Henry H. Ness, il fondatore delle “Assemblee di Dio in Italia”

© Filippo Chinnici
(aggiornato il 4 aprile 2024)
Introduzione
Un popolo senza memoria storica è come un albero senza radici

Henry Hamilton Ness fu il fondatore delle Assemblee di Dio in Italia (ADI). Si tratta di un dato tanto evidente da risultare, per dirla con Lessing, quasi una verità di ragione. Nessuno storico degno di questo nome ha mai potuto metterlo seriamente in discussione, così come nessuno metterebbe in dubbio che Lutero sia stato il fondatore del Luteranesimo o Wesley del Metodismo. La documentazione al riguardo si è rivelata ampia, chiara e priva di ambiguità. Lo attestarono i pentecostali americani, lo affermò lo stesso Henry H. Ness — sebbene con una certa reticenza lessicale — e lo lasciò chiaramente intendere Roberto Bracco in un articolo pubblicato sul The Pentecostal Evangel (10 dicembre 1949, p. 10). Persino negli scritti ufficiali redatti nel tempo dalla stessa organizzazione pentecostale delle ADI si può ricavare, a una lettura attenta e non superficiale, la medesima conclusione.
A partire dal 2013, tuttavia, si è registrato un fenomeno quanto mai singolare: le Assemblee di Dio in Italia, che per decenni avevano attribuito grande rilievo alla narrazione delle proprie origini, hanno progressivamente smesso di valorizzarla, fino a relegare nell’ombra — seppur gradualmente — la figura centrale di Henry Hamilton Ness. In netta discontinuità rispetto al passato, la storia del Movimento Pentecostale non riceve più il ruolo prioritario che aveva assunto soprattutto tra gli anni Ottanta del Novecento e il primo decennio del XXI secolo. Voci attendibili mi hanno riferito persino che, presso l’Istituto Biblico Italiano (IBI) — la scuola di formazione teologica delle Assemblee di Dio in Italia — tale materia non è più oggetto di studio autonomo, ma è stata declassata a tematica secondaria, inserita nel quadro più ampio dei movimenti di risveglio del protestantesimo contemporaneo. Se tale notizia fosse confermata, ci troveremmo di fronte a una svolta epocale: nemmeno le facoltà teologiche non pentecostali hanno spinto, sinora, la marginalizzazione della disciplina fino a tal punto.
In questo modo, le ADI hanno finito per formare — non solo, com’è tristemente noto, degli analfabeti funzionali sotto il profilo biblico — ma anche degli analfabeti funzionali sotto il profilo storico. Eppure, a proposito di istituzioni teologiche, se si confronta il piano di studi dell’Istituto Biblico Italiano con quello del Northwest Bible Institute, fondato da Henry Ness nel 1934 (in particolare quello in vigore fino al 1960), si scopre un’incredibile somiglianza tra i due; sebbene, almeno ufficialmente, si sia cercato di riprodurre il piano formativo dell’IBTI britannico (International Bible Training College), dove furono istruiti e in parte indottrinati numerosi giovani pentecostali italiani del secondo dopoguerra — a cominciare dallo storico presidente ADI, Francesco Toppi.
Non è senza significato che tale situazione coincida, guarda caso, con la pubblicazione — nel dicembre del 2012 — del volume La Massoneria smascherata di Giacinto Butindaro. Un’opera che ha letteralmente scoperchiato il vaso di Pandora, gettando luce su connivenze inaspettate tra ambiti pentecostali e circuiti legati alla massoneria e ai servizi segreti. Per questo motivo, a dispetto del trattamento ingeneroso che i pentecostali italiani stanno oggi riservando alla memoria di Henry Hamilton Ness, ritengo che egli — insieme a Frank B. Gigliotti — meriterebbe un vero e proprio monumento, simbolico o reale, perché senza la sua azione fondativa le Assemblee di Dio in Italia non esisterebbero. Lo ribadisco: i pentecostali italiani dovrebbero erigere un monumento alla memoria di Henry H. Ness, non solo per aver lottato con determinazione in favore della libertà religiosa, ma anche per i cospicui aiuti economici fatti giungere dall’America (una sorta di «Piano Marshall evangelico»), per aver gettato le fondamenta e inaugurato la costruzione dell’organizzazione religiosa ADI, e infine per la svolta che impresse all’intero pentecostalismo italiano, anche al di là dell’orbita istituzionale ADI.
Le sue influenze, infatti, si sono riverberate ben oltre i confini denominazionali, incidendo in profondità sia sull’etica sia sulla teologia delle chiese pentecostali indipendenti, che per lungo tempo hanno mostrato una sorta di sudditanza psicologica nei confronti delle Assemblee di Dio. Vale la pena ricordare che furono proprio le ADI a organizzare, per prime, una scuola di formazione teologica pentecostale in Italia, e intere generazioni di bambini e giovani cresciuti nelle comunità evangeliche non affiliate alle ADI si sono comunque formati sui manuali della Scuola Domenicale — una sorta di «catechismo evangelico» — pubblicati, e tuttora pubblicati, proprio dalle Assemblee di Dio in Italia. Testi che, per inciso, altro non erano che traduzioni, talvolta adattate, dei manuali elaborati dalle Assemblies of God statunitensi. È in tal modo che gli americani, prima colonizzarono e poi esercitarono la loro influenza sull’intero pentecostalismo italiano, determinandone — e spesso deformandone — non solo l’impianto teologico, ma anche l’orientamento ecclesiologico.
1. Il binomio del complotto
Utilizzo il termine «binomio» perché, meglio di qualunque altro, descrive il legame simbiotico che univa Frank Bruno Gigliotti e Henry Hamilton Ness, i quali operarono in perfetta sinergia. Si potrebbe dire, senza esagerazione retorica, che furono «due corpi e una sola anima». Furono loro gli ideatori e i padri fondatori delle Assemblee di Dio in Italia. Gigliotti ne architettava le strutture ideologiche e strategiche; Ness, dal canto suo, gettava le fondamenta operative su cui si sarebbe edificata l’organizzazione. I loro collaboratori in Italia — U. Gorietti, R. Bracco, V. Federico e S. Anastasio — costruivano, implementando il progetto e, nel contempo, occultando agli altri pentecostali gli intrighi e le trame che si consumavano dietro le quinte. La coppia Gigliotti–Ness ordiva, con una lucidità quasi clinica e per conto di regie esterne, un vero e proprio complotto ai danni del pentecostalismo italiano nascente.
Henry Ness e Frank Gigliotti non solo si conoscevano a fondo, ma erano anche accomunati da una rete di legami e interessi sovrapposti: massonici, sionisti e di intelligence. Il primo orbitava, secondo fonti riservate, nell’ambiente del Mossad; il secondo, ben documentato, nella sfera d’influenza della CIA. Spesso operarono in maniera trasversale, in ambiti contigui e con obiettivi complementari. Hanno lavorato insieme, pianificato insieme, programmato insieme numerose azioni, e insieme — è il caso di ribadirlo — hanno dato vita alle Assemblee di Dio in Italia. Si può dunque affermare, senza tema di smentita, che le ADI rappresentano una loro creatura congiunta.
Occorre però sottolineare un aspetto essenziale: entrambi rispondevano a regie esterne al pentecostalismo, e anzi, esterne persino al cristianesimo istituzionale. Furono entrambi strateghi dotati di rara lucidità, lungimiranti e tecnicamente competenti; ma furono anche strumenti — consapevoli — di disegni che trascendevano la sfera confessionale. La nascita delle Assemblee di Dio in Italia segnò, di fatto, una svolta irreversibile nella storia del pentecostalismo italiano nel suo complesso, influenzando profondamente anche quei segmenti ecclesiali che, pur rimanendo esterni alla struttura delle ADI, ne subirono l’impronta storica e teologica.
2. Perché una biografia su Henry H. Ness?
Avendo militato per buona parte della mia vita all’interno di questa organizzazione — anche in qualità di pastore — e avendo avuto accesso privilegiato a una documentazione riservata, la pubblicazione del volume La Massoneria smascherata (dicembre 2012) non mi colse affatto di sorpresa, come potrebbero testimoniare alcuni colleghi ai quali, in via strettamente confidenziale, avevo già anticipato molte delle informazioni che poi sarebbero comparse nel libro di Giacinto Butindaro. E tuttavia, proprio quel volume risvegliò in me ricordi da tempo sopiti. Sulla scorta delle conoscenze pregresse, integrate da nuove acquisizioni offerte dall’opera di Butindaro, si riaccese in me il desiderio — direi quasi il bisogno interiore — di compiere ricerche approfondite.
Cominciai a frequentare biblioteche in Italia, negli Stati Uniti e in Portogallo; iniziai a mettermi sulle tracce di familiari e conoscenti di personaggi pentecostali ormai deceduti; mi recai di persona, talvolta attraversando oceani, per incontrarli, intervistarli e raccogliere testimonianze. Andavo in cerca di documenti, lettere, annotazioni, perfino frammenti apparentemente insignificanti, per ricostruire — passo dopo passo — la genealogia storica del pentecostalismo italiano. Fu un lavoro lungo, faticoso, dispendioso e meticoloso. Ma ne è valsa la pena, perché più approfondivo lo studio, più prendevo coscienza di quanto io stesso fossi stato ingannato — sistematicamente — proprio dal mondo pentecostale.
Questa fase di intensa ricerca durò alcuni anni, finché, provvidenzialmente, eventi successivi segnarono una svolta decisiva nella mia esistenza, conducendomi su un altro cammino. Da allora, queste tematiche hanno progressivamente cessato di attrarre il mio interesse. Oggi, posso dire di vivere una vita nuova, e di riconoscere con gratitudine come Dio abbia guidato ogni cosa, liberandomi dalle catene di un sistema religioso che per troppo tempo avevo servito. Non nutro più un interesse costante per queste vicende, o, per essere più precisi, alterno fasi di completo disinteresse a momenti — come quello attuale — di rinnovato interesse, seppur relativo, nei confronti di un ambito che ho conosciuto a fondo e al quale ho dedicato una porzione rilevante della mia esistenza.
Tutto è riemerso con forza alcuni giorni fa, quando mi è stato segnalato che G. Butindaro aveva pubblicato la trascrizione di una lettera inviata dal maestro venerabile David Green a Henry H. Ness. In quell’istante ho compreso che la storia del pentecostalismo italiano si apprestava a entrare in una nuova fase. Se la pubblicazione del 2012 aveva segnato l’inizio della «fase 2.0», oggi potremmo essere alle soglie della «fase 2.1», o forse già della «3.0». Ho infatti la netta impressione che Butindaro sia riuscito a intercettare uno di quei filoni profondi — nascosti nella miniera sterminata della storiografia pentecostale italiana — che potrebbero condurre a scoperte ancor più rilevanti.
Per inciso, chi osserva con attenzione avrà notato che la copia della lettera di David Green che pubblico in questo articolo non è derivata da quella divulgata da Butindaro: proviene da un originale che già possedevo e che, a quanto pare, possiede anche lui. Se, come ipotizzo, Butindaro ha realmente individuato uno di questi filoni, potrebbe presto imbattersi in altri rami ad esso connessi. E ciò potrebbe innescare un nuovo terremoto nella storia del pentecostalismo italiano, con effetti ben più dirompenti rispetto a quelli registrati nel 2012 — effetti che, con ogni probabilità, assumeranno una portata anche internazionale.
Il motivo è semplice e inquietante: dire che l’humus in cui nacquero le Assemblee di Dio in Italia — e con esse gran parte del pentecostalismo italiano del dopoguerra — fosse «inquinato» è un eufemismo. La realtà, temo, è ben peggiore. E ciò che potrebbe emergere nei prossimi anni non è affatto paragonabile a quanto è stato pubblicato sinora. È in questa prospettiva che la vicenda storica del pentecostalismo italiano assume una nuova, drammatica attualità. Per questo ho deciso di rompere il silenzio con il presente articolo, che tuttavia manterrà volutamente un taglio generico: più che offrire rivelazioni definitive, intende fornire coordinate utili a orientare chi voglia proseguire la ricerca. A spingermi verso questa scelta è stata anche la lettura di alcuni commenti comparsi sotto un post Facebook del prof. Giovanni Rinaldi, in cui — mio malgrado — venivo pubblicamente menzionato.
È la prima volta che affronto pubblicamente questi nodi storici, e non so se vi ritornerò in futuro. Tuttavia, mi auguro sinceramente che queste riflessioni possano stimolare un’autentica ricerca della verità storica sul pentecostalismo italiano, che, a mio avviso, costituisce la narrazione più avvincente fra tutte le storie pentecostali del mondo. Se richiesto, sono pronto a offrire il mio contributo in ogni sede opportuna, producendo tutta la documentazione necessaria a comprovare le affermazioni qui esposte.
La storia del pentecostalismo italiano è, in sé, una bella storia. È una vicenda intensa, coinvolgente, e confesso — con una certa presunzione fondata sull’esperienza — che neppure i massimi esponenti delle Assemblee di Dio in Italia la conoscono davvero, come si può desumere dai volumi da loro pubblicati, nei quali si ripete, pressoché invariata, una narrazione agiografica ormai logora. Quella pentecostale è invece una storia costellata di inganni, sotterfugi, tradimenti, manovre oscure e interferenze internazionali. È una trama fatta di complotti, piena di colpi di scena repentini e inattesi. Non esiste, al mondo, un’altra storia pentecostale comparabile a quella italiana. Forse solo le esperienze spagnola, portoghese e greca si avvicinano in parte, ma solo in parte.
È comunque un dato incontestabile che i pentecostali italiani, nel dopoguerra, siano stati a loro volta raggirati e manipolati. E in questa grande illusione, un ruolo cruciale fu ricoperto da Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti, assieme a coloro che, nell’ombra, ne guidavano le strategie. A suggerirlo sono anche gli scritti di Roberto Bracco, e più recentemente le testimonianze del pastore Giovanni Tramentozzi. Le Assemblee di Dio in Italia sono nate in seno all’inganno, e hanno purtroppo perseverato in un’evoluzione peggiorativa.
Sia chiaro, dunque, una volta per tutte: le Assemblee di Dio in Italia rappresentano, sotto il profilo storico e teologico, un tradimento radicale delle proprie origini, incarnate da figure come Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e altri padri fondatori dimenticati. La fedeltà alle radici è stata abbandonata, e ciò che resta è un sistema costruito sull’occultamento della verità.
3. La lettera del Maestro Venerabile David A. Green
Eccoci giunti finalmente alla lettera di David A. Green, già Maestro Venerabile della Ionic Lodge n. 90 del Rito Scozzese Antico ed Accettato, con sede a Seattle, indirizzata a Henry Hamilton Ness (1894–1970). Di questo documento, mi limito a segnalare alcuni elementi essenziali, lasciando ai ricercatori il compito di condurre ulteriori approfondimenti e di valutarne il significato nel quadro più ampio delle dinamiche storico-religiose dell’epoca.
- L’intestazione merita una prima osservazione. Il nome della loggia, nel linguaggio massonico, è tutt’altro che casuale. Esso veicola una simbologia che spesso trascende il livello superficiale per alludere a funzioni specifiche. In questo caso, leggiamo: «Ionico». Perché tale loggia scelse questo nome? Qual è il significato implicito di questa denominazione? La risposta, lungi dall’essere meramente formale, può offrire chiavi interpretative preziose per comprendere la funzione, il ruolo e la posizione ideologica della loggia all’interno del panorama massonico statunitense del secondo dopoguerra.
- La data costituisce un ulteriore elemento degno di nota. Il documento è datato 9 settembre 1949, ovvero 9.9.1949. Anche la numerologia, come noto, gioca un ruolo importante nella simbologia massonica. La ripetizione del numero nove — tre volte — potrebbe non essere priva di significato esoterico, specie in un contesto in cui ogni dettaglio simbolico è potenzialmente codificato.
- Il contenuto della lettera appare altrettanto significativo. In essa si fa riferimento a un discorso pronunciato da Henry H. Ness in occasione di un incontro massonico, al quale presero parte numerosi membri della fratellanza, inclusi quindici «Maestri Venerabili». Quale fu il contenuto effettivo di quel discorso? Quali idee vi espresse Ness per suscitare un tale livello di consenso? La questione resta aperta e merita ulteriore esplorazione.
- Particolarmente eloquenti risultano i saluti con cui David A. Green si rivolge al destinatario: «Noi ti salutiamo come un Fratello». L’espressione impiega un lessico chiaramente massonico, come attestato anche nel manuale rituale The Masonic Text-Book of Tennessee, alle pagine 49 e 52. Ma vi è di più. Green scrive testualmente: «Noi ti salutiamo come un Fratello perché tu hai la Massoneria nel cuore, e i pensieri che ci hai lasciato sono totalmente in armonia con il credo Massonico della ‘Paternità di Dio e della Fratellanza dell’Uomo’».
Si tratta di un’affermazione estremamente densa, sia sul piano ideologico che su quello dottrinale. Essa richiama concetti chiave della teologia massonica, in particolare quell’umanesimo spirituale che ha sempre rivendicato la paternità universale di Dio e la fratellanza ontologica del genere umano — un principio che, pur suonando nobile, entra in tensione con la visione cristocentrica della redenzione propria del cristianesimo evangelico. Il lettore potrà trovare una riflessione più ampia su queste implicazioni teologiche e simboliche nella sezione finale di questo articolo, tra gli approfondimenti e gli articoli correlati.

HENRY HAMILTON NESS
(Cenni biografici inediti)
« Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo» –
Come ho già avuto modo di osservare, alcuni cenni biografici relativi alla figura di Henry Hamilton Ness si possono rintracciare in vari contributi pubblici: negli articoli redatti da Francesco Toppi, storico presidente delle chiese ADI; nel volume di Giacinto Butindaro, La Massoneria smascherata; nonché in altri scritti apparsi su questo stesso blog. Tuttavia, gran parte della storiografia pentecostale cosiddetta ufficiale si è resa responsabile di una sistematica mistificazione della sua figura. I principali «libri» di storia del movimento, infatti, o omettono completamente il suo nome, oppure lo citano soltanto en passant — come se Henry Ness non avesse avuto alcun ruolo rilevante nella vicenda pentecostale italiana. Una rimozione tanto strategica quanto ingiustificabile.
Eppure, Ness occupa una posizione cardinale nella storia del pentecostalismo italiano, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. Basterebbe solo questa consapevolezza a smentire l’intera impalcatura narrativa di certa memorialistica autoreferenziale. La lista dei volumi che perpetuano tale mistificazione sarebbe, in effetti, assai lunga — praticamente esaustiva dell’intero panorama editoriale di area ADI.
In questo contesto, ha destato un certo stupore l’interesse mostrato, seppur tardivamente, dalle Assemblies of God USA, le quali, nel 2018 — a molti decenni di distanza dalla morte di Ness, avvenuta per suicidio — hanno pubblicato una biografia improvvisata sul sito del Flower Pentecostal Heritage Center. Una scelta che ha colto di sorpresa non pochi osservatori, tanto più considerando che, al momento della sua scomparsa, le stesse Assemblies gli avevano dedicato appena poche righe sul The Pentecostal Evangel. In Italia, per contro, la notizia della sua morte venne completamente taciuta: nessuna nota ufficiale, nessun ricordo, nessuna parola. Un silenzio carico di significato.
Appare alquanto singolare che, dopo circa cinquant’anni di silenzio, le Assemblies of God USA si siano improvvisamente ricordate di Henry H. Ness. O forse non è affatto strano, se si considera il calibro del personaggio, l’influenza che egli ha esercitato e l’interesse crescente che — giustamente — sta suscitando oggi in Italia. Non ripeterò qui ciò che altri hanno già scritto, né quanto ho già esposto su questo stesso blog. Mi limiterò piuttosto a riportare alcuni fatti inediti che potrebbero rivelarsi preziosi per quanti — studiosi autentici — intendano approfondire con serietà la storia del pentecostalismo italiano. Mi rivolgo, è bene precisarlo, a coloro che cercano la vera verità storica; a chi possiede metodo, rigore, competenza e spirito critico. Non certo a quella genterèlla (spesso interna al mondo pentecostale) che si autoproclama «storica» senza aver mai prodotto nulla che giustifichi tale pretesa, limitandosi a ripetere — come pappagalli — le solite narrazioni artefatte, stantie, impolverate.
È in questo che si rivela la differenza sostanziale tra chi ha una laurea in storia e chi è davvero uno storico. Il primo si limita a fare il cronista, riportando opinioni altrui. Il secondo, invece, ricerca, indaga, scopre, analizza, mette in relazione le fonti, inserisce ogni elemento nel contesto appropriato e — soprattutto — porta alla luce fatti nuovi, in grado di innescare inevitabili revisioni storiografiche. Nel caso specifico della storiografia pentecostale italiana, non pochi autori appartengono alla prima categoria. Li definisco, senza esitazione, «genterèlla», non solo per la loro malafede, ma anche per l’incompetenza palese che tentano di mascherare dietro blasonate «riconoscenze» prive di reale valore. Si tratta, per lo più, di titoli assegnati in ambienti opachi, frutto di appartenenze e scambi di favore, spesso riconducibili a circuiti massonici ben noti a chi conosce certe dinamiche ecclesiastiche.
Un caso emblematico è quello di Alessandro Iovino, pentecostale da quattro generazioni, che ama presentarsi come «esperto di storia pentecostale» pur non avendo mai prodotto nulla di significativo o originale. I suoi contributi, scarsi e mistificatori, ne rivelano l’inadeguatezza. Non è un mistero come funzionino certi ambienti: si incensano vicendevolmente, si celebrano tra di loro perché portano avanti una medesima agenda, operano in vista dello stesso fine e «costruiscono» — è proprio il caso di dirlo — nella medesima direzione: quella massonica. E si definiscono «liberi muratori», sebbene la realtà dimostri che sono tutto fuorché liberi. Ci troviamo, come spesso accade, non in un contesto di meritocrazia, bensì di pura lobbycrazia.
Qualcuno potrebbe dunque domandarsi perché abbia scelto proprio ora di intervenire pubblicamente. In primo luogo, perché sono stato recentemente chiamato in causa sui social media; in secondo luogo, perché i tempi — forse — cominciano a maturare per una presa di coscienza più ampia. Ma, soprattutto, perché desidero offrire spunti e indicazioni ai ricercatori su quali direzioni esplorare, su dove orientare le indagini documentarie e storiche. Per ragioni didattiche, e anche per favorire la memorizzazione e la sistematizzazione dei concetti, ho deciso di suddividere questi cenni biografici su Henry H. Ness in tredici brevi paragrafi, con l’auspicio che possano costituire una base solida per futuri approfondimenti seri.
1. Un fervente sionista
Henry Hamilton Ness fu un fervente sionista di origine ebraica. Si tratta della prima verità inedita che, fino ad oggi, non era mai stata esplicitamente dichiarata. A Seattle, dove egli risiedeva e operava, vi era — e vi è tuttora — una numerosa e ben strutturata comunità ebraica, della quale faceva parte anche David A. Green, il Maestro Venerabile della Ionic Lodge n. 90 del Rito Scozzese Antico ed Accettato, autore della lettera che abbiamo analizzato nel paragrafo precedente.
Una delle prove documentali di tale affiliazione si rintraccia nelle pagine del The Transcript, quotidiano ebraico locale. Nella sua edizione del 28 febbraio 1949 si menziona il nome di Henry H. Ness in un contesto chiaramente legato alla comunità israelitica. Ma ancor più significativa è l’edizione del 26 luglio 1948 (vol. XXV, n. 43), nella quale Ness viene esplicitamente definito un «fervente sionista». Il lessico impiegato non lascia spazio a interpretazioni ambigue, e testimonia un’identità ideologica ben radicata e pubblicamente riconosciuta.
Qualche anno più tardi, quando il governatore dello Stato di Washington, Arthur B. Langlie, lo nominerà direttore del Department of Institutions — ossia capo dell’amministrazione penitenziaria statale (di cui parleremo in seguito) — la sua nomina susciterà non poche reazioni. Tra esse spicca quella del reverendo Alexander Schiffner, pastore del Bethel Temple, che indirizzerà una lettera formale di protesta al governatore. In essa si legge una dichiarazione tanto netta quanto controversa:
Il dottor Ness è un autoproclamato sionista. Il sionismo è anti-cristiano poiché è un movimento globalista che mira a stabilire un governo mondiale sotto il controllo dei sionisti ebrei
[nota: – forse avrebbe fatto meglio a specificare che i “sionisti aschenaziti” non sono considerati Giudei – uso questo termine con cognizione rispetto a “ebreo” -, dagli altri sottogruppi come i sefarditi].
Al di là del giudizio espresso, la dichiarazione attesta con chiarezza quanto l’identità sionista di Ness fosse nota negli ambienti religiosi americani dell’epoca, suscitando reazioni anche fortemente polemiche. Questo elemento, lungi dall’essere secondario, offre una chiave interpretativa rilevante per comprendere molte delle sue scelte pubbliche, politiche e religiose, sia negli Stati Uniti sia nel contesto italiano.
Viaggi finanziati da logge ebraico-massoniche
È proprio in virtù di questo profilo ideologico che tra i finanziatori dei viaggi internazionali di Henry H. Ness si annoverano anche diverse logge massoniche di matrice ebraica.
Mentre dunque Ness si recava a Roma — ripetiamolo: con fondi provenienti da ambienti massonici ebraici, e per ragioni riconducibili alla geopolitica internazionale del dopoguerra — utilizzava come copertura pubblica una serie di conferenze bibliche rivolte ai conduttori pentecostali italiani. Il tema di tali incontri era, emblematicamente, «L’organizzazione delle chiese».
Ma si trattava, con ogni evidenza, di una strategia mirata. L’obiettivo era quello di recidere le radici originarie del pentecostalismo italiano, fondate su una visione ecclesiologica congregazionalista e antidenominazionale, profondamente incarnata nelle figure dei pionieri del movimento — Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini — e, più a monte, nel pensiero di William H. Durham. Ness intendeva sradicare tale modello, giudicato ormai superato o d’intralcio, per trapiantare quei semi spirituali nel terreno ben più strutturato dell’organizzazione che egli stesso si accingeva a costituire, vale a dire le Assemblee di Dio in Italia.
Parallelamente a questi incontri teologici, che fungevano da legittimazione religiosa delle sue visite, Ness intratteneva incontri di ben altro tenore. Tra una conferenza e l’altra, egli si recava in Vaticano per incontri riservati con Papa Pio XII, di cui tenne all’oscuro la stragrande maggioranza dei pentecostali italiani[nota 1]. Pensare che Henry H. Ness si sia incontrato col Pontefice unicamente per discutere di questioni interne al movimento pentecostale è, a ben vedere, un atto di profonda ingenuità. Per quanto possa apparire difficile da accettare a molti pentecostali, per Ness la questione pentecostale costituiva solo un aspetto marginale dei suoi obiettivi. Le ragioni reali dei suoi viaggi, infatti, rispondevano a logiche ben più complesse e ramificate, legate a interessi transnazionali che travalicavano di gran lunga il perimetro ecclesiale.
Non a caso, durante la sua permanenza in Italia, Ness non si limitò a incontrare il Papa: ebbe contatti anche con altre figure di rilievo, il cui profilo sarà oggetto di approfondimento nei paragrafi seguenti.
Incontri paralleli: il Papa, il Rabbino, l’ambasciata…
È singolare — e al tempo stesso rivelatore — il fatto che i pentecostali italiani non siano mai stati messi a conoscenza dell’incontro avvenuto tra Henry H. Ness e Papa Pio XII, se non a partire dal 2012, anno in cui la notizia fu finalmente divulgata grazie al volume La Massoneria smascherata di Giacinto Butindaro. Fu proprio Butindaro il primo a rendere pubblica questa informazione in Italia, rompendo un silenzio che durava da oltre sessant’anni.
Tuttavia, oggi è giunto il momento di andare oltre, e compiere qualche passo ulteriore nella ricostruzione di quei giorni romani. La verità, infatti, è che Ness non incontrò solo il Papa. In quello stesso periodo, mentre soggiornava a Roma, ebbe colloqui riservati anche con David(e) Prato, all’epoca rabbino maggiore presso la sinagoga della capitale. E non solo con lui: i suoi incontri si estesero a numerosi altri personaggi, appartenenti a contesti religiosi, diplomatici e politici di alto profilo.
Molti di questi colloqui avvenivano presso l’albergo in cui alloggiava — del quale parleremo nel dettaglio in uno dei paragrafi successivi — ma in più di un’occasione si svolsero all’interno dell’ambasciata americana di via Veneto, un luogo-chiave del potere statunitense nell’Italia del secondo dopoguerra.
È importante ricordare che anche Davide Prato, al pari di Henry H. Ness, era un fervente sionista e aderiva alla potente loggia massonica B’nai B’rith, storicamente legata all’ebraismo progressista e al progetto sionista internazionale.
Non è questa la sede per soffermarsi sulla distinzione tra «sionismo» e «giudaismo» — distinzione ben nota agli studiosi di storia delle religioni e degli equilibri geopolitici del XX secolo. Basti qui rilevare che l’intreccio tra identità religiosa, affiliazione massonica e impegno politico internazionale rappresenta una chiave interpretativa imprescindibile per comprendere la rete di relazioni che ruotava attorno alla figura di Henry H. Ness.
Nel 1938, con l’entrata in vigore delle leggi razziali, il regime fascista diede avvio alla propria politica antisemita. Fu in quel contesto che David Prato — allora rabbino capo di Roma — fu costretto a lasciare l’Italia e a rifugiarsi in quella che allora era conosciuta come Palestina, sotto mandato britannico. Lo Stato d’Israele, com’è noto, sarebbe stato proclamato solo dieci anni più tardi, nel 1948. Prato rientrò in Italia nel 1945, alla fine del secondo conflitto mondiale, e riprese immediatamente un ruolo di primo piano nella vita religiosa, politica e culturale della comunità ebraica italiana.
Tra le molteplici attività che svolgeva, il rabbino David Prato ricopriva anche un ruolo strategico all’interno dell’amministrazione del Fondo Nazionale Ebraico — in ebraico קרן קימת לישראל, Keren Kayemet LeYisrael, spesso abbreviato in KKL e pronunciato KaKal. Questo fondo, di cui qui non approfondiremo la natura e la struttura gestionale (che il lettore potrà agevolmente ricostruire con una ricerca autonoma), costituiva una delle principali leve economico-politiche del sionismo internazionale nel processo di insediamento territoriale e di costruzione statale.
Ciò che qui preme sottolineare è un dato tanto essenziale quanto taciuto: Henry H. Ness e David Prato collaboravano entrambi con i medesimi circuiti di intelligence, condividendo obiettivi e operatività. Il fatto che il Mossad — ufficialmente fondato nel 1949 — fosse già attivo in forma non ufficiale negli anni precedenti è oggi ampiamente riconosciuto da storici e analisti della sicurezza. La collaborazione tra agenti e referenti «non ufficiali» era una prassi consolidata nelle fasi preistituzionali dei servizi israeliani.
E, non a caso, tra i principali sostenitori — o, per usare un termine più aderente alla realtà, finanziatori strategici — del nascente Mossad, troviamo proprio la famiglia Rockefeller. Una dinastia il cui sostegno economico, politico e ideologico ad Henry H. Ness sarà oggetto di analisi dettagliata in una mia prossima pubblicazione. Il fatto che i Rockefeller abbiano appoggiato sia Ness sia il Mossad non può, a questo punto, essere considerato una coincidenza innocente. Piuttosto, si delinea un intreccio coerente, che unisce in una rete invisibile la finanza internazionale, i movimenti religiosi emergenti e le strategie d’intelligence del secondo dopoguerra.
Ness o Nesh? Alias, identità multiple e strategie di copertura
Per comprendere il fermento di relazioni internazionali che accompagnò Henry H. Ness nei suoi viaggi a Roma tra il 1946 e il 1948, occorre interrogarsi sul ruolo che ebbe — intenzionalmente — il plurilinguismo del suo nome e l’ambiguità che esso seppe generare nei contesti più sensibili. Un dettaglio solo in apparenza secondario, ma in realtà profondamente rivelatore, si trova in L’Osservatore Romano del 9 agosto 1947, dove si riporta l’udienza privata tra Papa Pio XII e Henry H. Ness. Il nome del pastore, però, viene trascritto come «Nesh».
Questa variazione non è un errore tipografico, bensì un segnale linguistico criptico, perfettamente comprensibile a chi conosca i codici della scrittura ebraica. In ebraico, infatti, la grafia consonantica נ”ש può essere letta come Nes, Nesh o Ness, a seconda di minime variazioni nei segni diacritici applicati. Questi segni, chiamati nikkud (נִקּוּד), costituiscono il sistema vocalico dell’ebraico, utilizzato nei testi masoretici per integrare alle consonanti le indicazioni fonetiche.
Nel caso specifico della lettera ש, esistono due punti distintivi che ne determinano la pronuncia:
- Il puntino a destra trasforma la lettera in שׁ (Shin), da cui la lettura «Nesh»;
- Il puntino a sinistra ne fa שׂ (Sin), da cui «Nes»;
- Quando al centro della lettera compare un dagesh forte (un altro tipo di nikkud), si ha il raddoppiamento consonantico, da cui «Ness».
Come si vede, è un solo puntino a determinare la trasformazione fonetica del nome. E proprio questa ambiguità calibrata è uno dei tratti tipici dell’onomastica operativa usata nei contesti diplomatici e di intelligence.
Come dimostrano numerosi studi sull’intelligence del periodo bellico e postbellico, l’adozione di alias parziali, identità multiple, e varianti nominali adattive costituiva una prassi sistematica nei contesti di operazioni segrete e infiltrazione diplomatica. L’Operazione FORTITUDE, documentata dal National WWII Museum, mostra come gli agenti doppi impiegati nei teatri europei — tra cui spiccano figure come Juan Pujol García (Garbo) — assumessero identità polimorfe a seconda dell’interlocutore, della lingua e dell’ambiente sociale. Non si trattava semplicemente di cambiare nome, ma di modularne la forma, la pronuncia o persino l’ortografia per attivare accessi mirati a reti specifiche.
Allo stesso modo, recenti studi nel campo delle scienze umane digitali e della critica alla sorveglianza — come quelli presentati in Surveillance and the Critical Digital Humanities — hanno messo in evidenza come la manipolazione sottile dell’identità linguistica (incluse le micro-variazioni fonetiche e onomastiche) fosse e rimanga una strategia fondamentale per costruire una persona pubblica fluida, adattabile e semanticamente ambigua.
Nel caso di Henry H. Ness, tutto ciò trova una corrispondenza pratica e documentabile. Il nome «Nesh» compariva sistematicamente nei registri degli alberghi in cui soggiornava a Roma e figurava perfino sui suoi bigliettini da visita personali, stampati e distribuiti con intenzione. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che rivela molto più di quanto si possa immaginare: non si trattava di un semplice pseudonimo, ma di un alias calibrato, di un passaggio semantico discreto ma deliberato, concepito per distinguere — e al contempo connettere — le sue attività ecclesiali, diplomatiche e geopolitiche. Un espediente sottile ma rivelatore, che ci introduce sempre più nel cuore delle dinamiche nascoste — e tutt’altro che ingenue — che accompagnarono la nascita delle Assemblee di Dio in Italia.
Il gioco tra «Ness» e «Nesh» non è dunque un mero caso di variazione linguistica, bensì una maschera fonetica strategica, un codice di accesso multilivello, tipico delle figure liminali che operano simultaneamente su più fronti. Attraverso una variazione apparentemente insignificante, Henry H. Ness si rendeva riconoscibile — o meglio, decifrabile — in ambienti differenti: dalle ambasciate ai circoli sionisti, dalle logge massoniche ai palazzi vaticani. È in quel minuscolo punto — a destra, a sinistra o al centro della lettera ש — che si cela una biografia bifronte, e forse anche la chiave interpretativa di una delle operazioni religiose e culturali più rilevanti del dopoguerra italiano.
A conferma di ciò, si segnala che presso l’hotel romano dove era solito alloggiare durante i suoi viaggi in Italia, Ness si registrava sempre con il cognome «Nesh», coerentemente con l’identità che intendeva assumere in quei contesti. Un dato non trascurabile, perché proprio quell’hotel — come vedremo nel prossimo paragrafo — fu luogo strategico di incontri, passaggi riservati e scambi operativi.
2. L’Hotel Inghilterra di Roma
È documentato anche l’hotel romano in cui Henry H. Ness era solito alloggiare, così come i ristoranti che frequentava durante i suoi soggiorni in Italia. Tra questi, figura un locale napoletano che egli prediligeva in modo particolare: il ristorante «Gangiani», situato in via Francesco Baracca 3, a Napoli. La città partenopea occupava un posto speciale nella memoria del Nostro, non solo per la calorosa accoglienza ricevuta, ma anche per via di una profonda amicizia con alcuni piccoli imprenditori calzolai — datori di lavoro di Umberto N. Gorietti — che gli ricordavano le sue origini familiari: anche il padre di Henry Ness, infatti, era un calzolaio. Su questo dettaglio torneremo più avanti.
A Roma, Ness soggiornava presso l’Hotel Inghilterra, in via Bocca di Leone 14, nel cuore del centro storico della Capitale. La posizione era non soltanto prestigiosa, ma strategicamente significativa: a pochi passi da Piazza di Spagna, da via Condotti, da Piazza del Popolo, nonché dal Pantheon e dal Pincio. L’hotel sorgeva inoltre nelle immediate vicinanze dell’ambasciata statunitense di via Vittorio Veneto e di via Sicilia — una strada che già allora era considerata zona sensibile, frequentata da logge massoniche e uffici d’intelligence celati dietro facciate istituzionali o commerciali.
Un altro elemento di rilievo, spesso ignorato dalla storiografia ufficiale, riguarda la singolare prossimità tra l’albergo scelto da Ness e l’abitazione romana di Umberto Nello Gorietti, situata in via Frattina 35. La distanza tra i due edifici era di appena un centinaio di metri. Quell’appartamento, oltre ad essere la residenza di Gorietti, fu anche — come attestato dalla rivista Cristiani Oggi (1–31 agosto 1997, p. 7) — la prima sede legale delle Assemblee di Dio in Italia. Non è azzardato ritenere che tale vicinanza, topografica e funzionale, fosse tutt’altro che casuale: essa suggerisce una rete già consolidata di rapporti, connessioni e passaggi strategici.
Quanto alla figura di Salvatore Anastasio, commerciante di scarpe e superiore gerarchico di Gorietti, è lecito affermare che egli agisse come presidente ombra, esercitando un’influenza diretta ma discreta, senza mai esporsi in prima persona. Era lui a dettare le linee guida da dietro le quinte, mentre Gorietti, più giovane e più malleabile, ne assumeva formalmente la rappresentanza. Si comprenderà meglio, nei paragrafi seguenti, perché Anastasio possa essere ritenuto a pieno titolo il vero primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia. Anastasio doveva rispondere a Henry H. Ness.
Alla luce della prossimità fisica e della collaborazione strategica tra Henry H. Ness e Umberto N. Gorietti, è lecito affermare che i due si vedevano con regolarità quotidiana e che prendevano parte insieme alle conferenze teologiche — allora denominate «Conversazioni bibliche» — il cui tema centrale, significativamente, era: «Il governo della chiesa e l’organizzazione» (Risveglio Pentecostale, Anno II, 1947, n. 1, p. 11; The Pentecostal Evangel, 11 ottobre 1947, p. 11). La scelta del tema non fu affatto casuale: essa rispondeva a una precisa agenda, ovvero la costituzione di un’organizzazione religiosa stabile, che avrebbe poi assunto il nome di «Assemblee di Dio in Italia».
Ma per realizzare questo disegno, occorreva prima di tutto smantellare l’antidenominazionalismo originario che aveva da sempre contraddistinto il pentecostalismo italiano. L’ostacolo più radicato non era di tipo strutturale, bensì ideologico: la tradizione ecclesiale di Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e altri pionieri, si fondava infatti su una concezione fortemente congregazionalista, ereditata a sua volta dal pensiero ecclesiologico di William H. Durham. Ness conosceva bene questo retroterra, e proprio per questo volle che il tema della conferenza ruotasse intorno all’organizzazione e al governo della chiesa: non per rafforzare l’identità pentecostale italiana, ma per indirizzarla verso un’architettura istituzionale conforme al modello americano per meglio controllaree gestire il fenomeno pentecostale che era stato frastagliato.
Sono persuaso che Ness e Gorietti si incontrassero ogni mattina a colazione, presso l’albergo, per pianificare le attività della giornata, e che Gorietti abbia accompagnato Ness a numerosi incontri riservati — certamente a quello dell’8 agosto 1947 in Vaticano, quando il pastore americano fu ricevuto in udienza privata da Papa Pio XII. Non vi è motivo di dubitare che, poche ore dopo, i due si siano recati insieme alla sede della conferenza, dove li attendevano ignari conduttori pentecostali, completamente all’oscuro dei colloqui appena intercorsi in ambienti ecclesiastico-diplomatici di tutt’altra natura. Nessuna informazione fu condivisa; nessun riferimento lasciò trapelare ciò che stava realmente accadendo: una manovra geopolitica mascherata da assemblea fraterna.
Il motivo per cui ho dedicato un paragrafo specifico all’Hotel Inghilterra non è da ricercarsi nella semplice funzione ricettiva che esso svolgeva per Henry H. Ness, ma nel fatto che, in quegli anni, l’edificio si configurava come una vera e propria alcòva di presenze legate all’intelligence internazionale — e non solo. Pur non essendo l’hotel più sontuoso della città, era senza dubbio il più riservato e funzionalmente adatto alla missione di Ness, anche in virtù della sua posizione, della sua storia e del tipo di frequentazioni che attirava. La scelta di soggiornarvi, lungi dall’essere un caso, fu il frutto di una valutazione precisa. Che sia stato Ness stesso a selezionarlo o che sia stata una scelta condivisa con chi ne supervisionava i movimenti, ciò che appare certo è che nulla — nella logica operativa di Henry Ness — veniva lasciato al caso.
A sostegno di tale affermazione, basti considerare che ho dedicato anni allo studio sistematico della sua vita e della sua personalità, esaminando tutte le sue opere note e, mediante l’ausilio della psicolinguistica, tracciando un primo profilo psicologico del personaggio. Ness mostrava una tendenza marcata alla pianificazione meticolosa, talvolta al limite della scrupolosità maniacale. Ogni gesto, ogni ambiente, ogni parola veniva scelto con precisione funzionale rispetto agli obiettivi perseguiti. Per chi si occupa di studi legati all’intelligence, alla massoneria o all’esoterismo applicato alla storia politico-religiosa, tutta l’area circostante l’hotel rappresentava (e rappresenta tuttora) un punto focale di osservazione. Sta ora agli studiosi seri e indipendenti intraprendere ricerche più approfondite, a partire da un’indagine che potrà condurre, per esempio, a identificare i veri proprietari dell’hotel in quegli anni.
Ciò detto, occorre risalire alla storia stessa del palazzo che ospita l’hotel. L’edificio affonda le proprie radici nel XVI secolo, quando venne edificato come residenza nobiliare destinata agli ospiti dei Principi Torlonia, esponenti di spicco dell’aristocrazia nera romana. Già questo dato, per chi conosce la storia delle interferenze aristocratiche nelle vicende vaticane e italiane, non può essere considerato marginale. La piazza antistante era utilizzata per le carrozze degli ospiti, mentre la fontana serviva a lavarle. La zona, già allora abitata prevalentemente da stranieri, rappresentava un crocevia cosmopolita, scelto da famiglie nobili e delegazioni diplomatiche. Non a caso, l’adiacente via Borgognona sembra derivare il proprio nome da una colonia di borgognoni che qui risiedeva già dal primo Quattrocento.
Le carrozze che accedevano alla città lo facevano passando per Porta del Popolo, lungo le antiche vie Flaminia e Cassia. Lo sviluppo urbanistico promosso da papa Pio IX nell’Ottocento trasformò radicalmente il rione, e fu nel 1845 che l’edificio venne ufficialmente convertito in albergo, assumendo il nome di «Hotel d’Angleterre». Il toponimo francese, ben lungi dall’essere casuale, va compreso nel contesto della forte influenza culturale e politica esercitata dalla Francia a Roma in quegli anni, in piena epoca preunitaria. La presenza del poeta John Keats, residente nella vicina Piazza di Spagna, contribuì a rendere la zona particolarmente attrattiva per i visitatori anglofoni, fra cui Lord Byron e Percy B. Shelley. La breve esperienza della Repubblica Romana (1798), ispirata alla Rivoluzione francese, e l’avvicendamento tra Gregorio XVI e Pio IX nel 1846, segnarono un periodo di intenso fermento politico che non mancò di riflettersi anche sul piano urbanistico.
L’hotel, sin dalla sua fondazione, fu frequentato da membri dell’aristocrazia europea, da intellettuali e da figure apicali della diplomazia internazionale. In seguito, divenne uno degli epicentri della Roma dannunziana, gravitante attorno all’asse compreso tra via Condotti, via Bocca di Leone e Piazza di Spagna. Tra i suoi ospiti illustri si annoverano il pianista Franz Liszt, lo scrittore Hans Christian Andersen, il critico Henry James, fino ad arrivare — in epoca più recente — a Elizabeth Taylor, Gregory Peck, Ernest Hemingway e numerosi esponenti delle famiglie reali europee, inclusa una visita ufficiale di Sua Altezza Reale il Principe Filippo, duca di Edimburgo. Il logo stesso dell’hotel si ispira all’araldica della casa reale britannica, a testimonianza di un legame storico con la monarchia di Windsor.
Tutto questo non rappresenta mera erudizione aneddotica: in un quadro più ampio, queste coordinate — storiche, architettoniche, simboliche — gettano luce sul tipo di ambientazione che Henry H. Ness selezionava per agire: un ambiente raffinato, riservato, elitario, e profondamente legato a reti di potere transnazionali.
3. L’ombra lunga dell’ICL e il «National Prayer Breakfast»
Le attività di Henry H. Ness non si limitarono al contesto italiano, ma si estesero con intensità crescente in diverse aree dell’Europa meridionale, in particolare in Spagna, Grecia e Portogallo. È fondamentale sottolineare che il suo operato non era riconducibile esclusivamente all’ambito pentecostale: al contrario, la qualifica di “pastore” fungeva spesso da copertura operativa, utile a dissimulare la vera natura delle sue missioni. Persino la fondazione delle Assemblee di Dio in Italia, per quanto storicamente significativa, appare come un obiettivo subordinato rispetto all’attività più ampia e strategica condotta da Ness su scala continentale per conto dell’International for Christian Leadership (ICL).
Tale organizzazione, espressamente cristiana e marcatamente anticomunista, assunse ufficialmente la denominazione International for Christian Leadership nel 1944, ma operava già dal 1935 sotto il nome di National Committee for Christian Leadership. A fondarla fuAbraham Vereide (1886–1969), pastore metodista di origine norvegese residente a Seattle — la stessa città in cui visse Ness. Dopo la morte di Vereide, la guida dell’ente passò a Douglas Coe (1928–2017), suo stretto collaboratore, figura riservata ma influente, che ne avrebbe profondamente ridefinito l’identità.
Coe fu promotore di un deciso cambiamento strategico: seguendo una logica di invisibilità operativa, trasformò l’ICL in un’organizzazione ancor più elitaria e discreta, modificandone la denominazione prima in «The Fellowship», poi in «The Family», ed estendendo il concetto stesso di “cristianesimo” fino a includere anche ebrei e musulmani, in un’ottica sincretica di convergenza ideologica tra élite globali. Da semplice piattaforma religiosa, l’organizzazione si evolse in una rete trasversale di influenza transnazionale, presente nei vertici di governi, corpi diplomatici, ambienti finanziari, militari e religiosi. L’evoluzione dei nomi riflette con trasparenza l’ambizione crescente dell’ente: da movimento nazionale a soggetto geopolitico globale, infine a struttura deliberatamente occulta e selettiva.
Numerose fonti autorevoli convergono nell’evidenziare che l’ICL fosse fin dagli inizi permeata da presenze massoniche, orientamenti sionisti e connessioni organiche con l’intelligence statunitense, che ne avrebbero orientato le finalità reali. Un’indicazione in tal senso si trova nel compendio massonico 10,000 Famous Freemasons from K to Z, curato da Harry S. Truman e William R. Denslow (Kessinger Publishing, 2004, p. 81), in cui il nome di Henry H. Ness compare tra i membri del comitato esecutivo dell’organizzazione.
In tempi più recenti, questa struttura è riemersa nell’immaginario pubblico con un’espressione che ne sintetizza efficacemente la natura: «la mafia cristiana». Il termine è stato coniato dallo scrittore e giornalista Jeff Sharlet, già membro del gruppo, autore di due volumi investigativi che hanno fatto luce su dinamiche interne, pratiche di potere e forme di controllo informale delle istituzioni. Le sue inchieste, tradotte in una docuserie di successo prodotta da Netflix, hanno riportato all’attenzione mondiale una rete che opera silenziosamente da decenni, sotto le apparenze di una confraternità spirituale.
Prima di addentrarci in tali sviluppi contemporanei, sarà opportuno fare un passo indietro e ricostruire le radici ideologiche, la configurazione originaria e le implicazioni geopolitiche iniziali di questa organizzazione, le cui ramificazioni restano tuttora oggetto di studio.
4. L’arrivo negli Stati Uniti e il passaggio di carriera dal settore farmaceutico a quello petrolifero
Henry Hamilton Ness nacque a Christiania — l’attuale Oslo — in Norvegia, il 6 agosto 1894, da Hans e Dora Ness. Trascorse l’infanzia nel quartiere in cui sorge il palazzo reale (in norvegese Det kongelige slott, solitamente abbreviato in Slottet), mentre il padre, Hans, esercitava con perizia l’arte del calzolaio, confezionando calzature su misura per l’aristocrazia norvegese. Tra i suoi clienti figurava anche la famiglia del principe Carl di Danimarca, che nel 1905, a seguito della dissoluzione dell’unione con la Svezia, ascese al trono come Haakon VII, primo sovrano della Norvegia indipendente.
Il giovane Henry, che nel frattempo si guadagnava da vivere vendendo giornali per le strade della capitale, venne così in contatto con l’ambiente della corte reale. Malgrado la lieve differenza d’età, instaurò un legame di familiarità con il figlio del sovrano, Alexander Edward Christian Fredrik, il quale nel medesimo anno assunse il nome di Olav e che, nel 1957, avrebbe succeduto al padre salendo al trono come Olav V (1903–1991). Secondo quanto egli stesso racconterà in seguito, il rapporto con Olav si sarebbe mantenuto nel tempo, al punto da assumere per lui una funzione ufficiosa di consigliere. E sempre Ness dichiarerà come, proprio grazie a tale vicinanza, sin da adolescente fosse rimasto profondamente colpito dalle visite al palazzo reale di personalità di rilievo internazionale: un’affermazione che getta luce sull’immaginario formativo e sulle aspirazioni del giovane, aiutandoci a delinearne i primi tratti caratteriali e psicologici.
Nel 1911 — sebbene alcune fonti propendano per l’anno precedente —, a soli diciassette anni, Ness lasciò la propria famiglia e si trasferì negli Stati Uniti, stabilendosi a Chicago presso lo zio Jens Wilsberg, presso il quale rimase per circa sette anni. Durante quel periodo ottenne un titolo paragonabile a un baccalaureato in farmacologia, quando ancora negli Stati Uniti era sufficiente aver concluso l’istruzione primaria per accedere a simili percorsi formativi. Da quel momento in poi, iniziò a firmarsi «Dr. Ness», benché tale titolo non corrispondesse a un vero dottorato (PhD) riconosciuto in ambito accademico.
Successivamente, si trasferì a Minneapolis, dove, in società con un imprenditore locale, aprì una piccola farmacia — da non confondersi, per struttura e finalità, con le moderne farmacie commerciali(nota 2). Quella fase della sua vita coincide con un periodo cruciale per la storia della medicina occidentale: da pochi anni era stata scoperta la penicillina, e l’intero settore farmaceutico si trovava al centro di una profonda ristrutturazione, destinata a sfociare nella concentrazione monopolistica che prenderà il nome di Big Pharma.
È proprio in quegli anni che la potente dinastia dei Rockefeller, già protagonista del comparto petrolifero, avviò una strategia sistematica di acquisizione di farmacie e laboratori, giungendo in breve tempo al controllo egemonico del mercato farmaceutico statunitense³. Ogni attività concorrente venne progressivamente assorbita o estromessa. L’ingresso di Ness in quel mondo, seppure in scala ridotta, avvenne dunque in un contesto dominato da una rapida convergenza tra interessi economici, sanitari e politici, destinata a ridefinire il volto della medicina moderna.(nota 3)
E così, dopo appena tre anni, e malgrado gli affari fossero fiorenti, Henry H. Ness decise di vendere la propria farmacia. Secondo quanto dichiarò egli stesso, aveva smarrito ogni stimolo personale in quel settore. Accettò dunque un’offerta da parte della famiglia Rockefeller, cedette l’attività a condizioni vantaggiose e ne ricavò ampi profitti. Poco dopo, accettò un impiego presso la Standard Oil — multinazionale operante in un ambito a lui fino ad allora del tutto estraneo — dove rimase in servizio fino al 1924.
È opportuno ricordare che la Standard Oil — successivamente disgregata per dare origine a colossi come Chevron, Exxon, Mobil, ecc. — era di proprietà della potentissima famiglia Rockefeller, d’origine Cazara aschenazita e di orientamento sionista, in stretta alleanza con altre dinastie bancarie internazionali: Rothschild, Warburg, Morgan, DuPont, solo per citare le più note. Tali famiglie furono coinvolte, secondo alcune ricostruzioni storiche autorevoli, nella genesi del fenomeno Hitler in Germania, in rapporti occulti con i Gesuiti, e in numerosi snodi storici decisivi degli ultimi secoli. Si sostiene inoltre che esse figurino, fin dal 1913, tra i proprietari effettivi della Federal Reserve, la Banca Centrale degli Stati Uniti d’America.
All’interno della Standard Oil, Ness fu inizialmente assegnato al settore vendite — si trattava, naturalmente, di grandi commesse contrattuali con governi e nazioni, inclusa l’Italia — e vi fece carriera rapidamente, fino a ricoprire incarichi di rilievo. Godette costantemente della protezione della dinastia cazara dei Rockefeller,(nota 4) che lo aveva preso sotto la propria ala, considerandolo un investimento strategico. Lo formarono, lo sostennero e — si direbbe oggi — ne curarono il profilo. Del resto, Henry H. Ness era già stato attenzionato da giovane, ai tempi della sua permanenza in Norvegia, quando frequentava il Palazzo Reale e intratteneva rapporti personali con colui che sarebbe divenuto Re Olav V di Norvegia.
Nel 1919 contrasse matrimonio con Anna Molgaard, donna di origine danese, dalla quale ebbe sei figli, tre dei quali risultano ancora in vita alla data in cui viene redatto questo testo (maggio 2021).
5. La collaborazione con Frank B. Gigliotti
La collaborazione tra Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti fu costante, diretta e strategica, poiché entrambi operavano sotto la supervisione di medesimi centri di potere sovranazionale, i cui interessi trascendevano le semplici dinamiche religiose o missionarie. Il legame fra i due non fu né occasionale né sporadico, ma metodico e strutturato, come dimostrano non solo i documenti ufficiali, ma anche un corposo scambio epistolare oggi in mio possesso.
Sebbene risiedessero in località assai distanti — il primo a Seattle, il secondo in California — non si limitarono a comunicare per via telefonica o epistolare, ma prediligevano l’incontro personale, soprattutto in occasione di trattazioni delicate. È attestato che, prima di ciascun viaggio di Henry H. Ness in Europa, i due si incontrassero sempre di persona. L’analisi delle lettere testimonia come la preferenza per gli incontri diretti non fosse casuale, ma dettata da motivazioni operative e dalla necessità di riservatezza strategica. In almeno tre viaggi di Ness in Europa — quelli del 1946, 1947 e 1948, i cui itinerari sono stati ricostruiti con precisione — si conferma la presenza di tali incontri preparatori.
Secondo l’organo ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia, «Risveglio Pentecostale» (Anno IX, n. 4, 1953, p. 13), il pastore Henry Ness avrebbe compiuto un ulteriore viaggio nel maggio del 1953, visitando le principali chiese ADI da lui fondate. Tuttavia, tale dato non è stato finora verificato documentalmente e, per quanto mi riguarda, ho sospeso le ricerche su questo punto.
I contenuti specifici degli incontri tra Ness e Gigliotti non sono noti nella loro interezza (per quanto a mia conoscenza), ma una parte significativa dello scambio epistolare consente di individuare i temi principali delle loro conversazioni. Tra questi, spicca la pianificazione — in parte già definita come inganno deliberato — della fondazione delle «Assemblee di Dio in Italia», intesa come struttura organizzativa imposta ai pentecostali italiani con finalità non esclusivamente ecclesiali.
È ragionevole ipotizzare ulteriori incontri tra i due, anche se, ad oggi, quelli documentati con certezza coincidono con i viaggi europei di Ness. Alcuni di questi colloqui si svolsero anche negli Stati Uniti, presso la sede centrale delle Assemblies of God a Springfield, Missouri, con il consenso e talora su suggerimento dell’allora Segretario Generale Joseph Roswell Flower e del Direttore delle Missioni Noel Perkins. Entrambi — come suggerisce l’analisi incrociata di diversi documenti — ebbero un ruolo significativo nella genesi e nell’impianto geopolitico del fenomeno ADI e meriterebbero, a loro volta, un’indagine approfondita da parte di ricercatori seri.
6. La Conferenza dei Ventuno a Parigi?
I viaggi di Henry H. Ness non erano mai improvvisati. Venivano pianificati nei minimi dettagli, orchestrati con scrupolo quasi maniacale, e si articolavano attorno a un’agenda fitta di appuntamenti ad altissimo livello. Egli incontrava realì, capi di Stato, vertici militari, autorità ecclesiastiche di ogni confessione, e stringeva rapporti con personalità chiave dell’intelligence internazionale, pur viaggiando — ufficialmente — in qualità di «pastore evangelico». La sua missione pubblica era quella di predicare, fondare chiese, e promuovere la libertà religiosa in Europa; tuttavia, non v’è dubbio che egli operasse simultaneamente su altri fronti, spesso ben più delicati.
Particolarmente emblematico, in tal senso, è il suo secondo viaggio in Europa, quello del 1947, passato alla storia per l’udienza con Papa Pio XII, l’incontro riservato con il rabbino capo David Prato e per la posa delle fondamenta della futura organizzazione delle «Assemblee di Dio in Italia». Ma non fu tutto. In quei medesimi giorni, Henry H. Ness si recò anche a Parigi, dove, come riportato dal Corriere del Bellinzonese, ebbe luogo quella che fu definita la «Conferenza dei Ventuno».
Tale espressione, sebbene impropria, si riferiva alla fase finale della Conferenza di Pace di Parigi — tenutasi tra il 29 luglio e il 15 ottobre 1946 —, che vide coinvolte le ventuno nazioni vincitrici della Seconda guerra mondiale, e che gettò le basi per il nuovo ordine mondiale postbellico. L’Italia vi prese parte in maniera indiretta, come potenza sconfitta, e lo strumento di ratifica del relativo Trattato di Pace fu firmato solo il 4 settembre 1947 dall’allora Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, non senza tensioni con il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e il ministro degli Esteri Carlo Sforza.
Ora, ci si chiede legittimamente: che cosa ci faceva Henry H. Ness a Parigi in un simile contesto? Che ruolo poteva rivestire un «pastore evangelico» nel bel mezzo di trattative geopolitiche riservate, alla presenza di diplomatici, giuristi e plenipotenziari delle principali potenze mondiali? È verosimile ritenere che la sua presenza fosse dovuta a motivazioni di natura spirituale? O piuttosto dobbiamo considerare l’ipotesi, assai più plausibile, che la copertura religiosa celasse incarichi ben più strategici, conferitigli da organismi internazionali collegati all’intelligence atlantica e a reti massonico-sioniste attive nel ridisegnare gli equilibri religiosi e culturali del dopoguerra?
Chi erano i suoi referenti diretti? Per conto di chi agiva realmente Henry H. Ness? Quale mandato implicito portava con sé, camuffato sotto la veste del missionario, del mediatore evangelico, del fondatore di chiese?
La risposta, per quanto ancora parziale, si cela nei documenti trascurati, nelle lettere non pubblicate, nei circuiti internazionali che lo proteggevano e nei quali egli si muoveva come un uomo-ponte, capace di passare da un’ambasciata a una sinagoga, da un palazzo vaticano a una loggia coperta, mantenendo ovunque il medesimo profilo: discreto, riservato, operativamente efficace. Ness non era soltanto presente a Parigi nel momento in cui si ridisegnavano i confini giuridici e spirituali dell’Europa: egli vi partecipava, in forma riservata, come emissario di interessi superiori, al servizio di un’agenda transconfessionale, transnazionale e, forse, anche transgovernativa.
Coraggio studiosi e ricercatori onesti, mettetevi all’opera!
7. Il primo protestante a mettere piede in Israele
Nel corso del 1948, in uno dei momenti più turbolenti e al contempo fondativi della storia contemporanea, Henry H. Ness si distinse — secondo diverse fonti — come il primo pastore protestante a mettere piede nel neonato Stato di Israele. La sua visita, tutt’altro che ordinaria, avvenne tramite un volo speciale partito da Roma e destinato ad Haifa, riservato esclusivamente a cittadini ebrei, dal momento che all’epoca non esistevano ancora collegamenti di linea regolari con il Paese appena nato.
Una volta atterrato, Henry Ness fu accompagnato a Tel Aviv con una scorta militare messa a disposizione dalle neocostituite forze armate israeliane — un trattamento che, per modalità e protocolli, lo accomuna ai viaggi analoghi compiuti da Frank B. Gigliotti e Umberto Gorietti nell’aprile 1947 in Sicilia, pochi giorni prima della strage di Portella della Ginestra (cfr. The Pentecostal Evangel, 24 maggio 1947, p. 7). Tali viaggi, ufficialmente motivati da intenti religiosi, nascondevano quasi sempre finalità sovrapposte: missionarie da una parte, ma strategiche e politiche dall’altra, spesso riconducibili a interessi sovranazionali.
La domanda sorge spontanea: cosa spinse Henry H. Ness a recarsi in Israele in un momento così critico e instabile? Qual era la vera natura della sua missione? Per conto di chi operava realmente? A quali interlocutori — religiosi, politici, militari — si rivolse durante la sua permanenza?
Per comprendere la portata e il significato di questo viaggio, è indispensabile collocarlo nel preciso contesto storico. Dopo la dichiarazione d’indipendenza dello Stato di Israele il 14 maggio 1948, l’estate fu dominata dalla prima guerra arabo-israeliana, scoppiata in seguito all’invasione di Israele da parte di cinque eserciti arabi. Proprio nel mese di luglio, ad esempio, ebbe luogo l’Operazione Dani, con la conquista di Lydda e Ramle da parte dell’IDF (Israel Defense Forces). Sul piano interno, venivano gettate le fondamenta istituzionali del nuovo Stato, con la nascita della Corte Suprema e l’introduzione della lira israeliana. Ma soprattutto, tra giugno e luglio 1948, David Ben-Gurion istituiva ufficialmente i servizi di intelligence dello Stato ebraico, riorganizzando le funzioni dell’intelligence militare della Haganah in tre entità distinte: lo Shin Bet per la sicurezza interna, l’Aman per l’intelligence militare e, infine, il Mossad, destinato alle operazioni clandestine all’estero.
È in questo scenario che emerge con forza la figura bifronte di Henry H. Ness: da un lato, missionario evangelico, da sempre legato a circuiti protestanti e interconfessionali; dall’altro, intermediario riservato, già coinvolto in operazioni diplomatiche ad alta sensibilità, con forti legami con la famiglia Rockefeller e la struttura nascente dell’International for Christian Leadership (ICL). Ness possedeva il profilo ideale per una presenza tattica in Israele in quel momento: norvegese d’origine, protestante di formazione, ma profondamente coinvolto in reti sioniste e filo-israeliane attive sin dagli anni Trenta, molte delle quali interconnesse con ambienti statunitensi di intelligence e potere economico.
La sua visita non fu dunque un semplice atto di solidarietà religiosa, ma probabilmente parte di una più ampia strategia di raccordo tra cristianesimo evangelico, sionismo e costruzione dello Stato d’Israele. Si trattava, con ogni evidenza, di una missione coperta, operata sotto l’egida della religione, ma volta a garantire il raccordo tra la leadership protestante filo-americana e le nascenti strutture dello Stato ebraico.
A tutt’oggi, i dettagli dell’agenda di Henry H. Ness in Israele restano coperti da riservatezza. Ma i segnali, le modalità, i contatti e i tempi rendono innegabile il fatto che non si trattò affatto di un semplice viaggio per la misisone evangelica.
Coraggio studiosi e ricercatori onesti, mettetevi all’opera!
8. L’adulterio e le dimissioni
Nel 1949, Henry H. Ness, fondatore e presidente del Northwest Bible Institute (oggi «Northwest University») e pastore della Hollywood Temple di Seattle, fu coinvolto in uno scandalo che segnò profondamente la sua carriera. Secondo fonti dell’epoca, Ness fu accusato di aver intrattenuto una relazione “inappropriata” con una studentessa significativamente più giovane, identificata come Ruth Cox. Nonostante si provò già allora a coprire la storia la notizia esplose. Queste accuse portarono le autorità ecclesiastiche e accademiche a “consigliargli” fortemente di rassegnare le dimissioni sia dalla guida della Hollywood Temple che dalla presidenza del Northwest Bible Institute. Nonostante gli sforzi per mantenere riservata la vicenda, la notizia si diffuse, causando un notevole turbamento nella comunità religiosa locale.
La partenza di Ness lasciò un vuoto significativo nelle istituzioni che aveva contribuito a fondare e sviluppare. Dopo un periodo di ricerca, la presidenza del Northwest Bible Institute fu affidata a Charles E. Butterfield, che implementò riforme strutturali e accademiche per rafforzare l’istituto.
9. L’Ictus
Nel 1950, Henry H. Ness fu colpito da un ictus cerebrale che compromise gravemente le sue facoltà neurologiche. A seguito dell’evento acuto, fu sottoposto a un intervento chirurgico intracranico estremamente delicato, il quale — pur avendo evitato conseguenze più drammatiche — lo segnò in modo permanente, sia sul piano fisico che su quello emotivo. Da quel momento, la sua capacità oratoria ne risultò gravemente compromessa, e la predicazione, che fino ad allora era stata la sua cifra distintiva, divenne per lui un esercizio arduo e frammentario.
Fino a quell’episodio, Ness era considerato uno dei più influenti, dinamici e carismatici esponenti delle «Assemblies of God USA», e non pochi lo indicavano come probabile futuro Sovrintendente Generale della denominazione, qualora non fosse intervenuto quel drammatico arresto. La sua traiettoria, già avviata verso posizioni apicali, subì così una battuta d’arresto definitiva, che ne mutò il corso esistenziale.
Anche per questo motivo, Henry Ness non farà più ritorno in Italia. Il suo ultimo viaggio documentato nel nostro Paese risale al 1949, in occasione dell’inaugurazione del locale di culto di via dei Bruzi a Roma, immobile che egli stesso aveva promosso e finanziato. In quella circostanza, predicò personalmente, malgrado le voci sullo scandalo dell’adulterio con Ruth Cox fossero già note a Umberto N. Gorietti, che tuttavia preferì non sollevare alcuna opposizione formale alla sua presenza.
È significativo che l’organo ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia (Risveglio Pentecostale, 1953) affermi che Ness avrebbe visitato nuovamente l’Italia nella primavera di quell’anno. Tuttavia, non è stato possibile reperire alcun riscontro documentario a supporto di tale notizia, come già accennato nel paragrafo 4. Alla luce dell’ictus subìto nel 1950, un viaggio transatlantico sarebbe apparso quanto meno improbabile, se non del tutto inattuabile.
Naturalmente, un personaggio complesso e sfaccettato come Henry H. Ness non si spostava mai per una sola ragione. Anche i suoi viaggi «missionari» rispondevano, con ogni probabilità, a mandate superiori, provenienti dai circuiti finanziari e strategici che ne sostenevano le attività. È pertanto legittimo domandarsi quanto delle sue trasferte fosse realmente legato all’evangelizzazione, e quanto, piuttosto, a incarichi paralleli di natura diplomatica, geopolitica o d’intelligence.
10. Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di Washington
Dopo l’ictus del 1950, Henry H. Ness ridusse significativamente la sua attività di predicazione. Tuttavia, per un breve periodo, servì come pastore in una piccola chiesa a Oakland, California, avvicinandosi così al collega e amico di tante merende Frank B. Gigliotti. Successivamente, intraprese una carriera nel sistema penitenziario, culminando nella nomina a Presidente del Consiglio per le Condanne e le Libertà Vigilate dello Stato di Washington (equivalente, per portata e funzioni, al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel contesto italiano contemporaneo) nel 1950, incarico che mantenne per sei anni.In questo ruolo, Ness continuò il suo ministero, predicando ai detenuti e mantenendo la Bibbia ben visibile sulla sua scrivania, pronto a testimoniare la sua fede a chiunque incontrasse.
11. Il cancro e la morte
Nel corso degli ultimi anni della sua vita, Henry H. Ness fu progressivamente consumato da una grave sindrome neurologica che aveva avuto inizio con l’ictus cerebrale del 1950 e si era poi aggravata con l’insorgenza di forme croniche di dolore neuropatico, tra cui una nevralgia facciale severa, cefalee persistenti e rigidità muscolare mandibolare, che resero sempre più difficoltosa la predicazione pubblica, fino a renderla impossibile. Per gestire tali sofferenze, Ness fece ricorso a potenti analgesici — presumibilmente barbiturici e derivati oppiacei — i quali, con il tempo, compromisero ulteriormente il suo equilibrio neuropsicologico, già gravemente intaccato.
A questi sintomi si sovrappose una patologia oncologica di natura cerebrale. L’evoluzione della malattia fu progressiva e crudele, segnandolo nel corpo e nella mente. Ness, che in gioventù era stato un oratore brillante e un uomo di visione, si ritrovò così ridotto al silenzio e al dolore, isolato, dimenticato dai suoi stessi collaboratori, e devastato nella dignità personale. Era un uomo che si spegneva a piccoli passi, con piena coscienza di sé.
Nel 1970, all’età di settantacinque anni, la sofferenza fisica e l’angoscia interiore raggiunsero un punto di non ritorno. Ness pose volontariamente fine alla propria vita, sparandosi uns revolverata alla tempia con una pistola regolarmente registrata all’interno del suo studio. Per quanto le fonti ufficiali abbiano spesso taciuto o edulcorato l’accaduto, e sebbene le prove citate da G. Butindaro nel volume “La massoneria smascherata” sembrino essere misteriosamente scomparse dal web dopo la pubblicazione del libro, una copia cartacea inequivocabile è in mio possesso e ne attesta senza possibilità di smentita la veridicità.
La parabola finale di Henry H. Ness — predicatore, teologo, farmacista, dirigente penitenziario, agente d’influenza, oratore motivazionale, relatore di rapporti internazionali e figura cardine nella fondazione delle «Assemblee di Dio in Italia» — si chiude nel segno di una tragedia silenziosa, sottratta ai riflettori, consumata nella penombra del dolore e del disincanto.
Una morte volontaria, la sua, che lungi dall’essere relegata a gesto estremo di disperazione, va compresa come atto consapevole, ultimo sigillo di una biografia irrisolta: essa rivela la complessità di un’esistenza vissuta ai margini e al cuore delle grandi tensioni del suo tempo — tra idealismo spirituale e compromesso politico, tra vocazione religiosa e servizio a poteri sovranazionali, tra il pulpito e la loggia, tra l’unzione e la strategia.
Ness fu un uomo liminale, attraversato da forze spesso contraddittorie, prigioniero di un’identità plurima che lo portò ad agire su più livelli della storia, spesso in modo invisibile, a volte ambiguo, sempre determinante. E se è vero che fu dimenticato da coloro che da lui avevano ricevuto più di quanto fossero disposti ad ammettere, è anche vero che la sua fine getta una luce cupa ma rivelatrice su ciò che lo aveva preceduto.
Chi serviva davvero Henry H. Ness? A chi rispondeva? Quale prezzo ha pagato per la sua lucida obbedienza a ordini multipli, spesso confliggenti? La sua tragica uscita di scena — compiuta con un gesto definitivo, radicale e irreversibile — pone una domanda che nessun revisionismo potrà mai eludere: dove termina la fede e dove comincia la manipolazione in quegli uomini che si ergono, simultaneamente, come apostoli e come emissari?
12. L’ignominia del pentecostalismo itaiano, specie le ADI
E tuttavia, malgrado Henry H. Ness si fosse prodigato in ogni modo per la causa del pentecostalismo italiano, malgrado avesse fatto confluire ingenti somme di denaro — un autentico Piano Marshall evangelico — nelle casse, e talvolta persino nelle tasche, di predicatori italiani; malgrado avesse messo a disposizione contatti, appoggi, protezioni e una rete diplomatica che aprì ai pentecostali porte fino ad allora inimmaginabili; malgrado, soprattutto, fosse stato il vero artefice della fondazione delle «Assemblee di Dio in Italia» (ADI); la sua morte, avvenuta nel marzo del 1970, non venne minimamente riportata su alcun organo ufficiale dell’organizzazione che da lui traeva legittimazione storica ed esistenza giuridica.
Un silenzio tanto clamoroso quanto deliberato.
Un silenzio che non può essere ascritto a mera disattenzione o a un’imbarazzata reticenza umana, ma che appare come una strategia precisa di rimozione e occultamento, orchestrata da chi aveva tutto l’interesse a cancellare il nome di H. Ness dalla memoria ufficiale per evitare che certe domande riemergessero, e che certe verità venissero alla luce.
Perché — ci si deve chiedere — le Assemblee di Dio in Italia non hanno annunciato la morte del loro fondatore?
Quale codice di fedeltà e quale teologia dell’oblio può giustificare tale omissione?
Francamente, non mi sorprende. Lo stesso trattamento, ugualmente vile e infame, fu riservato — seppure per motivi differenti — anche a Luigi Francescon, pioniere del risveglio pentecostale in Italia, quando nel 1964 passò a miglior vita. Anche in quel caso, il silenzio fu assordante, eppure rivelatore. Perché Francescon era un pericolo, perfino da morto: troppo puro, troppo indomabile, troppo vicino all’origine. Per l’istituzione, era necessario disinnescarne il ricordo, spegnerne la voce, trasformarlo in reliquia muta.
Ma nel caso di Ness, la colpa fu diversa e ben più grave: egli aveva visto troppo, saputo troppo, fatto troppo. E in quella fase finale della sua vita, non era più utilizzabile a scopi di legittimazione interna. Al contrario: la sua biografia ormai spezzata, la sua salute compromessa, i suoi legami internazionali ingombranti, la sua fine tragica e volontaria, avrebbero potuto mettere in discussione tutta la narrazione agiografica delle ADI come opera “pura”, “santa”, “invisibile” dello Spirito Santo.
È dunque in questo silenzio — non casuale, ma strategico — che si rivela la natura profondamente utilitaristica, ingrata e omertosa dell’istituzione.
Un silenzio tanto più eloquente in quanto in aperto contrasto con la prassi consuetudinaria della denominazione, che da sempre pubblica necrologi per i pastori defunti, elogiandone persino gli aspetti più ordinari del ministero anche dove non ci sono ma solo perché in linea con la narrazione ufficiale.
Così, Henry H. Ness, colui che pose le fondamenta stesse della principale organizzazione pentecostale italiana, viene relegato al non detto, all’indicibile. Non perché non meriti menzione, ma perché la sua sola menzione costituisce una minaccia alla memoria selettiva del potere.
E il silenzio che lo ha avvolto, come una seconda sepoltura, grida oggi più forte di qualsiasi elogio postumo. Ecco le ragioni di questi cenni biografici.
13. Il piano Marshall evangelico e il primo Convegno pastorale a Catania

Il primo a coniare l’espressione «piano Marshall evangelico» per indicare l’imponente flusso di aiuti provenienti dalle comunità evangeliche americane verso le chiese evangeliche europee fu, nel 1950, il barone William Fray von Blomberg. Si tratta di una figura peculiare e controversa, legata da fraterna amicizia a Henry H. Ness, anch’egli — come il barone — incardinato in circuiti massonici, ambienti d’intelligence e organici all’Ordine dei Cavalieri di Malta, struttura da sempre sotto l’influenza della Santa Sede. Un personaggio, dunque, che meriterebbe maggiore attenzione da parte degli studiosi per il ruolo discreto ma incisivo che ha ricoperto in una fase cruciale della riorganizzazione del protestantesimo europeo.
Von Blomberg accompagnò Henry H. Ness in numerosi viaggi in Europa. Insieme visitarono diverse chiese pentecostali italiane e, nell’agosto del 1948, presenziarono al primo Convegno pastorale delle neocostituite Assemblee di Dio in Italia. Queste ultime, pur essendo nate de facto nell’agosto del 1947, si costituirono come ente giuridico solo il 22 maggio 1948, presso lo studio notarile di Carmelo Schillaci a Roma, in forza dell’entrata in vigore della Costituzione italiana il 1° gennaio dello stesso anno.
È dunque a Catania che si tenne il primo Convegno pastorale delle ADI legalmente riconosciute. La scelta del luogo non fu affatto casuale. In quella stessa città, Henry Ness aveva infatti acquistato un vecchio deposito — che in passato aveva anche servito da stalla — con l’intento di restaurarlo e convertirlo in locale di culto. Si tratta dello storico edificio di via Juvara 46, destinato a ospitare per circa quarant’anni la comunità pentecostale locale. Durante i lavori di ristrutturazione, Ness volle lasciare un segno visibile della propria identità esoterica, facendo apporre — proprio al centro della sala — un simbolo massonico inequivocabile: la stella a otto punte.
Tale simbolo, non privo di implicazioni iniziatiche, sarebbe stato riproposto decenni dopo anche nel nuovo locale di culto di via Susanna 82, suggellando una continuità iconografica che, lungi dall’essere fortuita, sembra testimoniare il perdurare di legami sotterranei tra ambienti pentecostali locali e cerchie esoteriche di matrice massonica.
Esattamente al centro dell’aula, Ness fece apporre il simbolo massonico della stella a otto punte, cifra iconica della sua firma esoterica. Un dettaglio apparentemente marginale che, tuttavia, manifesta un’intenzionalità precisa: quel sigillo non era decorazione, ma dichiarazione di appartenenza. Singolare — ma non sorprendente — che lo stesso simbolo sia riapparso, a distanza di molti decenni, nell’attuale locale di culto di via Susanna 82, a suggellare una continuità simbolica che pare testimoniare il persistere di relazioni non trascurabili tra alcuni ambienti pentecostali locali e circuiti esoterici d’ispirazione massonica.
Di particolare interesse risulta anche la scelta dell’ubicazione: via Juvara 46, nel cuore del quartiere popolare di San Cristoforo, zona storicamente connotata da un’elevata densità criminale, che nel secondo dopoguerra era considerata tra le aree più problematiche della città. Chi scrive ebbe modo di frequentare quel locale nel 1984, all’età di quindici anni, quando si avvicinò per la prima volta all’ambiente pentecostale. Il quartiere, all’epoca, conservava intatto il suo profilo marginale, ed era notoriamente noto per aver dato i natali e ospitato l’ascesa criminale del boss mafioso Benedetto “Nitto” Santapaola, figura di spicco di “Cosa Nostra”.
È fatto risaputo che in quegli anni, a Catania, non si apriva alcuna attività — nemmeno un banco di frutta — senza il consenso implicito o esplicito della mafia locale. Come spiegare, allora, la possibilità di aprire un locale di culto pentecostale proprio in quella zona senza subire alcun tipo di pressione o opposizione? Si deve forse supporre che l’autorizzazione — o almeno la tolleranza — sia giunta da livelli superiori alla stessa criminalità organizzata? Massoneria, apparati di intelligence e altri centri di potere paralleli potrebbero aver garantito una sorta di immunità ai pentecostali in virtù di interessi convergenti?
Quanto al simbolo della stella a otto punte, ci si chiede: chi, in un ambiente composto in larga parte da credenti semplici e scarsamente istruiti — in un’Italia in cui l’analfabetismo era ancora largamente diffuso — avrebbe potuto concepire, volere e realizzare un intervento iconografico di matrice esoterico-massonica? È evidente che si trattò di una decisione deliberata da parte di un soggetto dotato non solo di competenze esoteriche, ma anche dell’autorità legale necessaria a modificarne l’assetto strutturale e simbolico. E tale soggetto — senza ombra di dubbio — fu Henry H. Ness. Il locale, infatti, apparteneva giuridicamente alle Assemblee di Dio americane, le quali lo concessero in comodato d’uso ai pentecostali italiani, e Ness, che agiva formalmente come rappresentante di tale organizzazione, ne esercitava il pieno controllo operativo.
Rimane infine una domanda cruciale, che la memoria storica non può eludere: perché la mafia non ostacolò mai l’attività della chiesa pentecostale di San Cristoforo? Anzi, secondo quanto riferitomi da membri anziani della comunità negli anni Ottanta, ogni tentativo di disturbo proveniente dalla microcriminalità fu prontamente bloccato. Non dalle forze dell’ordine, ma da ordini impartiti «dall’alto». La domanda resta aperta: da chi provenivano tali direttive? E per quali finalità?
Dopo questa digressione sul locale di culto di Catania, è opportuno tornare a riflettere sul primo Convegno Pastorale ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia. Il predicatore ospite fu proprio Henry H. Ness, il quale, in quell’occasione, si fece accompagnare dal Barone William Fray Von Blomberg — personaggio enigmatico, di cui non è affatto certa neppure la genuinità della conversione a Cristo. La sua presenza, più che suscitare fiducia, solleva interrogativi, tanto più che la sua biografia personale si intreccia con ambienti massonici, diplomatici e paramilitari, oltre che con l’Ordine dei Cavalieri di Malta, storicamente legato alla sfera vaticana.
Va osservato, a questo punto, un dato che non può considerarsi marginale: non vi è più traccia di Luigi Francescon, malgrado fosse ancora in vita. Sparisce altresì Nicola Di Gregorio, che fino al 1946 aveva partecipato attivamente ai convegni pentecostali. Così, in modo pressoché definitivo, il principale artefice del risveglio pentecostale italiano, Luigi Francescon, viene estromesso dalla narrazione storica. Non farà pervenire nemmeno un messaggio di saluto, né una lettera, né un segnale di adesione.
D’altronde, tale assenza appare coerente con quanto già si andava delineando: i pentecostali italiani, in un brevissimo arco temporale, avevano abbandonato i principi dei loro padri fondatori per allinearsi con figure espressione di ben altri poteri. Si erano, per così dire, «venduti per una minestra di lenticchie» agli agenti di influenza dell’intelligence statunitense, i quali offrivano denaro, protezione, visibilità — ma anche controllo e subordinazione.
Un passaggio epocale e drammatico, che segnò la sostituzione simbolica e materiale dei pionieri, quali Francescon, Lombardi e Di Gregorio, con personaggi come Von Blomberg, Gigliotti e Ness: figure ambigue, ambivalenti, incuneate nei gangli profondi del potere atlantico, le cui finalità andavano ben oltre il semplice sostegno a una rinascita religiosa.
Quanto alla figura del Barone Von Blomberg, essa merita un approfondimento autonomo. La sua biografia si staglia come un nodo cruciale per comprendere il quadro geopolitico e spirituale che gravita attorno alla nascita delle Assemblee di Dio in Italia.

Tuttavia, i culti serali di questo primo Convegno ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia si svolsero presso il tempio della Chiesa Valdese di Catania, gentilmente concesso in uso per l’occasione. Tale concessione appare, in retrospettiva, tutt’altro che scontata. La comunità valdese catanese aveva conosciuto un periodo di relativo splendore negli anni ’40, raggiungendo una soglia di circa 230 membri comunicanti. Tuttavia, nel corso del secondo conflitto mondiale, le attività religiose furono interrotte, e ripresero solo nel 1946, con non poche difficoltà, poiché molti fedeli non fecero mai ritorno.
È importante sottolineare che fino a quel momento non si era mai registrata alcuna forma di collaborazione o dialogo tra il mondo valdese e quello pentecostale. Anzi, i valdesi — influenzati dalla loro impostazione teologico-liberale e storicamente ostili a fenomeni religiosi carismatici — guardavano ai pentecostali con sospetto, considerandoli una setta a causa del loro fervente proselitismo e della loro estraneità rispetto alle strutture ecclesiali tradizionali.
Ci si domanda, allora, per quali ragioni i valdesi mutarono improvvisamente atteggiamento, arrivando non solo a cedere il proprio luogo di culto per una conferenza pentecostale, ma addirittura ad invitare Henry H. Ness a predicare durante il culto domenicale mattutino. Una scelta che, per molti versi, appare in totale discontinuità con la linea storica e dottrinale della Chiesa Valdese.
La verità è che Henry H. Ness stava replicando a Catania lo schema già collaudato a Roma e Napoli: utilizzando le sue vaste connessioni — ecclesiali, diplomatiche e massoniche — per emancipare le neonate ADI dall’isolamento e guadagnare loro una rispettabilità agli occhi del protestantesimo storico, da sempre ostile al movimento pentecostale. Le Assemblee di Dio in Italia erano, in fin dei conti, una creatura di Ness, e in quanto tale egli si adoperava con ogni mezzo per garantirne lo sviluppo, la legittimazione e l’integrazione all’interno del tessuto religioso nazionale. E per farlo, si avvalse senza esitazione dei suoi contatti nei circuiti massonici e diplomatici.
Il pastore della Chiesa Valdese di Catania, in quell’anno cruciale, era il giovane Enrico Corsani (1914–2000), poco più che trentenne, da non confondere con l’omonimo antenato, anch’egli pastore, deceduto nel 1958. Il giovane Corsani era cugino del più celebre Bruno Corsani (1924–2008), insigne storico del cristianesimo, e aveva appena assunto l’incarico catanese dopo aver svolto un importante servizio nella cittadina di Riesi, in provincia di Caltanissetta. Qui, durante l’occupazione alleata della Sicilia, aveva collaborato con il comando americano in qualità di interprete, prestando assistenza al tenente Simonelli, nominato dal comando stesso come sindaco pro tempore della città, pur essendo questi privo di conoscenza della lingua italiana nonostante le origini italo-americane.
Il trasferimento di Corsani a Catania coincise con un passaggio delicato nella vita della comunità valdese locale: egli subentrava infatti al carismatico Teodoro Balma (1917–1994), noto intellettuale e teologo, la cui impronta culturale e pastorale era stata intensa ma anche divisiva. Corsani si trovava quindi a gestire una transizione complessa, all’interno di una comunità provata dalla guerra e in cerca di nuovi equilibri.
È in tale contesto che si intravede, con chiarezza sempre maggiore, l’invisibile regia di Henry H. Ness nell’organizzazione del primo Convegno pastorale delle ADI. Resta tuttavia da porsi una domanda tutt’altro che marginale: come fu possibile per Ness, che al tempo si trovava negli Stati Uniti — e in un’epoca in cui le comunicazioni internazionali non erano certo agevoli come quelle odierne — influenzare direttamente la logistica, i luoghi e i partecipanti del Convegno catanese?
È a questo punto che entra in scena un personaggio chiave, troppo spesso ignorato dalla storiografia ufficiale, e che funge da snodo essenziale tra il mondo valdese, le relazioni diplomatiche e le reti esoterico-massoniche nelle quali Henry H. Ness si muoveva con agio e competenza.
Il ponte di collegamento tra Henry H. Ness e i pastori valdesi che — contro ogni previsione teologica e consuetudine ecclesiale — misero a disposizione il proprio tempio per il Convegno pastorale delle neonate Assemblee di Dio in Italia, fu rappresentato da un personaggio di rilievo tanto discreto quanto decisivo: il Dott. Marcello Mochi.
Valdese, massone dichiarato e legato da rapporti di amicizia con il pastore Teodoro Balma, Mochi non fu soltanto un mediatore ideale tra due mondi apparentemente inconciliabili, ma un diplomatico di carriera con un passato dai contorni tutt’altro che trascurabili. Nel febbraio del 1947, egli venne nominato vice console italiano a Seattle, proprio la città dove risiedeva Henry H. Ness. Fu lì che i due uomini — pur provenendo da tradizioni e vocazioni differenti — stringeranno un’amicizia solida e duratura, cementata da incontri frequenti, anche in ambito familiare, e da una visione del mondo condivisa, afferente a reti di potere transnazionali.
Terminata la missione diplomatica negli Stati Uniti, il Dott. Mochi fu successivamente destinato alla sede consolare italiana di Calcutta, in un momento storico particolarmente delicato per il subcontinente indiano, che si apprestava a transitare dal dominio coloniale britannico alla piena indipendenza. Anche questo incarico non fu casuale: la presenza di un medico valdese, già noto per la sua intelligenza politica e le sue connessioni riservate, costituiva una garanzia per il governo italiano nell’ambito di una diplomazia parallela e profondamente intrecciata con i nuovi equilibri post-bellici.
Merita, peraltro, una menzione particolare il fatto che prima di intraprendere la carriera diplomatica, Marcello Mochi avesse esercitato la professione medica e che, durante il secondo conflitto mondiale, fosse stato al soldo dei servizi segreti tedeschi. Un dettaglio inquietante e tuttavia rivelatore, che getta ulteriore luce sulla complessità dei personaggi coinvolti nella fondazione del pentecostalismo organizzato in Italia e sull’intreccio sotterraneo tra chiese evangeliche, massoneria, diplomazia e intelligence internazionale.
Oh, quanto vi sarebbe ancora da raccontare sulla vera storia del pentecostalismo italiano.
Alcune domande di riflessione
Come già puntualizzato, ma vale la pena ribadirlo, i tredici paragrafi precedenti non ambiscono a costituire una biografia sistematica e completa di Henry H. Ness. Si è inteso, piuttosto, offrire spunti documentati, inediti e finora ignorati persino oltreoceano, al fine di stimolare ulteriori approfondimenti da parte di studiosi realmente interessati alla verità storica, non mediata né filtrata da narrazioni apologetiche. Alcuni frammenti aggiuntivi della biografia di Ness, per quanto parziali e spesso depurati di ogni contenuto controverso, possono essere rintracciati negli articoli del Dott. Francesco Toppi — storico presidente delle Assemblee di Dio in Italia — e negli archivi delle Assemblies of God USA, dove viene testimoniata, ad esempio, la sua partecipazione all’inaugurazione del locale di via dei Bruzi 9–11, a Roma, destinato a diventare la sede nazionale della denominazione da lui stesso fondata.
È tuttavia giunto il momento di interrogarsi con rigore e onestà intellettuale. Le domande che seguono non ambiscono a fornire risposte definitive, ma a squarciare il velo della convenzione storica che ha finora tenuto nell’ombra snodi cruciali della parabola pentecostale italiana.
- Com’è possibile che in un arco temporale tanto breve — all’incirca un anno — il pentecostalismo italiano sia transitato dall’inarremovibile antidenominazionalismo dei suoi pionieri originari, poveri, illetterati ma ardenti di zelo (quali Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini, Luigi Menna e Nicola Di Gregorio), a un assetto dominato da architetti di denominazioni, colti, ben finanziati e collegati a potenti circuiti internazionali? Da dove provenivano, in effetti, i fondi che permisero a questi nuovi attori di muoversi con tanta disinvoltura e influenza? Chi erano — e per conto di chi operavano — personaggi come Baron William Fray Von Blomberg, Henry Hamilton Ness, Frank Bruno Gigliotti, Charles Fama, Patrick J. Zaccara, Francis J. Panetta, solo per citarne alcuni? Come si spiega la repentina metamorfosi di una comunità ecclesiale che aveva resistito con fermezza alla persecuzione fascista, pur di non piegarsi a strutture gerarchiche o denominazionali, ma che poi si lasciò sedurre — in modo quasi irreversibile — dalle promesse, dai finanziamenti e dalle lusinghe di emissari americani, ben inseriti nei giochi geopolitici dell’epoca?
- Com’è stato possibile che il pentecostalismo italiano, che fino a quel momento aveva dimostrato straordinaria coerenza spirituale e saldezza dottrinale, al punto da sopportare con dignità la persecuzione fascista per rimanere fedele all’evangelo primitivo (cfr. Giuda 3), abbia ceduto così repentinamente e con sorprendente facilità alle lusinghe e ai modelli organizzativi proposti da esponenti americani, spesso ambigui, che nulla avevano a che vedere con le origini carismatico-congregazionaliste dei primi pionieri?
- Com’è potuto accadere che, nel volgere di pochi mesi, sia stato rinnegato quell’anti-denominazionalismo tenace, ereditato direttamente da Luigi Francescon e William H. Durham, per abbracciare un denominazionalismo strutturato e verticistico che rappresentava, di fatto, una vera e propria mutazione teologica?
- Com’è spiegabile la rapidità con cui avvenne tale metamorfosi? La storia delle religioni insegna che le trasformazioni dottrinali profonde richiedono generazioni. Qui, invece, tutto si compì in pochi mesi.
- Perché Luigi Francescon, il padre riconosciuto del pentecostalismo italiano, non partecipò al convegno del 1946, limitandosi ad inviare Nicola Di Gregorio? Secondo quanto riportato da Francesco Toppi, la sua assenza fu giustificata da motivi di salute. Tuttavia, è lecito domandarsi quanto questa spiegazione sia fondata, considerando che nello stesso periodo Francescon si spostava agevolmente tra gli Stati Uniti e il Brasile, affrontando viaggi lunghi e complessi, ben più gravosi di una traversata verso l’Italia.
- Perché Francescon si defilò completamente dalla scena italiana, interrompendo ogni forma di corrispondenza e relazione con i pentecostali della Penisola? E perché, a partire dal Convegno di Catania del 1948, sparirono dalla scena anche Nicola Di Gregorio e tutti gli altri protagonisti del movimento nato a Chicago?
- Perché Luigi Francescon non rispose mai alle lettere — tuttora custodite negli archivi ADI — che Umberto Nello Gorietti gli scrisse, manifestando tra le righe un certo senso di colpa per l’istituzionalizzazione delle Assemblee di Dio in Italia? E perché nel 1958, allorché il giovane Francesco Toppi, trentenne, si recò a Chicago con il desiderio di incontrare personalmente Francescon per parlargli del nascente Istituto Biblico Italiano, tale visita gli fu negata da Nicola Di Gregorio? Secondo quanto scrisse lo stesso Toppi anni dopo in un articolo pubblicato su Cristiani Oggi, Di Gregorio giustificò il rifiuto affermando che Francescon era fermo nelle sue posizioni antidenominazionali, e che, data l’età avanzata, era meglio non turbarlo. Ma è davvero plausibile una simile spiegazione, considerando che in Brasile Francescon aveva creato una struttura organizzativa ben più articolata di quella italiana?
- Toppi ha realmente raccontato tutto? O vi erano altre ragioni, più profonde, che motivavano il suo insistente desiderio di incontrare Francescon, e l’altrettanto ostinata resistenza da parte di Di Gregorio?
- Che messaggio doveva Toppi consegnare o ricevere? Quale verità taciuta doveva essere discussa — o, forse, insabbiata — nel corso di quell’incontro mai avvenuto?
- Perché la sola presenza di Toppi avrebbe potuto turbare Francescon, se davvero non vi era nulla da nascondere?
Sono queste — e non altre — le vere domande a cui gli studiosi seri, non collusi e realmente appassionati alla ricerca storica, dovrebbero avere il coraggio di rispondere. Perché una verità storica che non sia disposta a interrogarsi sulle proprie contraddizioni, è destinata a perpetuare il mito anziché illuminare i fatti.

Era pressoché impossibile, per i pionieri del pentecostalismo italiano come Luigi Francescon e Giacomo Lombardi, competere con le figure emergenti del panorama evangelico internazionale nel secondo dopoguerra. Questi ultimi si presentavano con un profilo ben diverso: parlavano correntemente più lingue, possedevano una formazione teologica formalmente riconosciuta e, soprattutto, beneficiavano dell’aura carismatica del cosiddetto «mito americano» – mito abilmente alimentato da Hollywood, dalla stampa e dalla propaganda militare statunitense all’indomani della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.
Benché provenissero anch’essi dagli Stati Uniti, i pionieri italiani giunti da Chicago appartenevano a un’altra classe sociale: uomini umili, privi di titoli accademici, spesso autodidatti, e con competenze linguistiche assai modeste sia in inglese sia in italiano. La loro autorevolezza era fondata non su diplomi o cattedre, ma sulla coerenza spirituale, sul carisma personale e sulla testimonianza vissuta. Tuttavia, queste virtù – pure nobili e ispirate – non bastarono a resistere all’ondata travolgente che stava per investire il giovane movimento pentecostale in Italia.
Occorre dirlo con franchezza: la nascita delle Assemblee di Dio in Italia non fu affatto lineare, come si è voluto far credere in molte narrazioni ufficiali. Fu, al contrario, il prodotto di una fitta rete di trattative riservate, scambi epistolari segreti, accordi transatlantici e giochi di influenza portati avanti nel silenzio degli archivi. Basti pensare, ad esempio, ai documenti che attestano i contatti tra E. Rustici e le Assemblies of God USA mentre la guerra era ancora in corso – documenti che meriterebbero ben altra attenzione da parte degli storici.
Quella delle ADI è una genesi fatta di intrecci internazionali, di presenze enigmatiche – come Frank B. Gigliotti, Charles Fama, Baron William Fray Von Blomberg, Patrick J. Zaccara, Francis J. Panetta, H. Parli – che non piombarono certo in Italia per caso o per ispirazione divina. Possiamo davvero credere che Henry H. Ness sia giunto all’improvviso, dal nulla, come un Elia dei tempi moderni? Oppure fu inviato, sostenuto, finanziato e collocato in posizioni strategiche ben prima che le ADI fossero anche solo pensabili?
In tale contesto si inserisce il flusso considerevole di denaro che Henry H. Ness (o Nesh) fece confluire verso l’Italia. Tali risorse – distribuite con sapiente discrezione e indirizzate a figure chiave – fecero breccia nei cuori (e talvolta nelle tasche) di alcuni conduttori pentecostali locali, accuratamente selezionati per la loro posizione geografica e per l’influenza esercitata sulle comunità. Tra questi si ricordano, emblematicamente, V. Federico e R. Di Palermo in Sicilia, S. Anastasio nel Meridione, e U. Gorietti e R. Bracco a Roma, snodo fondamentale per le relazioni con il potere istituzionale, le ambasciate e, non da ultimo, la Santa Sede. Sarebbe oggi ingenuo escludere, a priori, che alcuni di questi personaggi potessero essere stati in qualche modo legati alla massoneria.
È così che nacquero le ADI. Non per un puro slancio spirituale, né per un’intuizione teologica collettiva, ma per effetto di un processo ben orchestrato in cui convergevano denaro, logistica, relazioni diplomatiche e un piano ideologico preciso. Senza quei finanziamenti strategici, senza quelle personalità influenti, senza quegli appoggi occulti, è lecito supporre che le Assemblee di Dio in Italia non sarebbero mai sorte, o almeno non nella forma attuale.
Il movimento pentecostale italiano dell’epoca era ancora profondamente congregazionalista e antidenominazionalista, ben più di quello americano. E soprattutto, viveva nella convinzione – oggi storicamente ingenua – di essere entrato in contatto diretto col cristianesimo apostolico, come se duemila anni di storia ecclesiastica fossero stati improvvisamente annullati. Questa visione, in parte mitica e in parte funzionale, era diffusa tra i semplici credenti e perfino tra alcuni responsabili. Io stesso, adolescente, ho creduto per un periodo a tale ingenuità, alimentata da conversazioni private con pastori e conduttori. In un’epoca priva di internet, priva di informazione critica, anche la favola più implausibile poteva sembrare verosimile.
Sì, anch’io sono stato ingannato. Ma oggi, con i documenti alla mano, con gli archivi aperti e con una coscienza storica più matura, è tempo di restituire a questa narrazione la sua verità: la nascita delle ADI non fu solo un atto ecclesiale, ma un prodotto storico, sociale, geopolitico, economico, psicologico, culturale, intelligence-oriented e spiritualmente strategico. E proprio per questo merita di essere studiata nella sua profondità interdisciplinare e nella sua complessità transnazionale.
Senza questi personaggi e senza il fiume di denaro che H. Ness fece confluire nelle casse (e talvolta anche nelle tasche di alcuni conduttori chiave) dei pentecostali italiani le ADI non sarebbero mai nate.
In linea con tutto quanto precedentemente esposto — e che qui si può a buon diritto definire come una vera e propria «colonizzazione americana» sul piano religioso, culturale ed economico, perfettamente sincronizzata con i mutamenti politici e sociali dell’Italia post-bellica —, Henry H. Ness si adoperò anche per il reclutamento di risorse umane che potessero incarnare la sua visione nel tempo. Tra queste, va segnalato il caso emblematico di due giovani italiane, Yvonne (Ivana) Altura e Maria Arcangeli, da lui invitate a frequentare il Northwest Bible Institute, l’istituzione accademica da lui fondata negli Stati Uniti, assumendosi personalmente l’onere economico della loro formazione. La prima, pressoché sconosciuta alla generalità dei pentecostali italiani, diverrà in seguito docente all’interno della stessa scuola biblica promossa da Ness.
Parallelamente, Ness fece confluire in Italia una quantità ingente di risorse finanziarie e materiali, tali da esercitare un’influenza decisiva — e, in alcuni casi, determinante — su alcuni esponenti chiave del movimento pentecostale italiano. Tra questi, V. Federico, R. Bracco, U. Gorietti, e un ristretto nucleo di artigiani e imprenditori calzaturieri, quali A. Pagano, S. Anastasio e A. Melluso: uomini pragmatici e radicati nei circuiti produttivi del sud Italia, ma evidentemente disponibili ad allinearsi a un progetto ecclesiale di più ampio respiro purché accompagnato da solidi incentivi materiali.
È noto che U. Gorietti, prima di emergere come figura di rilievo nella neonata denominazione, era legato da vincoli lavorativi con quegli stessi artigiani partenopei che gli garantivano il sostentamento. Henry H. Ness, acuto conoscitore della dinamica del potere economico e delle leve d’influenza sociale, comprese perfettamente il ruolo strategico che tali calzolai potevano giocare nella costituzione delle Assemblee di Dio in Italia. Sapeva bene che, per assicurarsi dei referenti affidabili sul territorio, occorreva offrire qualcosa di concreto in cambio. E lo fece.
Non è un caso che, negli anni successivi, molti di quei soggetti — già legati a doppio filo a Ness — videro la propria posizione economica migliorare sensibilmente: Gorietti si aprì un negozio in pieno centro a Roma, mentre i Melluso si trasformarono da semplici artigiani in affermati imprenditori del settore calzaturiero. Ma di questi sviluppi si parlerà in altra sede.
Tutto ciò, però, costituisce il retroterra storico di quello che, non a torto, è stato definito da taluni studiosi indipendenti un «tradimento teologico e storico dei pionieri pentecostali». La storiografia più attenta — e libera da vincoli ideologici — lascia ormai trasparire con sufficiente chiarezza che l’avvento delle ADI fu, in effetti, il risultato di una congiura silenziosa ma ben orchestrata, consumatasi alle spalle dei fondatori originari del movimento pentecostale italiano.
Gli investimenti americani in Italia
Fu sempre Henry H. Ness a far giungere un fiume di denaro ai pentecostali italiani. In modo particolare acquistò i locali di culto di Roma, Via dei Bruzi 9-11 ($25.000) e Catania, Via Juvara 46 ($13.000). Edifici che inizialmente furono di proprietà delle Assemblies of God USA che ne concessero l’utilizzo a titolo gratuito ai pentecostali italiani e solo successivamente furono donati alle “Assemblee di Dio in Italia” (ADI) quando riuscirono a ottenere il riconoscimento giuridico come Ente Morale.
Vi sarebbe da parlare anche di Napoli, perché vale la pena ricordare che le vicende della nota azienda di calzature Melluso s’incrociano con quelle della storia d’Italia e delle “Assemblee di Dio in Italia”, soprattutto nelle loro fasi iniziali. L’azienda dei cognati Melluso-Anastasio nasce in modo umile tra gli artigiani di scarpe del Rione Sanità inizialmente creata dall’allora diciassettenne Alfonso Melluso e dalla sua giovane e carismatica zia Addolorata Anastasio, la sorella più giovane di Salvatore Anastasio (1904-1984), nel 1945, proprio quando, casualmente, si muovono i primi passi per l’organizzazione pentecostale che da lì a poco avrebbe preso il nome di “Assemblee di Dio in Italia”. Ed è proprio questa azienda che “casualmente” ospiterà diversi convegni pastorali nazionali fondamentali per la storia delle “Assemblee di Dio in Italia”, a partire proprio dall’Assemblea costitutiva del 1946, del 1947, poi quella del 1950 con la creazione del primo “Consiglio Generale delle Chiese” in sostituzione del “Comitato Esecutivo”, fino all’Assemblea Generale del 1978 in cui viene eletto presidente Francesco Toppi al posto di suo “zio” Umberto N. Gorietti (zio della madre Gina Gorietti) e si approva lo Statuto annotato e il Regolamento Interno alle ADI e gli argomenti da inserire nell’Intesa con lo Stato visto che l’anno prima l’allora presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti aveva risposto positivamente alla possibilità di aprire le trattative per la stipula di un’Intesa con le ADI(nota 5). V’è un dettaglio non secondario che va detto in questo contesto, ed è che il papà del Nostro, Hans Ness, era anche lui casualmente un artigiano di scarpe. Hans Ness, aveva la bottega a poche decine di metri dal Palazzo Reale di Oslo e produceva scarpe su misura per l’aristocrazia norvegese, inclusa la famiglia reale di Norvegia. Quindi Henry H. Ness, pur avendo un baccalaureato in farmacologia e avendo lavorato per la Standard & Oil della potentissima famiglia sionista, di Cazari aschenaziti,(nota 4 bis) dei Rockefeller (associata con i Rothschild, i Warburg, i Morgan, ecc. nella creazione del fenomeno Hitler in Germania e in stretti legami con i Gesuiti), vi capiva qualcosa di questa professione. Una professione a cui era affezionato e a cui erano legati i ricordi della sua infanzia, per cui quando incontrò Anastasio e Melluso inevitabilmente riaffiorarono tanti ricordi e chissà che non sia stato egli stesso a consigliare ai calzolai napoletani di fare il salto di qualità dedicandosi a produrre calzature per le famiglie aristocratiche. Ecco, la storia pentecostale del dopoguerra è correlata da tutta una lunga serie di strane e incredibili “coincidenze”.
1. Napoli e l’azienda Melluso
Il patriarca della famiglia e fondatore, insieme ad Addolorata Anastasio, della nota azienda, Alfonso Melluso, era casualmente primo nipote di Salvatore Anastasio che casualmente era amico e datore di lavoro di colui che diventerà il primo presidente delle ADI, Umberto N. Gorietti, che casualmente faceva l’agente di commercio di calzature per donna nella città di Roma per conto della fabbrica di S. Anastasio da cui riceveva lo stipendio.
E Umberto N. Gorietti, sempre casualmente, era molto amico sia di Frank Gigliotti che di Henry Ness il cui padre, sempre casualmente, era calzolaio. Alfonso Melluso sarà iniziato sia alla fede pentecostale che all’imprenditoria casualmente proprio da S. Anastasio che, sempre casualmente, nel 1952 vincerà un viaggio negli Stati Uniti per un concorso indetto dalla nota casa cinematografica americana Metro Goldwyn Mayer e dalla compagnia aerea olandese KLM per la miglior vetrina di calzature commerciale d’Italia. I lettori attenti avranno notato che parlo di iniziazione alla fede pentecostale e non di “conversione”, e la terminologia non è casuale soprattutto in questo specifico caso.
Pertanto, l’allora giovane A. Melluso era vicino anche al primo presidente ADI Umberto N. Gorietti, sia per ragioni di lavoro che di fede, e casualmente conobbe i personaggi nominati in questo articolo. Ed è proprio in questo periodo che, sempre casualmente, capisce quanto sia importante integrare la lavorazione artigianale delle calzature con le nascenti tecnologie industriali fino a trasformare una piccola bottega a conduzione familiare in una delle realtà imprenditoriali più importanti del panorama industriale italiano.
Ecco, la storia pentecostale del dopoguerra è correlata da tutta una serie di incredibili coincidenze. In questo caso si evidenzia come l’arrivo a Napoli di Henry H. Ness coincida, sempre casualmente, non solo con la nascita delle “Assemblee di Dio in Italia” (nel 1947) e relativo investimento di cospicue somme di denaro per l’acquisto di immobili a Roma e Catania (nel 1948), ma anche con la svolta dell’allora piccolissima fabbrica a conduzione familiare dell’azienda “Melluso-Anastasio” perché proprio nel 1948, in concomitanza con l’arrivo di Ness a Napoli, investirà notevoli somme di denaro di cui non si conosce la provenienza per l’acquisto dei primi macchinari con le nascenti tecnologie industriali che le consentiranno di fare “il salto” aumentando la produzione, abbattendo i costi e trasformando una mini azienda familiare in una delle realtà imprenditoriali più importanti del panorama industriale italiano nel settore delle calzature. Ma non è tutto, perché sempre in questo periodo la sede dell’Azienda si trasferirà da un angusto sottoscala a un ampio e lussuoso immobile che consentirà di sistemare i costosissimi macchinari di nuova generazione che avrebbero consentito alla piccolissima azienda familiare di diventare un’industria internazionale. L’azienda si trasferisce, per la precisione, in un ex convento, cambiando pure zona. Non più nel popolare rione sanità, ma nel ricco quartiere di Capodimonte. Insomma, bisogna riconoscere che l’arrivo di Henry Ness, figlio di calzolaio, portò molta “fortuna” all’azienda Melluso.

Va detto, per inciso, che questo ex convento ha avuto per molti anni, sempre casualmente, una duplice funzione: quella di sede della nota azienda Melluso e quella di sede della comunità pentecostale ADI di Napoli, oltre che fungere da residenza della famiglia Pasquale Melluso (papà di Alfonso e cognato di S. Anastasio). Strane coincidenze, non è vero? Mi domando se furono le condizioni poste da Henry H. Ness ai calzolai pentecostali napoletani che ne avrebbero assunto la leadership in cambio di qualcosa. Ad ogni modo, stiamo parlando di una fabbrica dove per molti anni di giorno si costruivano bellissime calzature d’eccellenza (così come faceva in Norvegia il padre di Henry Ness) e poi a una certa ora, quando l’azienda chiudeva, si spostavano alcuni macchinari per svolgere le funzioni pentecostali. Insomma quello che voglio dire è che non è possibile scindere la storia delle “Assemblee di Dio in Italia”, soprattutto delle origini, da quella di queste aziende come è costretto ad ammettere persino A. Iovino quando scrive: “La Vitulli insieme alla Starlet, alla Melluso e alla D’Alessandro sono state aziende che non solo hanno scritto pagine significative della storia delle calzature in Italia, ma anche del movimento pentecostale”(nota 6). La sensazione è che con questa frase Iovino stia lanciando un messaggio a più destinatari, sia all’interno che all’esterno del pentecostalismo, reclamanado una certa paternità che alcuni potrebbero tendere a dimenticare..
Tuttavia, il 10 agosto 2021 è accaduto qualcosa di inaspettato che corregge questa versione. Beniamino Salvino, figlio di Addolorata Anastasio, ha lasciato un commento sul profilo facebook di A. Iovino in cui lo accusa di mistificare i fatti storici che racconta. La testimonianza Beniamino Salvino costituisce una fonte primaria perché testimone diretto di questi fatti, pure se allora era bambino, e per averle ascoltato i racconti della madre e degli zii.
Secondo il figlio di Addolorata Anastasio, in realtà Alfonso Melluso era piuttosto infastidito della presenza dei pentecostali in azienda al punto che a un certo punto avrebbe evitato di farli venire. Beniamino Salvino, aggiunge che le prime riunioni pentecostali di Napoli si svolgevano presso le tre abitazioni dei fratelli Anastasio, e cioè: Salvatore Anastasio, Giovanna Anastasio e Maddalena Anastasio. Se le cose stanno come dice il figlio di Addolorata Anastasio, A. Iovino mente continuando la tradizione tutta pentecostale che privilegia la narrazione agiografica e fiabesca piuttosto che una ricerca scientifica sincera e onesta. Ad ogni modo uno dei due mente: mente A. Iovino o mente B. Salvino? E perché uno dei due deve mentire su delle vicende che, tutto sommato, a prima vista potrebbero sembrare irrilevanti? Prendiamo atto che A. Iovino dopo pochi minuti cancellò quel commento dal suo profilo facendolo sparire. Qualcuno, però, ha fatto in tempo a scattare lo screenshot che alleghiamo.
2. Riflessioni
Naturalmente quei $38.000 dollari (quelli ufficiali) fatti giungere da Henry H. Ness per l’acquisto dei locali di culto di Roma e Catania rappresentavano un investimento importante da parte degli americani con un potere di acquisto che, rapportato a oggi, superava abbondantemente il milione e mezzo di euro (€ 1.500.000). Fu questa la somma di cui si ha traccia investita dagli americani per convincere i pentecostali italiani – più specificamente i leader di Roma e siciliani (e per convincere i napoletani?) -, a tradire i pionieri Francescon, Lombardi, Ottolini, ecc. per farli passare dalla loro parte. La Sicilia e la Campania erano, e lo sono ancora, le regioni con la più alta densità di pentecostali. Perciò ci si chiede se i napoletani, a differenza dei siciliani e dei romani, siano stati convinti dallo Spirito Santo ad aderire alla nascente organizzazione religiosa senza pretendere nulla in cambio oppure Ness abbia riservato qualche “aiutino” un po’ più particolare per loro, sopratutto in virtù delle amicizie che questi aveva con la potente famiglia dei Rockefeller. Eppure gli unici pentecostali italiani che allora potevano avere una qualche pretesa imprenditoriale si trovavano proprio a Napoli, ed erano Melluso e Anastasio. Ed essi erano impegnati, guarda caso, proprio nel settore tanto caro ad Henry H. Ness perché gli ricordava la sua infanzia. Infatti, Hans Ness, il papà di Henry, a Oslo aveva fatto il calzolaio di lusso, producendo scarpe personalizzate per l’aristocrazia norvegese. Tra i suoi clienti vi era la famiglia di Haakon VII, salito al trono nel 1905 come primo re di Norvegia dopo la separazione con la Svezia.Quindi Henry H. Ness, pur avendo un baccalaureato in scienze farmaceutiche e avendo lavorato per la “Standard & Oil” della potente famiglia sionista aschenazita dei Rockfeller (associata con i Rothschild e i Warburg nella creazione del fenomeno Hitler in Germania e in stretti legami con i Gesuiti), possedeva già un’infarinatura di questa professione a cui era, per ovvie ragioni, affezionato. Si capisce, quindi, come non sia difficile immaginare l’emozione che deve aver provato Henry H. Ness quando ha scoperto che il nucleo pentecostale di Napoli era composto in gran parte da una piccola azienda familiare di calzolai.
Ad ogni modo, tornando alla cifra investita in Italia, va specificato che i calcoli citati sono stati fatti per difetto perché ho voluto mantenermi basso. In effetti, se vogliamo dirla tutta, secondo le fonti consultate il potere d’acquisto può essere tranquillamente l’equivalente di tre milioni di euro di oggi(nota 7). Attenzione al termine usato. Ho usato la parola «INVESTIMENTO» e non «donazione» o «prestito», perché è questo il termine che venne ufficialmente messo per iscritto, nero su bianco, dai pentecostali colonizzatori americani. Anche questo costituisce un dettaglio tutt’altro che secondario, perché tecnicamente un investimento deve portare degli utili, trasformando la somma investita in capitale. Ed è qui che sorgono altre domande:
- Cosa ci hanno guadagnato le Assemblies of God americane in questa operazione per creare le “Assemblee di Dio in Italia”?
- Le Assemblies of God americane sono state le uniche a guadagnarci?
- Non solo, ma quel denaro da dove proveniva effettivamente visto che Henry H. Ness in quel periodo non navigasse nell’oro come provano sia una corrispondenza che la consultazione dei libri contabili dell’Università da lui fondata, entrambe in mio possesso? Perché in base a questa risposta possiamo capire chi e perché vi guadagnò in questa operazione.
- Chi sono i veri proprietari delle Assemblee di Dio in Italia (ADI) ?
- A quale entità superiore risponde il “Consiglio Generale delle Chiese”, anche se vi fosse una sola persona quale referente di poteri superiori che non sono nemmeno evangelici?
La cosa certa è che un investimento di questa entità non poteva essere ricambiato con un semplice “Grazie. Dio vi benedica!”, per cui è naturale che i pentecostali italiani avrebbero dovuto dare qualcosa in cambio. Ma cosa? Ed è qui che la storia del pentecostalismo italiano si fa ancora più interessante.
Lo ripeto: quella montagna di denaro da dove proveniva? Che tipo di rapporti intratteneva Henry H. Ness con Frank B. Gigliotti, i servizi segreti, le massonerie P1 e P2 o addirittura il potente boss mafioso Lucky Luciano, amico dello stesso Frank B. Gigliotti? Mi sembra più che lecito porsi queste domande.
Il potente boss mafioso Lucky Luciano, non va dimenticato, proprio in quei giorni, veniva estradato dagli USA e – sebbene fosse originario della Sicilia -, si trasferiva, guarda caso, proprio a Napoli dove intanto si stabilivano delle importanti basi militari americane e della NATO, ancora oggi presenti, e dove risiede il vero quartier generale del pentecostalismo italiano che non è mai stato a Roma, via dei Bruzi.
Lucky Luciano – che secondo molti ricercatori pare fosse diventato un agente della CIA -, va ad abitare in una lussuosa casa al Vomero. Oggi il Vomero è una congestionata zona residenziale e commerciale con un’alta densità abitativa, ma a quel tempo era un quartiere ameno, ricco ed agiato, sede di tanti villini in stile Liberty. Il potente massone e capo delle mafie italiane e americane a cui gli si riconosce il “merito” di avere creato la famosa commissione di Cosa Nostra (la “Cupola”), morirà, colpito da infarto, nel 1962 proprio nella città di Napoli, quindici anni dopo quel convegno, tenutosi sempre a Napoli, che aveva dato vita alle Assemblee di Dio in Italia. In effetti, guarda caso, i Convegni Nazionali fondamentali della storia delle Assemblee di Dio in Italia si sono sempre tenuti a Napoli dove, sempre guarda caso, vi è la sede dell’azienda Melluso che pare non abbia mai avuto problemi con la camorra e le mafie in genere, e che nei primi anni dalla nascita della propria azienda mise a disposizione i propri locali per i convegni nazionali. Come mai? Si tratta sempre di coincidenze?
Durante il suo lungo soggiorno a Napoli, Lucky Luciano venne mai a contatto con i pentecostali oppure anche lui come L. Gelli, secondo le parole di Alessandro Iovino, non li conosceva affatto e non sapeva nemmeno chi fossero addirittura gli evangelici? Si prega per favore di non ridere, pure se riconosco che è difficile, perché questa immensa sciocchezza l’autoproclamato «esperto di storia pentecostale» Alessandro Iovino (guarda caso nipote di A. Melluso e S. Anastasio e che ha sposato una Melluso) l’ha detta veramente com’è possibile ascoltare in questo video dal min. 10:00 al min. 11:00.
Inutile dire che si tratta di un’offesa all’intelligenza oltre che alla memoria stessa di L. Gelli. È immaginabile che una persona del calibro di L. Gelli con contatti internazionali di altissimo livello, con ramificazioni con i servizi segreti di mezzo mondo, per non parlare dei suoi provati contatti con evangelici a partire da quelli con i pastori Charles Fama e Frank B. Gigliotti della loggia P2 non sapesse addirittura nemmeno chi fossero gli evangelici? Un’immensa sciocchezza che peraltro è smentita dalla stessa Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 presieduta dall’allora On. Tina Anselmi il quale dimostra che non solo L. Gelli conoscesse molto bene gli evangelici, ma vi facesse affari con loro essendo stato reclutato proprio da Frank B. Gigliotti che A. Iovino, mentendo spudoratamente, nega. [QUI], [QUI] e [QUI]
D’altra parte, in che modo L. Gelli avrebbe mai potuto essere il «burattinaio d’Italia» – per usare il titolo che A. Iovino ha voluto dare al “suo” libro su Gelli (io non credo affatto che Gelli fosse il burattinaio ma semmai un utile burattino di poteri sovranazionali) -, se poi aveva gravi lacune di questo genere? Siamo di fronte ai Misteri della fede pentecostalese o evangelichese se preferite. È più facile credere a Babbo Natale e a Batman che ad una baggianata di tale portata. Mi sono spesso domandato il motivo per cui A. Iovino abbia detto questa immensa sciocchezza e mi sono spesso chiesto: ma «ci è o ci fa» o, se preferite, è un’analfabeta funzionale oppure è in mala fede? Sinceramente non l’ho capito. E mi sono pure domandato se queste uscite maldestre di Iovino siano sue oppure gli siano state suggerite.

Che Lucky Luciano e la Mafia siciliana ebbero un ruolo importante nello sbarco degli Alleati in Sicilia nel 1943, è lapalissiano. Così com’è certo e documentato che la cerniera tra questi due mondi furono la massoneria e i servizi segreti. E di come tutto ciò s’incrocia con la nascita delle «Assemblee di Dio in Italia» se ne parla nella pagina dal titolo: “1943-1946: Sbarco degli “Alleati” e fine della persecuzione”.
3. Le Assemblee Generali delle «Assemblee di Dio in Italia»
Una piccola parentesi va dedicata alle vicende connesse ai Convegni nazionali amministrativi delle Assemblee di Dio in Italia (ADI) che successivamente, a norma di Statuto, assumeranno il nome di «Assemblee Generali». Se si vanno a studiare uno per uno questi convegni, si scoprirà che tutti quelli fondamentali per le Assemblee di Dio in Italia, quelli in cui sono state prese decisioni di importanza storica per la denominazione ADI, non si sono tenuti a Roma, come qualcuno potrebbe pensare, ma sempre e solo a Napoli. E questo è accaduto pure durante le prime due presidenze romane, quelle di Umberto N. Gorietti e Francesco Toppi.
Si tratta sempre di coincidenze oppure dobbiamo pensare che il vero centro direzionale delle ADI in realtà sia sempre stato a Napoli? Vediamo qualche esempio:
- Il Convegno o Assemblea generale del 1946 a cui partecipa Henry H. Ness si tenne a Napoli. Ed è questa la data (28 settembre – 1 agosto) quando Henry Ness incontrerà personalmente, per la prima volta, i calzolai pentecostali napoletani Melluso e Anastasio, ma avevano comunque già conosciuto l’anno prima il referente di Ness, il pastore Herman Parli che aveva già parlato di loro a Ness.
- Il Convegno o Assemblea generale del 1947 in cui si costituiscono le «Assemblee di Dio in Italia», si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 1950 in cui nasce il «Consiglio Generale delle Chiese», in sostituzione del Comitato Esecutivo, si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 1957 in cui furono trattati importanti argomenti a carattere strutturale come quello di creare una forma assicurativa e di previdenza per i ministri, poi diventato «fondo Fidea», si tenne a Napoli.
- L’Assemblea Generale del 1977 che vide le dimissioni del primo presidente Umberto N. Gorietti e l’elezione di F. Toppi, si tenne a Napoli.
- L’Assembla Generale del 1978, in cui venne approvato lo Statuto annotato e il Regolamento Interno alle ADI e gli argomenti da inserire nell’Intesa con lo Stato, si tenne a Napoli.
- Tutte le Assemblee Generali dal 1979 (a Napoli) al 1989 estremamente importanti perché avrebbero dato una nuova struttura alle ADI che avrebbero portato alla firma delle intese, si tennero ininterrottamente presso il Centro Comunitario Evangelico di Roccamonfina (Caserta), che come sanno tutti nelle ADI è comunque regno delle famiglie calzolai di Napoli (Melluso, Anastasio e intanto si era aggiunto D’Alessandro attraverso matrimoni incrociati).
Che strane coincidenze non è vero?
Si pensi che nel 1991, persino lo storico presidente delle ADI Francesco Toppi scrisse con una nota di stupore mista a soddisfazione, come se avesse raggiunto un traguardo, che :
“Erano ben 38 anni, dal lontano 1953, che l’Assemblea Generale delle A.D.I. non si svolgeva più a Roma”
(Cristiani Oggi, Anno X, N. 10, del 16-31 maggio 1991, p. 6)
C’è ancora qualcuno che non ha capito dove si trovi la vera cabina di regia delle «Assemblee di Dio in Italia»?
- In tempi più recenti, l’Assemblea Generale del 2007, quando Felice A. Loria è stato eletto presidente al posto di F. Toppi che era andato in emeritazione, in quale città pensate che si sia tenuta? Ecco, bravi, sempre a Napoli.
L’unica eccezione, che PARE (ma non è così) interrompere questa “strana” tradizione tutta napoletana (a partire, però, dall’arrivo di Henry Ness in Italia e non prima) è l’ultima Assemblea generale, quella del 2019, in cui viene eletto presidente Gaetano Montante. Quest’ultima, si è tenuta in Toscana, a Chianciano (Siena), a due passi dalla sede della tesoreria generale delle ADI, il cui conto è aperto da decenni presso la «Banca del Monte dei Paschi» – salita alla ribalta per le vicende legate alla massoneria -. Come interpretare l’interruzione, più unica che rara, di questa tradizione napoletana ce l’ho, ma per il momento preferisco non dirla.
Insomma, non è alquanto singolare che ad eccezione dell’ultima «Assemblea Generale», le elezioni di tutti i presidenti delle chiese ADI siano avvenute sempre a Napoli? Non è alquanto singolare che tutte le decisioni vitali per l’organizzazione ADI siano state prese sempre a Napoli? Naturalmente anche queste sono solo coincidenze giusto?
4. Napoli: capitale del pentecostalismo italiano
Appare evidente che la capitale del pentecostalismo italiano non è mai stata Roma e nemmeno in Sicilia dove vi è la più alta concentrazione di pentecostali, ma è sempre stata Napoli. A Roma, in via dei Bruzi, vi è sempe stata la sede lagele, ma la cabina di regia è sempre stata a Napoli.
Ed è singolare che a dirlo sia il pastore valdese Giorgio Bouchard, in odore di massoneria, già presidente della «Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia» (FCEI) -, in un articolo apparso su un numero di «Riforma», di luglio 2014, in occasione della presentazione del libriccino di A. Iovino sulla vita di Alfonso Melluso. Come mai?
Sia chiaro che tutti i personaggi nominati – viventi e defunti -, sono (o sono stati) legati alla massoneria. Si noti, tra le altre cose, che G. Bouchard fa riferimento ai Rockefeller come finanziatori del pentecostalismo brasiliano. Pertanto, in merito a questo articolo sorgono alcune domande:
- Perché Bouchard inserisce la notizia che i Rockefeller hanno finanziato il pentecostalismo in Brasile? Appare un dettaglio superfluo nel contesto dell’articolo.
- Tranne che non voglia alludere forse che i Rockefeller hanno finznanziato anche il pentecostalismo italiano schermandolo tramite l’azienda di calzature Melluso che sono diventati i referenti?
- Perché i Rockefeller hanno finanziato il pentecostalismo in Brasile? Quale vantaggio ne traevano?
- I Rockefeller hanno finanziato anche il pentecostalismo italiano? Se sì, perché?
- C’entra qualcosa Henry H. Ness, il fondatore delle “Assemblee di Dio in Italia” e amico di Alfonso Melluso e S. Anastasio, visto che era stato un importante funzionario della Standard & Oil di proprietà proprio dei Rockefeller a cui aveva venduto la propria piccola azienda farmaceutica?
- I Rockefeller continuano ancora oggi a finanziare le chiese pentecostali in Brasile e forse anche in Italia e altre parti del mondo magari indirettamente tramite ONG e industriali “filantropi”? Se sì, perché?
- Nell’articolo di Bouchard emerge un gap che non può non destare più di un sospetto. G. Bouchard, non spiega in che modo sia avvenuto il passaggio dei piccoli artigiani Melluso da conduzione familiare nel povero Rione Sanità a quello di una delle più importanti industrie europee con sede a Capodimonte. Un passaggio che non spiega nemmeno il libriccino di Iovino recensito. Ci si limita a raccontare la storiella che l’azienda Melluso è sorta nel 1945 (nel 1946 H. Ness veniva in Italia e fondava le chiese pentecostali ADI) ma non ci viene detto da dove siano arrivati i soldi che hanno consentito a questi piccoli artigiani a conduzione familiare di acquistare le macchine tecnologicamente avanzate e di ultima generazione che ne hanno consentito il salto per creare una grande industria. Come mai?
- Cosa vuole dire Bouchard quando nell’articolo scrive di Napoli (città dei Melluso) come la «capitale morale del pentecostalismo italiano»? vuole forse dirci che i Melluso sono i referenti dei Rockefeller e che a loro è stato affidato il controllo dei pentecostali italiani visto che questa dinastia ha dei referenti in quasi tutte le nazioni? D’altra parte, è noto che nella suddivisione del “potere” dell’élite di banchieri aschenaziti, ai Rockefeller è stato affidato il controllo del mondo protestante, nello specifico quello pentecostale, tramiteloro referenti come, ad esempio, le ONG di G. Soros. Se fosse così, allora Napoli sarebbe non la «capitale morale», ma la «capitale immorale» del pentecostalismo italiano.
5. La biografia di A. Melluso, il giovane saggio del pentecostalismo italiano
Quanto al libriccino di A. Iovino sulla vita di Alfonso Melluso, già nel titolo contiene un riferimento all’esoterismo massonico se letto con opportune lenti iniziatiche. L’aggettivo «saggio», o «savio», oltre al significato ovvio e letterale, ne ha un altro nascosto e simbolico. Nel linguaggio esoterico, questo aggettivo indica la saggezza spirituale che coincide con la scoperta della conoscenza segreta: «la pietra ritrovata».
Lo stesso significato lo ritroviamo presso i filosofi greci, come Platone e Pitagora, come pure nella tradizione ermetica, basata sugli insegnamenti dell’antico dio egiziano Hermes Trismegitusi e nella massoneria, inclusa quella ebraica. Si pensi, ad esempio, ai «Protocolii dei Savi di Sion», legati al sionismo, il cui titolo dice già tutto.
Peraltro, non può non colpire significativamente l’analogia tra il titolo originale della nota opera sionista, «Protocolli dei 𝐒𝐚𝐯𝐢 𝐀𝐧𝐳𝐢𝐚𝐧𝐢 di Sion», con il titolo del libro di A. Iovino, «Alfonso Melluso: il 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐞 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 del pentecostalismo italiano». Insomma, savi anziani (sionisti) e savi giovani (pentecostali).
E se alle origini del risveglio pentecostale, quelli italiani non avessero la più pallida idea di cosa fossero «I Protocolli dei Savi di Sion», i pentecostali americani già cento anni fa li conoscevano e li combattevano perché li consideravano un’opera diabolica e massonica che preparava la strada all’ascesa dell’anticristo, come prova la pagina di questo numero del 1920 di “The Pentecostal Evangel” l’organo ufficiale delle Assemblies of God americane. Naturalmente la posizione moderna delle «Assemblee di Dio americane» è totalmente mutata. Mentivano allora oppure metono adesso?
Conclusione
Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla –Edmund Burke
Sinceramente, vi sarebbe tantissimo altro da scrivere, ma già sono stato abbastanza prolisso per essere un articolo. Qui mi sono voluto limitare a pochissimi fatti salienti, per lo più inediti, che ho voluto raccontare per suscitare interesse e stimolare gli studiosi a cercare la vera verità storica, perché la storia del pentecostalismo italiano, quella vera, è ancora tutta da scrivere. La narrazione che ci è stata data da tutti i volumi di storia pentecostale pubblicati fino ad oggi appartiene al genere agiografico, anzi è una favoletta da relegare alla nebulosa sfera della mitologia ben lontana dalla verità.
Tutti i volumi sul pentecostalismo italiano pubblicati fino ad oggi, ripetono tutti più o meno la stessa filastrocca e hanno tutti – chi più chi meno -, lo stesso difetto di origine in quanto dipendono per lo più dalle faziose ricostruzioni di F. Toppi. E non mi riferisco solo ai circuiti pentecostali, che comprensibilmente hanno tutto l’interesse a nascondere i fatti scomodi della loro storia, ma anche ai falsi super partes come i contributi di personaggi legati a diversi circuiti (Valdesi, Wesleyani, Cesnur) che invece ne sono complici. E la ragione consiste nel fatto che hanno tutti la stessa cabina di regia. Insomma tutti narrano la solita e ormai ammuffita filastrocca. Mi domando quando degli storici seri e obiettivi si decideranno a scrivere una storia sul pentecostalismo italiano veritiera. Pochi giorni fa ho avuto uno scambio di battute con l’autoproclamato “esperto di pentecostalismo”, tale A. Iovino che non ha mai sdoganato documenti, che non ha mai prodotto nulla di originale, che non ha mai prodotto alcuno scoop tale da obbligarci a revisionismi storici, eppure solo perché è incuneato in circuiti massonici pensa di impressionare ostentando competenze che non possiede. Francamente, fino ad oggi non leggo da parte di alcuno contributi seri e approfonditi che narrino la vera verità storica del pentecostalismo italiano, ma come si suol dire: la speranza è l’ultima a morire.

Forse è perché sono consapevoli di questo che all’ Istituto Biblico Italiano, dopo circa sessan’tanni, la storia del movimento pentecostale è stata declassata? (secondo quanto mi hanno riferito) Non lo so, né francamente m’interessa. Tuttavia, per scrivere la storia servono i documenti, e i documenti ci sono, credetemi. Vanno solo cercati. Tutto quello che ho scritto qui è perfettamente documentato ma per mia scelta ho deciso, almeno per il momento, di non pubblicare questi documenti, perché ciò che è frutto di fatica e sudore è sempre più apprezzato rispetto a quello che ci piomba addosso da solo! Perciò, rimboccatevi le mani, “fatevi coraggio, mettetevi all’opera, e il SIGNORE sia con chi è buono” (2Cr 19:11). Qualora qualcuno volesse soddisfazioni su quanto qui espresso, sono pronto a esibire tutta la documentazione nelle opportune sedi, anche perché, com’è ovvio, qui mi sono limitato di molto.
Passiamo ai consigli per i ricercatori della vera verità storica. Sappiano costoro che la consultazione degli archivi delle ADI e di altre denominazioni è importante (vd. ad esempio le corrispondenze private di R. Bracco e di Gorietti), ma se non vi fanno entrare vi fermate? No, bisogna andare oltre. Allora, conosco questi archivi e se pensate di trovarvi tutto v’illudete di grosso. Nel caso specifico di Henry H. NESS (NESH), ad esempio, il grosso del materiale non si trova negli archivi ADI e non ce l’hanno nemmeno i familiari (peraltro già da me contattati diversi anni fa) ma bisogna recarsi personalmente in loco, a Seattle, a Washington DC, ma anche in Italia (in particolare a Roma, Napoli e Catania), Portogallo e non solo nelle biblioteche, ma Municipio, Ufficio delle entrate, risalire alle visure storiche catastali, ecc. ad esempio. Bisognerebbe recarsi in Norvegia, cosa che io non ho fatto perché poi ho smesso di interessarmi di queste tematiche.
Proprio in questo stesso articolo, se viene letto con le opportune lenti, vi sono indicazioni che i ricercatori veri sapranno cogliere a differenza degli autoproclamati storici comodamente seduti nelle loro torri d’avorio pronti ad approfittare delle faticose ricerche altrui per poi inserirli nei loro libri mistificando i fatti. Adesso, sta ai veri ricercatori decodificare questo articolo e mettersi all’opera, perché c’è molto da scoprire e le ricerche su internet da sole non bastano. È necessario spostarsi fisicamente. Una volta fatto questo, poi unisci i punti. Buon lavoro ricercatori!
Il mio augurio è che qualcuno si rimbocchi le maniche e si metta finalmente a fare seriamente ricerche e a scrivere una storia del pentecostalismo italiano VERITIERA, una storia avvincente fatta di luci (poche) e ombre (molte) e la racconti in modo obiettivo, imparziale e completo, senza nascondere nulla. Però, perché questo avvenga sono necessari: onestà intellettuale, competenze, imparzialità, intuito e conoscenza diretta del fenomeno pentecostale per averlo vissuto, perché solo chi conosce il pentecostalismo dal di dentro è poi in grado di cogliere certe dinamiche e interpretarle. Naturalmente servono altri documenti rispetto a quelli che sono saltati fuori fino ad oggi, e, lo ripeto, questi vi sono. Sono tantissimi i documenti che devono essere ancora sdoganati, ma proprio tanti tanti. Bisogna solo mettersi alla ricerca e scovarli. Chissà che le ADI e le altre denominazioni pentecostali non si decidano un giorno ad aprire al pubblico i loro archivi. Tanto non hanno nulla da nascondere, giusto? Sarebbe un inizio. Per il momento, per conoscere la vera storia del pentecostalismo italiano non ci rimane che aspettare, anche perché sono persuaso che se si vogliono raccontare davvero tutti i fatti, senza nascondere nulla, un volume non sarà sufficiente, ma saranno necessari svariati volumi suddivisi per anni.
La vita e le vicende dei fondatori delle ADI, Henry Hamilton Ness (Nesh) e Frank Bruno Gigliotti, furono talmente intense, complesse e piene di colpi di scena che secondo me meriterebbero addirittura un film. E lo dico senza ironia e con sincera convinzione. La storia del pentecostalismo italiano è bella, avvincente, piena di colpi di scena, paradossi e contraddizioni. È una storia che s’intreccia inevitabilmente con la storia d’Italia, ma anche con quella d’Eruropa e degli Stati Uniti nel contesto della “guerra fredda”, e non solo. Prima di concludere, stavo quasi per dimenticarlo, a non trascurare Hermann Parli (1916-1998) – l’uomo utilizzato come «apri pista» – malgrado i contatti epistolari privati di E. Rustici con le Assemblies of God americane -, per infiltrare Henry H. Ness tra i pentecostali italiani perché anche lui faceva parte di circuiti particolari. E sarà sempre lui l’interprete ufficiale che Henry H. Ness vorrà sempre al suo fianco.
Nella foto sotto, per gli attenti osservatori, è possibile scorgere diversi segnali massonici. Buon lavoro ricercatori.
copyright di F. Chinnici
Note
1. I primi agenti (costruttori) che H. Ness utilizzò per la costruzione delle “Assemblee di Dio in Italia” furono davvero una manciata: Vincenzo Federico, Rosario Di Palermo (Sicilia), Salvatore Anastasio (Campania), Umberto Gorietti e Roberto Bracco (Roma). Vi sono seri indizi ed elementi concreti per ipotizzare che con molta probabilità almeno quattro di loro fossero stati cooptati in massoneria. (Torna su)
2. Non si deve commettere l’errore, tanto diffuso quanto ingenuo, di sovrapporre la figura del farmacista dei primi decenni del Novecento a quella odierna. Si tratta, in realtà, di due professioni profondamente distinte per formazione, per funzioni e per impianto epistemologico. La storia della farmacologia, sospesa tra scienza sperimentale e residui sapienziali, ha attraversato fasi plurime: da quella alchemica, intrisa di simbolismo e ritualità, a quella chimica, regolata dalla riproducibilità empirica e dal principio attivo. Non è un caso che il termine greco φάρμακον (phármakon) designasse originariamente una sostanza ambivalente, capace di guarire o avvelenare, e che il suo derivato φαρμακεία (pharmakeía) fosse associato nell’antichità — come nelle Scritture — a pratiche magico-sacrali, incantesimali e persino demoniache (cfr. Galati 5,20; Apocalisse 18,23). La Bibbia, in particolare, utilizza pharmakeía in senso fortemente negativo, associandola alla stregoneria, alla seduzione spirituale e alla perdizione idolatrica, come attestano sia la Settanta che il greco koinè del Nuovo Testamento. Tale semantica duplice — cura e inganno, terapia e sortilegio — attraversa per intero la lunga vicenda della farmacologia occidentale.
Un esempio illustre della medicina erboristica d’età imperiale è offerto da Pedanio Dioscoride, medico, botanico e farmacologo greco, attivo nel I secolo d.C. presso la corte di Nerone. La sua opera De materia medica costituì per secoli un pilastro insostituibile della farmacopea greco-latina, rielaborata più volte nel Medioevo e nel Rinascimento. Ma è solo tra Otto e Novecento che la farmacia occidentale conosce una profonda mutazione: si passa infatti da una prassi ancora artigianale — fondata su preparazioni manuali, competenze botaniche e ricettari manoscritti — a una produzione centralizzata, industriale, razionalizzata secondo criteri economico-finanziari.
Protagonista di questa svolta fu la famiglia Rockefeller, che tra il 1900 e il 1940 passò dalla supremazia nel settore petrolifero a un controllo capillare del nascente settore farmaceutico. È noto come John D. Rockefeller, ispirandosi al padre — figura ambigua e controversa, incline al millantato credito e alla vendita di rimedi pseudoterapeutici — intuì l’enorme potenziale economico della medicina industriale. La sua strategia si concretizzò con l’istituzione della Rockefeller Foundation (1913), della General Education Board, e con il sostegno finanziario al celebre Rapporto Flexner (1910), redatto per la Carnegie Foundation, che determinò la chiusura di centinaia di scuole di medicina indipendenti. Il paradigma terapeutico veniva così riformulato su base biochimica, monopolizzato da università private selezionate e affidato all’egida dell’American Medical Association, controllata in parte dagli stessi interessi fondazionali.
In questo contesto si colloca anche la modesta attività farmaceutica di Henry H. Ness, che visse e lavorò nel mezzo di questa trasformazione epocale. Va ricordato che, fino al 1925, i corsi di farmacia negli Stati Uniti duravano due o tre anni e richiedevano solo il completamento dell’istruzione primaria. Dopo tale data, gli standard furono elevati: il ciclo divenne quadriennale e venne richiesto il diploma di High School. Tuttavia, la formazione rimaneva in buona parte pratica e multidisciplinare: si studiavano la chimica applicata, la botanica farmaceutica, la farmacognosia, la legislazione sanitaria e — non di rado — anche il latino, indispensabile per l’uso delle ricette.
Le farmacie dell’epoca erano generalmente articolate in due ambienti: un laboratorio interno, dove il farmacista preparava medicamenti, unguenti, distillati, polveri e sciroppi; e un ambiente esterno, aperto al pubblico, dove si esponevano vasi in vetro, erbe officinali e droghe vegetali. La professione richiedeva, in sintesi, una solida padronanza di tecniche estrattive, conoscenze di fitoterapia, elementi di chimica analitica e dimestichezza con le Farmacopee ufficiali — raccolte normative fornite dallo Stato — ma anche con i ricettari privati, spesso manoscritti, che tramandavano saperi empirici, formule segrete e preparazioni extrafarmaceutiche (inchiostri, coloranti, dolciumi, pirotecnia…).
In quegli stessi anni, i Rockefeller e altri gruppi di potere iniziarono ad acquisire migliaia di farmacie e laboratori indipendenti, assorbendoli in una rete capillare che avrebbe portato alla nascita di colossi farmaceutici internazionali. Fu l’inizio della trasformazione dell’arte farmaceutica in industria del farmaco, e della cura in strumento di governance biopolitica. In altre parole, era l’alba della Big Pharma.
Fonti: https://aihp.org/wp-content/uploads/2018/12/AACP-D.pdf; https://cen.acs.org/articles/83/i25/PHARMACEUTICAL-GOLDEN-ERA-193060.html (torna su)
3. La radicale riconfigurazione della medicina occidentale, che dalla prima metà del Novecento in poi ha assunto i contorni di un paradigma industriale globalizzato, trova il proprio momento germinale nella figura emblematica di John Davison Rockefeller (1839–1937). Plutocrate di confessione battista, primo miliardario americano, fondatore dell’impero petrolifero Standard Oil e tra i padri dell’oligarchia corporativa moderna, Rockefeller incarnò un modello di espansione egemonica fondato sull’integrazione verticale delle industrie strategiche: petrolio, chimica, finanza, sanità.
Alla fine del XIX secolo egli controllava il 90% delle raffinerie petrolifere degli Stati Uniti. L’atomizzazione forzata della Standard Oil, imposta nel 1911 dalla Corte Suprema, diede origine a colossi come Exxon, Mobil e Chevron, che tuttora dominano il mercato. Ciò che meno si racconta, però, è il legame tra questo impero e l’origine della medicina moderna. Il padre di John, William Rockefeller, era noto per vendere «elisir miracolosi» e rimedi di dubbia efficacia — e tale esperienza giovanile si sarebbe rivelata determinante per l’orientamento futuro del figlio.
A cavallo tra XIX e XX secolo, la scoperta dei derivati petrolchimici — tra cui la Bakelite (1907), prima plastica sintetica — aprì scenari inediti. I laboratori iniziarono a isolare vitamine e principi attivi, scoprendo che da idrocarburi raffinati era possibile sintetizzare molecole farmacologiche stabili e replicabili. Per Rockefeller, tale rivoluzione costituiva l’occasione perfetta per fondere in un’unica strategia l’industria del petrolio, della chimica e della medicina.
Vi era però un ostacolo: la medicina naturale, omeopatica e botanica — eredità congiunta dell’Europa galenica e delle tradizioni dei nativi americani — era ancora largamente praticata negli Stati Uniti. Quasi metà dei medici e dei college erano orientati a un approccio olistico e personalizzato alla salute. Per sopprimere tale concorrenza, Rockefeller diede avvio a una strategia di controllo sistematico dell’informazione, della formazione e del mercato.
Il primo passo fu l’acquisizione, silenziosa ma sistematica, di farmacie e dispensari indipendenti — compresa, secondo fonti attendibili, anche quella gestita da Henry H. Ness. Il secondo passo fu l’applicazione di uno schema destinato a diventare un classico della strategia del controllo sociale: quello che oggi viene definito, in ambito critico, «problema–reazione–soluzione». Si tratta di un meccanismo sofisticato in tre fasi: generare un problema (reale o indotto), suscitare una reazione emotiva e politica nella popolazione, quindi offrire una soluzione preordinata che, in condizioni normali, non sarebbe stata accettabile. Questo schema — perfezionato all’inizio del XX secolo in campo medico — è stato ampiamente riprodotto anche nella storia recente.
Un esempio emblematico è rappresentato dalla promulgazione del Patriot Act negli Stati Uniti, successivamente agli attentati dell’11 settembre 2001. Il testo fu fortemente sostenuto da John David Ashcroft, Procuratore Generale degli Stati Uniti sotto la presidenza di George W. Bush, noto per essere un massone dichiarato e un pentecostale attivamente inserito in circuiti politici legati a strutture d’élite. La sua figura incarna una sintesi paradigmatica tra religiosità evangelica, tecnocrazia securitaria e affiliazione massonica — a conferma di come certi meccanismi strategici non siano confinati al passato, ma rappresentino una logica ricorrente nelle tecnologie del potere.
Anche nel caso di Ashcroft, la minaccia (il terrorismo), la reazione (il panico sociale) e la soluzione (l’architettura giuridica del controllo) vennero orchestrate secondo lo stesso paradigma operativo che Rockefeller aveva sperimentato decenni prima nel campo della medicina.
A questo punto Rockefeller si rivolse al magnate Andrew Carnegie, monopolista dell’acciaio, e insieme concepirono un piano destinato a rivoluzionare la formazione medica: fu così commissionato il Rapporto Flexner (1910), affidato ad Abraham Flexner e finanziato dalla Carnegie Foundation, con la regia ideologica delle fondazioni Rockefeller. Flexner visitò centinaia di scuole mediche negli Stati Uniti, producendo un dossier che proponeva la chiusura o la riforma della maggior parte di esse in nome dell’efficienza scientifica.
Il risultato fu la centralizzazione accademica della medicina, l’eliminazione dell’omeopatia e della medicina naturale, l’adozione forzata di un approccio biochimico basato sull’uso esclusivo di farmaci brevettabili. Le università ricevettero milioni di dollari in sovvenzioni, purché si allineassero al nuovo modello formativo. Rockefeller creò a tal fine la General Education Board (GEB), con l’obiettivo di uniformare l’insegnamento medico secondo i principi dell’industria. Nacque così lo slogan: «Una pillola per ogni male» — A pill for an ill — che diventerà il mantra della medicina contemporanea.
Parallelamente, milioni furono investiti nella ricerca farmacologica, ma con una logica precisa: identificare principi attivi vegetali, riprodurli sinteticamente in laboratorio con piccole modifiche molecolari tali da poterli brevettare — e quindi monetizzare. L’etica della cura venne soppiantata da un’etica del profitto, e la formazione medica cominciò a ignorare la nutrizione, l’erboristeria, la prevenzione. Il medico divenne sempre più prescrittore e meno terapeuta.
Nel 1913, Rockefeller fondò anche l’American Cancer Society, mentre il suo principale consigliere, il pastore battista Frederick T. Gates (1853–1929), organizzò le strutture che avrebbero retto l’intera impalcatura scientifica: il Rockefeller Institute for Medical Research (oggi Rockefeller University), la Rockefeller Foundation, e il China Medical Board, con l’intento di convertire la medicina missionaria in medicina industriale anche nei territori coloniali. Gates stesso, pur provenendo dall’ambiente religioso, considerava i missionari come intrappolati in una visione arretrata: per lui la Cina non era da evangelizzare, ma da integrare nel sistema del profitto medico globale.
Si chiude il cerchio con una citazione attribuita allo stesso John D. Rockefeller, che riassume la visione del mondo propria dell’oligarchia tecnocratica: «Non voglio una nazione di pensatori. Voglio una nazione di lavoratori». Ha ragione la Scrittura: «L’amore del denaro è la radice di ogni sorta di mali» (1 Timoteo 6:10). (torna su)
4. La razza giudeo-aschenazita Cazara (o kazhara) si proclama Ebrea ma non lo è. I Cazari aschenaziti non sono Giudei: A) né per fede, avendo ripudiato la Legge di Mosè, quindi l’ebraismo biblico, per aderire al Talmudismo (una religione basata sul Talmud) che essi stessi hanno creato mettendo per iscritto le antiche tradizioni orali rabbiniche che Gesù stesso condannò (cfr. Matteo 23); B) né per sangue non essendo originari della Giudea bensì dell’Asia centrale, dell’Europa centrale e dell’est, e più precisamente provenienti dalla Turchia e dalla Mongolia abitando un ampio territorio che coincide con l’attuale Ucraina e parte di Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Ungeria, Romania e Moldovia. Aschenaz. Infatti, Aschenaz non era discendente di Sem, ma di Iafet (Ge 10:3; 1Cr 1:6). Essi erano un popolo sanguinario dedito persino al sacrificio di bambini già dall’antichità, e forse è per questo che la Bibbia li definisce «una sinagoga di Satana» (Ap 2:9; 3:9). La parola Cazaro o kazharo in turco significa «errante» e la stragrande maggioranza degli ebrei aschenaziti discendenti dal popolo Cazaro e che oggi sono quelli dell’alta finanza che controllano le banche (Rothschild, Warburg, Rockefeller, Morgan, Dupont, Soros, Lazard, Elkann, ma persino molte delle famiglie della così detta aristocrazia nera che da secoli controlla il Vaticano ecc.) proviene in pratica tutta da questa razza che nulla ha a che vedere con la Giudea e con i Giudei (Ap 2:9; 3:9). Essi sono i sionisti, la cabala, da cui gli Ebrei ortodossi hanno sempre preso le distanze. Inoltre va detto che John David Rockefeller – il burattinaio di Henry H. Ness -, non era solo un sionista aschenazita, comproprietario della Federal Reserve americana, magnate del petrolio e di Big Pharma, associato con i Rothschild e i Warburg nella creazione del fenomeno Hitler in Germania e in stretti legami con i Gesuiti, ma era anche un evangelico battista che ha donato milioni di dollari alle denominazioni evangeliche e che da sempre fa il burattinaio di molti movimenti e noti personaggi evangelici (cfr. John T. Flynn, “The Story of Rockefeller and his times”, Harcourt, Brace and Company, NY 1932, pp. 297-333; Kenneth W. Rose, “John D. Rockefeller, The American Baptist Education Society, and the Growth of Baptist Higher Education in the Midwest”, relazione del 1998 a cura del Rockefeller Archive Center). (torna su)
5. Giulio Andreotti (1919–2013) personaggio controverso della storia repubblicana, un protagonista della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo, la cui vita pare si intrecciasse tra servizi segreti, mafia e massoneria P2 – secondo quanto emerge da alcune indagini e processi a suo carico -, fu amico delle “Assemblee di Dio in Italia” (ADI). Per questo motivo non sono rimasto affatto sorpreso quando ho appreso che aveva scritto la prefazione alla tesi di laurea dell’allora giovanottino Alessandro Iovino, un pentecostale ADI, nipote di Alfonso Melluso e pronipote di Salvatore Anastasio. Giulio Andreotti il 25 novembre del 1976 – allora Presidente del Consiglio -, annuncia il proposito di intavolare trattative per le intese con le chiese evangeliche previste dall’art. 8 della Costituzione. E così, il 14 gennaio del 1977 le “Assemblee di Dio in Italia” (ADI) – come pure la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), l’Ente Morale dell’Opera delle Chiese Cristiane dei Fratelli e altri -, ricevettero dal senatore Guido Gonella una lettera che comunicava ufficialmente che il governo aveva formato una commissione composta da tre membri con il compito di – cito testualmente -, «iniziare immediate e sollecite trattative» al fine di arrivare alla stipulazione di un’Intesa, precisando che «tale lavoro potrebbe svolgersi in una sala del Senato della Repubblica o in un altro luogo che possa essere preferito». Come dire: eventualmente ci spostiamo pure noi in via dei Bruzi 11, Roma o a Napoli, nella sede del calzaturificio Melluso. È in questo contesto che vanno lette le dimissioni di Umberto N. Gorietti (presidente delle ADI) e Salvatore Anastasio (pastore ADI di Napoli), casualmente in contemporanea nel 1977 e sostituiti rispettivamente da loro familiari, il primo da Francesco Toppi e il secondo da Daniele Melluso. Lo ripeto, entrambi con vincoli di parentela stretta. Nelle ADI servivano nuove forze sia nel governo di facciata con sede a Roma, via dei Bruzi, sia nel governo reale con sede a Napoli. Va precisato che quando G. Andreotti incaricò formalmente la stessa Commissione che conduceva le trattative con la Santa Sede per la revisione concordataria di aprire le trattative per la stipula di un’Intesa con le “Assemblee di Dio in Italia” stava, de facto, rivendicando a sé una materia che in realtà era più di competenza del Ministero dell’Interno. Questo non è un dettaglio secondario e che, a mio avviso, andrebbe approfondito. Un aspetto procedurale che verrà formalmente confermato solo successivamente dalle norme approvate sulla riforma della Presidenza del Consiglio dei ministri (legge 23 agosto 1988 n. 400 e decreto legislativo 30 luglio 1999 n. 303). (torna su)
6. A. Iovino, A. Melluso il giovane saggio del pentecostalismo italiano, ed. GBU 2014, p.69. Il primo presidente delle ADI Umberto Nello Gorietti faceva l’agente di commercio nel settore delle calzature alle dipendenze di Salvatore Anastasio. Perciò, da Roma si recava spesso a Napoli per visitare l’allora piccola azienda familiare di Salvatore Anastasio che nel 1933, proprio grazie alla testimonianza del proprio agente di commercio, divenuto poi amico, Nello Gorietti, sarà il primo pentecostale di Napoli, seguito poi dai suoi cognati Melluso e D’Alessandro. Addolorata Anastasio, sorella più giovane di S. Anastasio, e socia carismatica di A. Melluso, sarà colpita da un tumore che la condurrà in breve tempo alla morte nel 1961. I figli di questa, ritenuti inesperti dai Melluso, saranno liquidati dall’Azienda e rimpiazzati dai fratelli più giovani di Alfonso, Daniele Melluso e Pasquale D’Alessandro, che nel frattempo avevano parallelamente dato vita a un’altra azienda di scarpe con Pasquale Melluso, il papà di Alfonso e cognato di S. Anastasio. Da quel momento l’Azienda sarà controllata interamente dalla famiglia Melluso, mentre i figli di Addolorata Anastasio saranno gentilmente messi fuori dal grande giro. I figli di Salvatore Anastasio invece fonderanno successivamente il marchio “Starlet”. (torna su)
7. Alla somma di 1 milione e mezzo di euro (€ 1.500.000) sono arrivato facendo dei calcoli sulla base di dati ufficiali. Mi sono mantenuto, però, sul minimo perché il reale potere di acquisto rapportato alla vita di oggi potrebbe arrivare anche a quasi tre milioni di euro. Oggi sappiamo che nella prima parte del 1947 un dollaro americano veniva scambiato a 350 lire, e sappiamo pure che lo stipendio medio di un operaio era di 11.000 lire al mese (facendo una media perché allora il divario tra Piemonte, Lombardia e il resto d’Italia poteva persino superare il 50% ). Quindi, facendo i dovuti calcoli si ha la somma esatta di 1.571.818 euro. Nello specifico sappiamo che le “Assemblies of God” americane investirono a Roma e Catania, mentre per quanto riguarda Napoli per il momento preferisco non esprimermi.
- Roma, Via dei Bruzi 9-11: Le “Assemblies of God” americane hanno investito $25.000 per 350L. fa 8.750.000 lire ossia 795,454 mensilità che moltiplicato per 1.300 euro, il salario medio-basso di un operaio di oggi, arriviamo a un valore attuale di circa 1.034.090,20 euro.
- Catania, Via Juvara 46: Le “Assemblies of God” americane hanno investito $13.000 per 350L. fa 4.550.000 lire ossia 413,636 mensilità che moltiplicato per 1.300 euro, il salario medio-basso di un operaio di oggi, arriviamo a un valore attuale di circa 537.727,80 euro
- Napoli? Mi manca ancora qualche tassello per completare il puzzle e da tempo ho cessato di fare ricerche, per cui preferisco non esprimermi.
Questo calcolo, come detto, però si basa sulla quotazione del dollaro dell’agosto 1947, mentre sappiamo che gli acquisti vennero fatti immediatamente dopo. Ora, una parentesi sulle vicende della moneta nazionale si aprì tra il 1943 e il 1947, allorché le forze militari alleate di occupazione nel Sud dell’Italia emisero e utilizzarono la Allied Military Lira (le cosiddette ”AM lire”), cioè carta moneta inconvertibile resa mezzo di pagamento legale e intercambiabile con la moneta locale per proclama militare. Dal dicembre 1947 al settembre 1949 i cambi ufficiali della Lira furono ricavati dalla media mensile delle quotazioni giornaliere presso le borse di Roma e Milano. In questo periodo il cambio della Lira con il dollaro oscillò da un massimo di 603 a un minimo di 573 Lire per 1 dollaro per cui rifacendo i calcoli con le nuove quotazioni, allora si supera abbondantemente il milione e mezzo di euro e possiamo arrivare fin quasi a 3.000.000,00 (tre milioni) di euro oggi. (torna su)
Fonti: https://www.storiologia.it/tabelle/popolazione06.htm
https://www.treccani.it/enciclopedia/lira_res-bf4920d3-87ea-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/
Ami la verità?
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Se vi sono dei punti mancanti, cercali. Rimboccati le maniche e scova documenti… perché la storia pentecostale italiana è ancora tutta da raccontare.
Fatevi coraggio, mettetevi all’opera, e il SIGNORE sia con chi è buono (2Cr 29:11)
E non dimenticare mai che:
La verità non si preoccupa se le fai le domande, mentre una bugia non ama essere sfidata
Un sentito ringraziamento ai curatori del blog per la collaborazione nel collage fotografico.
Un raro video d’epoca in cui si vede Henry H. Ness
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