Il lessico dell’ambiguità. La delibera del CGC tra dialogo interreligioso e ipocrisia teologica

© di Filippo Chinnici – Tutti i diritti riservati –

Abstract

Il presente articolo offre una lettura teologica, logica, ecclesiologica, storico-ecclesiale e istituzionale della delibera con cui il Consiglio Generale delle Chiese A.D.I. ha approvato la relazione del pastore Elio Varricchione circa la propria partecipazione a un organismo di dialogo interreligioso, qualificandola come avente «significato esclusivamente istituzionale». La tesi qui sostenuta è che tale formula non chiarisca il fatto, ma lo travesta; non ne riduca la portata, ma la aggravi; non sciolga il nodo, ma lo trasferisca dal terreno della verità a quello della procedura. L’analisi mostra come, dietro un lessico solo apparentemente neutro, si celi una mutazione di criterio che il vertice ecclesiale non osa confessare teologicamente e che, proprio per questo, trasferisce sul piano lessicale. In tal modo, la delibera si rivela non come atto marginale o meramente descrittivo, ma come presa di posizione del vertice, difficilmente conciliabile con la chiarezza della Scrittura, con la memoria del pentecostalismo originario, con la disciplina interna delle A.D.I. e con l’esclusività cristologica propria della fede apostolica.

Mi è stata trasmessa copia di una comunicazione interna del Consiglio Generale delle Chiese A.D.I. — d’ora in avanti, CGC — relativa alla partecipazione del pastore Elio Varricchione alla Consulta della Regione Lombardia per l’Integrazione e la Promozione del Dialogo Interreligioso. Il documento è breve, ma proprio per questo risulta rivelatore. In poche righe, infatti, il CGC riesce nell’impresa di non chiarire nulla e di compromettersi su tutto. Non giudica biblicamente il fatto: lo riclassifica in termini amministrativi. Non affronta lo scandalo: lo addomestica verbalmente. Non difende la verità: difende sé stesso.

La delibera del CGC non dissipa il caso Varricchione: lo traveste. Non lo sottopone al vaglio della Scrittura: lo sottrae a tale vaglio mediante un gergo tecnico. Non assolve in nome di un principio teologico: copre in nome di una classificazione burocratica. Ed è proprio qui che risiede il suo vizio più grave: quando un vertice ecclesiale non osa dire la verità su un fatto e preferisce amministrarlo sul piano lessicale, il problema non è più soltanto il fatto in sé, ma il sistema di protezione che gli viene costruito intorno.

Basta seguire la sequenza interna del testo: il richiamo a un verbale del CdZ Lombardia (Comitato di Zona) del 20 gennaio 2026, dunque anteriore all’evento del 12 febbraio; la relazione presentata da Elio Varricchione; la lettura e l’approvazione di tale relazione; infine, la riaffermazione della formula «significato esclusivamente istituzionale». Ora, questa non è la traiettoria di un gesto privato: è l’intero circuito di una ricezione istituzionale. Il CGC lo sapeva prima, lo riceve dopo, lo approva formalmente e, infine, lo difende sul piano semantico.

Altro che episodio personale. Qui il privato non esiste. Esiste soltanto un soggetto pubblico istituzionale che, colto in fallo, tenta di fingersi neutrale. In questa delibera le Assemblee di Dio in Italia si mostrano, perlomeno nella rappresentanza del loro vertice, ufficialmente compromesse con una logica interreligiosa che, sul piano teologico, non può essere definita altrimenti che sincretistica. Non lo affermo io: lo si evince da ciò che essi stessi scrivono. Procediamo ora a un’analisi attenta del testo.

1. Quando il problema viene degradato a pratica d’ufficio

La rubrica

«Relazioni varie»

costituisce già, da sola, un piccolo capolavoro di mimetizzazione. Un fatto che tocca direttamente il confine tra il Vangelo e i sistemi religiosi del mondo — da quelli islamici a quelli orientali, fino a quelli animistici — viene trattato come una voce da smaltire nell’ordinaria amministrazione. È il trucco classico di ogni apparato in difficoltà: non negare frontalmente il problema, ma abbassarlo di rango, ridurlo di statura, svuotarlo di gravità. Non lo si affronta come un nodo di verità; lo si archivia come pratica gestionale. Ed è proprio qui che il CGC si smaschera.

Perché il linguaggio non si limita a descrivere la realtà: la inquadra, la governa, la normalizza. Classificare un fatto significa già interpretarlo; e interpretarlo al ribasso significa, in questo caso, cominciare a proteggerlo. La rubrica non è dunque un dettaglio redazionale innocente, ma il primo atto della schermatura. Prima ancora di difendere il contenuto, il testo ne attenua il peso; prima ancora di spiegare il fatto, ne abbassa il profilo. È così che agiscono le strutture quando non possono assolvere apertamente ciò che vogliono comunque rendere tollerabile: non lo chiamano con il suo nome, ma lo declassano lessicalmente.

Quando, dunque, un vertice ecclesiale classifica come «vario» ciò che investe il rapporto tra Cristo e le religioni, non compie una scelta neutrale d’archivio; compie già una scelta di criterio. E tale scelta, proprio perché minimizza ciò che spiritualmente è grave, confessa già di avere smarrito il senso del discrimine evangelico.

Ed è proprio qui che la minimizzazione lessicale si rivela ancora più grave. Perché il CGC, chiamato dallo Statuto a trattare gli affari comuni dell’ente, a vigilare sulla disciplina e a curare il funzionamento generale delle A.D.I. (Stat., art. 16), non ha il diritto morale di declassare a materia varia ciò che tocca il confine tra testimonianza evangelica e compromissione simbolica. Quando un vertice di tal genere archivia il nodo sotto la rubrica «Relazioni varie», non sta semplicemente classificando: sta già scegliendo di ridurre.

2. Il termine che li tradisce

La delibera non parla di un generico incontro civile. Parla della

«Promozione del Dialogo Interreligioso».

E questo dato, da solo, abbatte una parte decisiva della linea difensiva del CGC. Perché qui non siamo nell’ambito della semplice convivenza sociale, né in quello di un’interlocuzione amministrativa neutra, ma in quello della rappresentazione pubblica delle religioni entro uno spazio simbolico condiviso. Il punto è precisamente questo: il CGC chiama interreligioso il contesto e, subito dopo, tenta di neutralizzare le implicazioni che la sua stessa definizione comporta. In altri termini, il testo ammette il fatto e simultaneamente ne sabota il significato.

Qui il sofisma è trasparente. Se il contesto è davvero interreligioso, allora esso non può essere ridotto a mera cornice civile senza violare il senso stesso delle parole adoperate. Se invece lo si vuole presentare come semplice cornice civile, allora non lo si sarebbe dovuto qualificare come interreligioso. Tertium non datur. Il CGC, invece, pretende entrambe le cose: conserva il termine quando gli serve sul piano descrittivo e ne svuota il contenuto quando gli pesa sul piano teologico. È precisamente questo il punto in cui il testo si autocontraddice. Non si limita a essere debole: diventa autolesionistico.

Il dialogo civile è una cosa; il dialogo interreligioso rappresentativo è un’altra. Nel primo caso si convive come cittadini entro l’ordine temporale; nel secondo si compare come religioni entro una scena simbolica che mette in relazione pubblica sistemi di fede eterogenei e in contrasto con il cristianesimo biblico. La differenza non è nominale, ma sostanziale. Non è un cavillo terminologico: è la questione stessa. E una coscienza evangelica minimamente vigile comprende subito ciò che il CGC tenta di occultare: nel momento in cui la fede evangelica viene collocata in un contesto di dialogo interreligioso, non è più percepita come testimonianza esclusiva della verità di Cristo, ma come una delle presenze religiose ammesse nello spazio comune del sacro pubblico.

Per questo il termine scelto dal CGC non è un dettaglio: è la prova. Non tradisce soltanto una goffaggine lessicale; tradisce un’intera operazione di copertura. Il CGC non riesce a difendersi dal termine che adopera, perché quel termine dice esattamente ciò che il Consiglio vorrebbe non dover ammettere.

3. La cronologia che li mette all’angolo

20 gennaio 2026

Il richiamo al verbale del CdZ (Comitato di Zona) Lombardia del 20 gennaio 2026 è, sotto il profilo logico, devastante. Dalle cronache e dalla documentazione pubblicamente disponibile risulta che l’evento si è svolto il 12 febbraio; ne segue che il verbale richiamato è anteriore. Questo dato, da solo, basta a smontare la versione addomesticata del caso. La vicenda, infatti, non nasce nella sfera del privato per essere soltanto, in un secondo momento, assorbita dal vertice delle ADI. Al contrario, entra prima dell’evento nel circuito degli organi e vi rientra successivamente mediante la relazione al CGC. Ciò significa che i vertici delle Assemblee di Dio in Italia erano già a conoscenza del fatto, lo avevano già verbalizzato e lo avrebbero poi approvato e ribadito. Ma il punto è ancora più grave, perché il soggetto coinvolto non è un semplice pastore periferico: è lo stesso Elio Varricchione, membro del Consiglio Generale delle Chiese. Non siamo dunque davanti a un fatto esterno, successivamente esaminato dall’organo di governo; siamo davanti a una vicenda che tocca dall’interno uno dei suoi stessi componenti. E tutto questo, come spesso accade nei meccanismi di autoconservazione ecclesiastica, senza reale trasparenza verso il corpo dei fedeli, di fatto lasciato all’oscuro.

Il dato diventa ancora più grave se letto alla luce dell’ordinamento interno delle A.D.I. I CdZ non sono organismi informali, ma organi dell’ente al pari del CGC (Stat., art. 5), strettamente collegati ad esso e tenuti a riferire sull’andamento dell’opera nelle rispettive zone (R.I., art. 58). Inoltre, il segretario del Comitato di Zona deve inviare copia dei verbali al Consiglio Generale delle Chiese per l’approvazione (R.I., art. 60). Tale richiamo non rinvia dunque a un elemento esterno o marginale, ma a un atto già inserito nel normale circuito di governo dell’ente.

L’ordinamento interno delle A.D.I. aggiunge qui un ulteriore elemento di gravità. I membri del CGC espletano il loro mandato soltanto in forma collegiale e rappresentano individualmente il Consiglio Generale delle Chiese solo quando adempiono a un preciso mandato del Consiglio stesso (R.I., art. 44). Analogamente, anche i membri dei Comitati di Zona rappresentano il proprio organo solo in forza di un mandato specifico (R.I., art. 63). Se, dunque, l’atto di Varricchione viene successivamente letto, approvato e qualificato come «istituzionale», il problema non è più se egli fosse lì come privato cittadino, ma in quale forma sia entrato, e con quale avallo, nella sfera di rappresentanza dell’ente. E poiché Varricchione appartiene egli stesso al CGC, la questione si fa ancora più stringente: qui non abbiamo un soggetto esterno che riferisce a un organo superiore, ma un membro del vertice che relaziona al medesimo vertice di cui fa parte, ottenendone poi l’approvazione formale. Il circuito, in altri termini, si chiude su sé stesso: il vertice riceve da uno dei propri membri la relazione su un atto problematico e, invece di prenderne le distanze, lo approva e lo difende.

A questo punto la favola dell’atto personale non regge più. Non siamo davanti a un uomo che partecipa e poi spiega; siamo davanti a una struttura religiosa che conosce, riceve, approva e poi copre. La parola «istituzionale», dunque, non è una toppa cucita in fretta: è la confessione involontaria del vero statuto dell’atto. Il CGC, mentre tenta di minimizzare, si autodenuncia. Elio Varricchione non ha agito a titolo personale: ha agito entro una cornice istituzionalmente conosciuta e infine ratificata. Dire che egli rappresentasse le Assemblee di Dio in Italia non è, a questo punto, un eccesso polemico, ma la conclusione più lineare imposta dalla stessa architettura documentale.

Ed è precisamente questa natura rappresentativa dell’atto a rendere intelligibile l’atteggiamento complice del CGC. Sarebbe stato logicamente contraddittorio trattare come deviazione individuale ciò che il medesimo organismo aveva già assunto nella propria sfera di responsabilità, poi approvato e infine difeso. Ma, nel caso specifico, la contraddizione sarebbe stata ancora più evidente: un procedimento disciplinare nei confronti di Varricchione avrebbe esposto non soltanto l’errore del singolo, ma la compromissione di un membro del vertice e, con essa, la corresponsabilità dell’intero organo collegiale che ne aveva ricevuto la relazione, approvato l’operato e ribadito il significato «istituzionale». In altri termini, nessun procedimento disciplinare è stato avviato nei confronti di Varricchione non perché il fatto fosse irrilevante, ma perché, una volta istituzionalmente assunto, non poteva più essere trattato come colpa personale senza trascinare alla luce la corresponsabilità del CGC stesso. È qui che il Consiglio Generale resta inchiodato alla propria delibera: nel tentativo di proteggere Varricchione, finisce per rivelare sé stesso; nel tentativo di assolvere il singolo, finisce per compromettere l’intero organo collegiale.

4. La relazione che dissolve ogni alibi

La formula

«La relazione presentata dal pastore Elio Varricchione»

costituisce un altro punto in cui il CGC, nel suo stesso documento, si smentisce da sé. Chi agisce a titolo strettamente personale non presenta ordinariamente una relazione ufficiale al Consiglio Generale perché il proprio operato venga esaminato. Il fatto stesso della relazione prova che Varricchione non si è mosso come semplice individuo, ma nell’ambito di una funzione riconosciuta, di un ruolo esercitato e di una rappresentatività poi confermata dallo stesso CGC. E quando l’organo di governo riceve, discute e approva una simile relazione, la pretesa di ricondurre l’atto alla sfera del privato si dissolve da sé.

Qui il CGC vorrebbe apparire sobrio e prudente; in realtà appare soltanto compromesso. Ogni elemento del testo, letto con il minimo rigore logico, procede infatti nella direzione opposta rispetto alla minimizzazione che il Consiglio tenta di imporre. Più il documento cerca di attenuare, più si autoespone; più tenta di ridurre il fatto, più ne conferma il carattere rappresentativo. La relazione, insomma, non chiarisce l’equivoco: lo smonta.

Né si può archiviare tutto come semplice gesto informale. Le riunioni del CGC sono convocate secondo regole precise e sono valide con la presenza della metà più uno dei componenti; le deliberazioni, inoltre, richiedono la maggioranza degli intervenuti (Stat., art. 17; R.I., artt. 47 e 49). Una relazione ufficiale, letta e approvata in tale sede, non appartiene dunque al registro della conversazione privata, ma a quello di un atto collegiale formalmente assunto.

5. Il verbo che rende il CGC corresponsabile

Poi arriva il verbo che li inchioda:

«viene letta e approvata».

Non «presa in visione». Non «registrata». Non «acquisita agli atti». Approvata. E qui il lessico smette di essere neutro. In un testo di governo ecclesiale, infatti, «approvare» non equivale a una semplice conoscenza del fatto, né a una mera presa d’atto. Se il CGC avesse voluto limitarsi a registrare la relazione, avrebbe potuto servirsi di formule ben più deboli, come «se ne prende atto» oppure «viene acquisita agli atti». Scegliendo invece il verbo «approvare», il Consiglio Generale si colloca su un piano diverso: non quello della sola conoscenza, ma quello dell’assunzione deliberativa. La relazione, così, esce dalla sfera del semplice resoconto e viene collocata in quella della responsabilità collegiale.

Qui il CGC vorrebbe apparire misurato; in realtà si autoespone. Perché, nel momento stesso in cui approva la relazione, non si limita a constatarne l’esistenza, ma la assume nel proprio circuito decisionale. Il Consiglio Generale, dunque, non resta osservatore esterno del caso: ne diventa parte. E questa non è una forzatura polemica, ma la conseguenza più lineare del verbo scelto. Chi approva non può poi fingersi neutrale; chi conferisce validità istituzionale non può fingersi spettatore.

La portata di tale scelta lessicale si comprende ancor meglio alla luce del Regolamento interno, il quale stabilisce che «Il Consiglio Generale delle Chiese costituisce il Comitato Esecutivo delle ADI» (R.I., art. 44). Non siamo, dunque, davanti a una commissione consultiva o a un organo periferico, ma al vertice esecutivo dell’ente. Perciò una relazione «letta e approvata» non equivale a una semplice verbalizzazione del fatto, ma alla sua assunzione collegiale da parte dell’organo che governa e dirige. Il CGC, in altre parole, non si limita qui a sapere: delibera.

6. Quando non correggono, ma ribadiscono

Subito dopo compare la parola

«ribadisce».

Ed è forse il verbo più rivelatore di tutti. Non si ribadisce un inciampo. Non si ribadisce una goffaggine. Non si ribadisce qualcosa da cui si tenti, almeno in parte, di prendere le distanze. Si ribadisce ciò che si intende confermare con autorità. Il CGC, dunque, non mostra disagio: mostra determinazione. Non corregge il fatto: ne blinda il significato ufficiale. Non ne riduce la gravità: tutela la linea ecumenica e teologicamente sincretistica.

Ed è precisamente qui che l’ipocrisia del testo emerge con maggiore nettezza. Il Consiglio Generale adotta un tono apparentemente piano e istituzionale, ma proprio quella calma verbale rivela il punto decisivo: sa che il fatto è problematico e, nondimeno, ha scelto di farsene scudo.

7. La formula che voleva salvarli e invece li condanna

Si giunge così alla formula-chiave:

«significato esclusivamente istituzionale».

Ed è precisamente qui che la delibera del CGC tenta di salvarsi e, proprio per questo, si condanna. Perché quella formula pretende di assolvere e invece si autoaccusa; pretende di attenuare e invece aggrava; pretende di proteggere e invece compromette. Non scioglie il nodo: lo sposta. Non lo risolve: lo traveste.

  • È teologicamente vuota. Non un versetto. Non un principio biblico. Non un richiamo all’unicità della mediazione di Cristo. Non una distinzione tra cortesia civile e compromissione simbolica. In una materia che esigeva parola di verità, il CGC offre linguaggio di procedura. Non ragiona da chiesa: ragiona da ufficio. E la domanda sorge inevitabile: perché questo silenzio teologico? Se la scelta fosse davvero difendibile alla luce della Scrittura, la Scrittura sarebbe stata chiamata a parlare. Il fatto che venga fatta tacere non è un dettaglio stilistico: è già un indizio sostanziale. Significa che ciò che il CGC vuole coprire amministrativamente non riesce a sostenerlo teologicamente.
  • È logicamente autolesionistica. Se il significato era davvero istituzionale, allora la presenza era rappresentativa; e se era rappresentativa, allora era pubblicamente riconducibile alle Assemblee di Dio in Italia. Tertium non datur. La formula, dunque, non riduce la portata del fatto: la qualifica nel modo più compromettente possibile. Se si fosse trattato davvero di un gesto privato, il CGC non avrebbe potuto definirlo istituzionale senza contraddirsi. Ma, nel momento stesso in cui lo definisce tale, ammette precisamente ciò che vorrebbe attenuare: Varricchione non prese parte al dialogo interreligioso a titolo personale, ma in rappresentanza delle Assemblee di Dio in Italia. Il termine scelto per minimizzare diventa così quello che li inchioda.
  • È istituzionalmente rivelatrice. Quanto più il CGC è, secondo il Regolamento interno, il «Comitato Esecutivo delle ADI» (R.I., art. 44), e quanto più i suoi compiti investono la vita e il funzionamento dell’ente (Stat., art. 16; R.I., art. 45), tanto meno la parola «istituzionale» può funzionare come attenuante. Al contrario, diventa un’aggravante. Perché, se il significato era davvero istituzionale, allora la presenza era riconducibile alle A.D.I. nel loro vertice esecutivo.
  • È strategicamente rivelatrice. Perché sposta il lettore dal terreno decisivo — la legittimità evangelica della partecipazione — a un terreno subordinato, quello della sua classificazione amministrativa. Ma questa è precisamente la funzione del sofisma: non negare il problema, bensì sostituirlo con un altro meno pericoloso. Il punto non è se la partecipazione sia stata «istituzionale»; il punto è se una tale partecipazione, istituzionale o privata che fosse, fosse compatibile con la testimonianza evangelica. La formula del CGC elude proprio questa domanda, perché non sa rispondervi senza esporsi. Così, mentre finge di chiarire il «come», evita accuratamente il «se».
  • È pastoralmente tossica. Perché insegna all’intero corpo pastorale e al popolo delle Assemblee di Dio in Italia che persino il compromesso con la Parola di Dio, purché rivestito di una formula amministrativa rispettabile, può diventare tollerabile. Né il pastore né il semplice credente si fermeranno a scomporre il sofisma. Vedranno un dirigente A.D.I. accanto a sacerdoti, musulmani, buddisti, induisti, animisti, esoteristi e ad altri rappresentanti religiosi; poi leggeranno che il Consiglio Generale approva e ribadisce. E ne trarranno una sola conclusione possibile: il gesto è lecito. Così l’ambiguità non viene soltanto coperta: viene insegnata.

Pertanto, sappiano tutti i pastori e tutti i credenti delle A.D.I. che, di fronte a una delibera simile, il CGC sta di fatto spalancando la porta alla partecipazione dei propri pastori e dei propri fedeli a rituali comuni con altre religioni. Il CGC lo smentisca, se ne ha il coraggio. Taccia, se intende confermarlo.

Che questo non sia un rilievo astratto, ma un effetto concreto e già operante, lo mostrano i fatti. Negli stessi giorni, Giacinto Butindaro documentava sulla sua pagina facebook che un’intera comunità A.D.I. si era recata presso una chiesa cattolica per prendere parte a una funzione religiosa comune. La conferma è di straordinaria gravità, perché mostra con impressionante rapidità l’effetto ecclesiale di un linguaggio ambiguo: ciò che il CGC copre sul piano lessicale, la base finisce presto per praticarlo sul piano cultuale. E a quel punto l’autorità disciplinare del CGC, già compromessa, appare moralmente indebolita proprio là dove pretenderebbe ancora di intervenire.

E a quel punto il CGC scopre di avere perduto l’autorità morale necessaria a correggere negli altri ciò che ha già imparato a coprire in sé.

La religione unica mondiale verso cui lavora la massoneria

8. Il punto teologico che non osano affrontare

Qui è necessario parlare con chiarezza, ma anche con rigore metodico. La Scrittura comanda: «Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini» (Rm 12,18). Una chiesa evangelica può e deve dunque rispettare ogni essere umano. Ma una cosa è la pace civile; altra cosa è la rappresentanza del Vangelo in un contesto nel quale esso venga ridotto a una voce fra le molte tradizioni religiose. Il problema non risiede nel rapporto con le persone, ma nella collocazione simbolica della Chiesa.

Il Nuovo Testamento non presenta né Gesù né gli apostoli come interlocutori di un dialogo interreligioso nel senso moderno del termine. Gesù certamente discute con farisei e sadducei, e spesso sono proprio costoro a cercare il confronto; ma tali scene non si configurano mai come dialoghi paritetici orientati a una ricerca comune della verità. Nei Vangeli il confronto assume piuttosto la forma della controversia, della disputa, dell’interrogazione ostile o della verifica polemica, e culmina non in una mediazione tra posizioni religiose concorrenti, ma nell’affermazione dell’autorità di Gesù. Egli non negozia la verità: la rivela. Non siede a un tavolo di legittimazione reciproca tra sistemi religiosi; pone gli interlocutori dinanzi alla necessità della conversione o allo scandalo del rifiuto. Anche quando il confronto assume forme più articolate, il movimento del testo non conduce a una conciliazione degli estremi, ma a una radicalizzazione della posta in gioco. La questione, in ultima analisi, non è mai la coesistenza di prospettive differenti, ma l’identità di Gesù e la risposta che gli è dovuta.

Né le epistole concepiscono la Chiesa come soggetto chiamato a mediare tra religioni. Al contrario, il Corpo di Cristo si manifesta come presenza distinta, radicalmente separata dalle logiche del consenso e della negoziazione interreligiosa. Non prende posto nel consesso degli idoli come una voce fra le altre.

Gli episodi concreti lo confermano. Quale dialogo interreligioso intrattenne Paolo a Filippi, quando si trovò davanti a uno spirito di divinazione? Nessuno: lo scacciò (Atti 16,16-18). Quale mediazione teologica mise in atto a Listra, quando la folla pagana volle offrirgli culto insieme a Barnaba? Nessuna: rifiutò quel culto con decisione (Atti 14,8-18). Quale dialogo tra religioni instaurò davanti a Felice, Festo o Agrippa? Nessuno: rese testimonianza, difese la fede e proclamò il Cristo risorto (Atti 24–26). E perfino ad Atene, all’Areopago, che cosa fece? Cercò forse una sintesi tra il Vangelo e il paganesimo? No: si servì di elementi culturali pagani soltanto come punto d’appoggio per annunciare Cristo, non come terreno di mediazione teologica (Atti 17,16-34).

La conclusione è semplice: nel Nuovo Testamento la Chiesa non si fonde con le religioni circostanti e non si offre come partner di una scena interreligiosa. Si pone, piuttosto, come presenza distinta, il cui compito è proclamare e incarnare il Vangelo senza compromessi né riduzioni conciliatorie.

Il fondamento teologico di tale affermazione richiederebbe, per essere svolto adeguatamente, una trattazione specifica e più ampia, che qui appesantirebbe inutilmente l’analisi. Basti dunque, in questa sede, richiamare 2 Corinzi 6,14, dove Paolo scrive: «Non vi mettete con gli increduli sotto un giogo che non è per voi». Il testo greco — Μὴ γίνεσθε ἑτεροζυγοῦντες ἀπίστοις — adopera un’immagine di incompatibilità strutturale, non di semplice distanza prudenziale. Il giogo diseguale esclude una compatibilità di principio; e la sequenza successiva del passo — giustizia e iniquità, luce e tenebre, Cristo e Beliar — non apre spazi di sintesi, ma li chiude. Il punto merita un approfondimento autonomo, al quale qui si rinvia. In questa sede basta rilevare che una delibera come questa elude accuratamente il nodo che dovrebbe affrontare: se la presenza evangelica in un contesto di dialogo interreligioso sia soltanto un fatto amministrativo, oppure implichi una questione ecclesiologica e cristologica di prima grandezza. La risposta del CGC aggira il problema non incidentalmente, ma per necessità, perché rispondervi apertamente significherebbe esporsi là dove il testo preferisce schermarsi. Bastino, per ora, questi cenni: il nodo è troppo grande per essere eluso con una delibera e troppo serio per essere confinato in una formula amministrativa.

9. Il tradimento delle origini e l’inganno dei fedeli

E qui la delibera del CGC citata nella lettera del 19 marzo si fa ancora più grave, perché non ferisce soltanto la chiarezza dottrinale del presente: colpisce retroattivamente la memoria stessa del pentecostalismo originario come ampiamente documentato nel blog Storia Pentecostale. I pionieri pentecostali italiani non si levarono per collocare il Vangelo entro una tavola rotonda delle religioni. Si levarono per chiamare uomini e donne fuori dagli idoli, fuori dalle religioni, fuori dalle denominazioni evangeliche vuote, fuori dalle false dottrine, fuori dai compromessi, dentro una conversione reale a Cristo. Se oggi una presenza rappresentativa in un organismo di dialogo interreligioso viene approvata e difesa dal CGC mediante un lessico attenuativo, allora non siamo davanti a una semplice goffaggine amministrativa: siamo davanti a una coltellata inferta alla memoria dei pionieri da chi pretende di custodirla.

Ed è proprio qui che il quadro storico si fa ancora più severo. È vero: le Assemblee di Dio in Italia, per come nacquero nel 1947, recano in sé una frattura costitutiva rispetto al pentecostalismo delle origini; e altrove ho già documentato le ragioni per cui ritengo quella nascita segnata da un tradimento storico e teologico, anche in relazione al ruolo esercitato da Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti.

Tradimento storico e teologico delle ADI

Perciò dve essere chiaro che la deriva a cui stiamo assistendo oggi non rappresenta una deviazione accidentale, ma la maturazione di un principio già innestato allora, proprio da Ness, Gigliotti e dai loro accoliti italiani (Umberto N. Gorietti, Salvatore Anastasio, Alfonso Melluso, Vincenzo Federico, Rosario Di Palermo, Eliana Rustici, ecc.). Ciò che all’inizio fu introdotto in forma germinale oggi mostra la propria lievitazione, secondo la parola apostolica: «Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta» (Gal 5,9). In tal senso, il presente non smentisce l’origine: ne rivela il frutto maturo.

E la ferita non riguarda soltanto i pionieri. Riguarda anche tanti credenti sinceri che, ravvedendosi, hanno abbandonato gli idoli per seguire Cristo nella verità. Tra questi vi siamo anche noi: io e la mia famiglia, nati e cresciuti nel cattolicesimo e condotti, per grazia, a uscire da quel sistema religioso proprio perché persuasi che la conversione a Cristo esige rottura, non compromesso; chiarezza, non mediazione; fedeltà, non sincretismo. Ed è proprio qui che si misura una differenza generazionale tutt’altro che secondaria. Gran parte del pastorato pentecostale contemporaneo non conosce realmente il cattolicesimo, perché non ne è uscita attraverso una personale esperienza di ravvedimento e di rigenerazione, ma si è semplicemente trovata al di fuori di esso per eredità d’ambiente. Si tratta spesso di pentecostali di terza o quarta generazione, passati dalla scuola domenicale al pulpito senza avere attraversato in modo reale quel passaggio interiore che trasforma un’appartenenza religiosa in una conversione cosciente. Per questo, in non pochi casi, manca non soltanto la memoria del prezzo spirituale pagato da chi uscì dall’errore e la percezione concreta di ciò da cui si uscì, ma anche quella docilità allo Spirito Santo che convince di peccato e guida in tutta la verità e senza la quale il ministero cristiano rischia di ridursi a funzione, mestiere o mera continuità d’ambiente (Gv 16,7.13). E dove si perde la memoria della rottura, il compromesso torna facilmente a presentarsi come virtù di (s)equilibrio.

Il problema, dunque, non è soltanto nominare Gesù, ma confessarlo secondo verità. Il diavolo stesso può tollerare il lessico cristiano, e perfino riutilizzarlo, purché ne venga svuotato il contenuto. Può restare il nome, mentre viene corrotta la sostanza; può restare il vocabolario evangelico, mentre viene tradito il Cristo dei Vangeli. Ed è proprio così che l’inganno si fa più sottile: non negando sempre frontalmente Gesù, ma alterandone dall’interno il volto, fino a sostituirlo con un altro Gesù, apparentemente familiare, ma sostanzialmente estraneo.

È qui che il fenomeno diventa più insidioso, perché la contraffazione comincia spesso non dalle religioni più lontane, ma dagli ambienti che si dichiarano ‘cristiani’. Il Gesù di molta predicazione pentecostale contemporanea viene ormai presentato attraverso lo slogan dell’«amico dei peccatori», formula che non nasce da un’autodefinizione di Cristo né dalla confessione apostolica, ma dal linguaggio polemico dei suoi avversari (Mt 11,19; Lc 7,34), poi sentimentalizzato dai pentecostali e reso pastoralmente deformante. Cristo viene presentato come colui che accoglie, comprende, consola, accompagna; molto meno come colui che regna, giudica, comanda, separa e chiama al ravvedimento. In questo modo la misericordia viene staccata dalla santità, la vicinanza dalla signoria, l’apparente amicizia dalla maestà messianica. Gesù non viene negato apertamente: viene sentimentalizzato. È un Cristo amicone. E un Cristo sentimentalizzato è già una contraffazione anticristiana del Cristo vero.

Su questa linea si collocano anche prodotti mediatici come la serie The Chosen, nei quali la figura di Gesù viene gnosticizzata, psicologicamente addolcita, narrativamente sedotta e spiritualmente trasfigurata, al prezzo di una progressiva alterazione del suo profilo rivelato. Il problema, anche qui, non è il semplice uso del nome di Gesù, ma il modo in cui Egli viene rifuso entro una grammatica religiosa che ne attenua la divinità, ne sfuma la messianicità e, in più punti, si lascia attraversare da tonalità gnosticizzanti ed esperienziali estranee alla sobria densità del testo evangelico. Il risultato è un Gesù più vicino all’uomo moderno, ma più lontano dalla verità biblca, perché non è più il Figlio eterno del Padre, consustanziale a Lui, il Messia promesso, il Signore della gloria.

Lo stesso vale per il «Cristo» del cattolicesimo, trattenuto entro apparati cultuali, intercessioni, processioni e devozioni che ne offuscano la sufficienza redentrice. E lo stesso vale, a maggior ragione, per il «Cristo» dell’Islam, profeta ma non Dio; per il «Cristo» dell’induismo, ricondotto alla figura del guru o dell’avatāra; per il «Cristo» del buddhismo, ridotto a maestro morale o guida spirituale; e per il «Cristo» del mormonismo, inserito in una costruzione dottrinale nella quale Gesù viene collocato entro la genealogia dei figli spirituali del Padre, mentre Lucifero stesso vi figura come altro figlio spirituale di Dio, ossia, in quel sistema, come fratello di Cristo. Si potrebbe continuare. Il «Cristo» di questi sistemi religiosi talvolta conserva il nome, ma ne tradisce l’identità. Perciò il nodo non è dire «Gesù», ma sapere chi sia il Gesù che si sta dicendo.

E la domanda, a questo punto, non è più eludibile: poiché dalle cronache documentate si evince che vi fu una preghiera comune, quale Gesù hanno pregato il pastore Elio Varricchione, membro del Consiglio Generale delle Chiese A.D.I., all’incontro interreligioso di giovedì 12 febbraio 2026, insieme a musulmani, mormoni, induisti e cattolici?

Qui sta il punto decisivo: la pietra d’inciampo non è la religiosità in quanto tale, né il riferimento generico al divino, ma il Messia di Dio (Rm 9,33; 1 Pt 2,7-8). La pietra d’inciampo è Gesù stesso: il Figlio di Dio, la Via, la Verità e la Vita, l’unico accesso al Padre, non semplicemente nominato con le labbra, ma confessato nella verità del suo essere e accolto nella pienezza della sua signoria. Una chiesa evangelica che accetta di farsi collocare in una scena in cui tutti questi «Gesù» possono convivere come figure religiose compatibili non sta ampliando la carità: sta rinnegando la fede. Qui siamo già sul terreno dell’apostasia preannunciata nel Nuovo Testamento (2 Ts 2,3; 1 Tm 4,1; 2 Tm 3,1-5).

10. Quando la burocrazia parla al posto della teologia

Per questo la delibera richiamata nella lettera del CGC del 19 marzo tace precisamente là dove avrebbe dovuto parlare. Non riafferma la signoria esclusiva di Cristo. Non distingue tra rispetto delle persone e inconciliabilità dei culti. Non pone argini. Non qualifica la partecipazione come eccezionale e irripetibile. Non mette in guardia dal sincretismo. Non custodisce la limpidezza evangelica. In una parola, non compie ciò che un organo ecclesiale dovrebbe compiere quando è in gioco il confine tra testimonianza cristiana e compromissione simbolica.

Al suo posto compare, invece, una formula tecnica. Ed è proprio qui che la delibera si rivela per ciò che è. Una formula amministrativa non entra nel merito teologico del problema: lo aggira. Non chiarisce la coscienza ecclesiale: la anestetizza. Non risponde alla domanda decisiva — se una tale presenza sia compatibile con la fedeltà evangelica —, ma la sostituisce con una classificazione funzionale, meno esposta e più gestibile. Questo è il punto: il CGC non scioglie il nodo, ma lo ricopre di linguaggio procedurale.

Ma quando la teologia tace e la burocrazia prende la parola, il nome corretto non è prudenza pastorale. Il nome corretto è copertura. Se una scelta fosse davvero difendibile alla luce della Scrittura, verrebbe difesa con la Scrittura. Quando invece la Scrittura scompare e resta l’amministrazione, non siamo davanti a un chiarimento, ma a una schermatura.

11. Il sincretismo del Consiglio Generale delle Chiese e la pedagogia dell’apostasia

Il punto, allora, va formulato senza infingimenti. Questa delibera citata in questa lettera, non è semplicemente il segno di una deriva possibile o di un rischio futuro: è già la manifestazione di un criterio sincretistico operante nel CGC. Non perché il Consiglio lo confessi apertamente — nessun organismo ecclesiastico compromesso con l’ambiguità lo farebbe in questi termini —, ma perché lo lascia trasparire nel solo modo in cui tali processi normalmente si lasciano riconoscere: attraverso il lessico scelto, le prassi difese, le omissioni teologiche e le coperture istituzionali. E questo non è un dettaglio secondario, ma il punto decisivo. Le derive più pericolose nella storia delle chiese cristiane non si annunciano con apostasie fragorose o con abiure solenni; avanzano piuttosto attraverso slittamenti lessicali, attenuazioni semantiche, formule prudenti e rispettabili che proteggono ciò che non osa ancora nominarsi apertamente.

Siamo dunque già dentro la pedagogia dell’apostasia. È così che il terreno viene preparato: prima si evita di chiamare il problema con il suo nome; poi lo si riclassifica; quindi lo si rende tollerabile; infine lo si difende come fatto ormai ammissibile. In questo senso, la delibera non rappresenta un semplice cedimento locale o una goffaggine amministrativa. Rappresenta un passaggio di metodo: il momento in cui il sincretismo, non potendo ancora presentarsi in forma dottrinalmente esplicita, viene protetto da un linguaggio abbastanza elastico da non scandalizzare subito, ma abbastanza efficace da mutare gradualmente il criterio del corpo ecclesiale.

Ed è precisamente qui che si misura la gravità del testo. Quando una chiesa smette di chiamare le cose con il loro nome e comincia invece a custodirle mediante formule molli, prudenti e rispettabili, non sta esercitando discernimento: sta educando il proprio popolo all’ambiguità. E dove l’ambiguità viene insegnata, l’apostasia non è più soltanto un esito possibile: è già all’opera come processo.

Per questo la delibera non è soltanto teologicamente ambigua: è anche istituzionalmente impegnativa. Proviene dall’organo che lo Statuto e il Regolamento collocano al centro del governo dell’ente (Stat., artt. 14-17; R.I., artt. 44-49) e si inserisce in una rete di raccordo con i Comitati di Zona che esclude la lettura del fatto come episodio privato (Stat., artt. 23-24; R.I., artt. 58-63). Ciò che qui è stato approvato non può essere ridotto a formula di circostanza: è una presa di posizione del CGC. E quando il CGC approva, difende e normalizza una prassi interreligiosa incompatibile con la testimonianza evangelica, il sincretismo non è più soltanto un pericolo all’orizzonte: è già un principio operante nell’organo che governa.

12. La lingua di Cristo e la lingua del serpente

Ed è precisamente per questo che qui non è in gioco soltanto un problema disciplinare, ma una questione teologica. Nella Scrittura la chiarezza appartiene a Dio e a Cristo; l’ambiguità, invece, al serpente. Già nell’Eden il serpente non nega frontalmente la parola di Dio: prima la insinua, la piega, la rende opaca mediante la domanda insinuante: «Come! Dio vi ha detto…» (Gen 3,1); poi la rovescia apertamente con la contraddizione: «No, non morrete affatto» (Gen 3,4). L’inganno, dunque, non nasce soltanto dalla negazione esplicita, ma dalla manipolazione del senso. All’opposto, il Signore comanda: «Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno» (Mt 5,37; cfr. Gc 5,12). Cristo nomina, distingue, illumina; il serpente, al contrario, sfuma, mescola, deforma, introduce formule elastiche per rendere accettabile ciò che, chiamato con il suo vero nome, apparirebbe immediatamente intollerabile. Per questo il lessico dell’ambiguità non è un dettaglio stilistico, ma già un sintomo spirituale. Quando la Chiesa smette di chiamare le cose con il loro nome e avvolge il compromesso in formule amministrative, smette di parlare con la franchezza di Cristo e comincia a respirare l’aria opaca della seduzione. La verità non ha bisogno di nebbia; ne ha bisogno solo l’inganno.

E la Scrittura, su questo punto, è più precisa di quanto spesso si voglia ammettere. Paolo non richiede ai servitori di Dio un linguaggio diplomatico, ma una parola integra. Per questo, in 1 Timoteo 3,8, esige che i diaconi non siano «doppi nel parlare»: il greco μὴ διλόγους colpisce precisamente quella duplicazione verbale che dice e non dice, afferma e insieme attenua, lascia sussistere il fatto mentre ne svuota il significato. Non si tratta di una semplice imprecisione espressiva, né di una genericità innocente: δίλογος designa una parola bifronte, capace di rivolgersi in modo diverso ai diversi destinatari, adattando il discorso senza mai esporsi interamente alla verità. È, in sostanza, il contrario della franchezza evangelica.

Giacomo porta il giudizio ancora più a fondo. In Giacomo 1,8 l’uomo δίψυχος è l’uomo interiormente diviso, instabile in tutte le sue vie; in Giacomo 4,8 i δίψυχοι sono chiamati a purificare il cuore. La Scrittura, dunque, non considera la doppiezza un semplice difetto di formulazione, ma il riflesso di una divisione più profonda. Là dove il parlare si fa ambiguo, il cuore è già scisso; là dove la parola si sdoppia, l’interiorità non è più integra. Paolo denuncia la doppiezza del linguaggio; Giacomo ne svela la matrice spirituale. Perciò un linguaggio che protegge ciò che non osa nominare non è prudenza, ma sdoppiamento; non è discernimento, ma divisione interiore ammantata di procedura.

È precisamente in questo senso che la delibera del CGC si lascia giudicare dalla Scrittura. Non perché contenga una menzogna grossolana, ma perché adotta quella forma più sottile e più pericolosa del falso che consiste nel dire senza dire, nel qualificare senza chiarire, nel coprire il fatto mentre lo si ratifica. E qui la condanna biblica si fa più penetrante della nostra. Perché la parola doppia, nella prospettiva apostolica, non è soltanto un difetto di stile: è una ferita dell’integrità. Là dove il linguaggio si fa ambiguo, la Scrittura non riconosce prudenza pastorale, ma doppiezza del parlare; e dove compare la doppiezza del parlare, non tarda a manifestarsi anche la doppiezza del cuore.

13. Il confronto che chiama in causa il criterio

Ed è proprio alla luce di questo criterio biblico che un richiamo personale, per quanto contenuto, si rende qui necessario, perché illumina un problema di principio. Le decisioni assunte dal Consiglio Generale nel 2002 ebbero conseguenze concrete sulla mia vita, sulla mia famiglia e su altri nuclei familiari coinvolti in quella stagione disciplinare. Non si tratta di riaprire una vicenda privata, ma di ricordare che le decisioni ecclesiali producono effetti reali e, proprio per questo, consentono di valutare il criterio con cui un’autorità applica le proprie norme. In tale continuità, resta significativo che il segretario di allora e di oggi sia Eliseo Cardarelli.

Il punto, tuttavia, non è personale, ma morale. Nel 2002 una collaborazione pienamente evangelica e biblica fu ritenuta incompatibile con il ministero A.D.I.; oggi, invece, una presenza istituzionale in un contesto di dialogo interreligioso non cristiano viene approvata e difesa. La Bibbia non è cambiata. Lo Statuto non è cambiato. Il Regolamento interno non è cambiato. Se il fondamento resta identico e l’applicazione varia, il problema non è nella norma, ma nel criterio.

Per questo la contraddizione non dipende dalla sensibilità di chi osserva, ma dalla struttura stessa dei fatti. Se allora collaborazioni interamente interne all’orizzonte evangelico poterono essere trattate disciplinarmente, mentre oggi una presenza rappresentativa in un organismo di dialogo interreligioso viene approvata e protetta con formule attenuative, allora è il metro dell’autorità ad apparire mutato. E un’autorità il cui metro muti senza dichiararlo esplicitamente diventa inevitabilmente più esposta al sospetto di selettività.

Conclusione

La delibera del CGC non chiarisce: copre.

Non distingue: confonde.

Non custodisce la testimonianza evangelica: la espone all’ambiguità.

Non riduce lo scandalo: lo normalizza.

Qui sta il punto finale. Quando un’autorità ecclesiale non osa difendere biblicamente ciò che approva e lo avvolge invece nel lessico dell’amministrazione, non esercita discernimento: scherma il compromesso. Non siamo ancora, forse, al sincretismo proclamato; ma siamo già dentro il suo apprendistato linguistico e istituzionale.

E quando una chiesa impara a chiamare rispettabile ciò che un tempo avrebbe chiamato scandalo, il problema non è più l’episodio. Il problema è il criterio del vertice, che ha scelto di coprire ciò che non osa difendere.

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