La memoria di Toppi e il lessico dello slittamento

Nel mondo pentecostale non tutte le battaglie spirituali si combattono contro apostasie dichiarate. Spesso lo slittamento avviene più in basso, più di lato, più in silenzio. Non sempre entra con la negazione aperta della dottrina. Entra anche con il linguaggio. Non abbatte di colpo il lessico biblico: lo corrode, lo sostituisce, lo mescola con parole che vengono da un altro mondo.

Qui sta il punto. Il termine «mentore», usato da Salvatore Cusumano per Francesco Toppi, non è un dettaglio. Non è una semplice parola infelice. È una spia. È un sintomo. È il segno che qualcosa si è spostato. E quando si sposta il linguaggio, presto o tardi si sposta anche il discernimento.

Per l’analisi storica e teologica più ampia si rimanda al volume di Filippo Chinnici indicato in fondo all’articolo. Qui la questione viene affrontata in modo più diretto, pastorale e in un’ottica più pentecostale.

1. Lessico spiritualmente pericoloso

Francesco Toppi, per Cusumano, non fu un semplice «amico». Fu una figura decisiva, uno di quegli uomini che segnano non soltanto una traiettoria ministeriale, ma un’intera vicenda esistenziale. Già per questo la formula dell’«amico», se isolata dal resto, rischia di apparire insufficiente. Tanto più se si considera il ruolo che Toppi ebbe, per anni, nella formazione, nella legittimazione e nella collocazione ecclesiale di Cusumano.

Ma il vero inciampo viene dopo: «fratello, mentore e amico». È qui che il testo cede. Perché «mentore» non è parola biblica.

Viene da tutt’altro ambito. E non da un ambito qualunque. Viene dal mondo omerico, da quella scena nella quale Atena, divinità pagana della sapienza strategica, si vela sotto sembianze umane per guidare, orientare, sospingere. Già questo dovrebbe bastare a mettere in allarme qualunque credente pentecostale che non abbia smarrito il senso delle cose di Dio e del combattimento spirituale. Ma il problema non si ferma qui. Nella sua lunga ricezione moderna, la parola si è caricata di risonanze sapienziali, iniziatiche ed esoteriche. Non evoca soltanto un «saggio consigliere», ma può evocare una figura che orienta, accompagna e introduce altri a un livello più interno del sapere.

https://occult-world.com/woodman-william-robert/
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Ed è precisamente questa la struttura che entra in risonanza con naturalezza nei mondi esoterici, massonici e magici; e, mutatis mutandis, anche in ambienti segnati dalla qabbalah, dall’esoterismo e dalla magia ebraica, nei quali il sapere non viene semplicemente insegnato, ma custodito, filtrato, trasmesso secondo gradi, mediante figure che regolano l’accesso a un’interiorità riservata. Il punto non è che tutti quei mondi usino sempre e solo il termine «mentore». Il punto è più profondo: quel termine si innesta senza attrito in quella funzione.

A questo dato si aggiunge ora un elemento documentario ulteriore, emerso soltanto dopo la pubblicazione del volume di Filippo Chinnici. Nel testo biografico di Salvatore Cusumano, consultato in formato Kindle, il lessema «mentore» non compare infatti una sola volta nella Premessa, ma ricorre più volte anche nel corpo dell’opera e in relazione a figure differenti. Giorgio Spini viene definito «mentore del gruppo delle Assemblee di Dio in Italia»; Francesco Toppi è presentato come «mentore» di docenti succedutigli all’Istituto Biblico Italiano e come «mentore» di generazioni di studenti. Il punto, dunque, si aggrava: ciò che Chinnici aveva individuato come segnale allarmante nella Premessa si rivela ora, alla luce di questa ulteriore documentazione, non un inciampo episodico, ma un’abitudine lessicale stabilizzata e organicamente assunta nel profilo celebrativo dell’opera. Non la funzione limpida del ministero della Parola davanti a tutti (Atti 6:4), ma una figura di guida, orientamento e mediazione che introduce, accompagna e struttura l’accesso al sapere.

Non più il lessico biblico: pastore, anziano, servitore; ma figura di mediazione, quasi custode di una profondità più interna, più riservata. Ed è qui che la questione diventa spiritualmente molto grave. La Parola di Dio ci esorta a “Non fare spazio al diavolo” (Efesini 4:27). Quando l’ampio vocabolario biblico disponibile viene accantonato e sostituito con un termine spiritualmente opaco, si apre almeno un varco lessicale a un immaginario estraneo alla Scrittura. Non si tratta di dire che una parola, materialmente presa, sia una formula magica; si tratta di riconoscere che certe parole portano con sé un modo di pensare, una grammatica relazionale, un’atmosfera spirituale.

Qui bisogna parlare chiaro: questo è lessico spiritualmente pericoloso.

Non perché il termine, in sé e isolatamente considerato, provi un’intenzione esoterica dell’autore, ma perché introduce nel discorso ecclesiale una figura che non nasce dal lessico apostolico e che si lascia attrarre verso costellazioni simboliche estranee alla rivelazione biblica. Prima cambia il linguaggio, poi si offusca il discernimento, poi il popolo di Dio viene abituato a respirare un’atmosfera che un tempo avrebbe riconosciuto subito come estranea, sospetta e deviante. Così operano spesso gli slittamenti spirituali: non sempre con la negazione aperta della verità, ma con il travestimento colto, con la parola elegante che addormenta il discernimento.

2. Non è lessico biblico

Cristo non ha detto: fatevi guidare da mentori. Ha detto: fate discepoli (Matteo 28:19-20). Gli apostoli non hanno parlato di mediazioni personali verso un sapere più interno, ma di annunciare, ammonire, insegnare, pascere, sorvegliare (Colossesi 1:28; 1 Pietro 5:2-3; Efesini 4:11-16). Il Nuovo Testamento abbonda di definizioni per riferirsi ai servi di Dio: pastori, anziani, sorveglianti, servitori, padri nella fede (Atti 20:28; 1 Timoteo 3:1-7; 1 Corinzi 4:15; Efesini 4:11). Non conosce mentori !!!

Ora sappiamo anche che non si trattava affatto di uno scivolone isolato. La lettura integrale del volume di Cusumano in formato Kindle ha mostrato che «mentore» ricorre più volte nel libro, come designazione voluta e ricorrente. Non siamo dunque davanti a una svista puramente occasionale, ma a una scelta linguistica ripetuta.

E il motivo non è una presunta povertà del lessico biblico. È esattamente il contrario. Il Nuovo Testamento è ricco di vocaboli e non usa simili parole perché pensa la vita della Chiesa in tutt’altro modo: non secondo una mediazione sapienziale che richiama divinità pagane e ritualità magiche, ma secondo la verità manifestata apertamente (2 Corinzi 4:2); non secondo una logica iniziatica, ma secondo il discepolato; non secondo un sapere riservato a pochi ammessi, ma secondo l’Evangelo annunciato a tutti (Marco 16:15; Colossesi 1:28). Qui Cusumano e Cardarelli si sono mossi oltre il perimetro del lessico biblico. E, in un caso come questo, andare oltre quel che è scritto significa già esporsi a un serio problema di discernimento.

Per questo «mentore» non eleva il linguaggio, ma lo intorbida. Non restituisce il ministero di Toppi nella sua più propria fisionomia pastorale; lo trasferisce dentro una cornice che la Parola di Dio non conosce, non adopera e non richiede.

E qui la responsabilità non resta più sulla sola penna di Cusumano. Quel termine, a quanto egli stesso attesta, è passato sotto la revisione di Eliseo Cardarelli. Dunque non siamo davanti a una svista privata, ma a una parola lasciata transitare anche attraverso un secondo filtro. Se una designazione del genere viene scritta da chi insegna Teologia Sistematica e lasciata passare da chi insegna Teologia Esegetica, la questione cessa di essere soltanto personale: diventa anche istituzionale. In un testo del profeta Geremia (6:16) molto caro a F. Toppi, leggiamo:

«Così parla il SIGNORE: “Fermatevi sulle vie, guardate, chiedete quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada, e camminate per essa, e voi troverete riposo per le anime vostre!” Ma quelli rispondono: “Noi non cammineremo per essa!”»

Ora, che due figure accademiche della denominazione non abbiano avvertito la dissonanza di un simile vocabolo è già, di per sé, un fatto grave. Significa che il problema non riguarda soltanto il lessico: riguarda il discernimento spirituale che dovrebbe presiedere al linguaggio della Chiesa. Là dove la Scrittura esige sobrietà, chiarezza e fedeltà persino nelle forme (1 Corinzi 4:6; 2 Timoteo 1:13), si lascia passare una parola che la Scrittura non usa, non autorizza e non avrebbe mai avuto bisogno di usare, proprio perché veicola un immaginario estraneo e teologicamente non allineato alla grammatica apostolica.

3. Il silenzio pastorale

A questo punto ogni pastore dovrebbe fermarsi davanti a Dio e interrogarsi. Il problema non riguarda più soltanto chi ha scritto e chi ha revisionato, ma anche chi vede, legge e tace. Il silenzio del corpo pastorale, qui, non può essere liquidato come prudenza. Quando il lessico della Chiesa si lascia attraversare da parole che non vengono dalla Scrittura senza che si alzi una correzione, una domanda, un richiamo, il silenzio rischia di diventare passività. E quando la passività si prolunga, contribuisce alla normalizzazione del problema.

Il pastore che non discerne non conduce più il gregge con la stessa chiarezza lungo i sentieri della Parola. Lo espone a un linguaggio nel quale il confine si sfuma, dove l’anima si abitua poco a poco a parole che Dio non ha dato alla sua Chiesa per nominare i ministeri e le relazioni spirituali. E quando quel linguaggio è già toccato da risonanze esoteriche, magiche e massoniche, il danno non è più soltanto culturale. È pastorale. È spirituale. Il pastore che non se ne avvede, o che se ne avvede e non reagisce, abdica almeno in parte alla propria funzione di vigilanza. Gesù ha parlato del pastore che custodisce il gregge e del mercenario che fugge davanti al lupo (Giovanni 10:12); Paolo ha avvertito degli spiriti seduttori (1 Timoteo 4:1); lo Spirito della verità, invece, guida alla verità (Giovanni 16:13). La questione, dunque, non è ornamentale. È di vigilanza.

Ma la responsabilità non si ferma ai pastori. Anche i fedeli devono vegliare. Quando avvertono una dissonanza e tuttavia scelgono di non interrogare ciò che viene loro proposto come linguaggio legittimo, finiscono per contribuire, almeno di fatto, a un clima di assuefazione. Qui bisogna dirlo senza giri: molti fedeli sono stati educati a confondere il discernimento con la mancanza d’amore. Il ritornello del «non giudicare» è stato spesso usato in modo improprio, fino a produrre una paralisi della vigilanza spirituale.

Questo è uno degli inganni più riusciti in molti ambienti evangelici. Proprio mentre la Scrittura comanda di vigilare, distinguere e provare gli spiriti (1 Tessalonicesi 5:21; 1 Giovanni 4:1), si insegna di fatto al popolo dei credenti a tacere, a non valutare, a non reagire. Ma la Bibbia dice il contrario. Gesù non ha abolito il giudizio; ha ordinato di giudicare con giusto giudizio (Giovanni 7:24). Paolo afferma che l’uomo spirituale giudica ogni cosa (1 Corinzi 2:15) e ricorda che i santi giudicheranno il mondo (1 Corinzi 6:2). Gesù stesso disse che i santi giudicheranno le tribù di Israele (Matteo 19:28). E alla Chiesa Paolo domanda senza esitazione: «Non spetta forse a voi giudicare quelli di dentro?» (1 Corinzi 5:12). Il problema, dunque, non è giudicare, ma giudicare secondo Dio. Togliere il giudizio al credente non significa renderlo più umile. Significa disarmarlo in una funzione essenziale e vitale per la Chiesa.

È qui che l’abuso verbale del «non giudicate» mostra la sua vera faccia: non una scuola di amore cristiano, ma una pedagogia della passività. Quel versetto (Matteo 7:1) non vieta il discernimento; colpisce l’ipocrisia e il doppio standard (Matteo 7:3-5). Eppure è stato piegato per ottenere l’effetto opposto a quanto insegna la Scrittura: spegnere la vigilanza, paralizzare la reazione, creare fedeli intimoriti, incapaci di riconoscere il lupo quando entra nell’ovile con linguaggio pio e volto rispettabile (Matteo 7:15). Dire ai fedeli che non devono giudicare mai significa, in pratica, consegnarli all’inganno. Significa anestetizzare la coscienza mentre si insinuano parole opache, criteri estranei e dottrine spiritualmente pericolose. Non è misericordia: è disarmo spirituale.

4. La memoria di Toppi alterata

Qui non è in gioco solo una questione di lessico. È in gioco anche la memoria di Francesco Toppi. Chiamarlo «mentore» non significa soltanto spostarlo o reinterpretarlo: significa alterarne i lineamenti pastorali e consegnarlo ai lettori dentro una cornice simbolica che non gli apparteneva.

Toppi non viene più presentato nella luce sobria del lessico biblico, ma sotto una designazione che ne modifica il profilo e lo espone a un immaginario che la coscienza pentecostale più vigile avrebbe un tempo respinto senza esitazione. Per questo il problema è grave due volte: perché non restituisce Toppi nella sua più propria fisionomia spirituale e perché rivela il livello di opacizzazione raggiunto da chi usa quel linguaggio mentre pretende di onorarlo..

A questo si aggiunge un elemento ulteriore. Secondo quanto scrive Chinnici, facendo riferimento a racconti provenienti da più pastori, interpellato in privato sul ruolo fortemente paterno avuto da Francesco Toppi nella propria vicenda ministeriale, Cusumano avrebbe rivendicato di avere, a sua volta, dato un contributo significativo allo stesso Toppi.

Tale riferimento, che andrebbe naturalmente trattato con la cautela propria delle testimonianze indirette, è comunque rilevante perché tocca il rapporto fra memoria, gratitudine, autorappresentazione e ricostruzione biografica. Per quanto emerge dalla testimonianza di chi conobbe entrambi da vicino, resta difficile negare che Toppi abbia avuto un ruolo decisivo nella traiettoria ministeriale ed ecclesiale di Cusumano. Proprio per questo, ogni formulazione che attenui eccessivamente tale debito dovrebbe essere valutata con particolare cautela storica e morale.

La domanda, allora, rimane legittima: quale fu, realmente, la natura del rapporto fra Toppi e Cusumano? Fu un rapporto paritario di semplice amicizia? Fu un rapporto nel quale Cusumano esercitò un ruolo formativo su Toppi? O fu, più verosimilmente, una relazione nella quale Toppi ebbe un peso determinante nella formazione, nella protezione e nella legittimazione ecclesiale di Cusumano? Sono domande scomode, ma non illegittime. E sono domande necessarie quando una memoria viene presentata al pubblico con pretese celebrative.

5. Dal linguaggio di Sion alla nebbia

Chi conosce un po’ di storia pentecostale sa che i pionieri pentecostali vivevano immersi nella Scrittura. La Bibbia formava il loro parlare, il loro giudicare, il loro discernere. Era il loro linguaggio quotidiano, non soltanto il loro libro di dottrina. Era il lessico della loro fede, della loro esperienza, della loro vita. Questo era, in sostanza, il vecchio linguaggio di Sion: non un gergo artificiale, ma la naturalezza di una comunità che respirava la Parola.

Oggi il contrasto è duro. Là dove un tempo la Parola di Dio saliva spontaneamente alle labbra, oggi affiorano parole provenienti da altri mondi simbolici. Là dove la Scrittura formava il parlare, oggi un lessico pagano, esoterico e massonico può entrare nel discorso ecclesiale senza essere immediatamente respinto. Questo è il rovesciamento. Non semplicemente l’uso di un vocabolo sbagliato, ma il venir meno della Scrittura come misura del linguaggio ecclesiale. E quando il linguaggio della Chiesa smette di respirare la Parola, allora significa che ha già iniziato a respirare altro.

Conclusione

Salvatore Cusumano aveva a disposizione parole bibliche limpide, vere, pertinenti: pastore, anziano, padre nella fede, servitore autorevole. Ha preferito «mentore». Qui il dilemma è duro. Se non ha avvertito la gravità spirituale del termine, siamo davanti a una fragilità filologica e teologica rilevante in chi insegna Teologia Sistematica. Se invece ne conosceva le stratificazioni e lo ha adoperato ugualmente, la questione diventa ancora più grave sul piano del discernimento ecclesiale.

Occorre però aggiungere, per onestà documentaria, un elemento che Filippo Chinnici non aveva ancora a disposizione quando ha scritto il suo volume. La successiva consultazione del libro di Salvatore Cusumano in edizione Kindle ha mostrato che il vocabolo «mentore» non è confinato alla sola Premessa, ma ricorre reiteratamente anche nel corpo dell’opera. Questo dato aggrava ulteriormente la questione. Chinnici aveva denunciato un sintomo reale e allarmante; oggi sappiamo che quel sintomo non era isolato, ma diffuso nel tessuto stesso del volume. La gravità del problema, dunque, risulta persino maggiore di quanto il suo libro, per ragioni puramente documentarie, potesse allora dimostrare.

Questa scelta non rivela maggiore ricchezza. Rivela sfiducia nel linguaggio della Scrittura, al quale viene preferito un linguaggio estraneo, opaco, spiritualmente ambiguo. È segno di sviamento lessicale e teologico.

Qui non siamo più davanti a una semplice scelta infelice. Per chi crede davvero che esistano spiriti seduttori, linguaggi corrotti, dottrine di demoni, suggestioni magiche e infiltrazioni sottili all’interno della Chiesa, l’uso di «mentore» deve essere letto per ciò che è: non un ornamento, ma un sintomo. Quantomeno un sintomo di oscuramento spirituale e di allontanamento dalla Scrittura. Non è necessario attribuire a Cusumano un’appartenenza esoterica che il testo, da solo, non consente di accertare; basta osservare l’effetto oggettivo della sua scelta: una figura pastorale viene sottratta al lessico biblico e ricollocata dentro una costellazione semantica che lambisce mondi simbolici estranei alla fede apostolica.

Per questo «mentore» non è un dettaglio. È un indizio grave. L’indizio che la nebbia è già entrata nel linguaggio ecclesiale. L’indizio che la parola biblica non viene più ritenuta sufficiente, da sola, a nominare la realtà della Chiesa. L’indizio che, al posto della verità limpida della Scrittura, si cominciano a preferire parole estranee, più seducenti e più ambigue. E quando la nebbia entra nel linguaggio della fede, non resta lì: passa nel pensiero, ottunde il discernimento e guasta la vita stessa della Chiesa.

Perciò la conclusione è severa, ma inevitabile: chiamare Francesco Toppi «mentore» non lo onora nella sua più propria fisionomia pastorale. Ne altera la memoria. E, nell’alterarla, mostra qualcosa di ancora più grave: l’allontanamento progressivo di una parte del linguaggio pentecostale dalla parola limpida, santa e sobria della Scrittura. Per la dimostrazione storica, documentaria e teologica di tutto questo, il lettore potrà tornare al lavoro più ampio di Filippo Chinnici. Ma già da queste pagine il punto dovrebbe risultare chiaro a ogni credente che non abbia smarrito il discernimento: qui non siamo davanti a una parola semplicemente sbagliata. Qui siamo davanti a uno sviamento. Qui siamo davanti all’ingresso, nella lingua della Chiesa, di un lessico estraneo alla grammatica dello Spirito e pericolosamente vicino alle regioni simboliche che la Scrittura ci insegna a discernere e a respingere.

A cura del Comitato Storia Pentecostale

Nota redazionale del Comitato Storia Pentecostale
Dopo la pubblicazione del volume di Filippo Chinnici, la consultazione del testo di Salvatore Cusumano in edizione Kindle ha consentito di verificare che il termine «mentore» ricorre più volte anche nel corpo dell’opera, e non soltanto nella Premessa. Il rilievo critico di Chinnici, già fondato in partenza, riceve così una conferma ulteriore e documentariamente più ampia.

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