi qui fin dal Quattrocento.
L’accesso principale a questa parte della città avveniva attraverso Porta del Popolo, lungo le vie Flaminia e Cassia, direttrici strategiche del traffico nobiliare e diplomatico. Lo sviluppo urbanistico voluto da Pio IX nell’Ottocento mutò profondamente il volto del rione. Fu nel 1845 che l’edificio venne trasformato in albergo, assumendo il nome di Hotel d’Angleterre. Il toponimo, di chiara impronta francese, va letto nel contesto della forte influenza politico-culturale esercitata allora dalla Francia su Roma, in piena epoca preunitaria. La presenza di personalità come John Keats, residente nella vicina Piazza di Spagna, e la frequentazione di Lord Byron e Percy B. Shelley contribuirono a fare di quest’area un polo privilegiato per l’élite anglofona.
Sin dalla sua fondazione, l’hotel fu luogo di transito di aristocrazie europee, intellettuali e diplomatici di rango. In epoca successiva divenne uno dei centri vitali della Roma dannunziana, gravitante sull’asse Condotti–Bocca di Leone–Piazza di Spagna. Tra gli ospiti illustri si annoverano Franz Liszt, Hans Christian Andersen, Henry James, e in epoca contemporanea Elizabeth Taylor, Gregory Peck, Ernest Hemingway e vari membri di case reali europee, incluso il Principe Filippo, Duca di Edimburgo. Il logo stesso dell’hotel, ispirato all’araldica reale britannica, testimonia un rapporto organico con l’orbita monarchica di Windsor.
Questi dati non rappresentano semplice curiosità erudita. Inquadrati nel loro giusto contesto, rivelano la natura stessa dell’ambiente scelto da Henry H. Ness per muoversi e agire: un ambiente raffinato, riservato, elitario, saldamente ancorato a reti di potere transnazionali, perfettamente coerente con la portata strategica della sua missione in Italia.
3. L’ombra lunga dell’ICL e il «National Prayer Breakfast»
L’azione di Henry H. Ness non si esaurì nel contesto italiano. Al contrario, si estese con intensità crescente all’intero scacchiere dell’Europa meridionale, con epicentri strategici in Spagna, Grecia e Portogallo. È necessario sottolineare con chiarezza che la sua attività non può essere interpretata esclusivamente alla luce della missione pentecostale. La qualifica di “pastore” costituiva, in molti casi, una copertura operativa, funzionale a celare la reale natura delle sue missioni: un insieme articolato di operazioni di influenza, tessitura relazionale e costruzione di reti parallele di potere. Anche la fondazione delle Assemblee di Dio in Italia — pur di grande rilievo storico — appare come obiettivo secondario, subordinato a una più ampia strategia continentale condotta per conto dell’International for Christian Leadership (ICL), di influenti lobby sioniste e della massoneria ebraica internazionale.
L’ICL nacque ufficialmente nel 1944, ma operava già dal 1935 sotto il nome di National Committee for Christian Leadership. A fondarla fu Abraham Vereide (1886–1969), pastore metodista norvegese stabilitosi a Seattle, la stessa città in cui visse Henry H. Ness, che ne fu co-fondatore e membro del nucleo operativo originario. Dopo la morte di Vereide, la leadership passò a Douglas Coe (1928–2017), figura volutamente riservata ma di formidabile influenza. Sarà lui a imprimere all’organizzazione una trasformazione radicale, adottando una strategia di invisibilità operativa e riconfigurandola in una rete elitaria e trasversale, lontana dalle luci della ribalta.
In questa fase, l’ICL assunse prima il nome di The Fellowship, poi di The Family, in un processo di progressiva concentrazione del potere decisionale e di accentuata selettività interna. Contestualmente, il concetto stesso di “cristianesimo” fu deliberatamente esteso per includere ebrei e musulmani, secondo un’ottica sincretica funzionale a creare un linguaggio spirituale comune alle élite globali. Da piattaforma religiosa di matrice protestante, l’ICL si evolse così in un nodo transnazionale di influenza politica, presente ai vertici di governi, corpi diplomatici, ambienti finanziari e militari, centri religiosi e massonici. Tale mutazione onomastica — National Committee, International, Fellowship, Family — riflette con trasparenza il progressivo ampliamento della missione: da movimento nazionale, a soggetto geopolitico globale, fino a struttura deliberatamente occulta e selettiva.
Diverse fonti autorevoli convergono nell’indicare che l’ICL fosse permeata fin dagli esordi da presenze massoniche strutturate, da orientamenti sionisti forti e da connessioni organiche con l’intelligence statunitense, che ne avrebbero indirizzato obiettivi e traiettorie. Un’indicazione particolarmente significativa proviene dal compendio massonico 10,000 Famous Freemasons from K to Z, redatto da Harry S. Truman e William R. Denslow (Kessinger Publishing, 2004, p. 81), in cui il nome di Henry H. Ness compare tra i membri del comitato esecutivo dell’organizzazione. Un dettaglio che, lungi dall’essere marginale, chiarisce il carattere strategico e non confessionale della sua posizione all’interno della rete.
Nei decenni successivi, questa struttura avrebbe acquisito un potere tanto silenzioso quanto penetrante, riaffiorando nell’immaginario pubblico con un’espressione che ne sintetizza efficacemente la natura: «la mafia cristiana». Tale definizione è stata coniata dal giornalista e scrittore Jeff Sharlet, già membro del gruppo e autore di due volumi investigativi di riferimento, nei quali documenta con precisione dinamiche interne, ritualità opache, pratiche di influenza informale e capacità di condizionamento istituzionale. Le sue inchieste hanno dato origine a una docuserie di successo prodotta da Netflix, che ha riportato all’attenzione globale la parabola storica e l’attività sotterranea di una rete che, per quasi un secolo, ha agito sotto la maschera di una confraternita spirituale.
Tuttavia, per comprendere appieno la natura e la portata dell’ICL, è necessario compiere un passo all’indietro e ricostruire con rigore le radici ideologiche, la configurazione originaria e le implicazioni geopolitiche iniziali di questa organizzazione. Solo tale retrospettiva consente di coglierne l’essenza: un meccanismo di influenza internazionale travestito da iniziativa religiosa, connesso a doppio filo con apparati politici, economici e massonici dell’Occidente atlantico.
4. L’arrivo negli Stati Uniti e il passaggio dal settore farmaceutico a quello petrolifero
Henry Hamilton Ness nacque a Christiania — l’odierna Oslo — il 6 agosto 1894, da Hans e Dora Ness. Trascorse l’infanzia nel quartiere in cui sorge il palazzo reale norvegese (Det kongelige slott, comunemente detto Slottet), luogo simbolo della monarchia costituzionale. Suo padre, Hans, esercitava con perizia l’arte del calzolaio e confezionava calzature su misura per la nobiltà norvegese: tra i clienti più prestigiosi figurava la famiglia del principe Carl di Danimarca, che nel 1905 — all’indomani della dissoluzione dell’unione con la Svezia — ascese al trono come Haakon VII, primo sovrano della Norvegia indipendente.
Durante l’adolescenza, il giovane Henry, che si guadagnava da vivere vendendo giornali per le strade di Oslo, entrò in contatto diretto con gli ambienti di corte. Nonostante la lieve differenza d’età, sviluppò una relazione di familiarità con Alexander Edward Christian Fredrik, figlio del sovrano, che nello stesso anno assunse il nome di Olav e che nel 1957 sarebbe salito al trono come Olav V di Norvegia (1903–1991). Ness stesso racconterà in seguito di aver mantenuto con Olav un legame duraturo, assumendo nel tempo un ruolo ufficioso di consigliere. Egli dichiarerà inoltre di essere stato profondamente colpito, sin da adolescente, dall’atmosfera cosmopolita delle visite diplomatiche al palazzo reale: un particolare rivelatore della precoce fascinazione per gli ambienti di potere e della sua propensione naturale a muoversi entro spazi strategici.
Nel 1911 — secondo alcune fonti nel 1910 —, a soli diciassette anni, Ness lasciò la Norvegia e si stabilì negli Stati Uniti, a Chicago, ospite dello zio Jens Wilsberg, presso il quale rimase circa sette anni. Fu in questo periodo che acquisì una formazione di base in ambito farmaceutico, di carattere pratico e non accademico, in un’epoca in cui l’accesso a simili attività era consentito anche a chi avesse completato soltanto la scuola primaria. Successivamente, gli sarebbero stati conferiti tre titoli honoris causa — Doctor of Divinity (D.D.), Sacrae Theologiae Doctor (S.T.D.) e Doctor of Laws (L.L.D.) — non a coronamento di un percorso universitario, ma come riconoscimento simbolico della sua influenza in ambiti religiosi, giuridici e geopolitici. Ciò nonostante, Ness fece ampio uso pubblico del titolo di “Dr.”, secondo una prassi diffusa nei contesti evangelici nordamericani, benché problematica dal punto di vista della comunità accademica, poiché più legata a strategie retoriche di legittimazione che a un effettivo merito scientifico.
Successivamente si trasferì a Minneapolis, dove, in società con un imprenditore locale, aprì una piccola farmacia, assai diversa — per struttura e finalità — dalle moderne farmacie commerciali(nota 2).
Quel periodo coincide con un momento cruciale nella storia della medicina occidentale: la recente scoperta della penicillina e la ristrutturazione sistemica del settore farmaceutico stavano preparando il terreno alla concentrazione monopolistica che, di lì a poco, avrebbe assunto il nome di Big Pharma.
Proprio in quegli anni la dinastia Rockefeller, già padrona del comparto petrolifero, avviò una strategia coordinata di acquisizione di farmacie e laboratori, giungendo rapidamente al controllo pressoché egemonico del mercato farmaceutico statunitense. Ogni iniziativa indipendente veniva progressivamente inglobata o eliminata, in un processo di centralizzazione senza precedenti. L’ingresso di Ness in tale mondo — seppur in scala modesta — avvenne dunque in un contesto caratterizzato da una stretta intersezione tra interessi economici, sanitari e politici, che avrebbe ridefinito il volto della medicina moderna(nota 3).
Dopo appena tre anni, malgrado la florida redditività dell’attività, Ness decise di vendere la propria farmacia. Egli stesso affermò di aver perso ogni stimolo personale per quel settore. Accettò così una proposta diretta della famiglia Rockefeller, cedendo la farmacia a condizioni vantaggiose e ricavandone un profitto considerevole. Poco dopo, entrò a far parte della Standard Oil, colosso petrolifero internazionale allora al centro dell’espansione globale del capitale americano, dove rimase fino al 1924.
È importante ricordare che la Standard Oil — successivamente disgregata dando vita a giganti come Chevron, Exxon e Mobil — costituiva il cuore dell’impero economico dei Rockefeller, dinastia di origine cazara ashkenazita e di orientamento sionista, strettamente intrecciata con altre famiglie bancarie internazionali come Rothschild, Warburg, Morgan e DuPont. Secondo ricostruzioni storiche documentate, queste famiglie avrebbero giocato ruoli determinanti in numerosi snodi politici del XX secolo, dalla genesi del fenomeno Hitler in Germania ai rapporti opachi con settori gesuitici, fino al controllo strategico della Federal Reserve fin dal 1913.
All’interno della Standard Oil, Ness fu inizialmente assegnato al settore vendite, occupandosi di commesse contrattuali con governi e nazioni estere, tra cui l’Italia. La sua carriera fu rapida e costantemente protetta dalla rete Rockefeller, che lo aveva selezionato come investimento strategico(nota 4). Fu formato, sostenuto e — diremmo oggi — “profilato” per ruoli di rilievo. Del resto, Henry H. Ness era già stato attenzionato fin da giovane, quando frequentava il Palazzo Reale norvegese e intratteneva rapporti personali con colui che sarebbe divenuto Re Olav V.
Nel 1919 contrasse matrimonio con Anna Molgaard, donna di origine danese, dalla quale ebbe sei figli, tre dei quali risultano ancora in vita alla data di stesura di questo testo (maggio 2021).
5. La collaborazione con Frank B. Gigliotti
La collaborazione tra Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti non fu episodica né contingente, ma costante, diretta e strutturata, innervata in una rete di potere sovranazionale che trascendeva di gran lunga i confini delle attività missionarie o confessionali. I due uomini agivano all’interno di un medesimo orizzonte strategico, sottoposto alla supervisione di apparati e centri decisionali le cui finalità reali non erano di natura meramente religiosa, ma geopolitica e ideologica.
Sebbene risiedessero in località geograficamente distanti — Ness a Seattle, Gigliotti in California — la loro cooperazione non si limitò a scambi epistolari o telefonici. Al contrario, entrambi privilegiavano incontri personali diretti, specialmente in occasione delle fasi più delicate della pianificazione operativa. È attestato che prima di ciascun viaggio di Ness in Europa, i due si riunissero sistematicamente per definire linee strategiche comuni, discutere dei contatti da attivare e armonizzare le proprie azioni sul terreno. Tale costante sincronizzazione non fu casuale, ma rispondeva a precise esigenze di riservatezza e controllo informativo, tipiche delle operazioni condotte in ambienti diplomatici o para-intelligence.
La corrispondenza privata intercorsa tra i due, oggi in mio possesso, rappresenta una fonte storica di straordinaria rilevanza. Oltre a testimoniare la frequenza e la profondità dei loro rapporti, essa documenta in filigrana il carattere altamente strategico delle loro interlocuzioni. Gli incontri preparatori risultano attestati con certezza in almeno quattro viaggi di Ness in Europa: 1946, 1947, 1948 e 1949, itinerari ricostruiti con precisione grazie a riscontri documentali incrociati.
Secondo l’organo ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia, Risveglio Pentecostale (Anno IX, n. 4, 1953, p. 13), Ness avrebbe compiuto un ulteriore viaggio nel maggio 1953 per visitare le principali chiese italiane da lui fondate. Tuttavia, quest’ultimo spostamento non risulta ancora confermato da fonti primarie indipendenti e le ricerche in merito restano, al momento, sospese.
Sebbene i contenuti specifici dei colloqui tra Ness e Gigliotti non siano noti nella loro interezza, una parte consistente dello scambio epistolare consente di delinearne con chiarezza i temi dominanti. Tra questi spicca la pianificazione strategica della fondazione delle “Assemblee di Dio in Italia” (ADI), intesa — almeno nella fase iniziale — non come spontanea aggregazione ecclesiale, ma come costruzione deliberata di un apparato organizzativo imposto dall’esterno per fini geopolitici atlantisti e sionisti che, quindi, andavano ben oltre la dimensione cultuale e spirituale.
È inoltre ragionevole ipotizzare ulteriori incontri non ancora documentati, anche perché la collaborazione tra i due uomini coinvolgeva interlocutori collocati ai vertici dell’organizzazione madre: le Assemblies of God statunitensi. Alcuni di questi colloqui avvennero infatti a Springfield, Missouri, presso la sede centrale del movimento, con il consenso — e, talora, su sollecitazione — di figure di primo piano come Joseph Roswell Flower, Segretario Generale, e Noel Perkins, Direttore delle Missioni. Entrambi ebbero un ruolo tutt’altro che marginale nell’impianto geopolitico dell’operazione ADI, e la loro attività meriterebbe, a sua volta, un’indagine approfondita e documentata, capace di restituire pienamente la complessità delle dinamiche che plasmarono la nascita delle Assemblee di Dio in Italia.
La cooperazione tra Ness e Gigliotti, dunque, va interpretata non come semplice collaborazione tra due ministri religiosi, ma come ingranaggio essenziale di una macchina politico-religiosa più vasta, articolata e silenziosa, i cui effetti strutturali si riverberano tuttora sulla storia del pentecostalismo italiano.
6. La Conferenza dei Ventuno a Parigi
I viaggi di Henry H. Ness non furono mai improvvisati: venivano pianificati nei minimi dettagli, orchestrati con scrupolo quasi maniacale, e scanditi da un’agenda densa di appuntamenti ad altissimo livello. Egli incontrava reali, capi di Stato, vertici militari, autorità ecclesiastiche di diverse confessioni, e intrecciava relazioni con personalità chiave dell’intelligence internazionale, pur viaggiando — ufficialmente — nella veste di «pastore evangelico». La missione pubblica era quella di predicare, fondare chiese e promuovere la libertà religiosa in Europa; ma è evidente che, in parallelo, egli operasse su fronti ben più delicati.
Emblematico, in tal senso, è il suo viaggio europeo del 1946, divenuto noto per il transito in Ticino documentato dal Corriere Bellinzonese del 25 agosto 1946 e per la successiva tappa a Parigi. Fu in quella circostanza che la stampa svizzera parlò della «Conferenza dei Ventuno» dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), espressione giornalistica impropria che rinviava, in realtà, alla fase terminale della Conferenza di Pace di Parigi (29 luglio – 15 ottobre 1946). Tale conferenza, alla quale presero parte ventuno nazioni vincitrici, definì l’architettura del nuovo ordine politico e giuridico postbellico.
L’Italia, Paese sconfitto, vi partecipò in posizione subordinata, priva di diritto di voto, accettando le condizioni imposte dagli Alleati che confluirono nel Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, ratificato dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 4 settembre 1947, non senza frizioni con Alcide De Gasperi e con il ministro degli Esteri Carlo Sforza.
Sorge allora una domanda cruciale: che cosa faceva Henry H. Ness a Parigi in quel contesto? Quale ruolo poteva rivestire un «pastore evangelico» nel cuore di trattative geopolitiche riservate, tra diplomatici, giuristi e plenipotenziari delle maggiori potenze? È plausibile ridurre la sua presenza a funzioni meramente spirituali? O non è forse più verosimile ipotizzare che la copertura religiosa occultasse incarichi ben più strategici, conferiti da organismi internazionali contigui all’intelligence atlantica e a reti massonico-sioniste impegnate a ridisegnare gli equilibri religiosi e culturali del dopoguerra?
Le conferenze UNRRA, formalmente composte da delegazioni governative, non prevedevano osservatori religiosi statunitensi. Ne discende, con forza logica, l’ipotesi che la “missione spirituale” di Ness fungesse da schermo operativo a compiti paralleli, quali: raccolta informativa, mediazione tra blocchi religiosi (evangelico, vaticano, sionista), coordinamento con reti atlantiche post-OSS.
Chi erano i referenti diretti di Henry H. Ness? Per conto di chi agiva realmente? Quale mandato implicito portava con sé, dissimulato sotto le spoglie del missionario, del predicatore e del fondatore di organizzazioni pentecostali?
La risposta — ancora parziale, ma coerente — si annida nei documenti trascurati, nelle lettere inedite, e nei circuiti internazionali che lo proteggevano e all’interno dei quali egli si muoveva da uomo-ponte: capace di passare da un’ambasciata a una sinagoga, da un palazzo vaticano a una loggia coperta, mantenendo ovunque lo stesso profilo: discreto, riservato, operativamente efficace. Ness non era soltanto presente a Parigi mentre si ridisegnavano i confini giuridici e spirituali dell’Europa; vi partecipava, in forma riservata, come emissario di interessi superiori, al servizio di un’agenda transconfessionale, transnazionale e — forse — transgovernativa.
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7. Il primo protestante a mettere piede in Israele
Tra il 1947 e il 1949 — una congiuntura storica tra le più turbolente e fondative del secondo dopoguerra — Henry H. Ness si distinse, secondo più fonti convergenti, come il primo pastore protestante a mettere piede nel neonato Stato di Israele. Le sue visite, tutt’altro che ordinarie, si svolsero mediante voli speciali in partenza da Roma con destinazione Haifa, riservati esclusivamente a passeggeri ebrei, in un periodo in cui non esistevano ancora collegamenti di linea regolari con il Paese appena costituito.
Una volta giunto sul suolo israeliano, Ness fu trasferito a Tel Aviv con una scorta militare personale messa a disposizione dalle neonate forze armate israeliane — un trattamento eccezionale, che richiama per modalità e protocolli quello riservato a Frank B. Gigliotti e Umberto Gorietti nell’aprile del 1947 in Sicilia, pochi giorni prima della strage di Portella della Ginestra (cfr. The Pentecostal Evangel, 24 maggio 1947, p. 7). Questi viaggi, ufficialmente presentati come missioni religiose, erano in realtà operazioni a doppio livello: missionarie sul piano formale, strategico-politiche su quello sostanziale, spesso riconducibili a interessi transnazionali di alto profilo.
La domanda si impone con forza: che cosa spinse Henry H. Ness a recarsi più volte in Israele in un momento tanto instabile e decisivo? Quale fu la vera natura della sua missione? A quali interlocutori religiosi, politici e militari si rivolse durante la sua permanenza?
Per rispondere, è necessario collocare tali viaggi nel loro preciso contesto storico. All’indomani della proclamazione d’indipendenza dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, l’estate fu segnata dalla prima guerra arabo-israeliana, scoppiata con l’invasione dello Stato ebraico da parte di cinque eserciti arabi. Nel luglio di quello stesso anno, durante l’Operazione Dani, le neonate Forze di Difesa Israeliane (IDF) conquistarono Lydda e Ramle, consolidando il controllo sul centro del Paese. Contestualmente, prendevano forma le istituzioni fondamentali del nuovo Stato: la nascita della Corte Suprema, l’introduzione della lira israeliana e, soprattutto, la fondazione dei servizi di intelligence nazionali. Tra giugno e luglio 1948, per impulso di David Ben-Gurion, la struttura informativa della Haganah fu riorganizzata in tre entità: Shin Bet (sicurezza interna), Aman (intelligence militare) e Mossad, quest’ultimo destinato a operazioni clandestine oltre confine. Ness compì il suo secondo viaggio in Israele proprio in quei giorni cruciali.
In questo scenario emerge con nettezza la figura bifronte di Henry H. Ness: da un lato, pastore pentecostale e missionario di fama, legato a circuiti evangelici e interconfessionali; dall’altro, intermediario occulto, con consolidati rapporti con la famiglia Rockefeller, con la struttura dell’International for Christian Leadership (ICL) e con reti sioniste e filo-israeliane attive fin dagli anni Trenta, molte delle quali strettamente interconnesse a centri di intelligence statunitensi e a gruppi di potere economico transnazionale.
Ness rappresentava un profilo ideale per una presenza tattica in Israele nel momento in cui si gettavano le fondamenta dello Stato ebraico: norvegese di nascita, protestante di formazione, ma radicato in reti ideologicamente filo-ebraiche e logisticamente legate al mondo atlantico. La sua visita non fu, dunque, un mero atto di solidarietà religiosa, bensì parte di una strategia più ampia, volta a consolidare il raccordo tra leadership protestante filo-americana e dirigenza israeliana nascente.
Molti dettagli della sua agenda operativa in Israele restano tuttora celati da riservatezza archivistica. Tuttavia, le modalità dei viaggi, la natura dei contatti e la scansione temporale degli eventi non lasciano spazio a letture ingenue: non si trattò di semplici spostamenti per predicare il Vangelo. Si trattò, piuttosto, di missioni coperte, condotte sotto il velo della religione, ma inserite a pieno titolo in una strategia transnazionale di costruzione di alleanze religiose, politiche e geopolitiche.
Coraggio studiosi e ricercatori onesti, mettetevi all’opera!
8. L’adulterio e le dimissioni
Nel 1949, Henry H. Ness — fondatore e presidente del Northwest Bible Institute (oggi Northwest University) nonché pastore della Hollywood Temple di Seattle — fu coinvolto in uno scandalo personale che segnerà in modo irreversibile la sua carriera pubblica. Secondo fonti coeve, egli fu accusato di aver intrattenuto una relazione “inappropriata” con una studentessa significativamente più giovane, identificata come Ruth Cox. Nonostante i tentativi iniziali di insabbiare la vicenda, la notizia emerse rapidamente, scatenando un forte turbamento all’interno della comunità evangelica locale.
La gravità del caso indusse il Board of Deacons (l’equivalente a quello che nell’ambito del pentecostalismo italiano si chama Consiglio di Chiesa) e il Consiglio di amministrazione dell’allora Istituto Biblico a “consigliargli” con insistenza di rassegnare le dimissioni sia dalla presidenza dell’Istituto sia dalla conduzione della Hollywood Temple. L’uscita di scena di Ness lasciò un vuoto significativo nelle istituzioni che egli stesso aveva creato e consolidato.
Dopo un periodo di riorganizzazione, la presidenza dell’Istituto fu affidata a Charles E. Butterfield, che introdusse riforme strutturali e accademiche tese a rafforzare l’identità e la stabilità dell’ente formativo. Tuttavia, l’eco dello scandalo continuò a gravare sull’immagine pubblica di Ness, privandolo definitivamente di quella aura carismatica che ne aveva accompagnato l’ascesa.
9. L’Ictus
L’anno seguente, nel 1950, Henry H. Ness fu colpito da un ictus cerebrale che compromisse in modo grave e permanente le sue facoltà neurologiche. Fu sottoposto a un intervento chirurgico intracranico particolarmente delicato che, sebbene scongiurasse esiti fatali, ne lasciò profonde conseguenze sul piano fisico e psicologico. Da quel momento, la sua capacità oratoria — fino ad allora uno dei suoi tratti più distintivi — risultò fortemente compromessa, rendendo la predicazione un esercizio faticoso e frammentario.
Prima di questi eventi, Ness era considerato uno dei leader più influenti e promettenti delle Assemblies of God USA, al punto da essere proiettato verso i vertici dell’organizzazione, con concrete possibilità di assumerne la Sovrintendenza Generale. Lo scandalo del 1949 e l’ictus del 1950 ne tracciarono invece un declino rapido e definitivo, modificandone radicalmente la traiettoria esistenziale.
Non farà più ritorno in Italia: il suo ultimo viaggio documentato risale proprio al 1949, in occasione dell’inaugurazione del locale di culto di via dei Bruzi a Roma, immobile da lui promosso e finanziato. In quell’occasione predicò personalmente, nonostante le voci dello scandalo fossero già note a Umberto N. Gorietti, che tuttavia non sollevò obiezioni formali. Né avrebbe potuto farlo, dal momento che le Assemblee di Dio in Italia costituivano, di fatto, una creatura plasmata da Henry H. Ness stesso. Anzi, la sua presenza venne pubblicamente incoraggiata.
L’organo ufficiale delle ADI (Risveglio Pentecostale, 1953) afferma che Ness avrebbe visitato nuovamente l’Italia nella primavera di quell’anno. Tuttavia, nessuna fonte documentaria indipendente è mai emersa a conferma di tale notizia. Alla luce dell’ictus subito nel 1950, un viaggio transatlantico appare peraltro altamente improbabile, sebbene la questione rimanga aperta a ulteriori verifiche archivistiche.
Va ricordato che Henry H. Ness non viaggiava mai per un’unica ragione: i suoi spostamenti ‘missionari’ rispondevano sistematicamente a mandati superiori, provenienti da circuiti finanziari e geopolitici che ne sostenevano e indirizzavano le attività. È pertanto legittimo domandarsi quale parte dei suoi viaggi fosse realmente legata all’evangelizzazione e quale, invece, fosse riconducibile a incarichi paralleli di natura diplomatica, strategica e d’intelligence. Tali operazioni si collocavano nel più ampio progetto di allineamento del protestantesimo europeo al blocco atlantico e agli interessi sionisti emergenti, in un momento cruciale: quello della nascita dello Stato d’Israele (1948) e della ridefinizione dell’ordine mondiale postbellico.
10. Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di Washington
Dopo l’ictus del 1950, Henry H. Ness ridusse drasticamente la propria attività pubblica di predicazione. Per un breve periodo esercitò il ministero pastorale in una piccola comunità evangelica a Oakland, California, avvicinandosi geograficamente a Frank B. Gigliotti, suo antico sodale e compagno d’impresa nei circuiti transatlantici evangelici e geopolitici. Ma fu soprattutto in quegli anni che Ness intraprese una nuova carriera nel sistema penitenziario statunitense, spostando il baricentro della propria attività dal pulpito ecclesiale agli ingranaggi dell’apparato statale.
Nel 1950 venne infatti nominato Presidente del Consiglio per le Condanne e le Libertà Vigilate dello Stato di Washington (Washington State Board of Prison Terms and Paroles), carica equivalente — per competenze e responsabilità — a quella di Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel contesto italiano contemporaneo. Mantenne tale incarico per sei anni, nel corso dei quali seppe esercitare un’influenza non marginale sulla gestione e la riforma del sistema penitenziario statale, in un periodo in cui il tema della sicurezza pubblica si intrecciava con le prime grandi trasformazioni della giustizia criminale americana.
Ness portava la Bibbia con sé, visibile sulla scrivania, come segno tangibile della propria identità pubblica di “uomo di fede”. Continuò a predicare ai detenuti, intrecciando la dimensione morale della predicazione evangelica con il rigore amministrativo della funzione pubblica. Così, la parabola di un uomo un tempo proiettato verso i vertici delle Assemblies of God USA proseguì, ora in forme più silenziose ma non per questo meno significative, all’interno di apparati istituzionali civili con cui in realtà aveva sempre interagito.
11. Il cancro e il suicidio
Nel corso degli ultimi anni della sua vita, Henry H. Ness fu progressivamente consumato da una grave sindrome neurologica che aveva avuto inizio con l’ictus cerebrale del 1950 e si era poi aggravata con l’insorgenza di forme croniche di dolore neuropatico, tra cui una nevralgia facciale severa, cefalee persistenti e rigidità muscolare mandibolare, che resero sempre più difficoltosa la predicazione pubblica, fino a renderla impossibile. Per gestire tali sofferenze, Ness fece ricorso a potenti analgesici — presumibilmente barbiturici e derivati oppiacei — i quali, con il tempo, compromisero ulteriormente il suo equilibrio neuropsicologico, già gravemente intaccato.
A questi sintomi si sovrappose una patologia oncologica di natura cerebrale. L’evoluzione della malattia fu progressiva e crudele, segnandolo nel corpo e nella mente. Ness, che in gioventù era stato un oratore brillante e un uomo di visione, si ritrovò così ridotto al silenzio e al dolore, isolato, dimenticato dai suoi stessi collaboratori, e devastato nella dignità personale. Era un uomo che si spegneva a piccoli passi, con piena coscienza di sé.
Nel 1970, all’età di settantacinque anni, la sofferenza fisica e l’angoscia interiore raggiunsero un punto di non ritorno. Ness pose volontariamente fine alla propria vita, sparandosi una revolverata alla tempia all’interno del suo studio con una pistola regolarmente registrata. Per quanto le fonti ufficiali abbiano spesso taciuto o edulcorato l’accaduto, e sebbene le prove citate da G. Butindaro nel volume «La massoneria smascherata» sembrino essere misteriosamente scomparse dal web dopo la pubblicazione del libro, una copia cartacea inequivocabile è in mio possesso e ne attesta senza possibilità di smentita la veridicità.
La parabola finale di Henry H. Ness — predicatore, “teologo”, farmacista, dirigente penitenziario, agente d’influenza, oratore motivazionale, relatore di rapporti internazionali e figura cardine nella fondazione delle «Assemblee di Dio in Italia» — si chiude nel segno di una tragedia silenziosa, sottratta ai riflettori, consumata nella penombra del dolore e del disincanto.
Una morte volontaria, la sua, che lungi dall’essere relegata a gesto estremo di disperazione, va compresa come atto consapevole, ultimo sigillo di una biografia irrisolta: essa rivela la complessità di un’esistenza vissuta ai margini e al cuore delle grandi tensioni del suo tempo — tra idealismo spirituale e compromesso politico, tra vocazione religiosa e servizio a poteri sovranazionali, tra il pulpito e la loggia, tra l’unzione e la strategia.
Ness fu un uomo liminale, attraversato da forze spesso contraddittorie, prigioniero di un’identità plurima che lo portò ad agire su più livelli della storia, spesso in modo invisibile, a volte ambiguo, sempre determinante. E se è vero che fu dimenticato da coloro che da lui avevano ricevuto più di quanto fossero disposti ad ammettere, è anche vero che la sua fine getta una luce cupa ma rivelatrice su ciò che lo aveva preceduto.
Chi serviva davvero Henry H. Ness? A chi rispondeva? Quale prezzo ha pagato per la sua lucida obbedienza a ordini multipli, spesso confliggenti? La sua tragica uscita di scena — compiuta con un gesto definitivo, radicale e irreversibile — pone una domanda che nessun revisionismo potrà mai eludere: dove termina la fede e dove comincia la manipolazione in quegli uomini che si ergono, simultaneamente, come apostoli e come emissari?
12. L’ignominia del pentecostalismo italiano, specie le ADI
Gli ultimi anni della vita di Henry H. Ness furono segnati da un lento e implacabile declino. Le sequele neurologiche dell’ictus del 1950 si aggravarono progressivamente, manifestandosi con forme croniche di dolore neuropatico severo: nevralgie facciali, cefalee persistenti, spasmi mandibolari. Queste sofferenze resero impossibile ogni attività oratoria pubblica, privandolo dell’elemento che più aveva definito la sua personalità pubblica. Per controllare il dolore ricorse a potenti analgesici, con ogni probabilità barbiturici e derivati oppiacei, i quali — lungi dal lenire soltanto la sofferenza — finirono per compromettere ulteriormente il suo equilibrio neuropsicologico, già fortemente provato.
A tale condizione si aggiunse una patologia oncologica cerebrale che progredì con ferocia silenziosa, segnandolo nel corpo e nello spirito. L’uomo che era stato oratore, stratega, missionario e figura d’influenza transnazionale si ritrovò isolato e dimenticato, lontano dai riflettori, nella solitudine di un dolore lucido e implacabile.
Nel 1970, all’età di settantacinque anni, quando la sofferenza raggiunse un punto di non ritorno, Ness pose volontariamente fine alla propria vita, sparandosi un colpo di pistola alla tempia nel suo studio. L’arma era legalmente detenuta. Le fonti ufficiali tacquero o edulcorarono l’accaduto; tuttavia, la testimonianza documentaria contenuta in una copia cartacea in mio possesso conferma inequivocabilmente la natura suicidaria della sua morte.
La parabola finale di Henry H. Ness — farmacista, predicatore, dirigente penitenziario, agente d’influenza, architetto occulto di reti religiose e politiche — si consumò nella penombra del disincanto. La sua morte volontaria, lungi dall’essere un gesto di mera disperazione, appare piuttosto come atto estremo e consapevole, sigillo tragico di una biografia irrisolta. Essa illumina, in controluce, l’intera vicenda di un uomo vissuto sulla soglia — tra pulpito e loggia, tra missione religiosa e ragion di Stato, tra spiritualità proclamata e lealtà strategiche verso poteri sovranazionali.
Henry H. Ness fu un uomo liminale, attraversato da tensioni molteplici e spesso contraddittorie, capace di operare simultaneamente su piani distinti — ecclesiastico, politico, geopolitico — e di incidere in profondità sulle dinamiche religiose e culturali del suo tempo. La sua uscita di scena, compiuta con un gesto definitivo e irrevocabile, lascia aperta una domanda che risuona ancora oggi, come un monito scomodo e ineludibile: dove termina la fede e dove comincia la manipolazione in quegli uomini che si ergono, al tempo stesso, come apostoli e come emissari?
13. Il piano Marshall evangelico e il Convegno pastorale a Catania

Fu il barone William Fray von Blomberg, nel 1950, a coniare l’espressione «Piano Marshall evangelico», con la quale intendeva descrivere l’imponente flusso di capitali, aiuti materiali e influenza strategica proveniente dalle comunità evangeliche statunitensi verso le chiese protestanti e pentecostali europee. Figura enigmatica e cruciale, Von Blomberg era legato da fraterna amicizia a Henry H. Ness e, come lui, radicato in circuiti massonici e di intelligence, oltre che organicamente connesso all’Ordine dei Cavalieri di Malta, struttura da sempre sotto l’egida della Santa Sede. La sua traiettoria personale, mai adeguatamente scandagliata dalla storiografia ufficiale, riveste un’importanza strategica nella comprensione della fase di riorganizzazione del protestantesimo europeo nel secondo dopoguerra, un contesto nel quale si colloca anche la nascita delle Assemblee di Dio in Italia (ADI).
Von Blomberg accompagnò Henry H. Ness in numerosi viaggi nel Vecchio Continente. Insieme visitarono diverse chiese pentecostali italiane e presenziarono, nell’agosto del 1948, al primo Convegno pastorale ufficiale delle ADI, che si svolse a Catania. Le Assemblee di Dio in Italia, sorte de facto nell’agosto 1947, acquisirono personalità giuridica soltanto il 22 maggio 1948, nello studio notarile di Carmelo Schillaci a Roma, in forza dell’entrata in vigore della nuova Costituzione italiana il 1° gennaio dello stesso anno.
La scelta di Catania come sede del primo Convegno pastorale non fu casuale. Proprio in quella città Henry Ness aveva acquistato un vecchio deposito — che un tempo aveva persino ospitato animali da stalla — per trasformarlo in locale di culto. Si tratta dell’edificio di via Juvara 46, che ospitò per circa quarant’anni la comunità pentecostale locale. Durante i lavori di ristrutturazione, Ness volle imprimere un segno della propria identità esoterica facendo apporre, al centro esatto della sala, una stella a otto punte, simbolo massonico inequivocabile e cifra iconica della sua firma rituale. Non un semplice elemento decorativo, ma un sigillo d’appartenenza.
L’elemento simbolico non è isolato. La stessa stella a otto punte è riapparsa, a distanza di decenni, nell’attuale locale di culto ADI di via Susanna 82, confermando — almeno sul piano iconografico — una continuità sotterranea e difficilmente liquidabile come coincidenza ornamentale. Essa segnala la persistenza di relazioni e influenze esoteriche che attraversano silenziosamente la storia di alcune comunità pentecostali locali.
Anche la scelta dell’ubicazione è degna di nota. Via Juvara si trova nel cuore del quartiere San Cristoforo, storicamente noto per la forte presenza di criminalità organizzata e, nel secondo dopoguerra, considerato tra i settori più sensibili della città. Chi scrive frequentò quel locale nel 1984, all’età di quindici anni: il quartiere conservava intatto il suo profilo marginale ed era universalmente noto per essere il feudo di Benedetto “Nitto” Santapaola, figura di vertice di Cosa Nostra.
All’epoca, a Catania, nessuna attività commerciale poteva essere avviata senza il consenso della mafia locale. È dunque legittimo domandarsi come sia stato possibile aprire e mantenere un locale di culto pentecostale nel cuore di un territorio controllato dalla criminalità senza subire pressioni, estorsioni o ritorsioni. Testimonianze orali di membri anziani della comunità — raccolte negli anni Ottanta — indicano che ogni tentativo di disturbo veniva bloccato “dall’alto”, non dalle forze dell’ordine. Da quali livelli provenivano tali direttive? È lecito ipotizzare che massoneria, intelligence e centri di potere paralleli abbiano garantito a quella chiesa una forma di immunità operativa, in virtù di convergenze strategiche con interessi sovranazionali.
Anche la decisione iconografica della stella massonica non può essere attribuita a fedeli semplici, in larga parte privi di istruzione e di ogni conoscenza esoterica. Essa fu evidentemente deliberata da un soggetto dotato di autorità legale e visione simbolica: Henry H. Ness, che deteneva il pieno controllo operativo dell’edificio in quanto rappresentante delle Assemblee di Dio americane, proprietarie giuridiche del bene, concesso solo in comodato ai pentecostali italiani.
Tornando al Convegno pastorale del 1948, il predicatore ospite fu lo stesso Henry H. Ness, accompagnato da Von Blomberg. La presenza di quest’ultimo — personaggio enigmatico, con solidi legami con circuiti massonici, diplomatici e paramilitari — non può essere interpretata in termini puramente spirituali. Essa si inserisce in un più ampio disegno strategico volto a riallineare il pentecostalismo italiano agli assi geopolitici atlantici.
Significativa, a questo riguardo, è l’assenza di Luigi Francescon, fondatore del risveglio pentecostale italiano, ancora in vita ma ormai estromesso dal circuito ufficiale. Scompare anche Nicola Di Gregorio, che fino al 1946 aveva partecipato ai convegni. L’assenza dei pionieri segna una sostituzione simbolica e materiale: Francescon, Lombardi, Ottolini e Di Gregorio vengono rimpiazzati da Ness, Gigliotti e Von Blomberg — figure profondamente intrecciate ai gangli del potere atlantico e sionista e delle sue ramificazioni occulte come ho spiegato in un altro articolo.
I culti serali di questo primo Convegno ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia si svolsero presso il tempio della Chiesa Valdese di Catania, gentilmente concesso in uso per l’occasione. Tale concessione appare, in retrospettiva, tutt’altro che scontata. La comunità valdese catanese, infatti, aveva conosciuto un periodo di relativo splendore negli anni Quaranta, raggiungendo circa 230 membri comunicanti; ma, nel corso della Seconda guerra mondiale, le attività religiose furono interrotte e ripresero solo nel 1946, con non poche difficoltà, poiché molti fedeli non fecero mai ritorno.
È importante sottolineare che fino a quel momento non si era mai registrata alcuna forma di collaborazione o dialogo tra il mondo valdese e quello pentecostale. Anzi, i valdesi — influenzati dalla loro impostazione teologico-liberale e storicamente ostili a fenomeni carismatici — guardavano ai pentecostali con sospetto, considerandoli una setta per via del fervente proselitismo e dell’estraneità alle strutture ecclesiali tradizionali. Ci si domanda, allora, per quali ragioni i valdesi mutarono improvvisamente atteggiamento, arrivando non solo a cedere il proprio luogo di culto per una conferenza pentecostale, ma addirittura a invitare Henry H. Ness a predicare durante il culto domenicale mattutino. Una scelta che, per molti versi, appare in totale discontinuità con la linea storica e dottrinale della Chiesa Valdese.
La verità è che Henry H. Ness stava replicando a Catania lo schema già collaudato a Roma e Napoli: utilizzando connessioni ecclesiali, diplomatiche e massoniche per emancipare le neonate ADI dall’isolamento e guadagnare loro rispettabilità agli occhi del protestantesimo storico — da sempre ostile al movimento pentecostale — nell’ottica geopolitica americana in Europa. Le Assemblee di Dio in Italia erano, in fin dei conti, una creatura di Ness e, in quanto tale, egli si adoperava con ogni mezzo per assicurarne sviluppo, legittimazione e integrazione nel tessuto religioso nazionale, in linea con le strategie atlantiche progettate per consolidare l’influenza statunitense in Europa. Per farlo, si avvalse senza esitazione dei propri contatti nei circuiti massonici e diplomatici.
Il pastore valdese di Catania, in quell’anno cruciale, era il giovane Enrico Corsani (1914–2000) — da non confondere con l’omonimo antenato, anch’egli pastore, deceduto nel 1958 — cugino di Bruno Corsani (1924–2008), insigne studioso valdese. Aveva appena assunto l’incarico catanese dopo un servizio importante a Riesi (Caltanissetta), dove, durante l’occupazione alleata della Sicilia, collaborò con il comando militare americano in qualità di interprete, prestando assistenza al tenente Simonelli, nominato dal comando sindaco pro tempore della città, pur essendo privo di conoscenza della lingua italiana nonostante le origini italo-americane. Il trasferimento di Corsani a Catania coincise con una fase delicata per la comunità locale: egli subentrava a Teodoro Balma (1917–1994), intellettuale e teologo di forte impronta, la cui azione pastorale era stata insieme intensa e divisiva. Corsani si trovò così a gestire una transizione complessa in una chiesa provata dalla guerra e alla ricerca di nuovi equilibri.
È in tale contesto che si intravede con chiarezza sempre maggiore l’invisibile regia di Henry H. Ness nell’organizzazione del primo Convegno pastorale delle ADI. Resta tuttavia una domanda tutt’altro che marginale: come fu possibile per Ness, che in quel periodo si trovava negli Stati Uniti — e in un’epoca di comunicazioni internazionali tutt’altro che agevoli — influenzare direttamente logistica, luoghi e partecipanti del Convegno ADI a Catania?
Qui entra in scena un altro personaggio chiave, ignorato dalla storiografia ufficiale, snodo tra mondo valdese, relazioni diplomatiche e reti esoterico-massoniche nelle quali Ness si muoveva con agio: il Dott. Marcello Mochi. Valdese, massone dichiarato, amico del pastore Teodoro Balma, Mochi non fu soltanto mediatore ideale tra mondi apparentemente inconciliabili, ma diplomatico di carriera con un passato significativo. Nel febbraio 1947 venne infatti nominato vice console italiano a Seattle, proprio la città di Henry H. Ness. Fu lì che i due — pur provenendo da tradizioni e vocazioni differenti — stringeranno un’amicizia solida e duratura, cementata da incontri frequenti, anche in ambito familiare, e da una visione del mondo condivisa, afferente a reti di potere transnazionali.
Terminata la missione negli Stati Uniti, Mochi fu successivamente destinato alla sede consolare italiana di Calcutta, in un frangente altamente sensibile per il subcontinente indiano, in transizione dal dominio britannico all’indipendenza. Anche questo incarico non fu casuale: la presenza di un medico valdese, già noto per intelligenza politica e connessioni riservate, costituiva per il governo italiano una garanzia nell’ambito di una diplomazia parallela intrecciata ai nuovi equilibri post-bellici. Resta, inoltre, un dettaglio da non eludere: prima della carriera diplomatica, Marcello Mochi esercitò la professione medica e, durante la Seconda guerra mondiale, fu al libro paga dei servizi segreti tedeschi. Un particolare inquietante, ma rivelatore, che getta ulteriore luce sulla complessità dei protagonisti implicati nella nascita delle ADI e sull’intreccio sotterraneo tra chiese evangeliche, massoneria, diplomazia e intelligence internazionale.
Oh, quanto vi sarebbe ancora da raccontare sulla vera storia del pentecostalismo italiano.
Alcune domande di riflessione
Come già precisato — ma vale ribadirlo — i tredici paragrafi precedenti non pretendono di offrire una biografia sistematica e compiuta di Henry H. Ness. Essi propongono, piuttosto, spunti documentati, inediti e finora trascurati persino oltreoceano, per sollecitare ulteriori indagini da parte di studiosi realmente interessati alla vera verità storica, non mediata da narrazioni apologetiche. Ulteriori frammenti, sebbene parziali e spesso depurati degli aspetti più controversi, si rintracciano negli scritti del dott. Francesco Toppi — storico presidente delle Assemblee di Dio in Italia — e negli archivi delle Assemblies of God USA, ove, ad esempio, è attestata la partecipazione di Ness all’inaugurazione del locale di via dei Bruzi 9–11 a Roma, destinato a divenire sede nazionale della denominazione da lui fondata.
Giunge ora il momento di interrogarci con rigore e onestà intellettuale. Le domande che seguono non offrono risposte preconfezionate: intendono semmai lacerare il velo della convenzione storiografica che, finora, ha occultato snodi cruciali della parabola pentecostale italiana.
- Com’è possibile che, in un arco temporale tanto breve — all’incirca un anno —, il pentecostalismo italiano sia passato dall’antidenominazionalismo tenace dei suoi pionieri, poveri, illetterati ma ardenti di zelo (Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini, Lucia Menna, Nicola Di Gregorio), a un assetto governato da architetti di denominazioni: colti, ben finanziati e connessi a potenti circuiti internazionali? Da dove provenivano i fondi che consentirono a questi nuovi attori di muoversi con tanta disinvoltura e influenza? Chi erano — e per conto di chi operavano — figure come Henry Hamilton Ness, Frank Bruno Gigliotti, Charles Fama, Patrick J. Zaccara, Francis J. Panetta, William Fray von Blomberg?
- Come si spiega la repentina metamorfosi di una comunità ecclesiale che aveva resistito con fermezza alla persecuzione fascista, pur di non piegarsi a strutture gerarchiche o denominazionali, e che poi si lasciò sedurre — quasi irreversibilmente — da promesse, finanziamenti e lusinghe di emissari americani ben addentro ai giochi geopolitici dell’epoca? Com’è stato possibile che il pentecostalismo italiano, fino a quel momento esemplare per coerenza spirituale e fermezza dottrinale — al punto da sopportare con dignità la persecuzione per rimanere fedele all’evangelo primitivo (cfr. Giuda 3) — abbia ceduto così rapidamente ai modelli organizzativi proposti da esponenti statunitensi spesso ambigui e comunque estranei alle origini carismatico-congregazionaliste dei primi pionieri?
- Per quale via, nel volgere di pochi mesi, si è rinnegato l’antidenominazionalismo di ascendenza Francescon–Durham per abbracciare un denominazionalismo strutturato e verticistico, configurando di fatto una vera e propria mutazione teologica? E come spiegare la celerità di tale mutazione, laddove la storia delle religioni insegna che trasformazioni dottrinali profonde richiedono intere generazioni?
- Perché Luigi Francescon, padre riconosciuto del pentecostalismo italiano, non partecipò al convegno del 1946, limitandosi a inviare Nicola Di Gregorio? La spiegazione addotta da Toppi — motivi di salute — è davvero plausibile, se si considera che nello stesso periodo Francescon viaggiava agevolmente tra Stati Uniti e Brasile, affrontando spostamenti ben più gravosi di una traversata verso l’Italia? Perché Francescon si defilò del tutto dalla scena italiana, interrompendo ogni forma di corrispondenza con i pentecostali della Penisola? E perché, dal Convegno di Catania del 1948, scomparvero anche Di Gregorio e gli altri protagonisti del movimento nato a Chicago?
- Per quale motivo Francescon non rispose mai alle lettere — tuttora conservate negli archivi ADI — inviate da Umberto Nello Gorietti, nelle quali trapela un senso di colpa per l’istituzionalizzazione delle ADI? E perché, nel 1958, quando il giovane Francesco Toppi si recò a Chicago per incontrare personalmente Francescon — ufficialmente per parlargli del nascente Istituto Biblico Italiano —, tale visita gli fu negata da Nicola Di Gregorio? Toppi scriverà, anni dopo, che Di Gregorio motivò il rifiuto sostenendo che Francescon fosse fermo nelle posizioni antidenominazionali e che, date l’età e la salute, fosse meglio non turbarlo. Ma è davvero credibile, se in Brasile Francescon aveva nel frattempo organizzato una struttura più articolata di quella italiana?
- Toppi ha realmente detto tutto? O vi erano altre ragioni — più profonde — a muovere il suo insistente desiderio di incontrare Francescon, e l’altrettanto ostinata resistenza di Di Gregorio? Quale messaggio doveva Toppi consegnare o ricevere? Quale verità taciuta doveva essere discussa — o forse insabbiata — in quell’incontro mancato? Perché la sola presenza di Toppi avrebbe potuto addirittura turbarlo (uso le parole testuali)?
Sono queste le domande che gli studiosi seri, non collusi e realmente appassionati alla ricerca, dovrebbero avere il coraggio di affrontare. Perché una verità storica che rifiuti di interrogare le proprie contraddizioni non illumina i fatti: si limita a perpetuare il mito.

Era pressoché impossibile, per i pionieri del pentecostalismo italiano — Luigi Francescon e Giacomo Lombardi in primis — competere con le figure emergenti del panorama evangelico internazionale nel secondo dopoguerra. Questi ultimi si presentavano con un profilo radicalmente diverso: padroneggiavano più lingue, possedevano una formazione teologica formalmente riconosciuta e, soprattutto, beneficiavano dell’aura carismatica del cosiddetto «mito americano», abilmente costruito e diffuso da Hollywood, dalla stampa e dalla propaganda militare statunitense all’indomani della vittoria nella Seconda guerra mondiale.
Benché anch’essi provenissero dagli Stati Uniti, i pionieri giunti da Chicago appartenevano a tutt’altra classe sociale: uomini umili, privi di titoli accademici, spesso autodidatti, con una conoscenza linguistica approssimativa sia dell’inglese che dell’italiano. La loro autorevolezza non derivava da diplomi o da cattedre, ma dalla coerenza spirituale, dalla forza del carisma personale e da una testimonianza di vita che emanava autenticità evangelica. Eppure, tali virtù — pur nobili — non bastarono a opporsi all’ondata geopolitica e religiosa che stava per travolgere il giovane movimento pentecostale in Italia.
Va detto con schiettezza: la nascita delle Assemblee di Dio in Italia non fu affatto lineare, come certa storiografia ufficiale vorrebbe far credere. Al contrario, essa fu l’esito di una fitta trama di trattative riservate, scambi epistolari segreti, accordi transatlantici e giochi d’influenza condotti lontano dagli occhi dei semplici fedeli e custoditi nel silenzio degli archivi. Basti ricordare, a titolo esemplificativo, i documenti attestanti i contatti tra E. Rustici e le Assemblies of God USA mentre la guerra era ancora in corso: materiali oggi in mio possesso che meriterebbero un serio esame accademico, anziché restare relegati alla marginalità documentaria.
La genesi delle ADI è inscritta in un intreccio complesso di presenze internazionali, figure enigmatiche e operazioni pianificate. Nomi quali Frank B. Gigliotti, Charles Fama, Baron William Fray Von Blomberg, Patrick J. Zaccara, Francis J. Panetta, H. Parli — per citare solo i più rilevanti — non approdarono in Italia per mera ispirazione spirituale, ma in forza di una strategia coerente, sostenuta da capitali, strutture diplomatiche e reti d’intelligence. È dunque lecito domandarsi: Henry H. Ness giunse davvero come un novello Elia inviato dal cielo, oppure fu accuratamente inviato, finanziato e collocato in posizione strategica molto prima che le ADI divenissero una realtà giuridica?
In questo quadro s’inserisce il flusso considerevole di denaro che Henry H. Ness — traslitterato in talune fonti come Nesh o Nes — fece confluire verso l’Italia. Queste risorse, distribuite con abilità tattica e indirizzate a figure chiave, penetrarono silenziosamente il tessuto ecclesiale, attecchendo in particolare presso conduttori locali selezionati per la loro posizione strategica e la loro influenza comunitaria. Fra essi si distinguono, emblematicamente, Vincenzo Federico e Rosario Di Palermo in Sicilia, Salvatore Anastasio di Napoli per il Meridione, e Umberto N. Gorietti e Roberto Bracco a Roma — quest’ultima, snodo cruciale per i rapporti con il potere istituzionale, il corpo diplomatico e, non da ultimo, con la Santa Sede. Sarebbe, oggi, un esercizio di ingenuità storica escludere a priori possibili legami di alcuni di questi attori con circuiti massonici.
Fu in questo modo che le ADI presero forma: non per un moto spontaneo di rinnovamento spirituale né per un’intuizione teologica collettiva, ma come frutto di un’operazione geopolitica accuratamente pianificata, intesa a consolidare la penetrazione atlantica e sionista in Europa. Un progetto in cui confluivano risorse finanziarie, logistica transnazionale, relazioni diplomatiche, reti esoteriche e apparati d’intelligence. Senza quei fondi strategici, senza quelle personalità influenti e quei canali occulti, è lecito supporre che le Assemblee di Dio in Italia non sarebbero mai sorte nella forma e nella tempistica che conosciamo.
Il pentecostalismo italiano dell’epoca conservava una struttura fortemente congregazionalista e antidenominazionalista — ben più marcata rispetto al modello statunitense — ed era animato dalla convinzione, oggi storicamente ingenua, di aver ristabilito un contatto diretto con il cristianesimo apostolico, quasi che duemila anni di storia ecclesiastica fossero stati improvvisamente cancellati. Questa visione idealizzata, sebbene profondamente radicata, non resse all’urto di un piano strategico ben più grande della coscienza di quei credenti semplici e ardenti.
Lo confesso: anch’io, da adolescente, ho creduto per un periodo a quella narrativa, alimentata da conversazioni private con pastori e conduttori di allora. In un’epoca priva di internet e di accesso critico all’informazione, anche la favola più improbabile poteva apparire verosimile. Ma oggi, con i documenti alla mano e una coscienza storica affinata, è doveroso restituire a questa narrazione la sua verità: la nascita delle ADI fu solo in minima parte un evento ecclesiale, e fu invece soprattutto un prodotto geopolitico, economico, culturale e d’intelligence, inscritto in un’operazione sistemica per rafforzare la penetrazione protestante filoamericana e filosionista in Italia e in Europa.
Senza questi personaggi e senza il fiume di denaro che H. Ness fece confluire nelle casse (e talvolta anche nelle tasche di alcuni conduttori chiave) dei pentecostali italiani le ADI non sarebbero mai nate.
In coerenza con questa logica di influenza, Henry H. Ness si adoperò per il reclutamento di risorse umane capaci di incarnare la sua visione nel tempo. Tra queste, spicca il caso emblematico di due giovani italiane, Yvonne (Ivana) Altura e Maria Arcangeli, invitate a frequentare il Northwest Bible Institute, l’istituzione accademica da lui fondata negli Stati Uniti. Ness si fece personalmente carico delle spese di formazione, e la prima divenne in seguito docente nella medesima scuola biblica, rafforzando così il circuito di lealtà e influenza costruito attorno alla sua persona.
Parallelamente, Ness canalizzò verso l’Italia una massa ingente di risorse economiche e materiali, che si tradussero in un’influenza determinante su figure chiave del movimento pentecostale nascente. Tra queste: R. Di Palermo, V. Federico, R. Bracco, U.N. Gorietti e un ristretto gruppo di artigiani-imprenditori calzaturieri — A. Pagano, S. Anastasio e A. Melluso — uomini pragmatici e ben radicati nei circuiti produttivi del Meridione, ma disponibili ad aderire a un progetto ecclesiale di più ampia portata, purché accompagnato da vantaggi materiali stabili.
È noto che Umberto Nello Gorietti, prima di assumere un ruolo centrale nella denominazione, era economicamente legato a quegli stessi artigiani partenopei che ne garantivano il sostentamento. Ness, fine conoscitore delle dinamiche del potere economico, comprese con lucidità quanto strategici potessero essere tali uomini per la costruzione di una rete fedele. Egli sapeva che per assicurarsi referenti affidabili era necessario offrire contropartite tangibili e durature. E così fece.
Non sorprende, quindi, che negli anni successivi molti di quei soggetti videro crescere notevolmente la propria posizione economica: Gorietti aprì un negozio di calzature in pieno centro a Roma, mentre i Melluso si trasformarono da semplici artigiani in imprenditori affermati. Ma questa è un’altra pagina che merita trattazione autonoma.
Tutto ciò costituisce il retroterra materiale e strategico di quello che alcuni studiosi indipendenti hanno definito — con espressione dura ma efficace — «il tradimento teologico e storico dei pionieri pentecostali». La storiografia più attenta, svincolata da apologetiche denominazionali, mostra oggi con chiarezza che la creazione delle ADI fu, in effetti, una congiura silenziosa ma ben orchestrata, tesa a sostituire l’eredità spirituale e anti-istituzionale dei pionieri originari con un progetto denominazionale controllato e funzionale a interessi esterni.
Gli investimenti americani in Italia
Fu Henry H. Ness a orchestrare, in modo sistematico e strategicamente mirato, un flusso finanziario di proporzioni considerevoli a sostegno dei pentecostali italiani. Si trattò di un vero e proprio fiume di denaro, proveniente da canali transatlantici che, nella geografia del potere religioso e geopolitico del secondo dopoguerra, non erano affatto neutrali. Tra gli interventi più significativi e documentabili si annoverano due operazioni immobiliari emblematiche: l’acquisto dell’edificio di via dei Bruzi 9–11 a Roma, per la somma di 25.000 dollari, e quello di via Juvara 46 a Catania, per un importo di 13.000 dollari. Entrambi gli immobili, almeno in origine, risultavano intestati alle Assemblies of God USA, che ne concessero l’utilizzo gratuito alle neonate Assemblee di Dio in Italia. Soltanto in un secondo momento — e precisamente dopo il riconoscimento giuridico delle ADI come Ente Morale — tali beni furono formalmente donati alla denominazione italiana.
Questa strategia patrimoniale, lungi dall’essere un gesto di mera filantropia, rivela una logica di controllo sottile ma incisiva. È legittimo domandarsi se essa costituisse un meccanismo di pressione, una sorta di leva potenzialmente ricattatoria («se non obbedite, ci riprendiamo tutto»), oppure una raffinata tecnica di seduzione e fidelizzazione, funzionale a garantire l’allineamento ideologico e operativo della leadership pentecostale italiana alle direttive della denominazione americana. In entrambi i casi, è indubbio che gli immobili rappresentassero non solo un investimento economico, ma soprattutto una pedina strategica in una più ampia architettura d’influenza.
Un ulteriore nodo degno di particolare attenzione è costituito dalla città di Napoli, culla delle Assemblee di Dio in Italia e della celebre azienda calzaturiera Melluso, la cui genesi si intreccia in maniera tutt’altro che marginale con le dinamiche politiche, economiche e religiose dell’Italia del secondo dopoguerra e con la stessa fondazione delle ADI. La ditta Melluso–Anastasio nacque nel 1945 nel cuore del Rione Sanità, grazie all’intraprendenza dell’allora diciassettenne Alfonso Melluso e della giovane e carismatica Addolorata Anastasio, sorella di Salvatore Anastasio (1904–1984). La sua nascita coincise con i primi tentativi di strutturazione del movimento pentecostale italiano in senso denominazionale e con la progressiva penetrazione di capitali e influenze statunitensi nel tessuto evangelico nazionale.
L’azienda in questione non fu una realtà marginale, bensì una vera e propria piattaforma logistica e relazionale per le Assemblee di Dio in Italia. Essa ospitò numerosi convegni pastorali di portata nazionale: l’assemblea costitutiva del 1946, quella del 1947 (originariamente prevista a Palermo, come risulta da una corrispondenza privata tra Ness e Noel Perkins in mio possesso), e quella del 1950, che sancì il passaggio dal «Comitato Esecutivo» al primo Consiglio Generale delle Chiese. Persino l’assemblea generale del 1978, nella quale Francesco Toppi fu eletto presidente succedendo a suo ‘zio’ Umberto N. Gorietti (zio materno per parte della madre, Gina Gorietti), si svolse in uno spazio riconducibile alla stessa azienda Melluso. In quell’occasione furono approvati lo Statuto e il Regolamento interno delle ADI, nonché l’elenco degli argomenti da proporre nell’ambito della futura Intesa con lo Stato italiano, resa possibile dalla risposta favorevole del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1977 all’apertura delle trattative formali.
Un dettaglio di grande rilievo simbolico conferisce ulteriore profondità a questa rete di relazioni. Il padre di Henry Ness, Hans Ness, era anch’egli un artigiano calzolaio, con bottega situata a pochi metri dal Palazzo Reale di Oslo e al servizio dell’aristocrazia norvegese e della famiglia reale. Non si trattava, dunque, di un mestiere comune, bensì di un’arte di corte, intrisa di relazioni sociali privilegiate, codici simbolici e prestigio. Non è irragionevole ipotizzare che Henry Ness — pur avendo conseguito un baccalaureato in Scienze farmaceutiche (B.S. Pharm.) e avendo militato nei ranghi della Standard Oil della dinastia Rockefeller [nota 4] — mantenesse un legame affettivo profondo con quell’universo artigianale che segnò la sua infanzia.
Quando Ness incontrò Alfonso Melluso e Salvatore Anastasio, quelle memorie riemersero, e con esse un modello economico e sociale già sperimentato nella Norvegia monarchica. È plausibile che sia stato proprio lui a suggerire loro una svolta strategica: trasformare una modesta bottega artigiana in un’attività industriale orientata verso i ceti medio-alti, replicando un paradigma già collaudato nel suo ambiente d’origine. L’iniziativa calzaturiera Melluso divenne così non solo una realtà produttiva, ma una leva d’influenza perfettamente integrata nella rete di controllo e fidelizzazione americana del nascente pentecostalismo italiano.
In questo quadro si delinea con chiarezza la natura della “colonizzazione evangelica americana” nel dopoguerra: un mosaico finemente cesellato in cui economia, massoneria, sionismo, geopolitica e religione si saldano in una trama sotterranea, coerente e pervasiva, disegnata da forze transnazionali operanti al di là dello sguardo ingenuo dei fedeli e spesso persino della leadership locale. Una rete costruita con pazienza strategica, fondata sul potere del denaro e sulla capacità di trasformare beni materiali in strumenti d’influenza spirituale e politica.
1. Napoli e l’azienda Melluso
Il patriarca della famiglia Melluso e cofondatore, insieme ad Addolorata Anastasio, della futura azienda di calzature destinata a imporsi su scala nazionale, Alfonso Melluso, era nipote diretto di Salvatore Anastasio. Quest’ultimo — figura carismatica e influente del primo pentecostalismo meridionale — fu amico personale e datore di lavoro di Umberto N. Gorietti, futuro primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia. Come attestano più fonti, Gorietti lavorava a Roma come agente di commercio nel settore calzaturiero, ricevendo il proprio stipendio direttamente da Anastasio.
Gorietti intratteneva rapporti di reciproca stima e collaborazione con due figure centrali nella presente ricostruzione: Frank B. Gigliotti e Henry H. Ness. Quest’ultimo era figlio di Hans Ness, artigiano calzolaio attivo nei pressi del Palazzo Reale di Oslo e fornitore ufficiale dell’aristocrazia norvegese, dettaglio che non è meramente biografico, ma rivela un retroterra simbolico e relazionale preciso, di antica nobiltà artigiana. È all’interno di questa rete d’interdipendenze personali, economiche e religiose che il giovane Alfonso Melluso venne progressivamente formato, tanto sul piano imprenditoriale quanto su quello spirituale, sotto l’egida di Salvatore Anastasio, che esercitò un ruolo determinante nella sua maturazione.
Un episodio emblematico illumina questa connessione: nel 1952, Salvatore Anastasio vinse un viaggio negli Stati Uniti nell’ambito di un concorso promosso dalla Metro Goldwyn Mayer, in collaborazione con la compagnia aerea KLM, per la miglior vetrina commerciale di calzature realizzata in Italia. Si trattò di un evento singolare che testimonia come, già in quegli anni, i legami tra il settore calzaturiero napoletano e il mondo atlantico fossero tutt’altro che marginali.
Non ho parlato, volutamente, di “conversione” alla fede pentecostale, ma di «iniziazione»: un lessico più adatto a descrivere la stratificazione simbolica e socio-culturale che accompagnò tali dinamiche, soprattutto in un contesto nel quale religione e potere si intrecciavano con una disinvoltura spesso taciuta dalla storiografia ufficiale.
Il giovane Alfonso Melluso si trovò così in stretta prossimità con il presidente Gorietti — per ragioni di lavoro e di fede — e con altri protagonisti del nascente movimento pentecostale. In tale frangente maturò quella visione strategica che lo portò a integrare le tradizionali tecniche artigianali con i più avanzati processi industriali, trasformando una bottega familiare in una delle più solide realtà imprenditoriali del settore calzaturiero italiano.
Ecco dunque come la storia pentecostale del dopoguerra italiano si intreccia con una serie di coincidenze tanto straordinarie quanto ricorrenti. In particolare, colpisce la perfetta sincronia tra l’arrivo a Napoli di Henry H. Ness e alcuni eventi chiave che segneranno un punto di svolta decisivo sia per la nascita delle Assemblee di Dio in Italia (1947), sia per il decollo imprenditoriale della piccola fabbrica artigiana Melluso–Anastasio.
L’anno 1948 si configura come uno snodo emblematico. Mentre Henry H. Ness investiva ingenti somme nell’acquisto di immobili destinati al culto a Roma e a Catania — mosse che riflettono un piano coordinato di consolidamento logistico e patrimoniale — la piccola bottega Melluso–Anastasio compiva un salto prodigioso verso l’industrializzazione. Proprio in quell’anno furono acquistati costosissimi macchinari di ultima generazione (sulla cui provenienza finanziaria resta aperta più di una domanda), consentendo un’immediata espansione della produzione, un abbattimento dei costi unitari e il passaggio da un’attività artigianale a un’impresa industriale di rilievo nazionale e, in breve tempo, internazionale.
La trasformazione non fu soltanto tecnica ma anche simbolica. L’azienda lasciò il suo modesto sottoscala nel Rione Sanità — quartiere associato a povertà e marginalità sociale — per trasferirsi in un ampio e prestigioso ex convento nel quartiere collinare e benestante di Capodimonte. Il passaggio da uno spazio popolare a uno nobilitato rappresentò, oltre che un salto economico, un segno tangibile di ascesa sociale.
È difficile non cogliere la perfetta sincronia tra la presenza in città di Henry H. Ness, figlio di calzolaio, pastore evangelico e intermediario geopolitico di peso, e questo repentino balzo industriale della Melluso. La sua azione — ufficialmente di natura religiosa — sembra aver generato effetti collaterali economici notevoli, concentrati su ambienti imprenditoriali a lui prossimi.
L’ex convento, infatti, svolse per anni una triplice funzione: sede dell’azienda Melluso, luogo di culto della comunità pentecostale delle Assemblee di Dio in Italia a Napoli, e residenza della famiglia Melluso–Anastasio. Una commistione di economia, religione e abitazione privata che, lungi dall’essere un dettaglio pittoresco, rivela un modello di controllo territoriale e organizzativo. Durante il giorno si producevano calzature di alta gamma; la sera, spostati i macchinari, si celebravano i culti. Una fusione quasi alchemica tra produzione materiale e liturgia spirituale.
Alla luce di tali elementi, non è peregrino domandarsi se Henry H. Ness impose condizioni implicite o esplicite ai calzolai pentecostali partenopei — condizioni che prevedevano la gestione logistica della denominazione in cambio di capitali, visibilità e legittimazione. Quella fabbrica non fu solo un luogo di lavoro: fu una centrale operativa nella costruzione delle ADI.
Questa realtà è oggi ammessa persino da voci interne al circuito ufficiale. Emblematiche le parole di Alessandro Iovino, storico e divulgatore vicino all’ambiente ADI:
«La Vitulli insieme alla Starlet, alla Melluso e alla D’Alessandro sono state aziende che non solo hanno scritto pagine significative della storia delle calzature in Italia, ma anche del movimento pentecostale».[nota 6]
Un’affermazione che, letta tra le righe, riconosce agli imprenditori-artigiani un ruolo fondativo nella nascita del movimento, quasi un ius originis pentecostale alternativo a quello dei pionieri spirituali. Un messaggio rivolto tanto all’interno — per ricordare chi realmente rese possibile l’ascesa della denominazione — quanto all’esterno, per avvertire che sotto la superficie “spirituale” si cela una struttura di potere complessa e stratificata.
A rendere il quadro ancora più delicato interviene un fatto recente. Il 10 agosto 2021, sul profilo Facebook di Alessandro Iovino apparve un commento pubblico firmato da Beniamino Sabino, figlio di Addolorata Anastasio. La sua dichiarazione, provenendo da un testimone familiare diretto, costituisce una fonte primaria di grande rilievo. Sabino affermò che Alfonso Melluso non accolse mai di buon grado la presenza pentecostale negli spazi aziendali, anzi la ostacolò, arrivando a vietare l’accesso alla fabbrica. Le prime riunioni pentecostali napoletane — aggiunse — si sarebbero tenute non nello stabilimento Melluso, bensì nelle abitazioni private dei fratelli Anastasio: Salvatore, Giovanna e Maddalena.
Se questa testimonianza corrisponde al vero, essa implicherebbe una revisione profonda della narrativa ufficiale veicolata dagli ambienti ADI e dagli autori ad essi organici. La questione non riguarda un dettaglio logistico, ma un elemento fondativo della mitopoiesi pentecostale italiana: la fabbrica Melluso, nel racconto istituzionale, assurge a simbolo del connubio tra lavoro e fede, tra capitalismo produttivo e missione evangelica. Se tale intreccio fosse stato costruito post hoc, sulla base di suggestioni e non di fatti, saremmo di fronte a una costruzione agiografica funzionale al consolidamento del mito originario.
A peggiorare la posizione dell’autore, il commento di Sabino fu rimosso in pochi minuti, senza alcuna replica pubblica o smentita argomentata. Un gesto che, lungi dall’estinguere la questione, ha accresciuto i sospetti, contribuendo a consolidare la percezione di un clima censorio. Fortunatamente, uno screenshot di quel messaggio è stato conservato, e rappresenta oggi un documento scomodo ma prezioso, utile a restituire alla storia pentecostale italiana un volto più autentico e meno mitizzato.
2. Riflessioni
Naturalmente, quei 38.000 dollari — parliamo qui solo della cifra documentata — che Henry H. Ness fece giungere dagli Stati Uniti per l’acquisto dei locali di culto di Roma e Catania rappresentano un investimento strategico di rilevante entità da parte delle Assemblies of God statunitensi. Rapportata al potere d’acquisto odierno, tale somma ammonterebbe a circa tre milioni di euro [nota 7], un capitale difficilmente interpretabile come mera liberalità filantropica. Più che di un atto di generosità, si trattò con ogni evidenza di un’operazione pianificata nei minimi dettagli, concepita per consolidare la proiezione americana sul nascente movimento pentecostale italiano, in particolare nei nodi strategici di Roma e della Sicilia. Sorge allora spontanea una domanda: si trattò di un investimento spirituale o geopolitico?
La seconda domanda è persino più inquietante della prima: e Napoli? I leader pentecostali partenopei — che si sono rivelati l’asse portante della nascita delle “Assemblee di Dio in Italia” e influenti per l’intero pentecostalismo italiano — aderirono alla nuova struttura denominazionale spinti da autentiche convinzioni spirituali oppure ricevettero, come i colleghi romani e siciliani, incentivi concreti? La Campania, al pari della Sicilia, rappresentava — e rappresenta tuttora — uno dei bacini pentecostali più fertili del Paese. Ma a differenza di altre regioni, a Napoli l’embrione pentecostale ruotava attorno a una famiglia di artigiani calzolai con aspirazioni industriali: i Melluso e gli Anastasio.
Ed è qui che emergono quelle «coincidenze» fin troppo numerose per essere ignorate. Henry H. Ness, uomo di spiccata intelligenza strategica, non poteva non cogliere la portata simbolica e operativa del fatto che il centro nevralgico del movimento napoletano gravitasse attorno a un mestiere — la calzoleria — a lui intimamente familiare. Suo padre, Hans Ness, era stato infatti calzolaio di lusso a Oslo, fornitore ufficiale della corte di Haakon VII, salito al trono di Norvegia nel 1905. Per Henry H. Ness, che aveva conseguito un baccalaureato in scienze farmaceutiche e aveva lavorato per la Standard Oil della dinastia Rockefeller — strettamente connessa, come è noto, ai Rothschild e ai Warburg — quella non era una semplice coincidenza: toccava corde profonde della memoria familiare, del simbolo e del potere.
È dunque perfettamente comprensibile, almeno sul piano psicologico e affettivo, l’impatto che dovette suscitare in Henry H. Ness la scoperta che proprio a Napoli — città strategica non solo per la sua posizione geografica ma anche per la presenza di una delle più importanti basi NATO nel Mediterraneo — il seme del pentecostalismo italiano stava germogliando in una bottega di calzolai. Una bottega che, nel volgere di pochi anni, sarebbe divenuta un centro imprenditoriale di rilievo nazionale.
A questo si aggiunge un altro dettaglio significativo: il convegno costitutivo del 1947 che segnò la nascita delle Assemblee di Dio in Italia si sarebbe dovuto tenere a Palermo — città strategica nel dopoguerra e sede di Rosario Di Palermo (cognome) ma residente a Corleone che diventerà il tesoriere delle “Assemblee di Dio in Italia” — come attestato dalla corrispondenza tra H. Ness e Noel Perkins, direttore delle Missioni delle Assemblies of God. Ma all’ultimo momento il programma mutò: si optò per Napoli, la città dei Melluso. Una decisione apparentemente marginale, ma che a uno sguardo storico più acuto appare deliberata e politicamente funzionale. Cosa e perché ha prodotto questo cambio improvviso e repentino?
In questo contesto, la storia pentecostale italiana del dopoguerra appare sempre più come un mosaico di connessioni e di eventi interconnessi, che per decenni sono stati presentati in forma agiografica. L’arrivo di Henry H. Ness a Napoli, la nascita delle Assemblee di Dio in Italia (1947), l’acquisto di immobili per il culto (1948), la trasformazione dell’azienda Melluso–Anastasio grazie a macchinari di altissimo costo e al trasferimento in un ex convento, non furono eventi paralleli ma tessere di una medesima strategia, da rileggere con gli strumenti della storiografia critica.
Va peraltro precisato che i calcoli qui esposti sono prudenziali: secondo proiezioni aggiornate e fonti complementari, la cifra effettiva potrebbe superare ampiamente i tre milioni di euro [nota 7]. E non si tratta di un dettaglio lessicale: nei documenti ufficiali delle Assemblies of God americane si parla esplicitamente di “investment”, non di “donation” né di “loan”. Un investimento presuppone un ritorno atteso, una struttura di garanzia, un controllo.
Da qui discendono interrogativi inevitabili:
- Che cosa ricavarono realmente le Assemblies of God statunitensi da tale investimento?
- Si trattò di un’operazione circoscritta o esisteva un circuito più ampio, composto da attori invisibili e gerarchie parallele, che ne trasse vantaggio?
- Da dove provenivano quei fondi, considerando che Henry H. Ness non versava in condizioni economiche floride — come emerge dalla corrispondenza privata e dalla contabilità interna del College da lui fondato, entrambi in mio possesso?
- Chi detiene realmente il patrimonio giuridico delle Assemblee di Dio in Italia?
- E soprattutto: a quale entità superiore risponde il Consiglio Generale delle Chiese ADI?
Domande scomode, certo. Ma una storiografia onesta non teme le domande, la storiografia apologetica invece le evita.
Un investimento di tale entità non poteva essere ricambiato con un pio «Grazie, Dio vi benedica!». Sarebbe ingenuo credere che la macchina organizzativa americana — articolata, capillare e saldamente inserita nelle dinamiche geopolitiche del dopoguerra — non prevedesse un ritorno strategico. Sorge allora la domanda cruciale: che cosa restituirono i pentecostali italiani in cambio di quel fiume di denaro?
A questo punto la questione si sposta su un terreno più scabroso: le connessioni di Henry H. Ness con Frank B. Gigliotti, con gli apparati d’intelligence, con le logge massoniche P1 e P2, e — in ipotesi — con reti mafiose internazionali. Non va dimenticato che proprio in quegli anni Charles “Lucky” Luciano, vertice della mafia italoamericana, veniva estradato negli USA e si stabiliva non in Sicilia, ma a Napoli, dove contemporaneamente si insediavano basi militari americane e infrastrutture NATO.
Lucky Luciano — secondo varie fonti legato ad apparati della CIA — si stabilì al Vomero, elegante quartiere borghese della città partenopea, e morì per infarto nel 1962, esattamente quindici anni dopo il convegno pastorale che sancì la nascita delle ADI. Guarda caso, molti dei convegni decisivi per l’organizzazione pentecostale italiana si tennero proprio a Napoli: la città dei Melluso, azienda mai toccata dalla criminalità organizzata, ma che fornì i propri spazi per riunioni nazionali. Filantropia? O piuttosto un patto implicito di convivenza strategica?
Il numero di coincidenze è tale da non poter più essere rubricato a fatalità. E quando la narrazione ufficiale tace, è il dovere dello storico a parlare.
Durante il soggiorno napoletano di Lucky Luciano, è legittimo chiedersi se egli venne a contatto con ambienti pentecostali locali, oppure anch’egli così come per Licio Gelli — come sostenuto da Alessandro Iovino — ignorasse completamente la loro esistenza. Un’affermazione che, alla luce dei fatti storici, appare francamente implausibile. Essa si trova in un suo video pubblico, tra il minuto 10:00 e l’11:00.
Affermare che Licio Gelli — figura di snodo tra massoneria deviata, logge internazionali, apparati d’intelligence e strutture transnazionali — ignorasse la realtà evangelica italiana, è altrettanto insostenibile. Gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presieduta da Tina Anselmi, documentano contatti diretti e strutturati tra Gelli e ambienti evangelici, in particolare con Frank B. Gigliotti — figura chiave nella fondazione delle ADI — e Charles Fama, anch’egli associato alla loggia P2. [QUI], [QUI], [QUI]
Alla luce di ciò, appare inevitabile domandarsi perché Iovino abbia pronunciato un’affermazione tanto macroscopicamente infondata, in aperto contrasto con fonti parlamentari e documenti storici. Disinformazione? Superficialità? O una strategia di gatekeeping narrativo?
Tanto più paradossale, poi, se si considera che nello stesso volume intitolato Il burattinaio d’Italia, lo stesso autore attribuisce a Gelli un ruolo sovradeterminante nella vita politica e sociale del Paese. Ma come avrebbe potuto un “burattinaio d’Italia” ignorare la crescita esponenziale di uno dei movimenti religiosi più dinamici del Novecento?
La contraddizione è talmente lampante da intaccare la credibilità complessiva della sua ricostruzione.
Non è dato sapere se quella dichiarazione sia frutto d’impreparazione, improvvisazione o calcolo. Ma resta un fatto: un’affermazione tanto grave e pubblica esige risposta e documentazione, non silenzi.
Che Charles ‘Lucky’ Luciano e la mafia siculo-americana abbiano giocato un ruolo determinante nello sbarco alleato in Sicilia nel 1943 è un fatto storico consolidato. Che tale alleanza tra intelligence, massoneria e mafia abbia continuato ad operare nel dopoguerra è altrettanto evidente.
Il modo in cui queste dinamiche si intrecciano con la nascita delle Assemblee di Dio in Italia costituisce un nodo storiografico essenziale, che merita di essere analizzato più a fondo. Qualche riflessione la si trova nella sezione: «1943–1946: Sbarco degli “Alleati” e fine della persecuzione».
3. Le Assemblee Generali delle «Assemblee di Dio in Italia»
Una doverosa parentesi va aperta sulle vicende legate ai convegni nazionali amministrativi delle “Assemblee di Dio in Italia” (ADI), che nel tempo — come previsto dallo Statuto — assumeranno la denominazione ufficiale di «Assemblee Generali». Se si procede a uno studio analitico e cronologico di ciascuno di questi convegni, emerge un dato oggettivo e difficilmente eludibile: tutti i convegni strategici e decisivi per l’evoluzione della denominazione ADI non si sono mai tenuti a Roma, come si potrebbe ingenuamente supporre, bensì sempre e soltanto nella città di Napoli. Questo dato rimane costante anche nel corso delle due presidenze romane: quella di Umberto N. Gorietti e quella di Francesco Toppi.
Siamo dunque dinanzi a una costante geografica da interpretare come semplice coincidenza? Oppure si impone una domanda più scomoda e, insieme, più plausibile: che il vero centro decisionale delle ADI sia stato per decenni Napoli, al di là della facciata amministrativa ufficiale romana? A sostegno di tale constatazione, valga un elenco esemplificativo e documentabile:
- Il Convegno del 16–18 agosto 1947, nel quale fu costituita l’associazione religiosa denominata «Assemblee di Dio in Italia», si svolse a Napoli.
- Il Convegno del 9 aprile 1948, preparatorio all’atto notarile e all’avanzamento verso il riconoscimento giuridico, si tenne a Napoli. Questo convegno rappresenta una tappa cruciale: implementazione organizzativa post-affiliazione, preparazione all’atto notarile e avanzamento verso il riconoscimento giuridico registrato il 22 maggio 1948 presso lo studio del notaio Carmelo Schillaci.
- Il Convegno del 12–15 agosto 1950, che segnò il passaggio dal Comitato Esecutivo al Consiglio Generale delle Chiese, si tenne a Napoli.
- Il Convegno del 3–5 settembre 1957, dedicato alla riorganizzazione economico-strutturale, tra cui la creazione di un sistema assicurativo per i ministri di culto (poi Fondo FIDEA), si svolse ancora a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 5–8 settembre 1963 si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 26–29 agosto 1971 si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 18–21 maggio 1977, nella quale si registrarono le dimissioni del primo presidente Umberto N. Gorietti e l’elezione del suo successore Francesco Toppi, si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 28 aprile – 1° maggio 1978, in cui furono approvati il nuovo Statuto con note, il Regolamento interno e la lista preliminare degli argomenti da inserire nella futura Intesa con lo Stato italiano, si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 28 aprile – 1° maggio 1979 si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 30 aprile – 3 maggio 1981 si tenne a Napoli.
- Tutte le Assemblee Generali dal 1983 al 1989, di primaria importanza per la strutturazione interna dell’ente in vista della sottoscrizione dell’Intesa con la Repubblica Italiana, si svolsero ininterrottamente presso il Centro Comunitario Evangelico di Roccamonfina (Caserta). Tale sede non fu casuale: era — e resta — strettamente legata alla galassia familiare napoletana Melluso–Anastasio–D’Alessandro, rafforzata anche da alleanze matrimoniali e legami imprenditoriali.
Una lunga sequenza di ricorrenze, che difficilmente può essere ridotta alla categoria neutra della “casualità”. Emblematica, in tal senso, è una dichiarazione dello stesso Francesco Toppi, storico presidente delle ADI, pubblicata nel 1991 su Cristiani Oggi:
«Erano ben 38 anni, dal lontano 1953, che l’Assemblea Generale delle A.D.I. non si svolgeva più a Roma» (Cristiani Oggi, Anno X, n. 10, 16–31 maggio 1991, p. 6).
Un’affermazione che, letta tra le righe, equivale a un riconoscimento implicito: la capitale effettiva delle decisioni strategiche della denominazione non è mai stata Roma.
In epoca più recente, si registra che anche l’Assemblea Generale del 2007, nella quale Felice Antonio Loria venne eletto presidente succedendo a Francesco Toppi (nominato emerito), si tenne a Napoli.
L’unica eccezione documentata a questa costante geopolitica si riscontra nell’Assemblea Generale del 2019, nella quale Gaetano Montante fu eletto presidente. L’evento si svolse a Chianciano Terme (Siena), in prossimità della sede della Tesoreria Generale delle ADI, da decenni depositata presso una filiale della Banca Monte dei Paschi di Siena, istituto al centro di numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie riguardanti legami con ambienti massonici. Si tratta di un semplice cambiamento logistico? O, come alcuni osservatori ipotizzano, di un indizio di un temporaneo spostamento del baricentro decisionale?
Ciò che emerge con chiarezza è che tutte le Assemblee Generali in cui furono eletti i presidenti ADI si svolsero a Napoli, fatta eccezione per l’ultima. È lecito domandarsi se sia normale che tutte le decisioni strutturali più rilevanti nella storia della denominazione siano maturate e formalizzate sempre nella stessa città, mentre altrove si tenevano soltanto convegni di importanza secondaria o di natura pastorale e non amministrativa.
Si tratta davvero di una sequenza di coincidenze? Oppure Napoli è stata — e per lungo tempo — la vera cabina di regia delle «Assemblee di Dio in Italia»?
Domande legittime, benché scomode. Ma, ancora una volta, il racconto ufficiale preferisce parlare di «coincidenze».
4. Napoli: capitale del pentecostalismo italiano
Appare ormai evidente, se si analizzano i dati storici con occhio disincantato e metodo comparativo, che la vera capitale del pentecostalismo italiano non sia mai stata Roma, né tantomeno la Sicilia — pur ospitando quest’ultima la più alta concentrazione di pentecostali sul territorio nazionale. La cabina di regia effettiva, ovvero il centro decisionale e strategico da cui sono scaturite le principali direttive ecclesiastiche, economiche e organizzative della denominazione, è stata sin dalle origini Napoli.
A Roma, in via dei Bruzi, ha avuto sin dall’inizio sede legale la denominazione delle «Assemblee di Dio in Italia», per ragioni statutarie e per il necessario riconoscimento giuridico. Tuttavia, il back office operativo e simbolico — quello che orienta le scelte, determina le nomine e, soprattutto, gestisce i flussi economici — ha avuto sede sempre a Napoli. Non si tratta di un’ipotesi, ma di una costante documentata, verificabile attraverso la collocazione sistematica dei convegni strategici, delle decisioni organizzative e delle dinamiche di controllo patrimoniale.
Ciò che rende questo dato ancor più rilevante è il fatto che tale verità, spesso sottaciuta o ignorata negli ambienti ufficiali, sia stata esplicitamente riconosciuta da Giorgio Bouchard, pastore valdese, già presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) e figura di rilievo in ambienti vicini alla massoneria. In un articolo pubblicato nel luglio 2014 sul settimanale protestante Riforma, in occasione della presentazione del libretto agiografico di Alessandro Iovino dedicato ad Alfonso Melluso, Bouchard indica espressamente Napoli come capitale storica del movimento pentecostale italiano.
Tale dichiarazione, proveniente da un esponente di primo piano del protestantesimo storico, solleva interrogativi precisi:
- Per quale ragione un rappresentante di un orientamento teologico distante dal pentecostalismo sente il bisogno di riconoscere pubblicamente questa centralità?
- Perché farlo proprio nel contesto di un evento celebrativo legato alla famiglia Melluso, protagonista — silenziosa ma non secondaria — delle origini logistiche ed economiche delle ADI?
Questi interrogativi rimangono aperti, ma indicano con chiarezza quanto profondo e strutturato sia stato, nel corso dei decenni, il legame tra Napoli, reti massoniche e costruzione organizzata del pentecostalismo italiano, al di là della sua veste spirituale.
Occorre ribadire che tutti i personaggi storicamente coinvolti in questa vicenda — viventi o defunti — risultano collegati, direttamente o indirettamente, a circuiti massonici o inseriti in contesti in cui tali legami erano notoriamente presenti. A titolo esemplificativo, nel già menzionato articolo pubblicato nel luglio 2014 su Riforma, Giorgio Bouchard introduce un passaggio sorprendente, finora quasi ignorato: l’ex presidente della FCEI riferisce che la dinastia Rockefeller finanziò la diffusione del pentecostalismo in Brasile.
Sorge allora spontanea una domanda:
- Per quale motivo, in un articolo dedicato alla figura di Alfonso Melluso, Bouchard inserisce un riferimento di simile portata geopolitica, apparentemente estraneo al contesto celebrativo?
Si può ipotizzare — ed è una lettura coerente con la prassi comunicativa in determinati ambienti — che si tratti di un’allusione cifrata, un messaggio implicito per “iniziati”, volto a evocare il ruolo della stessa dinastia Rockefeller anche nella genesi del pentecostalismo italiano. In questa chiave, l’azienda Melluso potrebbe essere stata presentata come interfaccia operativa locale, legata storicamente a Henry H. Ness e al circuito statunitense.
I Rockefeller, una delle più influenti famiglie dell’élite bancaria sionista ashkenazita, non hanno mai agito in modo disinteressato: le loro iniziative filantropiche e religiose hanno sempre avuto un obiettivo funzionale a una precisa visione geopolitica. Quale fu, dunque, l’interesse nel finanziare il pentecostalismo in Brasile? E, per traslazione, anche in Italia?
A questo punto torna inevitabilmente al centro della scena Henry H. Ness, fondatore delle «Assemblee di Dio in Italia» e figura chiave dell’intera operazione. Ness ricoprì un ruolo importante nella Standard Oil, la compagnia petrolifera dei Rockefeller, ai quali vendette la propria azienda farmaceutica, ricavandone ingenti profitti. È plausibile ipotizzare che questa rete economico-industriale costituisca la chiave interpretativa primaria della “evangelizzazione pentecostale” dell’Italia nel secondo dopoguerra.
Ulteriori interrogativi sorgono da questa prospettiva:
- I Rockefeller continuano ancora oggi a sostenere, direttamente o indirettamente attraverso ONG e fondazioni filantropiche, la diffusione globale del pentecostalismo, specialmente in paesi strategici come Brasile, Italia, Filippine e Nigeria?
- Quali vantaggi concreti ne derivano?
- Esistono altri attori coinvolti — come George Soros, più volte indicato come promotore di una visione post-cristiana e tecnocraticamente spiritualista — in questa dinamica?
Merita particolare attenzione l’espressione utilizzata da Bouchard per definire Napoli, città di Alfonso Melluso:
«la capitale morale del pentecostalismo italiano».
Un’espressione apparentemente elogiativa, ma che può essere letta — nella semantica interna a determinati ambienti — come dichiarazione cifrata, linguaggio codificato per addetti ai lavori.
Che cosa significa, dunque, «capitale morale»?
Potrebbe indicare che Napoli rappresenta, storicamente e simbolicamente, il punto nevralgico del potere pentecostale in Italia, e che la famiglia Melluso ne è stata, e forse lo è ancora, referente privilegiato e terminale visibile di una rete ben più ampia?
Non va dimenticato che numerose ricostruzioni storiografiche non ufficiali attribuiscono ai Rockefeller un ruolo di controllo del protestantesimo mondiale — e in particolare del pentecostalismo — mediante strutture parallele e referenze locali. Se tale quadro fosse confermato, Napoli non sarebbe soltanto la “capitale morale”, ma la capitale operativa e occulta del pentecostalismo italiano, centro propulsore non solo spirituale ma anche economico, simbolico e geopolitico.
5. A. Melluso, il giovane ‘saggio’ del pentecostalismo italiano
Il libretto biografico redatto da Alessandro Iovino su Alfonso Melluso, pubblicato con evidente intento agiografico, presenta già nel titolo un elemento degno di particolare attenzione sotto il profilo simbolico. La definizione di Melluso come «giovane saggio» — al di là della sua superficie letterale — risuona con singolare forza all’interno del linguaggio iniziatico ed esoterico che attraversa la tradizione occidentale.
Nel vocabolario delle correnti sapienziali dell’Occidente — che includono l’ermetismo cristiano, la mistica cabalistica reinterpretata in chiave filosofico-esoterica, e la massoneria moderna — il termine «saggio» (o «savio») non indica semplicemente un individuo colto, ma colui che ha ricevuto la sapientia occulta, la conoscenza arcana riservata agli iniziati. È l’immagine dell’adepto che, avendo percorso la via iniziatica, ha ritrovato la “pietra perduta”, simbolo della verità originaria e dell’ordine primordiale, nascosta nei secoli e destinata a riemergere in tempi di rivelazione.
Nella simbologia kabbalistica, il termine ḥakham (חָכָם) — «sapiente» — è associato alla Sefirah di Ḥokhmàh (חָכְמָה), la Sapienza divina, che rappresenta lo stadio più elevato dell’intuizione spirituale. Tale figura è stata rielaborata nel pensiero occidentale in un complesso intreccio di influenze: dalla Kabbalah cristiana di Johann Reuchlin alla filosofia occulta di Cornelius Agrippa, dalle sintesi barocche di Athanasius Kircher fino alle rielaborazioni ottocentesche di Éliphas Lévi. In queste correnti, il “saggio” è colui che custodisce e trasmette un’eredità iniziatica, spesso non scritta, mediata da simboli, riti e codici cifrati.
Un parallelo particolarmente significativo si staglia se si mette in relazione il titolo ioviniano con la formula divenuta archetipo discorsivo nel XX secolo: «I Protocolli dei Savi Anziani di Sion». Sebbene tale opera sia stata dichiarata apocrifa da parte della storiografia dominante, rimane comunque uno dei dispositivi simbolici più potenti mai prodotti, veicolo di un’immagine — quella del “saggio anziano” depositario di un piano segreto per l’umanità — che ha profondamente inciso sull’immaginario politico, religioso ed esoterico contemporaneo.
Da un lato, dunque, si stagiona la figura archetipica dei “savi anziani”, collocata all’interno di una costruzione simbolica ad alta densità iniziatica; dall’altro, Iovino propone l’immagine di un «giovane saggio», erede — consapevole o meno — di una continuità semantica e simbolica stratificata. Tale espressione potrebbe essere un semplice accidente linguistico; oppure, al contrario, un’allusione indiretta a una successione iniziatica: il passaggio di un carisma, di un codice o di una missione a una nuova figura di riferimento, investita di un ruolo quasi escatologico all’interno della comunità.
L’intera architettura narrativa costruita attorno alla figura di Alfonso Melluso sembra ruotare intorno a un impianto simbolico coerente. L’idea di una “sapienza giovane”, incarnata in un soggetto carismatico designato come modello, guida o ponte generazionale, appartiene a un immaginario condiviso da molte correnti spirituali moderne e contemporanee: dall’esoterismo giudaico-cristiano al misticismo protestante, fino ai linguaggi più recenti del cosiddetto «sionismo spirituale», espressione che indica quegli orientamenti religiosi e intellettuali che leggono il “ritorno a Sion” — inteso come Gerusalemme terrena, in contrapposizione a quella Celeste — non soltanto come progetto politico, ma come operazione mistico-iniziatica di portata globale.
Savi anziani e giovani saggi: continuità iniziatica? Rimando cifrato? Omaggio simbolico?
Non sappiamo se questa allusione sia stata consapevole da parte dell’autore; ma la densità simbolica dell’intero impianto biografico appare difficilmente riducibile al caso.
Va inoltre ricordato che, se agli inizi del movimento pentecostale i credenti italiani ignoravano pressoché totalmente l’esistenza dei “Protocolli”, la stessa cosa non può dirsi per i pentecostali americani. Già un secolo fa, negli Stati Uniti, il testo era noto e oggetto di interventi pubblici da parte delle Assemblies of God.
Un documento particolarmente significativo risale al 1920: in un numero del Pentecostal Evangel, organo ufficiale delle Assemblies of God USA, si prendeva posizione in maniera esplicita contro i Protocolli dei Savi di Sion. Il testo li definiva uno strumento di propaganda occulta e sovversiva, finalizzato a predisporre l’opinione pubblica mondiale alla futura manifestazione dell’Anticristo, collocandoli dunque in una chiave escatologica precisa e militante. Non si trattava di una lettura neutra: era una presa di posizione teologica e politica al tempo stesso, e perfettamente coerente con la visione escatologica del primo pentecostalismo americano.
Ed è qui che emerge la frattura:
- Come si spiega il radicale mutamento di paradigma intervenuto, nei decenni successivi, all’interno delle stesse Assemblies of God americane?
- Se allora quei testi erano interpretati come un’operazione massonica e pre-apocalittica, come vengono oggi considerati, quando non vengono semplicemente rimossi dal discorso ufficiale?
Si tratta di una domanda apparentemente semplice, ma di portata teologica e storica notevole:
Mentivano allora, oppure mentono oggi?
E, in ogni caso, a beneficio di chi e per quale agenda?
Interrogativi scomodi, certo. Ma necessari per chi non si accontenta della narrazione ufficiale e intende leggere la storia — anche quella pentecostale — nella sua dimensione strategica, simbolica ed escatologica.
Conclusione
Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla –Edmund Burke
Sarebbe possibile scrivere ancora molto, infinitamente di più, su ciò che giace sotto la superficie levigata della narrazione ufficiale. Tuttavia, per i limiti propri di questo mezzo, ho scelto di circoscrivere l’esposizione ai fatti, secondo me, più salienti e documentati, molti dei quali inediti, accompagnandoli da domande mirate e osservazioni ragionate, nella speranza che queste righe possano stimolare l’interesse degli studiosi seri, suscitare interrogativi e spingere nuovi ricercatori a indagare la verità storica autentica, ancora largamente inesplorata.
La storia ufficiale del pentecostalismo italiano è, in larga parte, una costruzione agiografica: un racconto armonico, accomodante, addomesticato. Una narrazione che somiglia più a un mito fondativo che a un’analisi storica, in cui ogni voce dissonante viene sistematicamente silenziata. Non si tratta di un difetto accidentale, ma di una struttura sistemica, poiché quasi la totalità dei testi pubblicati sino ad oggi — direttamente o indirettamente — dipende dalla prospettiva partigiana di Francesco Toppi.
E ciò vale non solo per le pubblicazioni interne al circuito pentecostale, che hanno un interesse evidente a occultare le zone d’ombra della propria genesi, ma anche per quei soggetti che si presentano come “super partes” — valdesi, metodisti, cesnuriani — e che, nei fatti, si sono rivelati complici silenziosi della stessa narrazione dominante. Tutti, pur con accenti diversi, finiscono per rispondere alla medesima cabina di regia. Il risultato è un racconto fossilizzato, ripetuto come un mantra, intoccabile come un dogma, invecchiato e ammuffito.
Mi domando: sorgerà mai uno storico autenticamente libero, metodologicamente onesto e intellettualmente coraggioso, disposto a rimettere in discussione l’intera impalcatura?
Quando potremo finalmente leggere una storia delle ADI che illumini anche le ombre, le ambiguità fondative, le reticenze e i legami opachi con poteri estranei al Vangelo?
Pochi giorni or sono, ho avuto uno scambio — a tratti surreale — con l’autoproclamato “esperto di pentecostalismo” Alessandro Iovino. Costui non ha mai prodotto una sola indagine archivistica originale, non ha mai portato alla luce un solo documento inedito, non ha mai offerto alcuna ricostruzione capace di modificare il quadro storiografico. Eppure, forte di circuiti opachi che lo sostengono, ostenta un’autorità che non possiede e perpetua una narrazione preconfezionata, costruita a tavolino per finalità di controllo ideologico.
In tutta onestà, sino ad oggi non esiste alcun contributo rigoroso, documentato e realmente indipendente sulla genesi del pentecostalismo italiano. Ma la speranza — come si suol dire — è l’ultima a morire.

Forse è anche in virtù di tale consapevolezza che, secondo alcune segnalazioni, l’insegnamento della storia del movimento pentecostale presso l’Istituto Biblico Italiano sarebbe stato, nel corso degli anni, progressivamente declassato. Non ho motivo né interesse di verificarlo, ma la tendenza è eloquente: laddove la storia è fragile, la si occulta; dove la memoria è ingombrante, la si riduce a un esercizio retorico.
Scrivere storia non significa intonare inni identitari o compilare cronache autocelebrative: significa ricercare documenti, confrontare fonti, interrogare archivi. E i documenti, credetemi, esistono. Vanno soltanto cercati con pazienza e metodo.
Per mia precisa scelta, in queste pagine non ho allegato materiali d’archivio. Non intendo farlo in questa sede. Ciò che si ottiene senza sforzo, spesso non viene valorizzato. Ho preferito riservarmi la possibilità di rendere accessibile la documentazione solo in contesti adeguati, a chi ne farà richiesta motivata e onesta. Perché la ricerca autentica nasce da fatica, dedizione e rigore.
La consultazione degli archivi delle ADI e di altre denominazioni può costituire una tappa utile, ma non esaustiva. Si pensi, ad esempio, alle corrispondenze private di Roberto Bracco o di Umberto Gorietti. Tuttavia, se questi archivi non fossero accessibili, non dovrà essere un alibi per l’inazione: esistono fonti civili, notarili, catastali, ecclesiastiche e internazionali.
Nel caso specifico di Henry H. Ness (o Nesh o Nes), ad esempio, la documentazione rilevante non si trova negli archivi ADI né in quelli Vaticani, bensì a Seattle, Washington D.C., in Portogallo, a Roma, Napoli, Catania, Palermo e in Norvegia, terra d’origine della famiglia Ness. Non basta “navigare” il web: occorre muoversi fisicamente, consultare registri, incrociare dati, decifrare segnali, saper leggere tra le righe.
Lo dico con chiarezza: chi ha occhi per vedere troverà in questo articolo tracce disseminate con precisione chirurgica. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Chi pensa di riciclare pigramente il lavoro altrui, sappia che la storiografia — quella vera — non si improvvisa: si costruisce con metodo, si difende con documenti.
Il mio auspicio è che un giorno un giovane ricercatore indipendente, privo di vincoli organici con il sistema, decida di affrontare questa sfida: indagare, verificare, ricomporre i tasselli, scrivere finalmente una storia autentica, imparziale e profonda del pentecostalismo italiano — fatta di luci (poche) e ombre (molte), ma soprattutto libera da catene ideologiche.
Per riuscirvi, occorrono requisiti rari: onestà intellettuale, metodo critico, indipendenza di giudizio, intuito ermeneutico e conoscenza vissuta dall’interno del mondo pentecostale. Solo chi lo ha conosciuto da vicino può decifrarne appieno le logiche sommerse, le dinamiche non dette, i codici mimetici.
Occorrono anche nuovi documenti. E questi documenti esistono. Molti sono ancora inediti, in attesa di essere portati alla luce. Chissà che un giorno le Assemblee di Dio e le altre denominazioni pentecostali non decidano di aprire finalmente i loro archivi. D’altronde — si ama ripetere — «non hanno nulla da nascondere», giusto? Eppure, chiunque abbia avuto accesso all’archivio ADI sa bene che esso rappresenta solo una minima parte di una storia ben più vasta e intricata.
La vera storia del pentecostalismo italiano resta ancora da scrivere. E per raccontarla nella sua interezza, senza omissis né reticenze, non basterà un volume: ne occorreranno diversi, cronologicamente e tematicamente strutturati.
Le vite di Henry Hamilton Ness (Nesh, Nes) e Frank Bruno Gigliotti — due figure cardine della fondazione delle ADI — sono così dense, complesse, drammatiche e stratificate da meritare, a buon diritto, una trasposizione cinematografica. Lo affermo senza ironia: perché la loro storia si intreccia con quella dell’Italia, degli Stati Uniti, dell’Europa e dell’intero secondo dopoguerra.
E non si potrà comprendere nulla di tutto ciò se non si farà piena luce anche su Hermann Parli (1916–1998): l’uomo-ponte, l’apripista, il fiduciario, colui che preparò il terreno per l’ingresso di Ness tra i pentecostali italiani, muovendosi con abilità tra ambienti religiosi, economici e di intelligence tutt’altro che marginali.
Quanto alla fotografia allegata, chi saprà osservare con occhi attenti vi scorgerebbe più di un simbolo. Il resto — come sempre — spetta a chi ha desiderio di sapere.
Buon lavoro, ricercatori.
copyright di F. Chinnici
Note
Nota 1
I primi agenti (costruttori) che H. Ness utilizzò per la costruzione delle “Assemblee di Dio in Italia” furono davvero una manciata: Vincenzo Federico, Rosario Di Palermo (Sicilia), Salvatore Anastasio (Campania), Umberto Gorietti e Roberto Bracco (Roma). Vi sono seri indizi ed elementi concreti per ipotizzare che con molta probabilità almeno quattro di loro fossero stati cooptati in massoneria. (Torna su)
Nota 2 – La farmacia tra scienza, magia e potere (1900–1940)
Non si deve commettere l’errore — tanto diffuso quanto ingenuo — di sovrapporre la figura del farmacista dei primi decenni del Novecento a quella odierna. Si tratta di due professioni radicalmente differenti per formazione, funzioni e impianto epistemologico. La storia della farmacologia occidentale, sospesa sin dalle origini tra scienza sperimentale e retaggi sapienziali, attraversa infatti più fasi distinte: dall’età alchemica, intrisa di simbolismo e ritualità, a quella chimico-industriale, fondata sulla riproducibilità empirica e sul principio attivo standardizzato.
Non è un dettaglio marginale che il termine greco φάρμακον (phármakon) designasse originariamente una sostanza ambivalente, capace di guarire o di avvelenare; e che il suo derivato φαρμακεία (pharmakeía) fosse associato nell’antichità — come attestano le Scritture — a pratiche magico-sacrali, incantesimali e persino demoniache (cfr. Galati 5,20; Apocalisse 18,23). La Bibbia, tanto nella Settanta quanto nel greco koinè del Nuovo Testamento, utilizza pharmakeía in senso marcatamente negativo, collegandola alla stregoneria, alla seduzione spirituale e all’idolatria. Questa duplice semantica — cura e inganno, terapia e sortilegio — attraversa, come un filo carsico, l’intera vicenda farmacologica occidentale.
Un esempio emblematico della medicina erboristica d’età imperiale è rappresentato da Pedanio Dioscoride, medico, botanico e farmacologo greco attivo nel I secolo d.C. presso la corte di Nerone. La sua opera De materia medica rimase per secoli un pilastro insostituibile della farmacopea greco-latina, trasmessa, rielaborata e commentata nel Medioevo e nel Rinascimento. Solo tra Otto e Novecento la farmacia occidentale conobbe una trasformazione radicale: si passò da una prassi ancora artigianale — fondata su preparazioni manuali, competenze botaniche e ricettari manoscritti — a una produzione centralizzata, industriale e finanziariamente strutturata.
1. L’ascesa della nuova farmacopea industriale
Protagonista assoluta di questa svolta fu la famiglia Rockefeller, che tra il 1900 e il 1940 traslò la propria supremazia dal settore petrolifero al controllo del nascente comparto farmaceutico. John D. Rockefeller, ispirandosi alla figura ambigua e spregiudicata del padre — venditore itinerante di rimedi pseudoterapeutici — intuì con lucida lungimiranza l’enorme potenziale economico della medicina industriale. La strategia prese corpo con la fondazione della Rockefeller Foundation (1913), del General Education Board, e con il decisivo sostegno finanziario al Rapporto Flexner (1910), redatto per la Carnegie Foundation: un documento che provocò la chiusura di centinaia di scuole di medicina indipendenti, imponendo un nuovo paradigma terapeutico centrato sulla biochimica, affidato a università selezionate e posto sotto l’egida dell’American Medical Association, a sua volta influenzata da interessi fondazionali convergenti.
2. Henry H. Ness e la farmacia dell’epoca
È in questo scenario di profonda mutazione che si colloca la modesta attività farmaceutica di Henry H. Ness, testimone diretto della transizione dall’arte erboristica all’industria farmaceutica moderna. Fino al 1925, negli Stati Uniti, i corsi di farmacia duravano due o tre anni e richiedevano soltanto l’istruzione primaria. Dopo tale data, gli standard furono innalzati: il ciclo quadriennale divenne obbligatorio e si rese necessario il diploma di High School. La formazione rimaneva tuttavia eminentemente pratica e multidisciplinare, comprendendo chimica applicata, botanica farmaceutica, farmacognosia, legislazione sanitaria e, spesso, il latino, indispensabile per la stesura delle ricette.
Le farmacie dell’epoca erano articolate in due spazi distinti: un laboratorio interno, dove il farmacista preparava medicamenti, unguenti, distillati, polveri e sciroppi; e un ambiente esterno, accessibile al pubblico, con vasi di vetro, erbe officinali e droghe vegetali in bella mostra. La professione richiedeva padronanza di tecniche estrattive, conoscenze fitoterapiche e chimiche, familiarità con le Farmacopee ufficiali — testi normativi forniti dallo Stato — ma anche con ricettari privati manoscritti, eredi di saperi empirici e formule riservate che includevano spesso anche preparazioni extrafarmaceutiche (inchiostri, coloranti, dolciumi, pirotecnia).
3. Dall’arte all’industria: la nascita di Big Pharma
Proprio in quegli anni i Rockefeller e altri gruppi di potere iniziarono ad acquisire migliaia di farmacie e laboratori indipendenti, assorbendoli in una rete ramificata destinata a confluire nei primi colossi farmaceutici internazionali. Fu questo il passaggio cruciale dalla farmacia come arte alla farmacia come industria, dalla cura individuale alla governance biopolitica della salute.
Era l’alba della Big Pharma.
- https://aihp.org/wp-content/uploads/2018/12/AACP-D.pdf;
- https://cen.acs.org/articles/83/i25/
- THE PHARMACEUTICAL GOLDEN ERA (torna su)
Nota 3 – La riconfigurazione oligarchica della medicina moderna
La radicale riconfigurazione della medicina occidentale — che dalla prima metà del Novecento ha assunto i contorni di un paradigma industriale globalizzato — trova il proprio momento germinale nella figura emblematica di John Davison Rockefeller (1839–1937). Plutocrate di confessione battista, primo miliardario statunitense, fondatore dell’impero petrolifero Standard Oil e tra i principali architetti dell’oligarchia corporativa moderna, Rockefeller incarnò un modello di espansione egemonica fondata sull’integrazione verticale delle industrie strategiche: petrolio, chimica, finanza, sanità.
Alla fine del XIX secolo, egli controllava circa il 90% delle raffinerie petrolifere degli Stati Uniti. L’atomizzazione forzata della Standard Oil, imposta nel 1911 dalla Corte Suprema, generò colossi quali Exxon, Mobil e Chevron, che ancora oggi dominano il mercato globale dell’energia. Ciò che meno si racconta, tuttavia, è il legame intimo e strutturale tra tale impero e l’origine della medicina moderna. Il padre di John, William Rockefeller, fu un venditore itinerante di «elisir miracolosi» e rimedi di dubbia efficacia; questa esperienza giovanile si rivelò determinante per l’orientamento strategico del figlio.
1. Dall’oro nero al farmaco brevettabile
A cavallo tra XIX e XX secolo, la scoperta dei derivati petrolchimici — tra cui la Bakelite (1907), prima plastica sintetica — aprì scenari industriali inediti. I laboratori chimici iniziarono a isolare vitamine e principi attivi, scoprendo che da idrocarburi raffinati era possibile sintetizzare molecole farmacologiche stabili e replicabili. Per Rockefeller, tale rivoluzione rappresentava un’occasione unica: fondere in un’unica strategia petrolio, chimica e medicina, conquistando così un settore sensibile e strategico come quello sanitario.
Vi era però un ostacolo: la medicina naturale, omeopatica e botanica — erede dell’Europa galenica e delle tradizioni medico-erboristiche dei nativi americani — era ancora largamente praticata negli Stati Uniti. Quasi metà dei medici e dei college sanitari seguivano un approccio olistico e personalizzato alla cura. Per eliminare questa concorrenza, Rockefeller diede avvio a una strategia di controllo sistematico dell’informazione, della formazione e del mercato.
Il primo passo fu l’acquisizione silenziosa ma capillare di farmacie e dispensari indipendenti — compresa, secondo alcune fonti, anche quella gestita da Henry H. Ness, la cui attività si colloca cronologicamente in questa fase di concentrazione industriale.
Il secondo passo fu l’applicazione di uno schema che la letteratura critica contemporanea definisce «problema–reazione–soluzione»: creare o amplificare un problema, suscitare una reazione collettiva e, infine, offrire una soluzione preordinata che in condizioni normali non sarebbe stata accettata. Questo paradigma, sperimentato inizialmente nel campo medico, è stato poi riprodotto con straordinaria efficacia in altri contesti politici e securitari.
2. Una logica ricorrente: dal Flexner Report al Patriot Act
Un esempio paradigmatico di tale schema è offerto dalla promulgazione del Patriot Act negli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La legge fu fortemente sostenuta da John David Ashcroft, Procuratore Generale sotto la presidenza di George W. Bush, massone dichiarato e pentecostale inserito in circuiti d’élite. La sua figura incarna la sintesi tra religiosità evangelica, tecnocrazia securitaria e appartenenza massonica, dimostrando come certe logiche strategiche di potere non siano relegate al passato, ma si riproducano con continuità nelle architetture di controllo.
Anche in questo caso, la minaccia (il terrorismo), la reazione (il panico sociale) e la soluzione (un’architettura giuridica di sorveglianza e controllo) vennero orchestrate secondo la stessa grammatica operativa che Rockefeller aveva già sperimentato decenni prima nel campo della medicina.
3. Il Rapporto Flexner e la centralizzazione della medicina
A questo punto Rockefeller si rivolse al magnate dell’acciaio Andrew Carnegie e, insieme, concepirono un piano destinato a rivoluzionare la formazione medica. Il Rapporto Flexner (1910), redatto da Abraham Flexner e finanziato dalla Carnegie Foundation con la regia ideologica delle fondazioni Rockefeller, segnò una svolta epocale. Flexner visitò centinaia di scuole mediche statunitensi, stilando un dossier che proponeva la chiusura o la riforma della maggior parte di esse in nome dell’«efficienza scientifica».
Il risultato fu una centralizzazione accademica e industriale della medicina: l’omeopatia e la medicina naturale furono progressivamente espulse, mentre venne imposto un modello biochimico basato su farmaci brevettabili e su protocolli terapeutici standardizzati. Le università ricevettero ingenti sovvenzioni a condizione di uniformarsi a questo paradigma. Rockefeller creò a tal fine la General Education Board (GEB), per uniformare la formazione medica secondo i principi dell’industria. Da qui nacque lo slogan divenuto manifesto di un’epoca:
“A pill for an ill” — «Una pillola per ogni male».
4. Il potere del brevetto e la nascita della medicina corporativa
Parallelamente, milioni di dollari furono investiti nella ricerca farmacologica, ma con un obiettivo preciso: identificare principi attivi naturali e riprodurli sinteticamente in laboratorio, modificandoli quel tanto che bastava per renderli brevettabili e quindi monetizzabili. L’etica della cura venne soppiantata da un’etica del profitto; la formazione medica cominciò a ignorare nutrizione, fitoterapia e prevenzione, privilegiando un medico sempre più prescrittore e sempre meno terapeuta.
Nel 1913, Rockefeller fondò anche l’American Cancer Society. Il suo principale consigliere, Frederick T. Gates (1853–1929) — pastore battista e architetto dell’intera infrastruttura medico-industriale — organizzò le strutture portanti: il Rockefeller Institute for Medical Research (oggi Rockefeller University), la Rockefeller Foundation e il China Medical Board, con l’obiettivo di convertire la medicina missionaria in medicina industriale, anche nei territori coloniali. Per Gates, la Cina non era da evangelizzare ma da integrare nella macchina del profitto sanitario globale.
5. Il credo tecnocratico
Il cerchio si chiude con una celebre frase attribuita allo stesso John D. Rockefeller, che riassume la visione oligarchica e tecnocratica del potere economico:
«Non voglio una nazione di pensatori. Voglio una nazione di lavoratori.»
Questa dichiarazione, più che uno slogan, è il manifesto ideologico di un sistema che ha trasformato la medicina da scienza della cura in strumento di controllo biopolitico e di accumulazione economica.
Non a caso la Scrittura ammonisce:
«L’amore del denaro è la radice di ogni sorta di mali» (1 Timoteo 6:10).
Fonti indicative:
- Abraham Flexner, Medical Education in the United States and Canada (The Flexner Report), Carnegie Foundation, 1910.
- John D. Rockefeller Sr. Papers, Rockefeller Archive Center.
- Rockefeller Foundation Annual Reports (1913–1940).
- Nancy Tomes, Remaking the American Patient: How Madison Avenue and Modern Medicine Turned Patients into Consumers, University of North Carolina Press, 2016.
- E. Richard Brown, Rockefeller Medicine Men: Medicine and Capitalism in America, University of California Press, 1979.
Nota 4 – Gli ashkenaziti
La razza giudeo-ashkenazita cazara (o kazhara) si proclama ebrea ma non lo è. I cazari ashkenaziti non sono giudei:
A) Né per fede, avendo ripudiato la Legge di Mosè e, dunque, l’ebraismo biblico, per aderire al talmudismo — una religione fondata sul Talmud — da essi stessi codificata mettendo per iscritto le antiche tradizioni orali rabbiniche che Gesù condannò (cfr. Matteo 23);
B) Né per sangue, non essendo originari della Giudea, bensì dell’Asia centrale, dell’Europa centrale e dell’Est, e più precisamente provenienti dalla Turchia e dalla Mongolia, abitanti di un vasto territorio che corrisponde all’attuale Ucraina e a parte di Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Moldavia.
Aschenaz, infatti, non era discendente di Sem, ma di Iafet (Genesi 10,3; 1 Cronache 1,6). Essi erano un popolo sanguinario, dedito persino al sacrificio di bambini già nell’antichità, ed è forse per questo che la Bibbia li definisce «una sinagoga di Satana» (Apocalisse 2,9; 3,9). La parola cazaro (o kazharo) in turco significa “errante”. La stragrande maggioranza degli ebrei ashkenaziti — discendenti dal popolo cazaro e oggi appartenenti all’alta finanza internazionale (Rothschild, Warburg, Rockefeller, Morgan, Dupont, Soros, Lazard, Elkann, nonché molte famiglie della cosiddetta “aristocrazia nera” che da secoli controlla il Vaticano, ecc.) — proviene in pratica da questa razza, che nulla ha a che vedere con la Giudea e con i giudei (Ap 2,9; 3,9).
Essi rappresentano il sionismo e la cabala, da cui gli ebrei ortodossi si sono sempre dissociati. Inoltre, va ricordato che John David Rockefeller — il “burattinaio” di Henry H. Ness — non era soltanto un sionista ashkenazita, comproprietario della Federal Reserve americana, magnate del petrolio e della Big Pharma, associato con i Rothschild e i Warburg nella creazione del fenomeno Hitler in Germania e in stretti legami con i gesuiti, ma era anche un evangelico battista.
Egli donò milioni di dollari alle denominazioni evangeliche, esercitando un’influenza determinante su molti movimenti e personaggi di rilievo del mondo evangelico (cfr. L’antisemitismo di Israele; John T. Flynn, The Story of Rockefeller and His Times, Harcourt, Brace and Company, New York 1932, pp. 297-333; Kenneth W. Rose, John D. Rockefeller, The American Baptist Education Society, and the Growth of Baptist Higher Education in the Midwest, relazione del 1998 a cura del Rockefeller Archive Center). (torna su)
Nota 5 – Giulio Andreotti
Figura tra le più controverse della storia repubblicana, Giulio Andreotti (1919–2013) fu indubbiamente uno dei protagonisti indiscussi della vita politica italiana nella seconda metà del XX secolo. La sua biografia si dipana tra potere e ombre, lungo sentieri nei quali — secondo quanto emerso da numerose inchieste, indagini e processi — si intrecciano servizi segreti, strutture mafiose e logge massoniche, in particolare la celebre (e famigerata) P2.
Non stupisce, pertanto, che tale personaggio — abilissimo nel coltivare relazioni trasversali, talora anche in ambienti religiosi ritenuti minoritari — abbia intrattenuto rapporti amichevoli con il mondo pentecostale delle «Assemblee di Dio in Italia» (ADI). Né sorprende il fatto che egli abbia addirittura redatto la prefazione alla tesi di laurea di Alessandro Iovino, giovane promettente dell’ambiente ADI, nipote di Alfonso Melluso e pronipote di Salvatore Anastasio: una genealogia significativa, che getta luce su reti familiari e religiose profondamente intrecciate a dinamiche di potere.
Il 25 novembre 1976, nella sua veste di Presidente del Consiglio dei Ministri, Giulio Andreotti annunciò pubblicamente l’intenzione di avviare trattative formali con le confessioni religiose evangeliche, in conformità all’articolo 8 della Costituzione. Meno di due mesi dopo, il 14 gennaio 1977, le ADI — unitamente alla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), all’Ente Morale dell’Opera delle Chiese Cristiane dei Fratelli e ad altri organismi protestanti — ricevettero una comunicazione ufficiale a firma del senatore Guido Gonella, con la quale il Governo notificava l’istituzione di una Commissione composta da tre membri, avente il compito di, cito testualmente, «iniziare immediate e sollecite trattative» finalizzate alla stipula di un’Intesa, precisando altresì che «tale lavoro potrebbe svolgersi in una sala del Senato della Repubblica o in un altro luogo che possa essere preferito». Una disponibilità eloquente, che suona quasi come un invito diplomatico a considerare — simbolicamente o materialmente — anche altre sedi, forse quella romana di via dei Bruzi 11, o quella, ben più pregnante, di Napoli, presso gli ambienti legati alla storica azienda Melluso.
In tale cornice politica e istituzionale — a ben vedere tutt’altro che neutrale — si collocano anche due dimissioni rilevanti, entrambe avvenute proprio nel 1977: quella di Umberto N. Gorietti, allora presidente delle ADI, e quella di Salvatore Anastasio, influente pastore della comunità pentecostale napoletana. Entrambi furono prontamente sostituiti da soggetti appartenenti al medesimo circuito familiare: il primo da Francesco Toppi, nipote della moglie di Gorietti; il secondo da Daniele Melluso, discendente della famiglia calzaturiera già al centro delle dinamiche economiche ed ecclesiastiche delle ADI.
Non sfugga la portata di queste scelte: occorrevano, evidentemente, forze nuove, maggiormente allineate, sia per il governo ufficiale con sede a Roma, sia per quello reale, la cui regia operativa — come già ampiamente argomentato — si è sempre mantenuta ben salda a Napoli.
Vi è, inoltre, un dato procedurale che merita attenta riflessione. Quando Giulio Andreotti incaricò formalmente la medesima Commissione che conduceva le trattative con la Santa Sede per la revisione del Concordato di aprire i negoziati con le ADI, egli stava di fatto accentrando su di sé una materia che, per competenza istituzionale, ricadeva originariamente sotto la giurisdizione del Ministero dell’Interno. Questo passaggio, tutt’altro che secondario, segnala un’anomalia nella prassi costituzionale, che sarà formalmente sanata solo molti anni dopo, con l’entrata in vigore della legge 23 agosto 1988, n. 400 e del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 303, i quali riformarono organicamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Tutto ciò non fa che rafforzare l’impressione che le trattative tra lo Stato e le ADI, lungi dall’essere il frutto di un percorso neutro e istituzionale, siano state gestite fin dall’inizio all’interno di logiche extra-ecclesiastiche, in cui alleanze politiche, reti familiari, poteri economici e influenze esoteriche hanno giocato un ruolo tutt’altro che marginale. (torna su)
Nota 6
Come documentato da A. Iovino nel volume Alfonso Melluso: il giovane saggio del pentecostalismo italiano (GBU, 2014, p. 69), il primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia, Umberto Nello Gorietti, operava inizialmente come agente di commercio nel settore calzaturiero, alle dipendenze di Salvatore Anastasio. Questo incarico lo portava frequentemente da Roma a Napoli, dove aveva sede l’allora piccola impresa artigianale di calzature gestita dallo stesso Anastasio. Fu proprio in tale contesto che, nel 1933, grazie alla testimonianza del suo agente di commercio — poi divenuto amico personale — S. Anastasio abbracciò la fede pentecostale, divenendo il primo credente pentecostale della città di Napoli. A lui seguirono i cognati Melluso e D’Alessandro, gettando così le basi per la nascita del primo nucleo pentecostale napoletano.
Un ruolo decisivo in questa fase embrionale fu svolto da Addolorata Anastasio, sorella minore di Salvatore e figura carismatica all’interno della compagine aziendale, nonché socia del giovane Alfonso Melluso. Tuttavia, colpita da una grave forma tumorale, si spense prematuramente nel 1961. Dopo la sua morte, i figli di Addolorata — ritenuti non sufficientemente esperti o strategici per la nuova visione industriale dell’impresa — vennero progressivamente estromessi dalla gestione aziendale, in un processo di ridefinizione interna che portò al consolidamento del controllo da parte del ramo familiare Melluso.
I ruoli chiave furono così assunti da Daniele Melluso e Pasquale D’Alessandro, fratelli minori di Alfonso, i quali nel frattempo avevano fondato una seconda realtà produttiva insieme a Pasquale Melluso, padre di Alfonso e cognato di Salvatore Anastasio. Da quel momento, il marchio e la gestione dell’impresa principale passarono sotto il controllo esclusivo della famiglia Melluso, mentre i discendenti di Addolorata furono, con garbo ma in modo definitivo, esclusi dal grande circuito industriale.
I figli di Salvatore Anastasio, per parte loro, diedero vita autonomamente al noto marchio calzaturiero «Starlet», contribuendo anch’essi allo sviluppo del settore calzaturiero in ambito locale e nazionale. (torna su)
Nota 7 – Calcolo investimenti delle Assemblies of God USA
Alla stima complessiva di un milione e mezzo di euro (circa 1.500.000 €) si è giunti mediante una ricostruzione documentata fondata su dati economici ufficiali del periodo. Si tratta, tuttavia, di un calcolo estremamente prudenziale, poiché la valutazione reale condurrebbe a un importo superiore ai tre milioni di euro.
Nel primo semestre del 1947, il tasso di cambio tra il dollaro statunitense e la lira italiana era stabilito a circa 350 lire per dollaro. In quello stesso periodo, lo stipendio medio mensile di un operaio si aggirava attorno alle 11.000 lire, anche se è opportuno ricordare che il divario retributivo tra regioni settentrionali (come Piemonte e Lombardia) e regioni meridionali poteva superare il 50%. Sulla base di tali dati, i calcoli attualizzati portano alle seguenti stime.
1. Nota metodologica sul potere d’acquisto degli investimenti americani in Italia (1947–1948)
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Cambio medio USD/Lire: 1 $ ≈ 350 lire
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Stipendio medio operaio: 11.000 lire/mese
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Valuta: coesistenza tra lira nazionale e AM-lira (moneta d’occupazione)
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Inflazione cumulata USA (1947–2025): +1.364% (più elevata in Italia)
2. Investimenti documentati delle Assemblies of God USA
-
Roma, via dei Bruzi 9–11:
$25.000 × 350 = 8.750.000 lire → ≈ 795.454 mensilità operaie.
795.454 × €1.300 = €1.034.090,20 (potere d’acquisto attualizzato).
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Catania, via Juvara 46:
$13.000 × 350 = 4.550.000 lire → ≈ 413.636 mensilità operaie.
413.636 × €1.300 = €537.727,80.
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Napoli: dati incompleti, in corso di ricostruzione.
Totale stimato per difetto: €1.571.818 — valore minimo calcolato prudenzialmente.

3. Fluttuazioni valutarie postbelliche (1947–1949)
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Cambio USD/Lire oscillante tra 1 $ = 573–603 lire.
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Con tale tasso, l’investimento si rivaluta ben oltre i 2,5 milioni di euro.
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In scenari comparativi (immobili, capitale umano), il valore potenziale raggiunge circa 3 milioni di euro.
4. Metodo di conversione adottato
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Moltiplicazione delle mensilità operaie del 1947 per uno stipendio medio odierno di €1.300.
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Indicatore socialmente significativo: riflette la capacità di acquisto reale in beni e servizi durevoli (es. immobili per culto, scuole bibliche, sedi nazionali).
5. Confronto con rivalutazione monetaria USA (inflazione)
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$25.000 (1947) → $556.000 nel 2025 (≈ €511.000).
-
Tuttavia, la metrica sociale basata sul salario fornisce una rappresentazione più aderente all’impatto concreto dell’investimento sul contesto italiano del dopoguerra.
6. Conclusione metodologica
Una stima prudente compresa tra 1.500.000 € e 3.000.000 € risulta metodologicamente solida se:
-
si adotta un criterio di conversione socio-economico comparato,
-
si tiene conto della depreciation monetaria storica,
-
si considera la funzione moltiplicativa degli immobili religiosi come beni strategici e capitali simbolici a lunga durata.
Fonti
Ami la verità?
Allora unisci i punti… e completa il disegno!
Se alcuni punti sembrano mancare, cercali.
Rimboccati le maniche, interroga gli archivi, scava nei documenti… perché la storia del pentecostaliamo italiano è ancora tutta da raccontare.
Fatevi coraggio, mettetevi all’opera, e il SIGNORE sia con chi è buono (2Cr 29:11)
E non dimenticare mai:
La verità non si preoccupa se le fai le domande, mentre una bugia non ama essere sfidata
Un ringraziamento sincero va ai curatori del blog per la preziosa collaborazione nella realizzazione del collage fotografico, che ha contribuito a dare forma visiva a questa ricerca.
Un raro video d’epoca in cui si vede Henry H. Ness
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