Henry H. Ness, il fondatore delle “Assemblee di Dio in Italia”

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e-book distribuito gratuitamente, aggiornato il 4 aprile 2025

Introduzione

Un popolo senza memoria storica è come un albero senza radici

Biglietto di auguri di buon compleanno a Henry H. Ness, scritto di proprio pugno da U.N. Gorietti

Henry Hamilton Ness fu il fondatore delle Assemblee di Dio in Italia (ADI). Si tratta di un dato tanto evidente da costituire, per dirla con Lessing, quasi una verità di ragione. Nessuno storico degno di tale nome ha mai potuto metterlo seriamente in discussione, così come nessuno contesterebbe che Lutero fu il fondatore del Luteranesimo o Wesley del Metodismo. La documentazione al riguardo è ampia, nitida e priva di ambiguità: lo attestarono i pentecostali americani, lo affermò lo stesso Henry H. Ness — sebbene con una certa reticenza lessicale — e lo lasciò chiaramente intendere Roberto Bracco in un articolo pubblicato sul The Pentecostal Evangel (10 dicembre 1949, p. 10). Persino negli scritti ufficiali redatti nel tempo dalla stessa organizzazione pentecostale delle ADI è possibile ricavare, da una lettura attenta e non superficiale, la medesima conclusione.

A partire dal 2013, tuttavia, si è registrato un fenomeno singolare: le Assemblee di Dio in Italia, che per decenni avevano attribuito grande rilievo alla narrazione delle proprie origini, hanno progressivamente cessato di valorizzarla, fino a relegare nell’ombra — seppur gradualmente — la figura centrale di Henry Hamilton Ness. In netta discontinuità rispetto al passato, la storia del Movimento Pentecostale non riveste più il ruolo prioritario che aveva assunto soprattutto tra gli anni Ottanta del Novecento e il primo decennio del XXI secolo. Voci attendibili riferiscono persino che, presso l’Istituto Biblico Italiano (IBI) — la scuola di formazione teologica delle ADI — tale materia non sia più oggetto di insegnamento autonomo, ma sia stata declassata a tematica secondaria, inserita nel quadro più ampio dei movimenti di risveglio del protestantesimo contemporaneo. Se tale notizia fosse confermata, ci troveremmo di fronte a una svolta epocale, poiché nemmeno le facoltà teologiche non pentecostali hanno mai spinto la marginalizzazione della disciplina fino a questo punto.

Così facendo, le ADI hanno finito per formare — non soltanto, com’è tristemente noto, analfabeti funzionali sotto il profilo biblico — ma anche analfabeti funzionali sotto il profilo storico. Eppure, se si confronta il piano di studi dell’Istituto Biblico Italiano con quello del Northwest Bible Institute, fondato da Henry H. Ness nel 1934 (in particolare nella versione vigente fino al 1960), si scopre un’incredibile affinità tra i due. Sebbene, almeno ufficialmente, si sia dichiarato di ispirarsi al modello dell’IBTI britannico (International Bible Training College), dove furono istruiti e in parte indottrinati numerosi giovani pentecostali italiani del secondo dopoguerra — a cominciare dallo storico presidente ADI Francesco Toppi — le somiglianze con l’istituto biblico fondato da Ness appaiono in realtà ben più marcate e strutturali.

Non è privo di significato che tale situazione coincida temporalmente con la pubblicazione — nel dicembre del 2012 — del volume «La Massoneria smascherata» di Giacinto Butindaro, opera che ha scoperchiato il vaso di Pandora, gettando luce su connivenze ‘inaspettate’ tra ambienti pentecostali, logge massoniche e strutture d’intelligence. È in tale contesto che va letta la progressiva damnatio memoriae della figura di Henry H. Ness, oggi quasi del tutto rimossa dalla narrazione ufficiale.

A dispetto di questo trattamento ingeneroso, ritengo che Henry H. Ness, insieme a Frank B. Gigliotti, meriterebbe un monumento poiché senza la sua azione fondativa le Assemblee di Dio in Italia non esisterebbero. Ness lottò con determinazione per la libertà religiosa, fece giungere ingenti aiuti economici dagli Stati Uniti — una sorta di “Piano Marshall evangelico” — gettò le fondamenta e inaugurò la costruzione dell’organizzazione religiosa delle “Assemblee di Dio in Italia” (ADI), imprimendo una svolta profonda all’intero pentecostalismo italiano, anche al di fuori della sfera istituzionale delle ADI.

La sua influenza si è riverberata ben oltre i confini denominazionali, incidendo in modo significativo sia sull’etica sia sulla teologia delle chiese pentecostali indipendenti, che per decenni si sno ‘nutrite’ dalle publbicazioni delle ADI nei cui confronti hanno mantenuto una forma di sudditanza psicologica pure quando la criticavano. È bene ricordare che furono proprio queste ultime a organizzare, per prime, una scuola di formazione teologica pentecostale in Italia. Intere generazioni di bambini e giovani cresciuti nelle comunità evangeliche non affiliate si sono comunque formate sui manuali della Scuola Domenicale — una sorta di catechismo evangelico — pubblicati, e tuttora pubblicati, dalle ADI. Tali testi non erano altro che traduzioni adattate dei manuali delle Assemblies of God statunitensi. In questo modo, prima colonizzando e poi influenzando strutturalmente il movimento, gli americani determinarono — e in parte deformarono — l’impianto teologico e l’orientamento ecclesiologico dell’intero pentecostalismo italiano.

In questa prospettiva, non si tratta semplicemente di restituire a Henry Hamilton Ness il posto che gli spetta nella genealogia storica delle Assemblee di Dio in Italia. Si tratta piuttosto di riaprire il cantiere della memoria — un cantiere volutamente abbandonato, rimosso, reso silenzioso — e di riportare alla luce le trame, i retroscena e le dinamiche di potere che ne hanno determinato la nascita, lo sviluppo e l’evoluzione.

Raccontare questa storia significa oltrepassare le patine agiografiche, le retoriche identitarie e le ricostruzioni ufficiali confezionate per garantire stabilità istituzionale. Significa entrare in quella zona d’ombra dove religione, potere e interessi strategici si intrecciano. Significa riconoscere che le ADI non furono un semplice movimento spirituale, ma il prodotto storico di un’operazione politico-religiosa internazionale, in cui la figura di Ness rappresenta non solo il fondatore carismatico, ma anche il perno di una rete transatlantica articolata.

Ciò che segue non è dunque un esercizio commemorativo, ma un’indagine: un percorso tra archivi, documenti, indizi e silenzi; un cammino critico per restituire alla storia del pentecostalismo italiano la profondità e la complessità che le sono state sottratte. Perché — come ammoniva Tucidide — la storia è «non già un pezzo d’occasione da ascoltare sul momento, ma un possesso per sempre» (Guerra del Peloponneso, I, 22,4), solo se viene raccontata per ciò che è, e non per ciò che conviene.

1. Il binomio del complotto

L’espressione «binomio» è la più adatta a descrivere la relazione funzionale che unì Frank Bruno Gigliotti e Henry Hamilton Ness nella fase preparatoria delle Assemblee di Dio in Italia. Non due figure isolate, non due iniziative parallele, non due presenze occasionali, ma due uomini di rete, collocati su versanti diversi e tuttavia convergenti. Gigliotti agiva sul fronte diplomatico-protestante, politico e para-istituzionale; Ness su quello pentecostale-organizzativo, missionario e confessionale. Il primo apriva porte presso autorità, comitati, ambasciate, ambienti protestanti e circuiti d’influenza; il secondo entrava nel campo pentecostale italiano con linguaggio fraterno, credenziali americane, materiali dottrinali, programma organizzativo e mandato denominazionale.

In questo senso, Gigliotti e Ness possono essere considerati i due fondatori esecutivi delle Assemblee di Dio in Italia. Non perché abbiano agito da soli, né perché i collaboratori italiani siano stati irrilevanti, ma perché la documentazione li colloca nel punto di raccordo tra pressione esterna e costruzione interna della nuova forma denominazionale. Gigliotti prepara la cornice; Ness lavora sul corpo. Gigliotti opera nel protestantesimo generale e nei circuiti della libertà religiosa; Ness interviene sulla specifica «situazione pentecostale». La nascita delle ADI diventa comprensibile solo se si tiene insieme questa doppia funzione.

I collaboratori italiani — Salvatore Anastasio, Umberto Nello Gorietti, Roberto Bracco, Vincenzo Federico e Rosario Di Palermo, soprattutto i primi tre — ebbero un compito cruciale, ma collocato su un piano diverso: contribuirono a costruire, implementare e radicare progressivamente la nuova struttura sul territorio. Il loro ruolo fu indispensabile, ma non coincide con quello dei due principali attori transatlantici. Gigliotti e Ness operarono infatti come cerniera tra il campo italiano e reti esterne più ampie, dentro una dinamica che non può essere ridotta a una semplice evoluzione spontanea del pentecostalismo delle origini.

Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti non agirono come figure estranee l’una all’altra, né come soggetti mossi da iniziative indipendenti. La documentazione mostra una convergenza tra i due: Gigliotti sul piano diplomatico-protestante e para-istituzionale; Ness sul piano pentecostale-organizzativo. Le loro rispettive reti di relazione, i loro contatti e il loro posizionamento li collocavano su un terreno politico-religioso comune, nel quale libertà religiosa, anticomunismo, influenza statunitense, ricomposizione del protestantesimo minoritario e riorganizzazione pentecostale finirono per intrecciarsi. In questa convergenza, le ADI possono essere considerate una loro creatura congiunta non nel senso di un’invenzione dal nulla, ma nel senso storico di una fondazione esecutiva resa possibile dalla loro azione coordinata.

È tuttavia necessario mettere in rilievo un punto decisivo: entrambi si muovevano dentro reti più vaste del pentecostalismo italiano. Non furono semplicemente predicatori o benefattori, ma uomini inseriti in circuiti religiosi, politici e istituzionali che travalicavano il solo orizzonte ecclesiale. La fondazione delle Assemblee di Dio in Italia segnò infatti una svolta profonda nella storia del pentecostalismo nazionale, imprimendo un’impronta organizzativa e teologica destinata a incidere anche oltre i confini formali della denominazione.

La ricostruzione del binomio Gigliotti–Ness non è un semplice preludio storiografico: è una chiave necessaria per comprendere la natura della nascita delle Assemblee di Dio in Italia. Ridurre la loro azione a una iniziativa evangelica autonoma significherebbe lasciare fuori l’elemento essenziale: entrambi operarono all’interno di una trama più ampia, esterna alla matrice originaria del pentecostalismo italiano e connessa al nuovo equilibrio politico-religioso del secondo dopoguerra. Tale trama, attiva già negli anni Quaranta, si inseriva nel quadro dell’influenza statunitense sull’Europa occidentale, dell’anticomunismo, della diplomazia religiosa e della riorganizzazione degli spazi protestanti nel Mediterraneo.

Frank Bruno Gigliotti e Henry Hamilton Ness furono dunque strumenti e protagonisti di questo passaggio. Gigliotti operava come uomo di relazione, capace di muoversi tra protestantesimo, istituzioni, diplomazia religiosa e ambienti politico-strategici; Ness agiva come interfaccia pentecostale e organizzativa, offrendo il volto confessionale e fraterno di un progetto che richiedeva, per riuscire, sia legittimazione esterna sia accettazione interna. Il punto non è negare la sincerità religiosa dei credenti coinvolti, né la realtà della persecuzione subita dalle comunità pentecostali italiane; il punto è riconoscere che quella sofferenza venne progressivamente tradotta in forma organizzativa, mandato, rappresentanza e affiliazione.

È per questo che comprendere la parabola di Ness e il suo raccordo con Gigliotti significa varcare la soglia delle narrazioni devozionali per entrare nella dimensione storica concreta: quella in cui il pentecostalismo italiano non nasce denominazione per semplice maturazione interna, ma viene ricollocato dentro una forma nuova, in un momento in cui la Guerra fredda, la dipendenza italiana dagli Stati Uniti, la questione della libertà religiosa e la competizione tra modelli pentecostali internazionali rendevano il campo italiano particolarmente esposto.

Ed è proprio per questa ragione che si impone la domanda cruciale, che guiderà le pagine successive.

2. Perché una biografia su Henry H. Ness?

Avendo militato per buona parte della mia vita all’interno di questa organizzazione — anche in qualità di pastore — e avendo avuto accesso, per circa un anno, a una documentazione non ordinariamente disponibile, la pubblicazione del volume La Massoneria smascherata nel dicembre 2012 non mi colse affatto di sorpresa. Alcuni ex colleghi pastori, testimoni diretti di quegli anni, potrebbero confermare che già molto tempo prima avevo anticipato in via confidenziale molte delle informazioni che sarebbero poi comparse nell’opera di Giacinto Butindaro. E tuttavia proprio quel volume ebbe su di me l’effetto di un detonatore: risvegliò ricordi sopiti, rimossi, custoditi in fondo alla memoria.

Alla conoscenza accumulata negli anni si aggiunsero nuovi elementi offerti dalla ricerca di Butindaro. Fu allora che riemerse, con la forza di un’urgenza interiore, il desiderio — direi quasi il bisogno — di ricomporre il mosaico della genealogia storica del pentecostalismo italiano. Iniziai così un lavoro lungo, silenzioso e metodico. Frequentai biblioteche in Italia, Stati Uniti, Grecia e Portogallo; rintracciai familiari e conoscenti di figure pentecostali ormai scomparse; attraversai oceani per incontrarli, intervistarli, raccogliere testimonianze. Andavo in cerca di documenti, lettere, appunti, perfino frammenti apparentemente marginali: tessere preziose per ricostruire un disegno che, passo dopo passo, si rivelava sempre più complesso e inquietante.

Fu un lavoro che richiese anni, sacrifici e risorse. Ma ne valse la pena. Più approfondivo, più prendevo coscienza di essere stato formato dentro un racconto storico parziale, costruito da quello stesso ambiente che avevo servito con dedizione e passione. Da quella consapevolezza iniziò per me un percorso di liberazione personale e spirituale che, nel tempo, mi condusse fuori: prima fisicamente, poi anche emotivamente. Queste tematiche, un tempo dominanti nella mia vita, sono state in larga parte soppiantate da altri orizzonti. Oggi ho altri impegni e altri interessi. Tuttavia, in alcuni momenti — come quello presente — riaffiorano con forza, non come ossessione, ma come atto di giustizia verso la memoria storica. Sono ambiti che ho studiato a lungo e che conosco dall’interno.

Tutto riemerse alcuni giorni fa, quando mi fu segnalata la pubblicazione, da parte di Giacinto Butindaro, della trascrizione di una lettera inviata dal maestro venerabile David Green a Henry H. Ness. In quell’istante compresi che la storia del pentecostalismo italiano poteva entrare in una nuova fase. Se il 2012 aveva inaugurato una fase di rottura nella narrazione interna, oggi potremmo trovarci davanti a un ulteriore passaggio. Ho l’impressione netta che Butindaro abbia intercettato uno dei molti filoni ancora nascosti nella miniera, vasta e poco esplorata, della storiografia pentecostale italiana. E da tali filoni, se perseguiti con rigore, potrebbero emergere acquisizioni di notevole portata.

Preciso che la copia della lettera di David Green riprodotta in questo articolo non deriva dalla pubblicazione di Butindaro: proviene da un originale che già possedevo, così come, evidentemente, ne possiede anche lui una copia. Se la mia ipotesi è corretta, egli potrebbe presto imbattersi in altri rami connessi a quello stesso filone, aprendo una fase di ricerca destinata a produrre conseguenze storiografiche significative.

Il motivo è semplice e, insieme, inquietante: l’humus da cui nacquero le Assemblee di Dio in Italia — e, con esse, una parte consistente del pentecostalismo italiano del dopoguerra — appare molto meno limpido di quanto la narrazione confessionale abbia lasciato intendere. La realtà documentaria, per quanto ancora da ordinare in tutte le sue connessioni, mostra un quadro più complesso, più opaco e più strutturato. Ciò che potrebbe emergere nei prossimi anni, se le piste archivistiche saranno seguite con metodo, potrebbe superare per profondità e gravità molto di quanto è stato pubblicato sinora. È in questa prospettiva che la vicenda storica del pentecostalismo italiano assume un’urgenza nuova.

Per questo ho scelto di rompere il silenzio con il presente articolo, che volutamente non rivelerà tutto, ma offrirà coordinate precise per chi voglia proseguire la ricerca. Questa decisione è maturata anche in seguito alla lettura di alcuni commenti comparsi sotto un post Facebook del prof. G. Rinaldi, in cui — mio malgrado — venivo menzionato pubblicamente.

È la prima volta che affronto pubblicamente questi nodi storici in questa forma, e non so se vi ritornerò. Ma spero che queste pagine possano suscitare un’autentica ricerca della verità, libera da vincoli confessionali e da agende istituzionali. La storia del pentecostalismo italiano è una delle più avvincenti e misconosciute al mondo: una trama in cui fede, persecuzione, diplomazia religiosa, strategie denominazionali, reti internazionali e interferenze politico-culturali si intrecciano molto più di quanto la memoria ufficiale abbia voluto ammettere.

È ormai documentabile che molti pentecostali italiani del dopoguerra non furono messi nelle condizioni di conoscere l’intero quadro entro cui si stava decidendo il loro futuro ecclesiale. In questa operazione di riorientamento, Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti ebbero un ruolo centrale, insieme a reti e regie più ampie che ne accompagnarono le strategie. A suggerirlo non sono soltanto documenti finora trascurati, ma anche le parole di Roberto Bracco e, più recentemente, la testimonianza del pastore Giuseppe Tramentozzi. Le Assemblee di Dio in Italia nacquero dentro un processo opaco, nel quale la sofferenza reale dei credenti perseguitati venne progressivamente tradotta in organizzazione, rappresentanza, mandato e affiliazione.

È giunto il momento di dirlo con chiarezza: le ADI rappresentano, sotto il profilo storico e teologico, una profonda cesura rispetto alle proprie origini. Quelle origini, incarnate da figure come Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e altri pionieri dimenticati, furono progressivamente marginalizzate da una nuova architettura ecclesiastica, dottrinale e organizzativa. La fedeltà alla matrice originaria venne sacrificata a favore di un diverso ordine confessionale, più funzionale alla logica denominazionale americana e alle dinamiche politico-religiose del secondo dopoguerra.

Ecco perché una biografia su Henry H. Ness non è un capriccio storiografico, ma un atto di giustizia. Comprendere la sua parabola significa interrogare la matrice strategica del pentecostalismo italiano del dopoguerra, liberarla dalle patine agiografiche e restituirla alla storia: non alla memoria edificante, ma alla storia documentata, verificabile, scomoda.

3. La lettera del Maestro Venerabile David A. Green

Eccoci giunti, finalmente, alla lettera di David A. Green, già Maestro Venerabile della Ionic Lodge n. 90 del Rito Scozzese Antico ed Accettato, con sede a Seattle, indirizzata a Henry Hamilton Ness (1894–1970). Si tratta di un documento di straordinaria rilevanza storica, finora ignorato o deliberatamente eluso nelle narrazioni ufficiali delle Assemblee di Dio in Italia. Di esso intendo segnalare alcuni elementi nodali, lasciando ai ricercatori il compito — ineludibile — di condurre ulteriori approfondimenti e di valutarne la portata nel quadro più ampio delle dinamiche storico-religiose e geopolitiche dell’epoca.

  1. L’intestazione merita, anzitutto, un’attenzione particolare. Il nome della loggia massonica — Ionic — non è affatto neutro. Nella semantica massonica, la denominazione di una loggia non è mai un semplice vezzo lessicale: essa veicola una simbologia stratificata, allusiva a ruoli, funzioni e appartenenze specifiche. «Ionico» rimanda immediatamente all’Ordine Ionico, uno dei tre ordini architettonici classici, simbolo di equilibrio tra forza e misura, associato nella tradizione esoterica alla mediazione tra intelletto e azione. Non è dunque arbitrario che proprio questo nome sia stato scelto per designare la loggia di appartenenza di Green: esso allude a un ruolo intermedio, di connessione e di influenza, collocato in un punto strategico dell’architettura massonica statunitense del secondo dopoguerra.
  2. Un secondo elemento degno di nota è la data: 9 settembre 1949 — 9.9.1949. È un dettaglio che, in un contesto simbolico come quello massonico, non può essere trascurato. La triplice ricorrenza del numero nove ha infatti una lunga tradizione esoterica. Nella numerologia simbolica della Massoneria, il nove rappresenta la completezza ciclica e la rigenerazione spirituale; tre volte nove (9-9-9) costituisce una formula carica di valenze iniziatiche, speculare — in alcuni rituali — alla cifra 666 in chiave rovesciata, simbolo di un “ordine spirituale superiore” contrapposto a quello terreno. Non si può affermare con certezza che la data sia stata scelta per tale ragione, ma l’ipotesi non può essere esclusa, tanto più in un ambiente che tradizionalmente attribuisce grande importanza alla codificazione simbolica dei dettagli.
  3. Il corpo della lettera è ancor più eloquente. Green fa riferimento a un discorso pubblico pronunciato da Henry H. Ness in occasione di un incontro massonico, al quale presero parte numerosi membri della fratellanza, inclusi quindici Maestri Venerabili. Questo elemento, di per sé, è rivelatore. Non ci troviamo davanti a un rapporto occasionale o marginale: Ness parlò in una sede ufficiale della Massoneria, a un uditorio qualificato e di alto grado. Quali contenuti espresse per suscitare un consenso tanto ampio? Quale messaggio intese veicolare? E, soprattutto, quale ruolo ricopriva realmente in quella rete di relazioni? Queste domande, a oggi, restano aperte, ma costituiscono nodi interpretativi cruciali.
  4. Particolarmente significativa è la formula di saluto con cui David A. Green si rivolge al destinatario: «Noi ti salutiamo come un Fratello». Tale lessico appartiene inequivocabilmente alla tradizione rituale massonica, come attestano, ad esempio, i manuali del The Masonic Text-Book of Tennessee (pp. 49 e 52) e di altre logge americane coeve. Non si tratta di una formula di cortesia, bensì di una dichiarazione di appartenenza: nella prassi rituale massonica, il termine “Fratello” non viene mai attribuito a un profano. Ma la frase successiva è ancor più eloquente e carica di implicazioni ideologiche:

«Noi ti salutiamo come un Fratello perché tu hai la Massoneria nel cuore, e i pensieri che ci hai lasciato sono totalmente in armonia con il credo Massonico della “Paternità di Dio e della Fratellanza dell’Uomo”».

Questa dichiarazione racchiude un intero sistema dottrinale. Essa si richiama a uno dei cardini della teologia massonica: l’umanesimo iniziatico fondato sull’idea di una paternità universale del “Grande Architetto dell’Universo” e sulla fratellanza ontologica dell’intero genere umano, concetto che, pur apparendo nobile e armonioso, si pone in tensione insanabile con la visione cristocentrica e soteriologicamente esclusiva del Vangelo.

Il punto non è marginale: ciò che emerge da questa lettera è che Henry H. Ness non era percepito come un semplice simpatizzante né come un ospite esterno, ma come un iniziato ideologicamente allineato, perfettamente armonizzato con i principi dottrinali della Massoneria nordamericana.

Nelle sezioni successive — e nella documentazione allegata — sarà possibile approfondire le implicazioni storiche, teologiche e geopolitiche di questa lettera, che rappresenta a pieno titolo una delle prove più tangibili dell’intreccio strutturale tra la nascita delle Assemblee di Dio in Italia e i circuiti massonici statunitensi nel cuore della Guerra Fredda.

La lettera del maestro venerabile D. Green indirizzata a Henry Ness

 

HENRY HAMILTON NESS

(Cenni biografici inediti)

« Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo» Agostino d’Ippona

Alcuni cenni biografici su Henry Hamilton Ness sono rintracciabili in contributi pubblici diversi: negli articoli di Francesco Toppi, storico presidente delle chiese ADI; nel volume di Giacinto Butindaro La Massoneria smascherata; e in altri scritti apparsi su questo stesso blog. Resta però un dato difficilmente eludibile: nella storiografia pentecostale ufficiale la figura di Ness è stata a lungo marginalizzata. I principali testi di storia del movimento, quando non ne omettono del tutto il nome, lo menzionano appena, quasi fosse una presenza laterale nella vicenda pentecostale italiana. Una rimozione storiograficamente grave, perché non proporzionata al ruolo che la documentazione gli attribuisce.

Ness occupa invece una posizione centrale nella storia del pentecostalismo italiano del secondo dopoguerra. Questo solo dato incrina l’impianto di una certa memorialistica interna, spesso più interessata a custodire una genealogia edificante che a interrogare criticamente le fonti. L’elenco dei volumi che hanno contribuito a ridimensionarne o a neutralizzarne la presenza sarebbe lungo, e finirebbe per coincidere con una parte rilevante della produzione editoriale di area ADI.

In questo quadro colpisce l’interesse manifestato tardivamente dalle Assemblies of God USA, che nel 2018, a molti decenni dalla morte di Ness, pubblicarono una scheda biografica sul sito del Flower Pentecostal Heritage Center. Il dato è significativo anche per il contrasto con il trattamento riservatogli al momento della scomparsa, quando The Pentecostal Evangel gli dedicò poche righe. In Italia, per quanto risulta, la notizia della sua morte non ebbe alcun rilievo pubblico nel circuito ADI: nessuna nota ufficiale, nessun ricordo organico, nessuna ricostruzione. Un silenzio che, proprio per la statura del personaggio, non può essere liquidato come semplice dimenticanza.

È legittimo domandarsi perché, dopo circa cinquant’anni, le Assemblies of God statunitensi abbiano ritenuto opportuno riproporre la figura di Henry H. Ness. Forse per il crescente interesse che il suo nome sta suscitando anche in Italia; forse perché il suo profilo, a lungo rimasto ai margini della narrazione pubblica, è troppo rilevante per continuare a essere ignorato. Non ripeterò qui ciò che altri hanno già scritto, né quanto ho già esposto su questo stesso blog. Mi limiterò a presentare alcuni pochi elementi meno noti, utili a quanti intendano approfondire con serietà la storia del pentecostalismo italiano.

Mi rivolgo, naturalmente, a chi cerca la verità storica con metodo: a chi verifica, confronta, contestualizza, distingue il documento dall’interpretazione e l’ipotesi dalla prova. Non a chi si limita a ripetere narrazioni ricevute, spesso protette dall’appartenenza confessionale più che dalla solidità delle fonti. La storia non si scrive per riverenza verso un’istituzione, né per fedeltà a un racconto identitario; si scrive interrogando ciò che le fonti permettono di dire, anche quando ciò disturba memorie consolidate.

Qui emerge una distinzione essenziale: non basta possedere titoli o muoversi in ambienti accademici per operare realmente da storico. Lo storico non registra soltanto versioni già circolanti; cerca, indaga, verifica, connette, colloca ogni elemento nel suo contesto e, quando le fonti lo impongono, apre revisioni. Nel caso della storiografia pentecostale italiana, una parte della produzione disponibile appare più descrittiva che investigativa: utile talvolta come raccolta di memoria, ma spesso povera di reale originalità documentaria e poco incline a mettere in discussione il quadro ricevuto.

Non è raro, inoltre, che determinati circuiti culturali e religiosi tendano ad accreditarsi reciprocamente: si citano, si celebrano, si legittimano, costruendo un’autorità più relazionale che scientifica. Non si tratta qui di attribuire appartenenze personali non dimostrate, ma di osservare un meccanismo: quando il riconoscimento interno sostituisce il controllo documentario, la ricerca storica si indebolisce e diventa narrazione di circuito.

Qualcuno potrebbe domandarsi perché abbia scelto proprio ora di intervenire pubblicamente. In primo luogo, perché sono stato recentemente chiamato in causa sui social media; in secondo luogo, perché i tempi sembrano maturare per una presa di coscienza più ampia. Ma, soprattutto, perché intendo offrire indicazioni utili ai ricercatori: piste, domande, direzioni d’indagine, punti archivistici da esplorare. Per ragioni didattiche, e per rendere più chiara la sistemazione del materiale, ho suddiviso questi cenni biografici su Henry H. Ness in tredici brevi paragrafi, con l’auspicio che possano servire da base per futuri approfondimenti seri, liberi da vincoli confessionali e da automatismi apologetici.

1. Un fervente sionista

Henry Hamilton Ness era un fervente sostenitore del sionismo e apparteneva a una famiglia di origine ebraica. Si tratta della prima verità inedita.

A Seattle, dove egli risiedeva e operava, vi era — e vi è tuttora — una numerosa e ben strutturata comunità ebraica, della quale faceva parte anche David A. Green, Maestro Venerabile della Ionic Lodge n. 90 del Rito Scozzese Antico ed Accettato, autore della lettera analizzata nel paragrafo precedente.

Una delle prove documentarie della sua militanza si rintraccia nelle pagine del The Transcript, quotidiano ebraico locale. Nella sua edizione del 28 febbraio 1949 compare il nome di Henry H. Ness in un contesto chiaramente collegato alla comunità israelitica. Ancora più significativa è l’edizione del 26 luglio 1948 (vol. XXV, n. 43), nella quale Ness viene esplicitamente definito un «fervente sionista». Il lessico impiegato non lascia adito ad ambiguità e testimonia un orientamento ideologico ben radicato e pubblicamente riconosciuto.

Qualche anno più tardi, quando il governatore dello Stato di Washington, Arthur B. Langlie, lo nominerà direttore del Department of Institutions — ossia capo dell’amministrazione penitenziaria statale, di cui parleremo in seguito — tale nomina susciterà non poche reazioni. Tra esse spicca quella del reverendo Alexander Schiffner, pastore del Bethel Temple, che indirizzerà una lettera formale di protesta al governatore. In essa si legge una dichiarazione tanto netta quanto inquietante:

Il dottor Ness è un autoproclamato sionista. Il sionismo è anti-cristiano poiché è un movimento globalista che mira a stabilire un governo mondiale sotto il controllo dei sionisti ebrei.

[nota: Per molti ebrei ortodossi i “sionisti ashkenaziti” non sono considerati propriamente Giudei (Genesi 10,3; 1 Cronache 1,6)]

Al di là del giudizio espresso, tale dichiarazione attesta con chiarezza quanto l’adesione di Ness al sionismo fosse notoria negli ambienti religiosi americani dell’epoca, suscitando reazioni aspre e polemiche. Questo elemento, lungi dall’essere marginale, costituisce una chiave interpretativa rilevante per comprendere molte delle sue scelte pubbliche, politiche e religiose, sia negli Stati Uniti sia nel contesto italiano.

Viaggi finanziati da ambienti massonici

In ragione del suo orientamento ideologico e delle reti nelle quali era inserito, tra i sostenitori dei viaggi internazionali di Henry H. Ness compaiono anche ambienti massonici di matrice ebraica. Il dato non va trattato come dettaglio marginale né caricato oltre ciò che le fonti consentono di affermare. Nel quadro del secondo dopoguerra, quei circuiti potevano costituire luoghi di relazione tra élite religiose, interessi politici, sensibilità sioniste e forme di diplomazia informale.

Mentre Ness si recava a Roma — anche con fondi provenienti da tali ambienti — i suoi spostamenti venivano presentati pubblicamente entro una cornice ecclesiale. La motivazione dichiarata era lo svolgimento di conferenze bibliche rivolte ai conduttori pentecostali italiani. Il tema, tutt’altro che neutro, era «L’organizzazione delle chiese».

È proprio questo elemento a rendere il passaggio storicamente rilevante. L’insegnamento sull’organizzazione non interveniva in un vuoto, ma dentro un pentecostalismo italiano ancora segnato dall’impostazione congregazionalista e anti-denominazionale delle origini, incarnata da Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e, più a monte, dall’influenza teologica di William H. DurhamLa proposta di una nuova forma organizzativa implicava dunque una discontinuità profonda: non semplice coordinamento fraterno, ma progressivo trasferimento del movimento dentro una struttura confessionale diversa, quella che di lì a poco avrebbe assunto il nome di Assemblee di Dio in Italia.

Parallelamente agli incontri di carattere biblico e organizzativo, Ness ebbe anche interlocuzioni di altra natura. Durante la permanenza italiana si recò in Vaticano per incontrare Papa Pio XII, circostanza della quale la quasi totalità dei pentecostali italiani sembra essere rimasta all’oscuro.[nota 1] Ridurre tali incontri a un episodio devozionale o a una cortesia diplomatica rischierebbe di impoverire il quadro storico. Per Ness, la questione pentecostale italiana si collocava dentro un orizzonte più ampio, nel quale libertà religiosa, riconoscimento delle minoranze, rapporti con le autorità civili e religiose, anticomunismo e riassetto postbellico dell’Europa si intrecciavano.

Non a caso, durante la sua permanenza in Italia, Ness non si limitò agli incontri con i conduttori pentecostali né al contatto con il Pontefice. Entrò in relazione anche con altre figure di rilievo, appartenenti a circuiti politico-religiosi che saranno esaminati nei paragrafi successivi. Collocate nel contesto del secondo dopoguerra, queste interlocuzioni aiutano a comprendere la funzione di Ness non come semplice predicatore itinerante, ma come figura di raccordo tra pentecostalismo organizzato americano, ambienti religiosi, reti massoniche e interessi politico-strategici più ampi.

Incontri paralleli: il Papa, il Rabbino, l’ambasciata…

È singolare — e al tempo stesso rivelatore — che i pentecostali italiani non siano mai stati messi a conoscenza dell’incontro avvenuto tra Henry H. Ness e Papa Pio XII se non a partire dal 2012, anno in cui la notizia fu finalmente divulgata grazie al volume La Massoneria smascherata di Giacinto Butindaro. Fu proprio Butindaro a rendere pubblica per la prima volta questa informazione in Italia, infrangendo un silenzio lungo quasi settant’anni.

Oggi, tuttavia, è possibile — e doveroso — compiere un passo ulteriore nella ricostruzione di quei giorni romani. La verità storica, suffragata da indizi e convergenze documentarie, è che Ness non incontrò unicamente il Pontefice. Nello stesso periodo, mentre soggiornava a Roma, egli ebbe colloqui riservati anche con David(e) Prato, allora rabbino maggiore presso la sinagoga della capitale. E non solo con lui: il ventaglio dei suoi interlocutori si estese a figure di primo piano appartenenti a contesti religiosi, diplomatici e politici di rilievo internazionale.

Molti di questi colloqui avvennero presso l’albergo che lo ospitava — del quale si tratterà più avanti — ma in più di un’occasione ebbero luogo all’interno dell’ambasciata americana di Via Veneto, uno dei centri nevralgici del potere statunitense nell’Italia del secondo dopoguerra. Non va dimenticato che la capitale, in quegli anni, costituiva un vero crocevia di operazioni d’influenza, intelligence e diplomazia informale.

Anche Davide Prato, al pari di Henry H. Ness, era un fervente sostenitore del sionismo e membro della potente loggia massonica B’nai B’rith, storicamente connessa con l’ebraismo progressista e con le reti politico-finanziarie che sostennero la costruzione dello Stato d’Israele. Non è questa la sede per approfondire la distinzione, ben nota agli studiosi, tra «sionismo» e «giudaismo» — distinzione capitale per comprendere gli equilibri religiosi e geopolitici del XX secolo — ma è opportuno sottolineare che l’intreccio tra appartenenza religiosa, affiliazione massonica e impegno politico transnazionale rappresenta una chiave ermeneutica imprescindibile per decifrare la rete di relazioni che orbitava attorno a Ness.

Nel 1938, con l’entrata in vigore delle leggi razziali, il regime fascista inaugurò la propria politica antisemita. Fu in tale contesto che David Prato — allora rabbino capo di Roma — fu costretto all’esilio in Palestina sotto mandato britannico, dove proseguì la propria attività all’interno delle istituzioni comunitarie e sioniste. Lo Stato d’Israele, come è noto, sarebbe stato proclamato solo dieci anni più tardi, nel 1948. Prato rientrò a Roma nel 1945, all’indomani della guerra, riassumendo un ruolo di primissimo piano nella vita religiosa, politica e culturale della comunità ebraica italiana.

Fra le sue molteplici funzioni, egli rivestiva anche un incarico strategico all’interno dell’amministrazione del Keren Kayemet LeYisrael (קרן קימת לישראל, abbreviato KKL), noto come Fondo Nazionale Ebraico. Questo ente costituiva una delle leve finanziarie più rilevanti del sionismo internazionale nel processo di insediamento territoriale e di costruzione statale. Il suo coinvolgimento collocava Prato in un nodo cruciale della triangolazione fra religione, politica e finanza.

Ciò che rileva, ai fini della presente indagine, è un dato tanto essenziale quanto sistematicamente taciuto: Henry H. Ness e David Prato operavano in contiguità con i medesimi circuiti di intelligence, condividendone obiettivi e modalità operative. È ormai pacificamente riconosciuto nella letteratura storica e strategica che il Mossad — formalmente istituito nel 1949 — agisse già da tempo in forma pre-istituzionale attraverso reti non ufficiali di agenti e referenti. La cooperazione con tali reti da parte di personalità collocate in contesti religiosi e para-diplomatici rappresentava una prassi consolidata.

Non sorprende, in questo quadro, che tra i principali sostenitori — o, per usare una formula più aderente alla realtà storica, finanziatori strategici — del nascente Mossad figurasse la dinastia Rockefeller. Il sostegno politico, economico e ideologico di questa famiglia a Henry H. Ness e ai circuiti sionisti non può essere liquidato come un accidente della storia: al contrario, delinea un intreccio coerente, un sistema di relazioni sotterranee che connette, in un’unica trama, finanza internazionale, movimenti religiosi emergenti e strategie d’intelligence del secondo dopoguerra.

Ness o Nesh? Alias, identità multiple e strategie di copertura

Per comprendere la fitta trama di relazioni internazionali che accompagnò Henry H. Ness nei suoi spostamenti a Roma tra il 1946 e il 1948, occorre volgere l’attenzione a un elemento in apparenza marginale, ma in realtà rivelatore: il plurilinguismo strategico del suo nome e l’ambiguità deliberata che esso seppe generare nei contesti più sensibili. Questo dettaglio, spesso trascurato dalla storiografia ufficiale, rappresenta in realtà una spia linguistica di eccezionale portata, capace di illuminare le dinamiche di copertura che caratterizzarono la sua attività.

Un documento particolarmente eloquente si trova ne L’Osservatore Romano del 9 agosto 1947, dove è riportata l’udienza privata tra Papa Pio XII e Henry H. Ness. In quella circostanza, il nome del pastore viene trascritto non come «Ness», bensì come «Nesh».

Questa variazione non costituisce un mero errore tipografico, ma un segnale linguistico criptico, pienamente decifrabile da chi padroneggi i codici della scrittura ebraica. In ebraico, infatti, la grafia consonantica נ״ש può dar luogo a differenti letture — Nes, Nesh o Ness — a seconda della disposizione dei segni diacritici (nikkud), che nel sistema masoretico completano la scrittura consonantica fornendo le indicazioni vocaliche e fonetiche necessarie.

In particolare, la lettera ש può assumere due valori fonemici distinti: con un punto a destra (שׁ) si legge shin (/ʃ/), da cui la forma Nesh; con un punto a sinistra (שׂ) si legge sin (/s/), da cui Nes. Un’ulteriore possibilità — Ness — nasce dall’inserimento di un dagesh forte nella consonante finale, che segnala un raddoppiamento fonetico, tipico dei costrutti morfologici di valore enfatico.

In un contesto storico come quello del secondo dopoguerra, nel quale nomi, segni e sigle venivano spesso impiegati come coperture, allusioni o sigilli identitari, una sequenza come נ״ש non rappresenta soltanto un’identità anagrafica. Essa agisce come palinsesto fonetico e semantico, un dispositivo linguistico polimorfo in cui ogni micro-variazione grafica genera una distinta identità operativa. Un singolo punto — spostato a destra, a sinistra o al centro — diviene così un vettore d’accesso a reti parallele, linguistiche, culturali e politiche. Tale ambiguità controllata è tipica dell’onomastica funzionale impiegata nei contesti diplomatici e d’intelligence, dove la minima variazione fonetica può fungere da codice identificativo e da chiave di transito tra sfere di appartenenza diverse.

La letteratura storica e archivistica sull’intelligence del periodo bellico e postbellico testimonia ampiamente l’uso sistematico di alias parziali, identità multiple e varianti nominali adattive. L’Operazione FORTITUDE — ampiamente documentata dal National WWII Museum — costituisce un caso paradigmatico: agenti doppi come Juan Pujol García (Garbo) modulavano intenzionalmente la propria identità nominale in funzione dell’interlocutore, della lingua, del contesto sociale e dell’area operativa. Non si trattava di un semplice mutamento onomastico, ma di un raffinato gioco di risonanze fonetiche e grafemiche, finalizzato ad attivare canali selettivi di comunicazione e riconoscimento.

Analoghe strategie sono state messe in luce anche da ricerche recenti nell’ambito della sorveglianza e delle digital humanities critiche (Surveillance and the Critical Digital Humanities), che hanno evidenziato come la manipolazione micro-fonetica dell’identità linguistica sia rimasta, per tutto il Novecento e oltre, un meccanismo essenziale per la costruzione di identità pubbliche fluide, adattabili e semanticamente ambigue. La gestione consapevole delle variazioni minime di nome e pronuncia ha rappresentato, in numerosi contesti geopolitici e culturali, un dispositivo di accesso a reti parallele, oltre che uno strumento di mimetizzazione sociale.

Nel caso di Henry H. Ness, tale prassi risulta ampia e documentabile. La grafia «Nesh» compare con regolarità nei registri degli alberghi romani in cui soggiornava e figura altresì sui biglietti da visita personali, stampati e distribuiti con meticolosa intenzionalità. Non si trattava di un soprannome estemporaneo, bensì di un alias calibrato, una variazione semantica discreta ma deliberata, concepita per articolare e differenziare — pur mantenendo una sottile continuità — le sue molteplici sfere d’azione: quella religiosa, quella diplomatica e quella geopolitica.

Il gioco fonetico tra «Ness» e «Nesh» non fu dunque un semplice accidente linguistico, ma una maschera operativa: un codice d’accesso a reti multilivello, caratteristico delle figure liminali capaci di muoversi simultaneamente su più fronti. Attraverso un unico segno apparentemente insignificante — quel puntino spostato a destra, a sinistra o al centro della lettera ש — Ness poteva rendere riconoscibile la propria identità in forme differenti, a seconda dell’interlocutore e del contesto: per gli apparati diplomatici statunitensi, per i circoli sionisti, per le logge massoniche o per le autorità vaticane. In questa micro-variazione grafica, così minuscola eppure potentissima, si disvela un’intera architettura di copertura, che getta nuova luce sulla genealogia nascosta della fondazione delle Assemblee di Dio in Italia.

A conferma di ciò, fonti indipendenti attestano che, presso l’albergo romano abitualmente scelto per i suoi soggiorni, Ness si registrava sistematicamente con la grafia «Nesh», coerente con la maschera identitaria che intendeva assumere in quel preciso contesto operativo. Un dettaglio apparentemente minore, ma in realtà di grande rilievo strategico: quell’hotel, come si vedrà nel paragrafo successivo, costituiva un autentico hub operativo, crocevia di incontri riservati, passaggi coperti e scambi di natura sensibile.

2. L’Hotel Inghilterra di Roma

È ampiamente documentato l’albergo romano presso il quale Henry H. Ness era solito risiedere nel corso dei suoi viaggi in Italia, così come i luoghi di ristoro che frequentava con regolarità. Tra questi spicca un ristorante napoletano da lui particolarmente prediletto: il «Gangiani», sito in via Francesco Baracca 3. Napoli occupava un posto singolare nella sua memoria, non soltanto per la calorosa accoglienza che la città gli riservò, ma soprattutto per il legame profondo che egli intrecciò con due famiglie di piccoli imprenditori calzolai — gli Anastasio e i Melluso — datori di lavoro di Umberto N. Gorietti, futuro primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia. Quegli incontri risvegliavano in Ness un ricordo ancestrale: suo padre, anch’egli calzolaio, proveniva dallo stesso milieu artigiano, e la familiarità di quel contesto pareva fungere da ponte emotivo e culturale. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che testimonia come dimensioni biografiche, affettive e strategiche si intrecciassero intimamente nella sua azione.

A Roma, Ness sceglieva sistematicamente di soggiornare presso il celebre Hotel Inghilterra, in via Bocca di Leone 14, nel cuore pulsante della città storica. La scelta non fu né casuale né dettata da ragioni puramente logistiche. L’ubicazione dell’albergo era, di per sé, prestigiosa: a pochi passi da Piazza di Spagna, via Condotti, Piazza del Popolo, il Pantheon e il Pincio. Ma soprattutto, l’edificio sorgeva nelle immediate vicinanze dell’ambasciata statunitense di via Vittorio Veneto e di via Sicilia, un’area che già nel secondo dopoguerra era considerata ad alta sensibilità geopolitica: un vero e proprio crocevia di logge massoniche, uffici di collegamento riservati e presìdi di intelligence mascherati da rappresentanze diplomatiche o attività commerciali di copertura.

Un elemento ulteriore, troppo spesso trascurato dalla storiografia ufficiale, riguarda la singolare prossimità topografica tra l’Hotel Inghilterra e l’abitazione di Umberto Nello Gorietti, in via Frattina 35. I due edifici distavano appena un centinaio di metri l’uno dall’altro. Quell’appartamento, oltre ad essere la residenza di Gorietti, fu anche — come documentato dalla rivista Cristiani Oggi (1–31 agosto 1997, p. 7) — la prima sede legale delle Assemblee di Dio in Italia. Una simile contiguità non può ragionevolmente essere interpretata come fortuita: essa suggerisce l’esistenza di una rete logistica già consolidata, basata su passaggi rapidi, incontri riservati e connessioni strategiche fra soggetti chiave.

Quanto alla figura di Salvatore Anastasio, commerciante di calzature e datore di lavoro di Gorietti, tutto induce a ritenere che egli svolgesse un ruolo determinante, seppur occulto. Si può ragionevolmente ipotizzare che fosse il presidente ombra del nascente organismo pentecostale: un uomo di influenza che, pur mantenendosi dietro le quinte, tracciava le linee direttrici, lasciando a Gorietti — giovane, malleabile e docile — la rappresentanza ufficiale. In questo schema gerarchico non dichiarato, Anastasio rispondeva direttamente a Henry H. Ness, collocandosi così in una catena di comando di fatto, funzionale a un disegno di strutturazione progressiva del movimento pentecostale italiano.

Alla luce della prossimità fisica e della collaborazione strategica tra Henry H. Ness e Umberto N. Gorietti, appare legittimo affermare che i due si incontrassero con regolarità quotidiana e partecipassero insieme alle conferenze teologiche — denominate all’epoca Conversazioni bibliche — il cui tema centrale, non a caso, era: «Il governo della chiesa e l’organizzazione» (Risveglio Pentecostale, Anno II, 1947, n. 1, p. 11; The Pentecostal Evangel, 11 ottobre 1947, p. 11). La scelta dell’argomento non fu affatto neutrale. Essa rispondeva a una precisa agenda: dar vita a un’organizzazione religiosa stabile e verticistica, destinata a imporsi come nuovo perno istituzionale del movimento pentecostale italiano, assumendo infine il nome di Assemblee di Dio in Italia.

Per realizzare un tale disegno, era tuttavia indispensabile smantellare prima l’antidenominazionalismo originario che aveva sin dall’inizio caratterizzato il pentecostalismo italiano. L’ostacolo non era di natura strutturale, bensì ideologica: l’ecclesiologia dei pionieri pentecostali — Luigi Francescon, Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e altri — si fondava su una visione fortemente congregazionalista, ereditata dal pensiero ecclesiologico di William H. Durham. Ness conosceva a fondo tale retroterra e, con lucida determinazione, volle che la conferenza ruotasse proprio intorno alla questione dell’“organizzazione” e del “governo della chiesa”. Non intendeva rafforzare l’identità pentecostale autoctona, ma piuttosto demolirla per indirizzarla verso un modello istituzionale d’impronta americana, più controllabile e funzionale a obiettivi geopolitici e religiosi di respiro transnazionale.

È verosimile ritenere che Ness e Gorietti si incontrassero ogni mattina a colazione, presso l’Hotel Inghilterra, per pianificare nei dettagli le attività giornaliere, e che Gorietti accompagnasse l’americano a numerosi incontri riservati, tra cui quello dell’8 agosto 1947 in Vaticano, quando Ness fu ricevuto in udienza privata da Papa Pio XII. Poche ore più tardi, i due avrebbero raggiunto la sede della conferenza dove ad attenderli vi erano i conduttori pentecostali totalmente ignari delle dinamiche che si stavano svolgendo alle loro spalle. Nessuna informazione filtrò, nessun cenno lasciò trapelare la natura reale di ciò che stava accadendo: una manovra geopolitica accuratamente mascherata da assemblea fraterna.

La ragione per cui l’Hotel Inghilterra merita un’attenzione specifica non risiede nella sua funzione ricettiva in sé, bensì nel fatto che, in quegli anni cruciali, esso rappresentava una vera alcòva operativa di presenze legate all’intelligence internazionale. Pur non essendo l’albergo più sontuoso di Roma, era notoriamente uno dei più riservati e logisticamente più adatti a garantire incontri riservati e movimenti discreti. La sua posizione privilegiata, la sua storia e le frequentazioni che vi gravitavano attorno ne facevano un crocevia ideale per operazioni delicate. Sia che la scelta fosse stata presa da Ness stesso, sia che fosse frutto di una strategia concertata con apparati superiori, ciò che emerge con chiarezza è che nulla — nella logica operativa di Henry H. Ness — era lasciato al caso.

L’osservazione diretta della sua biografia e l’analisi psicolinguistica della sua produzione scritta confermano questa inclinazione profonda: Ness manifestava una tendenza marcata alla pianificazione meticolosa, talvolta al limite della scrupolosità maniacale. Ogni gesto, ogni ambiente, ogni parola erano selezionati con finalità precise. Per chi si occupa di studi sull’intelligence, sulle logge massoniche o sui circuiti esoterici che interagiscono con la storia politico-religiosa, tutta l’area circostante l’albergo rappresentava — e rappresenta tuttora — un osservatorio strategico privilegiato. Spetterà a ricercatori indipendenti e seri approfondire, ad esempio, la catena proprietaria dell’hotel in quegli anni, elemento potenzialmente decisivo per comprendere a fondo la rete di relazioni che vi si intrecciavano.

La storia stessa del palazzo è emblematica. Le fondamenta dell’edificio risalgono al XVI secolo, quando fu edificato come residenza nobiliare destinata agli ospiti dei Principi Torlonia, esponenti eminenti dell’aristocrazia nera romana, tradizionalmente influente negli equilibri vaticani. La piazza antistante era destinata alle carrozze, mentre la fontana serviva a lavarle. L’intera zona — già abitata da stranieri e delegazioni diplomatiche — costituiva un crocevia cosmopolita, scelto da famiglie nobili e figure di potere. Non a caso, l’adiacente via Borgognona prende il nome da una colonia di borgognoni stabilitasi qui fin dal Quattrocento.

L’accesso principale a questa parte della città avveniva attraverso Porta del Popolo, lungo le vie Flaminia e Cassia, direttrici strategiche del traffico nobiliare e diplomatico. Lo sviluppo urbanistico voluto da Pio IX nell’Ottocento mutò profondamente il volto del rione. Fu nel 1845 che l’edificio venne trasformato in albergo, assumendo il nome di Hotel d’Angleterre. Il toponimo, di chiara impronta francese, va letto nel contesto della forte influenza politico-culturale esercitata allora dalla Francia su Roma, in piena epoca preunitaria. La presenza di personalità come John Keats, residente nella vicina Piazza di Spagna, e la frequentazione di Lord Byron e Percy B. Shelley contribuirono a fare di quest’area un polo privilegiato per l’élite anglofona.

Sin dalla sua fondazione, l’hotel fu luogo di transito di aristocrazie europee, intellettuali e diplomatici di rango. In epoca successiva divenne uno dei centri vitali della Roma dannunziana, gravitante sull’asse Condotti–Bocca di Leone–Piazza di Spagna. Tra gli ospiti illustri si annoverano Franz Liszt, Hans Christian Andersen, Henry James, e in epoca contemporanea Elizabeth Taylor, Gregory Peck, Ernest Hemingway e vari membri di case reali europee, incluso il Principe Filippo, Duca di Edimburgo. Il logo stesso dell’hotel, ispirato all’araldica reale britannica, testimonia un rapporto organico con l’orbita monarchica di Windsor.

Questi dati non rappresentano semplice curiosità erudita. Inquadrati nel loro giusto contesto, rivelano la natura stessa dell’ambiente scelto da Henry H. Ness per muoversi e agire: un ambiente raffinato, riservato, elitario, saldamente ancorato a reti di potere transnazionali, perfettamente coerente con la portata strategica della sua missione in Italia.

3. L’ombra lunga dell’ICL e il «National Prayer Breakfast»

L’azione di Henry H. Ness non si esaurì nel contesto italiano. Si proiettò, con intensità crescente, sull’Europa meridionale, con particolare attenzione a Paesi come Spagna, Grecia e Portogallo. Per questa ragione, la sua attività non può essere letta soltanto entro il perimetro della missione pentecostale. La qualifica di pastore resta un dato reale, ma non esaurisce la funzione storica dell’uomo: in più occasioni, essa gli consentì di muoversi come figura religiosa credibile dentro scenari nei quali si intrecciavano diplomazia informale, reti di influenza, relazioni politiche e interessi strategici. Anche la fondazione delle Assemblee di Dio in Italia, pur decisiva per la storia pentecostale nazionale, va collocata dentro questo quadro più ampio, nel quale l’International Christian Leadership, gli ambienti sionisti, le reti massoniche e la religione civile americana del dopoguerra finirono per convergere.

L’International Christian Leadership nacque ufficialmente nel 1944, ma le sue premesse risalivano al National Committee for Christian Leadership, attivo già dagli anni Trenta. A promuoverlo fu Abraham Vereide (1886–1969),

pastore metodista norvegese stabilitosi a Seattle, la stessa città in cui visse e operò Henry H. Ness, che ne fece parte fin dalle origini come membro del nucleo dirigente. Dopo la morte di Vereide, la leadership passò a Douglas Coe, figura riservata ma influente, sotto la quale l’organizzazione accentuò la propria fisionomia elitaria, informale e transnazionale.

Nel tempo, l’ICL venne associata anche ai nomi di The Fellowship e, in seguito, The Family, secondo una traiettoria che segnala non solo un mutamento terminologico, ma anche un progressivo spostamento verso forme di relazione meno visibili e più selettive. La matrice protestante originaria non scomparve, ma venne progressivamente dilatata in un linguaggio religioso più ampio, capace di parlare a uomini politici, diplomatici, militari, imprenditori e leader religiosi anche al di fuori del perimetro confessionale evangelico. Il cristianesimo dell’ICL non funzionava dunque come semplice appartenenza ecclesiale, ma come codice spirituale comune a reti di potere.

È in questa prospettiva che va compreso il rapporto di Ness con l’organizzazione. La sua presenza nell’ICL non rappresenta un dettaglio marginale della biografia, ma un indicatore della sua collocazione in circuiti più vasti del pentecostalismo. Un riferimento significativo si trova nel compendio massonico 10,000 Famous Freemasons from K to Z, redatto da William R. Denslow e pubblicato in edizione successiva da Kessinger Publishing, dove il nome di Henry H. Ness compare tra i membri del comitato esecutivo dell’organizzazione. Il dato, se letto insieme alle altre relazioni di Ness, rafforza l’immagine di un uomo posto all’incrocio fra religione, reti civili, ambienti massonici e influenza politico-istituzionale.

Nei decenni successivi, la rete riconducibile alla Fellowship avrebbe assunto un peso crescente nella politica americana e internazionale, fino a diventare oggetto di inchieste giornalistiche e studi critici. Jeff Sharlet, già membro del gruppo e autore di due volumi investigativi di riferimento, nei quali documenta con precisione dinamiche interne, ritualità opache, pratiche di influenza informale e capacità di condizionamento istituzionale. Le sue inchieste hanno dato origine a una docuserie di successo prodotta da Netflix, che ha riportato all’attenzione globale la parabola storica e l’attività sotterranea di una rete che, per quasi un secolo, ha agito sotto la maschera di una confraternita spirituale. La sua definizione di «mafia cristiana» appartiene al registro critico e giornalistico, non alla terminologia storiografica in senso stretto; resta però indicativa della percezione di una rete capace di operare più attraverso relazioni riservate che mediante strutture pubbliche e trasparenti.

Per comprendere la portata dell’ICL, dunque, occorre sottrarla sia alla lettura devozionale sia alla caricatura. Non fu soltanto una fraternità di preghiera, ma neppure può essere liquidata con una formula polemica. Fu piuttosto un dispositivo religioso-relazionale capace di collegare fede, leadership, anticomunismo, diplomazia informale e potere. In questa cornice, la presenza di Ness assume un significato preciso: egli non fu soltanto il missionario pentecostale che visitò l’Italia, ma un uomo inserito in una più ampia architettura di influenza dell’Occidente atlantico.

È da questa retrospettiva che bisogna partire per comprendere la sua azione nel dopoguerra. La vicenda italiana non appare più come episodio isolato, né come semplice missione ecclesiale. Diventa parte di un campo più largo, nel quale organizzazione religiosa, accreditamento politico, reti massoniche, sensibilità sioniste e strategia anticomunista si muovevano spesso lungo linee convergenti. Ness ne fu uno degli snodi: non necessariamente il vertice, ma certamente una cerniera operativa.

4. L’arrivo negli Stati Uniti e il passaggio dal settore farmaceutico a quello petrolifero

Henry Hamilton Ness nacque a Christiania — l’odierna Oslo — il 6 agosto 1894, da Hans e Dora Ness. Trascorse l’infanzia nel quartiere in cui sorge il palazzo reale norvegese (Det kongelige slott, comunemente detto Slottet), luogo simbolo della monarchia costituzionale. Suo padre, Hans, esercitava con perizia l’arte del calzolaio e confezionava calzature su misura per la nobiltà norvegese: tra i clienti più prestigiosi figurava la famiglia del principe Carl di Danimarca, che nel 1905 — all’indomani della dissoluzione dell’unione con la Svezia — ascese al trono come Haakon VII, primo sovrano della Norvegia indipendente.

Durante l’adolescenza, il giovane Henry, che si guadagnava da vivere vendendo giornali per le strade di Oslo, entrò in contatto diretto con gli ambienti di corte. Nonostante la lieve differenza d’età, sviluppò una relazione di familiarità con Alexander Edward Christian Fredrik, figlio del sovrano, che nello stesso anno assunse il nome di Olav e che nel 1957 sarebbe salito al trono come Olav V di Norvegia (1903–1991). Ness stesso racconterà in seguito di aver mantenuto con Olav un legame duraturo, assumendo nel tempo un ruolo ufficioso di consigliere. Egli dichiarerà inoltre di essere stato profondamente colpito, sin da adolescente, dall’atmosfera cosmopolita delle visite diplomatiche al palazzo reale: un particolare rivelatore della precoce fascinazione per gli ambienti di potere e della sua propensione naturale a muoversi entro spazi strategici.

Nel 1911 — secondo alcune fonti nel 1910 —, a soli diciassette anni, Ness lasciò la Norvegia e si stabilì negli Stati Uniti, a Chicago, ospite dello zio Jens Wilsberg, presso il quale rimase circa sette anni. Fu in questo periodo che acquisì una formazione di base in ambito farmaceutico, di carattere pratico e non accademico, in un’epoca in cui l’accesso a simili attività era consentito anche a chi avesse completato soltanto la scuola primaria. Successivamente, gli sarebbero stati conferiti tre titoli honoris causaDoctor of Divinity (D.D.), Sacrae Theologiae Doctor (S.T.D.) e Doctor of Laws (L.L.D.) — non a coronamento di un percorso universitario, ma come riconoscimento simbolico della sua influenza in ambiti religiosi, giuridici e geopolitici. Ciò nonostante, Ness fece ampio uso pubblico del titolo di “Dr.”, secondo una prassi diffusa nei contesti evangelici nordamericani, benché problematica dal punto di vista della comunità accademica, poiché più legata a strategie retoriche di legittimazione che a un effettivo merito scientifico.

Successivamente si trasferì a Minneapolis, dove, in società con un imprenditore locale, aprì una piccola farmacia, assai diversa — per struttura e finalità — dalle moderne farmacie commerciali(nota 2).

Quel periodo coincide con un momento cruciale nella storia della medicina occidentale: la recente scoperta della penicillina e la ristrutturazione sistemica del settore farmaceutico stavano preparando il terreno alla concentrazione monopolistica che, di lì a poco, avrebbe assunto il nome di Big Pharma.

Proprio in quegli anni la dinastia Rockefeller, già padrona del comparto petrolifero, avviò una strategia coordinata di acquisizione di farmacie e laboratori, giungendo rapidamente al controllo pressoché egemonico del mercato farmaceutico statunitense. Ogni iniziativa indipendente veniva progressivamente inglobata o eliminata, in un processo di centralizzazione senza precedenti. L’ingresso di Ness in tale mondo — seppur in scala modesta — avvenne dunque in un contesto caratterizzato da una stretta intersezione tra interessi economici, sanitari e politici, che avrebbe ridefinito il volto della medicina moderna(nota 3).

Dopo appena tre anni, malgrado la florida redditività dell’attività, Ness decise di vendere la propria farmacia. Egli stesso affermò di aver perso ogni stimolo personale per quel settore. Accettò così una proposta diretta della famiglia Rockefeller, cedendo la farmacia a condizioni vantaggiose e ricavandone un profitto considerevole. Poco dopo, entrò a far parte della Standard Oil, colosso petrolifero internazionale allora al centro dell’espansione globale del capitale americano, dove rimase fino al 1924.

È importante ricordare che la Standard Oil — successivamente disgregata dando vita a giganti come Chevron, Exxon e Mobil — costituiva il cuore dell’impero economico dei Rockefeller, dinastia di origine cazara ashkenazita e di orientamento sionista, strettamente intrecciata con altre famiglie bancarie internazionali come Rothschild, Warburg, Morgan e DuPont. Secondo ricostruzioni storiche documentate, queste famiglie avrebbero giocato ruoli determinanti in numerosi snodi politici del XX secolo, dalla genesi del fenomeno Hitler in Germania ai rapporti opachi con settori gesuitici, fino al controllo strategico della Federal Reserve fin dal 1913.

All’interno della Standard Oil, Ness fu inizialmente assegnato al settore vendite, occupandosi di commesse contrattuali con governi e nazioni estere, tra cui l’Italia. La sua carriera fu rapida e costantemente protetta dalla rete Rockefeller, che lo aveva selezionato come investimento strategico. Fu formato, sostenuto e — diremmo oggi — “profilato” per ruoli di rilievo. Del resto, Henry H. Ness era già stato attenzionato fin da giovane, quando frequentava il Palazzo Reale norvegese e intratteneva rapporti personali con colui che sarebbe divenuto Re Olav V.

Nel 1919 contrasse matrimonio con Anna Molgaard, donna di origine danese, dalla quale ebbe sei figli, tre dei quali risultano ancora in vita alla data di stesura di questo testo (maggio 2021).

5. La collaborazione con Frank B. Gigliotti

La collaborazione tra Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti non fu episodica né contingente. Le fonti disponibili consentono di leggerla come un rapporto continuativo, diretto e strutturato, inserito in reti di influenza che oltrepassavano il normale perimetro missionario o confessionale. I due uomini agirono dentro un orizzonte strategico comune, nel quale la questione pentecostale italiana si intrecciava con dinamiche più ampie: diplomazia religiosa, anticomunismo, pressione istituzionale, interessi atlantici e ricollocazione del protestantesimo minoritario nel secondo dopoguerra.

Sebbene risiedessero in luoghi distanti — Ness a Seattle, Gigliotti in California — la loro cooperazione non si esaurì in scambi epistolari. La documentazione attesta incontri personali diretti, soprattutto in prossimità dei viaggi europei di Ness. Prima di partire, egli si confrontava con Gigliotti per definire linee comuni, valutare contatti, coordinare passaggi e armonizzare le rispettive azioni. Tale modalità non appare casuale: in una fase delicata, nella quale si intrecciavano chiese, autorità civili, ambienti protestanti, credenziali americane e interlocutori italiani, il contatto diretto garantiva maggiore riservatezza e controllo delle informazioni.

La corrispondenza privata intercorsa tra i due, da me consultata e conservata, rappresenta una fonte storica di notevole rilievo. Essa documenta non soltanto la frequenza dei rapporti, ma anche il carattere strategico delle loro interlocuzioni. Gli incontri preparatori risultano attestati con certezza in relazione ad almeno quattro viaggi di Ness in Europa: 1946, 1947, 1948 e 1949. Tali itinerari possono essere ricostruiti attraverso riscontri documentali incrociati.

Secondo l’organo ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia, Risveglio Pentecostale (Anno IX, n. 4, 1953, p. 13), Ness avrebbe compiuto un ulteriore viaggio nel maggio 1953 per visitare le principali chiese italiane da lui fondate. Questo spostamento, tuttavia, non risulta ancora confermato da fonti primarie indipendenti; le ricerche in merito restano quindi aperte.

I contenuti integrali dei colloqui tra Ness e Gigliotti non sono noti. Tuttavia, una parte significativa dello scambio epistolare consente di individuare alcuni temi ricorrenti: la situazione italiana, i contatti da coltivare, la questione della libertà religiosa, il rapporto con le autorità, il ruolo delle Assemblies of God statunitensi e la progressiva costruzione di una forma organizzativa pentecostale in Italia. Alla luce di tali elementi, la nascita delle Assemblee di Dio in Italia non appare come semplice aggregazione spontanea di comunità perseguitate, ma come esito di una preparazione deliberata, condotta attraverso relazioni transatlantiche, accreditamenti, mediazioni locali e indirizzo denominazionale.

È inoltre ragionevole ipotizzare ulteriori incontri o passaggi preparatori non ancora pienamente documentati, anche perché la collaborazione tra Ness e Gigliotti coinvolgeva interlocutori collocati ai vertici delle Assemblies of God statunitensi. Alcuni contatti avvennero infatti a Springfield, Missouri, presso la sede centrale del movimento, con il coinvolgimento di figure di primo piano come J. Roswell Flower, General Secretary, e Noel Perkin, Missionary Secretary. Il loro ruolo non può essere liquidato come amministrativo o marginale: essi appartenevano al circuito decisionale entro cui la questione italiana venne valutata, finanziata, autorizzata e accompagnata.

La cooperazione tra Ness e Gigliotti, dunque, va interpretata non come semplice collaborazione fra due ministri religiosi, ma come snodo essenziale di una macchina politico-religiosa più ampia. Gigliotti operava sul fronte diplomatico-protestante e istituzionale; Ness su quello pentecostale, organizzativo e missionario. La loro convergenza rese praticabile il passaggio decisivo: trasformare la vulnerabilità dei pentecostali italiani in rappresentanza, la richiesta di tutela in struttura, il soccorso in affiliazione, la persecuzione in fondazione denominazionale. In questa trama, la nascita delle ADI non fu un evento isolato, ma il risultato di una cooperazione coordinata, i cui effetti continuano a pesare sulla memoria storica del pentecostalismo italiano.

6. La Conferenza dei Ventuno

I viaggi di Henry H. Ness non furono mai improvvisati: venivano pianificati nei minimi dettagli, orchestrati con scrupolo quasi maniacale, e scanditi da un’agenda densa di appuntamenti ad altissimo livello. Egli incontrava reali, capi di Stato, vertici militari, autorità ecclesiastiche di diverse confessioni, e intrecciava relazioni con personalità chiave dell’intelligence internazionale, pur viaggiando — ufficialmente — nella veste di «pastore evangelico». La missione pubblica era quella di predicare, fondare chiese e promuovere la libertà religiosa in Europa; ma è evidente che, in parallelo, egli operasse su fronti ben più delicati.

Emblematico, in tal senso, è il suo viaggio europeo del 1946, divenuto noto per il transito in Ticino documentato dal Corriere Bellinzonese del 25 agosto 1946 e per la successiva tappa a Parigi. Fu in quella circostanza che la stampa svizzera parlò della «Conferenza dei Ventuno» dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), espressione giornalistica impropria che rinviava, in realtà, alla fase terminale della Conferenza di Pace di Parigi (29 luglio – 15 ottobre 1946). Tale conferenza, alla quale presero parte ventuno nazioni vincitrici, definì l’architettura del nuovo ordine politico e giuridico postbellico.

L’Italia, Paese sconfitto, vi partecipò in posizione subordinata, priva di diritto di voto, accettando le condizioni imposte dagli Alleati che confluirono nel Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, ratificato dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 4 settembre 1947, non senza frizioni con Alcide De Gasperi e con il ministro degli Esteri Carlo Sforza.

Sorge allora una domanda cruciale: che cosa faceva Henry H. Ness a Parigi in quel contesto? Quale ruolo poteva rivestire un «pastore evangelico» nel cuore di trattative geopolitiche riservate, tra diplomatici, giuristi e plenipotenziari delle maggiori potenze? È plausibile ridurre la sua presenza a funzioni meramente spirituali? O non è forse più verosimile ipotizzare che la copertura religiosa occultasse incarichi ben più strategici, conferiti da organismi internazionali contigui all’intelligence atlantica e a reti massonico-sioniste impegnate a ridisegnare gli equilibri religiosi e culturali del dopoguerra?

Le conferenze UNRRA, formalmente composte da delegazioni governative, non prevedevano osservatori religiosi statunitensi. Ne discende, con forza logica, l’ipotesi che la “missione spirituale” di Ness fungesse da schermo operativo a compiti paralleli, quali: raccolta informativa, mediazione tra blocchi religiosi (evangelico, vaticano, sionista), coordinamento con reti atlantiche post-OSS.

Chi erano i referenti diretti di Henry H. Ness? Per conto di chi agiva realmente? Quale mandato implicito portava con sé, dissimulato sotto le spoglie del missionario, del predicatore e del fondatore di organizzazioni pentecostali?

La risposta — ancora parziale, ma coerente — si annida nei documenti trascurati, nelle lettere inedite, e nei circuiti internazionali che lo proteggevano e all’interno dei quali egli si muoveva da uomo-ponte: capace di passare da un’ambasciata a una sinagoga, da un palazzo vaticano a una loggia coperta, mantenendo ovunque lo stesso profilo: discreto, riservato, operativamente efficace. Ness non era soltanto presente a Parigi mentre si ridisegnavano i confini giuridici e spirituali dell’Europa; vi partecipava, in forma riservata, come emissario di interessi superiori, al servizio di un’agenda transconfessionale, transnazionale e — forse — transgovernativa.

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7. Il primo protestante a mettere piede in Israele

Tra il 1947 e il 1949 — in una delle congiunture più turbolente del secondo dopoguerra — Henry H. Ness si mosse anche verso la Palestina mandataria prima, e verso il neonato Stato di Israele poi. Secondo fonti pentecostali coeve, egli sarebbe stato tra i primi pastori protestanti a recarsi in Israele dopo la proclamazione dello Stato. La formula, tuttavia, va precisata: nel 1947 Israele non esisteva ancora come Stato sovrano; esisteva il movimento sionista organizzato nella Palestina sotto mandato britannico, con le sue reti politiche, religiose, assistenziali e paramilitari.

Le visite di Ness non furono ordinarie. Le fonti parlano di voli speciali in partenza da Roma con destinazione Haifa, riservati a passeggeri ebrei, in un periodo in cui i collegamenti regolari erano limitati o inesistenti. È un dettaglio che merita attenzione. Non prova, da solo, la natura esatta della missione; ma mostra che Ness non si muoveva come un viaggiatore comune. Per accedere a quel circuito occorrevano relazioni, autorizzazioni, garanzie e contatti.

Anche il riferimento alla scorta va formulato con precisione cronologica. Se il viaggio avvenne prima del 14 maggio 1948, non si può parlare propriamente di «forze armate israeliane», poiché lo Stato non era ancora nato e le IDF non erano ancora state formalmente costituite. In quel caso, il contesto corretto è quello delle strutture sioniste pre-statuali, in particolare la Haganah e gli apparati di sicurezza dello Yishuv. Se invece il viaggio o il trasferimento avvenne dopo la nascita dello Stato, allora si può parlare delle neonate autorità israeliane o delle prime forze armate israeliane. In entrambi i casi, il dato resta significativo: Ness ricevette un trattamento non comune per un semplice pastore straniero.

Il parallelo con altri spostamenti protetti del dopoguerra va quindi proposto con prudenza. Il caso richiama, per modalità e cornice, il viaggio di Frank B. Gigliotti e Umberto Nello Gorietti in Sicilia nell’aprile 1947, pochi giorni prima della strage di Portella della Ginestra, ricordato dal The Pentecostal Evangel del 24 maggio 1947. Non si tratta di sovrapporre meccanicamente vicende diverse, ma di notare una ricorrenza: figure religiose formalmente impegnate in missioni ecclesiali si muovono, in aree politicamente sensibili, con appoggi e protezioni che eccedono la normale dimensione pastorale.

La domanda, dunque, resta legittima: che cosa spinse Henry H. Ness a recarsi in quell’area in un momento tanto instabile? Quale fu la natura effettiva della sua missione? Quali interlocutori religiosi, politici o istituzionali incontrò durante la sua permanenza?

Per rispondere, occorre collocare quei viaggi nel loro quadro storico. Il 14 maggio 1948 fu proclamato lo Stato di Israele; subito dopo scoppiò la prima guerra arabo-israeliana, con l’intervento degli eserciti arabi circostanti. Nel corso del 1948 presero forma le istituzioni fondamentali del nuovo Stato e vennero riorganizzate le strutture militari e informative nate nell’ambiente sionista pre-statuale. È dentro questa fase di passaggio — dalla Palestina mandataria allo Stato d’Israele, dalla Haganah alle nuove strutture militari e di sicurezza — che vanno collocati i viaggi di Ness.

In questo scenario emerge la figura complessa di Henry H. Ness. Da un lato, pastore pentecostale e missionario, legato a circuiti evangelici e interconfessionali; dall’altro, uomo inserito in reti più ampie: International Christian Leadership, ambienti della religione civile americana, relazioni filo-sioniste, contatti istituzionali e circuiti transatlantici attivi nel dopoguerra. La sua presenza in Israele non può quindi essere letta soltanto come gesto devozionale o pellegrinaggio religioso.

Ness rappresentava un profilo utile per una presenza religiosa e relazionale in un momento nel quale il nuovo Stato cercava riconoscimento, sostegno e interlocutori nel mondo occidentale. Protestante, pentecostale, norvegese di nascita ma radicato negli Stati Uniti, inserito in reti americane e filo-sioniste, egli poteva fungere da ponte tra leadership religiose occidentali e ambienti legati al nascente Stato israeliano.

Molti dettagli della sua agenda restano da chiarire. Proprio per questo occorre evitare conclusioni più forti delle fonti disponibili. Tuttavia, modalità dei viaggi, canali utilizzati, tempistica e profilo personale di Ness impediscono una lettura ingenuamente devozionale. Non siamo davanti al semplice spostamento di un predicatore per annunciare il Vangelo. Siamo davanti a missioni religiose inserite in un campo più ampio, nel quale fede, diplomazia informale, relazioni filo-sioniste e riassetto geopolitico del dopoguerra si intrecciavano.

Coraggio studiosi e ricercatori onesti, mettetevi all’opera!

8. L’adulterio e le dimissioni

Nel 1949, Henry H. Ness — fondatore e presidente del Northwest Bible Institute (oggi Northwest University) nonché pastore della Hollywood Temple di Seattle — fu coinvolto in uno scandalo personale che segnerà in modo irreversibile la sua carriera pubblica. Secondo fonti coeve, egli fu accusato di aver intrattenuto una relazione “inappropriata” con una studentessa significativamente più giovane, identificata come Ruth Cox. Nonostante i tentativi iniziali di insabbiare la vicenda, la notizia emerse rapidamente, scatenando un forte turbamento all’interno della comunità evangelica locale.

La gravità del caso indusse il Board of Deacons (l’equivalente a quello che nell’ambito del pentecostalismo italiano si chama Consiglio di Chiesa) e il Consiglio di amministrazione dell’allora Istituto Biblico a “consigliargli” con insistenza di rassegnare le dimissioni sia dalla presidenza dell’Istituto sia dalla conduzione della Hollywood Temple. L’uscita di scena di Ness lasciò un vuoto significativo nelle istituzioni che egli stesso aveva creato e consolidato.

Dopo un periodo di riorganizzazione, la presidenza dell’Istituto fu affidata a Charles E. Butterfield, che introdusse riforme strutturali e accademiche tese a rafforzare l’identità e la stabilità dell’ente formativo. Tuttavia, l’eco dello scandalo continuò a gravare sull’immagine pubblica di Ness, privandolo definitivamente di quella aura carismatica che ne aveva accompagnato l’ascesa.

9. L’Ictus

L’anno seguente, nel 1950, Henry H. Ness fu colpito da un ictus cerebrale che compromisse in modo grave e permanente le sue facoltà neurologiche. Fu sottoposto a un intervento chirurgico intracranico particolarmente delicato che, sebbene scongiurasse esiti fatali, ne lasciò profonde conseguenze sul piano fisico e psicologico. Da quel momento, la sua capacità oratoria — fino ad allora uno dei suoi tratti più distintivi — risultò fortemente compromessa, rendendo la predicazione un esercizio faticoso e frammentario.

Prima di questi eventi, Ness era considerato uno dei leader più influenti e promettenti delle Assemblies of God USA, al punto da essere proiettato verso i vertici dell’organizzazione, con concrete possibilità di assumerne la Sovrintendenza Generale. Lo scandalo del 1949 e l’ictus del 1950 ne tracciarono invece un declino rapido e definitivo, modificandone radicalmente la traiettoria esistenziale.

Non farà più ritorno in Italia: il suo ultimo viaggio documentato risale proprio al 1949, in occasione dell’inaugurazione del locale di culto di via dei Bruzi a Roma, immobile da lui promosso e finanziato. In quell’occasione predicò personalmente, nonostante le voci dello scandalo fossero già note a Umberto N. Gorietti, che tuttavia non sollevò obiezioni formali. Né avrebbe potuto farlo, dal momento che le Assemblee di Dio in Italia costituivano, di fatto, una creatura plasmata da Henry H. Ness stesso. Anzi, la sua presenza venne pubblicamente incoraggiata.

L’organo ufficiale delle ADI (Risveglio Pentecostale, 1953) afferma che Ness avrebbe visitato nuovamente l’Italia nella primavera di quell’anno. Tuttavia, nessuna fonte documentaria indipendente è mai emersa a conferma di tale notizia. Alla luce dell’ictus subito nel 1950, un viaggio transatlantico appare peraltro altamente improbabile, sebbene la questione rimanga aperta a ulteriori verifiche archivistiche.

Va ricordato che Henry H. Ness non viaggiava mai per un’unica ragione: i suoi spostamenti ‘missionari’ rispondevano sistematicamente a mandati superiori, provenienti da circuiti finanziari e geopolitici che ne sostenevano e indirizzavano le attività. È pertanto legittimo domandarsi quale parte dei suoi viaggi fosse realmente legata all’evangelizzazione e quale, invece, fosse riconducibile a incarichi paralleli di natura diplomatica, strategica e d’intelligence. Tali operazioni si collocavano nel più ampio progetto di allineamento del protestantesimo europeo al blocco atlantico e agli interessi sionisti emergenti, in un momento cruciale: quello della nascita dello Stato d’Israele (1948) e della ridefinizione dell’ordine mondiale postbellico.

10. Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di Washington

Dopo l’ictus del 1950, Henry H. Ness ridusse drasticamente la propria attività pubblica di predicazione. Per un breve periodo esercitò il ministero pastorale in una piccola comunità evangelica a Oakland, California, avvicinandosi geograficamente a Frank B. Gigliotti, suo antico sodale e compagno d’impresa nei circuiti transatlantici evangelici e geopolitici. Ma fu soprattutto in quegli anni che Ness intraprese una nuova carriera nel sistema penitenziario statunitense, spostando il baricentro della propria attività dal pulpito ecclesiale agli ingranaggi dell’apparato statale.

Nel 1950 venne infatti nominato Presidente del Consiglio per le Condanne e le Libertà Vigilate dello Stato di Washington (Washington State Board of Prison Terms and Paroles), carica equivalente — per competenze e responsabilità — a quella di Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel contesto italiano contemporaneo. Mantenne tale incarico per sei anni, nel corso dei quali seppe esercitare un’influenza non marginale sulla gestione e la riforma del sistema penitenziario statale, in un periodo in cui il tema della sicurezza pubblica si intrecciava con le prime grandi trasformazioni della giustizia criminale americana.

Ness portava la Bibbia con sé, visibile sulla scrivania, come segno tangibile della propria identità pubblica di “uomo di fede”. Continuò a predicare ai detenuti, intrecciando la dimensione morale della predicazione evangelica con il rigore amministrativo della funzione pubblica. Così, la parabola di un uomo un tempo proiettato verso i vertici delle Assemblies of God USA proseguì, ora in forme più silenziose ma non per questo meno significative, all’interno di apparati istituzionali civili con cui in realtà aveva sempre interagito.

11. Il cancro e il suicidio

Nel corso degli ultimi anni della sua vita, Henry H. Ness fu progressivamente consumato da una grave sindrome neurologica che aveva avuto inizio con l’ictus cerebrale del 1950 e si era poi aggravata con l’insorgenza di forme croniche di dolore neuropatico, tra cui una nevralgia facciale severa, cefalee persistenti e rigidità muscolare mandibolare, che resero sempre più difficoltosa la predicazione pubblica, fino a renderla impossibile. Per gestire tali sofferenze, Ness fece ricorso a potenti analgesici — presumibilmente barbiturici e derivati oppiacei — i quali, con il tempo, compromisero ulteriormente il suo equilibrio neuropsicologico, già gravemente intaccato.

A questi sintomi si sovrappose una patologia oncologica di natura cerebrale. L’evoluzione della malattia fu progressiva e crudele, segnandolo nel corpo e nella mente. Ness, che in gioventù era stato un oratore brillante e un uomo di visione, si ritrovò così ridotto al silenzio e al dolore, isolato, dimenticato dai suoi stessi collaboratori, e devastato nella dignità personale. Era un uomo che si spegneva a piccoli passi, con piena coscienza di sé.

Nel 1970, all’età di settantacinque anni, la sofferenza fisica e l’angoscia interiore raggiunsero un punto di non ritorno. Ness pose volontariamente fine alla propria vita, sparandosi una revolverata alla tempia all’interno del suo studio con una pistola regolarmente registrata. Per quanto le fonti ufficiali abbiano spesso taciuto o edulcorato l’accaduto, e sebbene le prove citate da G. Butindaro nel volume «La massoneria smascherata» sembrino essere misteriosamente scomparse dal web dopo la pubblicazione del libro, una copia cartacea inequivocabile è in mio possesso e ne attesta senza possibilità di smentita la veridicità.

La parabola finale di Henry H. Ness — predicatore, “teologo”, farmacista, dirigente penitenziario, agente d’influenza, oratore motivazionale, relatore di rapporti internazionali e figura cardine nella fondazione delle «Assemblee di Dio in Italia» — si chiude nel segno di una tragedia silenziosa, sottratta ai riflettori, consumata nella penombra del dolore e del disincanto.

Una morte volontaria, la sua, che lungi dall’essere relegata a gesto estremo di disperazione, va compresa come atto consapevole, ultimo sigillo di una biografia irrisolta: essa rivela la complessità di un’esistenza vissuta ai margini e al cuore delle grandi tensioni del suo tempo — tra idealismo spirituale e compromesso politico, tra vocazione religiosa e servizio a poteri sovranazionali, tra il pulpito e la loggia, tra l’unzione e la strategia.

Ness fu un uomo liminale, attraversato da forze spesso contraddittorie, prigioniero di un’identità plurima che lo portò ad agire su più livelli della storia, spesso in modo invisibile, a volte ambiguo, sempre determinante. E se è vero che fu dimenticato da coloro che da lui avevano ricevuto più di quanto fossero disposti ad ammettere, è anche vero che la sua fine getta una luce cupa ma rivelatrice su ciò che lo aveva preceduto.

Chi serviva davvero Henry H. Ness? A chi rispondeva? Quale prezzo ha pagato per la sua lucida obbedienza a ordini multipli, spesso confliggenti? La sua tragica uscita di scena — compiuta con un gesto definitivo, radicale e irreversibile — pone una domanda che nessun revisionismo potrà mai eludere: dove termina la fede e dove comincia la manipolazione in quegli uomini che si ergono, simultaneamente, come apostoli e come emissari?

12. La rimozione della morte di Henry H. Ness

Gli ultimi anni della vita di Henry H. Ness furono segnati da un progressivo declino fisico e neurologico. Le conseguenze dell’ictus del 1950 si aggravarono nel tempo, accompagnandosi a dolori persistenti, disturbi facciali, cefalee e spasmi mandibolari che limitarono drasticamente la sua attività pubblica. L’uomo che aveva costruito gran parte della propria influenza sulla parola, sulla predicazione e sulla capacità di relazione si vide progressivamente privato proprio dello strumento che più lo aveva definito.

A questa condizione si aggiunsero ulteriori patologie, tra cui una malattia cerebrale di natura oncologica, che contribuì ad aggravare un quadro già compromesso. Le terapie antidolorifiche, verosimilmente pesanti, possono avere inciso ulteriormente sul suo equilibrio complessivo; su questo punto, tuttavia, occorre prudenza, perché senza documentazione clinica completa non è possibile stabilire con certezza il rapporto tra farmaci, dolore, stato neurologico e decisioni finali.

Nel 1970, all’età di settantacinque anni, Ness pose fine alla propria vita. La documentazione cartacea in mio possesso conferma la natura suicidaria della morte, al di là delle omissioni o delle formulazioni attenuate presenti in alcune ricostruzioni successive. Il punto, storicamente, non è indugiare sul gesto, né trasformarlo in argomento morale; il punto è rilevare il silenzio che lo circondò. Una figura così centrale per la fondazione delle Assemblee di Dio in Italia, ricordata altrove almeno come protagonista missionario, venne di fatto rimossa dalla memoria pubblica pentecostale italiana.

Questa rimozione è il dato più significativo. Ness era stato farmacista, predicatore, dirigente, organizzatore, uomo di relazioni internazionali, fondatore e promotore di reti religiose e politico-istituzionali. Aveva avuto un ruolo decisivo nel passaggio che condusse alla nascita delle ADI. Eppure, al momento della sua morte, la memoria italiana tacque. Non una riflessione organica, non un bilancio storico, non una discussione sul suo ruolo reale. Il silenzio non cancella il fatto; lo rende più eloquente.

La parabola finale di Henry H. Ness va dunque trattata con rigore e sobrietà. Non autorizza giudizi psicologici facili, né letture teologiche automatiche. Ma illumina, in controluce, la fragilità di una memoria confessionale capace di servirsi degli uomini quando sono funzionali alla costruzione di un’identità, e di rimuoverli quando la loro storia diventa scomoda. La questione non è la morte privata di Ness; è l’uso pubblico della sua figura e, poi, la sua cancellazione.

È qui che emerge l’ignominia del pentecostalismo istituzionale italiano, in particolare della memoria ADI: non nel dolore finale di un uomo malato, ma nella rimozione di ciò che egli fu e fece. Ness non fu una comparsa. Fu uno degli snodi decisivi della fondazione. Tacere la sua vicenda significa continuare a proteggere una narrazione parziale delle origini.

Henry H. Ness resta una figura liminale: pastore e uomo di rete, missionario e organizzatore, predicatore e interlocutore di ambienti politico-religiosi più vasti del pentecostalismo. La sua morte non deve essere spettacolarizzata; deve essere storicizzata. E la domanda che lascia aperta non riguarda soltanto la sua coscienza personale, che appartiene a Dio e alla storia intima dell’uomo. Riguarda piuttosto le istituzioni che lo usarono, lo accreditarono, ne beneficiarono e poi preferirono dimenticarlo: dove termina la memoria e dove comincia l’occultamento?

13. Il piano Marshall evangelico e il Convegno pastorale a Catania

Baron Von Blomberg

Fu il barone William Fray von Blomberg, nel 1950, a usare l’espressione «Piano Marshall evangelico» per descrivere il flusso di capitali, aiuti materiali e influenza proveniente dalle comunità evangeliche statunitensi verso le chiese protestanti e pentecostali europee. La formula è rivelatrice: non indicava soltanto beneficenza religiosa, ma un dispositivo più ampio di ricostruzione, accreditamento e orientamento del protestantesimo europeo nel secondo dopoguerra. In questo quadro si colloca anche la nascita delle Assemblee di Dio in Italia.

Von Blomberg fu legato da rapporti di amicizia e collaborazione con Henry H. Ness e lo accompagnò in diversi viaggi nel Vecchio Continente. Insieme visitarono chiese pentecostali italiane e presenziarono, nell’agosto 1948, al primo convegno pastorale ufficiale delle ADI, svoltosi a Catania. Le Assemblee di Dio in Italia, sorte di fatto nell’agosto 1947, acquisirono personalità giuridica il 22 maggio 1948, nello studio del notaio Carmelo Schillaci a Roma, nel nuovo quadro costituzionale inaugurato il 1° gennaio dello stesso anno.

La scelta di Catania come sede del primo convegno pastorale non appare casuale. Proprio in quella città, negli anni immediatamente successivi alla costituzione delle ADI, maturò una delle principali operazioni immobiliari sostenute da Henry H. Ness e dal General Council americano. Le fonti coeve attestano che le Assemblies of God statunitensi contribuirono in modo determinante all’acquisto e alla ristrutturazione dell’edificio di via Juvara 46, destinato a diventare per circa quarant’anni la sede della comunità pentecostale catanese.

L’operazione si colloca nel periodo della presenza di Ness in Italia e della sua intensa attività organizzativa a favore delle ADI. Durante i lavori di adattamento dell’edificio venne collocata al centro della sala una stella a otto punte. La presenza di tale simbolo merita attenzione storica: non perché autorizzi, da sola, conclusioni definitive, ma perché la stella a otto punte è attestata anche in repertori simbolici massonici e iniziatici. In un contesto già segnato da relazioni massoniche, diplomatiche e transatlantiche, la sua collocazione non può essere liquidata sbrigativamente come dettaglio ornamentale.

Il dato iconografico diventa ancora più interessante se si considera che la medesima figura è riapparsa, a distanza di decenni, nell’attuale locale di culto ADI di via Susanna 82. Anche qui occorre prudenza: la continuità simbolica non prova automaticamente una continuità iniziatica. Tuttavia pone una domanda legittima sulla persistenza di un linguaggio iconografico che, nella storia di quella comunità, sembra ritornare con una frequenza non banale.

Anche l’ubicazione dell’edificio di via Juvara merita attenzione. La via si trova nel quartiere San Cristoforo, area popolare e complessa della città, storicamente segnata da marginalità sociale e, in epoche successive, da una forte presenza della criminalità organizzata. Chi scrive frequentò quel locale nel 1984, all’età di quindici anni, quando il quartiere era notoriamente associato al dominio criminale di Benedetto “Nitto” Santapaola.

Naturalmente, non sarebbe metodologicamente corretto proiettare automaticamente sul 1948 la configurazione criminale catanese degli anni Ottanta. Tuttavia la questione resta: come fu possibile avviare e mantenere un locale di culto pentecostale in un’area socialmente sensibile, senza che emergano nelle memorie interne particolari tracce di pressioni o ostacoli significativi? Testimonianze orali raccolte negli anni Ottanta da membri anziani della comunità riferivano che eventuali tentativi di disturbo venivano bloccati «dall’alto», non necessariamente dalle forze dell’ordine. Si tratta di testimonianze da trattare come tali, ma non prive di interesse. Esse suggeriscono l’esistenza di protezioni, relazioni o equilibri locali che meriterebbero ulteriore verifica documentaria.

Anche la decisione iconografica della stella a otto punte difficilmente può essere attribuita all’iniziativa spontanea di semplici fedeli privi di competenze simboliche. Più verosimilmente, essa maturò nell’ambito di chi aveva autorità sulla ristrutturazione, sui fondi e sulla destinazione dell’edificio. In tale quadro, il ruolo di Ness resta centrale: egli operava come rappresentante delle Assemblies of God americane, che avevano contribuito in modo decisivo all’operazione immobiliare e alla strutturazione della comunità catanese.

Tornando al convegno pastorale del 1948, il predicatore ospite fu lo stesso Henry H. Ness, accompagnato da Von Blomberg. La presenza di quest’ultimo non può essere ridotta a semplice ornamento biografico. Von Blomberg apparteneva a quei circuiti religiosi, diplomatici e transnazionali che nel dopoguerra operarono per ricostruire reti protestanti europee legate all’influenza statunitense. La sua partecipazione al primo convegno pastorale delle ADI conferma che l’evento catanese non va letto come episodio locale, ma come momento interno a una più ampia strategia di accreditamento e riorganizzazione.

Significativa, in questo quadro, è l’assenza di Luigi Francescon, fondatore del risveglio pentecostale italiano, ancora in vita ma ormai esterno al circuito ufficiale che si stava consolidando. Scompare anche Nicola Di Gregorio, che fino al 1946 aveva partecipato ai convegni. L’assenza dei pionieri segnala una sostituzione simbolica e materiale: la genealogia Francescon-Lombardi-Ottolini-Menconi-Di Gregorio arretra, mentre emergono Ness, Gigliotti e Von Blomberg, figure legate a reti transatlantiche, diplomatiche e politico-religiose estranee alla matrice originaria del pentecostalismo italiano.

I culti serali di questo primo Convegno ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia

si svolsero presso il tempio della Chiesa Valdese di Catania, concesso in uso per l’occasione. Anche questo dato merita attenzione. La comunità valdese catanese aveva conosciuto negli anni Quaranta una fase di relativa consistenza, raggiungendo circa 230 membri comunicanti; durante la guerra, però, le attività religiose furono interrotte e ripresero solo nel 1946, in condizioni non semplici.

Fino ad allora non risultano forme consolidate di collaborazione tra il mondo valdese catanese e quello pentecostale. I valdesi, per tradizione teologica e sensibilità ecclesiale, guardavano spesso con diffidenza ai fenomeni carismatici e al proselitismo pentecostale. Per questo la concessione del tempio e l’invito rivolto a Ness a predicare nel culto domenicale mattutino costituiscono un passaggio tutt’altro che scontato. La domanda storica è legittima: quali mediazioni resero possibile quella apertura?

La risposta va probabilmente cercata nello schema già sperimentato da Ness a Roma e Napoli: utilizzare connessioni ecclesiali, diplomatiche e personali per sottrarre le neonate ADI all’isolamento e guadagnare loro rispettabilità agli occhi del protestantesimo storico. Le Assemblee di Dio in Italia erano, di fatto, una costruzione che Ness seguiva da vicino; egli aveva quindi interesse a favorirne sviluppo, legittimazione e integrazione nel tessuto religioso nazionale. Per raggiungere questo obiettivo, si avvalse delle proprie relazioni nei circuiti protestanti, diplomatici e transatlantici.

Il pastore valdese di Catania, in quell’anno cruciale, era il giovane Enrico Corsani, da non confondere con l’omonimo antenato, anch’egli pastore. Aveva appena assunto l’incarico catanese dopo un servizio importante a Riesi, dove, durante l’occupazione alleata della Sicilia, aveva collaborato con il comando militare americano come interprete, prestando assistenza al tenente Simonelli, nominato sindaco pro tempore della città dal comando alleato. Il trasferimento di Corsani a Catania coincise con una fase delicata per la comunità locale: egli subentrava a Teodoro Balma, figura teologica e intellettuale di rilievo, la cui azione pastorale era stata intensa ma non priva di tensioni. Corsani si trovò dunque a gestire una chiesa provata dalla guerra e alla ricerca di nuovi equilibri.

È in tale contesto che si intravede con maggiore chiarezza la capacità di Ness di agire anche a distanza nell’organizzazione del convegno catanese. Resta tuttavia una domanda non secondaria: attraverso quali canali, trovandosi in quel periodo negli Stati Uniti e in un’epoca di comunicazioni internazionali lente e selettive, Ness poté influenzare logistica, luoghi e partecipanti del convegno?

Qui entra in scena un altro personaggio chiave, quasi assente dalla storiografia pentecostale ufficiale: il dott. Marcello Mochi. Valdese, massone dichiarato, amico del pastore Teodoro Balma, Mochi rappresenta un possibile snodo tra mondo valdese, relazioni diplomatiche e ambienti massonici nei quali Ness si muoveva con naturalezza. Nel febbraio 1947 fu nominato vice console italiano a Seattle, la città di Henry H. Ness. Lì i due entrarono in rapporto e stabilirono una relazione personale significativa, favorita anche da frequentazioni familiari e da una visione del mondo affine.

Terminata la missione negli Stati Uniti, Mochi fu successivamente destinato alla sede consolare italiana di Calcutta, in una fase delicata per il subcontinente indiano, ormai prossimo all’indipendenza e alla ridefinizione dei propri equilibri internazionali. Anche prima della carriera diplomatica, il suo profilo era complesso: medico, valdese, uomo di relazioni e, secondo documentazione da vagliare nel suo contesto, collegato durante la guerra ad ambienti informativi tedeschi. È un dato che va maneggiato con cautela, ma che conferma la densità dei percorsi personali coinvolti in questa vicenda.

Il caso catanese mostra così, in scala locale, una dinamica più ampia: le ADI non si radicano soltanto attraverso predicazioni, conversioni e culti, ma attraverso immobili, fondi, mediazioni valdesi, relazioni diplomatiche, presenze transatlantiche, simboli ambigui e protezioni locali ancora da chiarire. La storia ufficiale preferisce leggere questi elementi separatamente. Il metodo storico impone invece di metterli in relazione.

Ed è proprio da queste connessioni, spesso ignorate o rimosse, che la vera storia del pentecostalismo italiano comincia a emergere.

Alcune domande di riflessione

Come già precisato, i tredici paragrafi precedenti non pretendono di offrire una biografia sistematica e compiuta di Henry H. Ness. Propongono piuttosto piste documentarie, elementi poco esplorati e nessi finora rimasti ai margini della ricerca, con l’intento di sollecitare ulteriori indagini da parte di studiosi realmente interessati alla ricostruzione storica, non alla ripetizione di narrazioni apologetiche. Altri frammenti, sebbene parziali e talvolta depurati degli aspetti più problematici, si rintracciano negli scritti del dott. Francesco Toppi — storico presidente delle Assemblee di Dio in Italia — e negli archivi delle Assemblies of God statunitensi, dove, per esempio, è attestata la partecipazione di Ness all’inaugurazione del locale di via dei Bruzi 9–11 a Roma, destinato a diventare sede nazionale della denominazione alla cui nascita egli contribuì in modo decisivo.

Giunge ora il momento di formulare alcune domande. Non come artificio retorico, né come sostituto della prova, ma come esercizio necessario di metodo storico. Le domande che seguono non pretendono di offrire risposte già chiuse; intendono piuttosto mettere sotto pressione la narrazione convenzionale, là dove essa ha lasciato in ombra passaggi decisivi della vicenda pentecostale italiana.

  1. Come fu possibile che, in un arco temporale così breve — all’incirca un anno —, il pentecostalismo italiano passasse dall’anti-denominazionalismo tenace dei suoi pionieri, poveri, spesso poco istruiti ma radicati in una forte coscienza biblica, a un assetto guidato da uomini colti, ben finanziati e connessi a circuiti internazionali? Da dove provenivano i fondi che consentirono ai nuovi attori di muoversi con tanta efficacia? Chi erano, realmente, e dentro quali reti operavano figure come Henry Hamilton Ness, Frank Bruno Gigliotti, Charles Fama, Patrick J. Zaccara, Francis J. Panetta e William Fray von Blomberg?
  2. Come si spiega la rapida trasformazione di un movimento che aveva resistito alla persecuzione fascista senza piegarsi a strutture gerarchiche o denominazionali, e che nel dopoguerra accettò invece modelli organizzativi provenienti dagli Stati Uniti? Quale peso ebbero, in questa svolta, le promesse di tutela, gli aiuti economici, il bisogno di riconoscimento amministrativo, la pressione delle autorità e la presenza di emissari americani inseriti nei giochi religiosi e geopolitici dell’epoca? E come fu possibile che un pentecostalismo fino ad allora segnato da coerenza dottrinale, semplicità congregazionalista e fedeltà all’«evangelo che è stato una volta per sempre tramandato ai santi» (Giuda 3) venisse così rapidamente ricondotto dentro una grammatica confessionale estranea alla sua origine?
  3. Per quale via, in pochi mesi, l’anti-denominazionalismo di ascendenza Francescon–Durham venne sostituito da un denominazionalismo strutturato, fino a produrre una mutazione ecclesiologica e teologica profonda? E come spiegare la velocità di tale mutazione, se normalmente trasformazioni di questa portata richiedono tempi lunghi, conflitti espliciti e passaggi generazionali?
  4. Perché Luigi Francescon, padre riconosciuto del pentecostalismo italiano, non partecipò al convegno del 1946, limitandosi a inviare Nicola Di Gregorio? La spiegazione proposta da Toppi — motivi di salute — è sufficiente, se si considera che nello stesso periodo Francescon continuava a muoversi tra Stati Uniti e Brasile, affrontando spostamenti non meno impegnativi? Perché Francescon si defilò progressivamente dalla scena italiana, interrompendo ogni rapporto significativo con i pentecostali della Penisola? E perché, dal convegno di Catania del 1948, scomparvero anche Di Gregorio e gli altri protagonisti del movimento nato a Chicago?
  5. Per quale motivo Francescon non rispose alle lettere — conservate negli archivi ADI — inviate da Umberto Nello Gorietti, nelle quali sembra affiorare il disagio per l’istituzionalizzazione delle ADI? E perché, nel 1958, quando il giovane Francesco Toppi si recò a Chicago per incontrare personalmente Francescon — ufficialmente per parlargli del nascente Istituto Biblico Italiano —, quell’incontro gli fu impedito da Nicola Di Gregorio? Toppi scriverà, anni dopo, che Di Gregorio motivò il rifiuto sostenendo che Francescon fosse fermo nelle sue posizioni anti-denominazionali e che, data l’età e la salute, fosse meglio non turbarlo. Ma è una spiegazione sufficiente? O dietro quel rifiuto si intravede il timore che Francescon fosse messo davanti a una trasformazione che non aveva mai approvato?
  6. Toppi disse davvero tutto? O vi erano altre ragioni, più profonde, dietro il suo desiderio di incontrare Francescon e dietro l’opposizione di Di Gregorio? Quale messaggio doveva essere consegnato o ricevuto? Quale verità storica poteva emergere da quell’incontro mancato? E perché la sola presenza di Toppi avrebbe potuto «turbarlo», per usare le parole riferite dallo stesso Toppi?

Sono queste le domande che la ricerca storica dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Non per sostituire un mito con un altro, né per trasformare ogni lacuna in accusa, ma per interrogare le contraddizioni rimaste aperte. Una storia che rifiuta le proprie domande più scomode non illumina i fatti: protegge una memoria. E quando la memoria diventa protezione istituzionale, il compito dello storico è tornare alle fonti, alle omissioni, alle fratture, ai silenzi.

Attenzione a queste immagini, poiché ognuna di esse merita un esame attento e circostanziato. In primo piano si distingue l’iscrizione di Henry H. Ness all’YMCA italiana, contrassegnata dalla tessera n.0186. È opportuno ricordare che l’YMCA internazionale costituiva una delle numerose organizzazioni gravitanti nell’orbita d’influenza della dinastia Rockefeller. S’impone dunque una domanda: se Ness soggiornava in Italia soltanto per poche settimane, per quale ragione procedette a un’iscrizione formale? E ancora: chi era realmente Guido Graziani, la cui firma campeggia sul documento? Figura di particolare rilievo, è stata oggetto di un’approfondita inchiesta giornalistica sul quotidiano Il Foglio, ma la sua biografia cela aspetti ben più significativi. Non va dimenticato che proprio la sede dell’YMCA fu il luogo in cui, nel 1945, nonostante la perdurante vigenza della circolare «Buffarini-Guidi», si tennero liberamente le prime riunioni evangelistiche speciali durante le quali predicò Herman Parli. In quell’occasione si convertirono due figure destinate a diventare centrali nella storia del pentecostalismo italiano: Francesco Toppi e Paolo Arcangeli. In alto, si osservi l’appunto manoscritto dell’assistente dell’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede che informa Henry H. Ness che l’udienza privata con papa Pio XII si avrà giovedì o venerdì. Sappiamo che avvenne venerdì 8 agosto 1947. Inoltre, al centro a destra, abbiamo il biglietto da visita del prefetto Cesare Cardamone (1888–1975), originario di Parenti (Cosenza), con gli auguri indirizzati a Henry H. Ness. Costituisce anch’esso una fonte primaria che attesta un contatto diretto tra il Direttore generale degli Affari di Culto del Ministero dell’Interno (in carica dal 1944 al 1955) e il fondatore delle ADI Henry Ness. Infine, l’ultima fotografia in basso a destra ritrae uno dei ristoranti napoletani prediletti da Nes,.

Era pressoché impossibile, per i pionieri del pentecostalismo italiano — Luigi Francescon e Giacomo Lombardi in primo luogo — competere con le figure che si affacciarono sulla scena evangelica internazionale nel secondo dopoguerra. Queste ultime disponevano di un profilo radicalmente diverso: parlavano più lingue, possedevano formazione teologica riconosciuta, si muovevano con disinvoltura in circuiti istituzionali e beneficiavano dell’aura del «mito americano», alimentato dalla vittoria militare, dalla propaganda statunitense, dalla stampa e dall’immaginario cinematografico del dopoguerra.

Anche i pionieri di Chicago provenivano dagli Stati Uniti, ma appartenevano a un altro mondo. Erano uomini umili, privi di titoli accademici, spesso autodidatti, con una padronanza imperfetta sia dell’inglese sia dell’italiano. La loro autorevolezza non derivava da credenziali formali, ma dalla coerenza spirituale, dalla forza del carisma personale e da una testimonianza di vita percepita come autenticamente evangelica. Quelle virtù, tuttavia, non bastarono a reggere l’urto di un nuovo dispositivo religioso, economico e organizzativo, ben più attrezzato e inserito nei circuiti internazionali del dopoguerra.

Va detto con chiarezza: la nascita delle Assemblee di Dio in Italia non fu un processo lineare, come una certa storiografia confessionale ha lasciato intendere. Fu piuttosto l’esito di contatti riservati, scambi epistolari, accordi transatlantici e dinamiche d’influenza maturate lontano dallo sguardo dei semplici credenti. Basti ricordare, a titolo esemplificativo, la documentazione relativa ai contatti tra E. Rustici e le Assemblies of God statunitensi mentre la guerra era ancora in corso: materiali oggi in mio possesso che meriterebbero un esame storico rigoroso.

La genesi delle ADI va collocata dentro un intreccio di presenze internazionali e mediazioni complesse. Figure come Frank B. Gigliotti, Charles Fama, il barone William Fray von Blomberg, Patrick J. Zaccara, Francis J. Panetta, H. Parli — per citare solo alcuni nomi — non comparvero in Italia per semplice impulso devozionale. La loro presenza va letta nel quadro di una strategia sostenuta da capitali, relazioni diplomatiche, organismi religiosi transnazionali e reti d’influenza. La domanda, dunque, è legittima: Henry H. Ness giunse davvero in Italia come un predicatore isolato, oppure fu inviato, finanziato e collocato in posizione strategica prima ancora che le ADI assumessero forma giuridica?

In questo quadro si inserisce il flusso considerevole di denaro che Henry H. Ness — indicato in alcune fonti anche come Nesh o Nes — fece confluire verso l’Italia. Quelle risorse, distribuite con evidente intelligenza operativa, raggiunsero figure chiave del movimento nascente e contribuirono a creare legami, dipendenze e orientamenti. Fra i referenti più significativi emergono Vincenzo Federico e Rosario Di Palermo in Sicilia, Salvatore Anastasio nell’area napoletana, Umberto Nello Gorietti e Roberto Bracco a Roma, città decisiva per i rapporti con il potere istituzionale, il corpo diplomatico e la Santa Sede. In un simile contesto, sarebbe metodologicamente ingenuo escludere a priori la possibile presenza di legami, diretti o indiretti, con circuiti massonici o para-istituzionali.

Fu anche attraverso questi canali che le ADI presero forma: non come semplice moto spontaneo di rinnovamento spirituale, né come intuizione teologica collettiva, ma come costruzione denominazionale resa possibile da fondi, contatti, credenziali, mediazioni locali e indirizzo americano. Senza quei fondi, senza quelle personalità influenti e senza quei canali transatlantici, è lecito dubitare che le Assemblee di Dio in Italia sarebbero nate nella forma e nei tempi che conosciamo.

Il pentecostalismo italiano dell’epoca conservava una struttura fortemente congregazionalista e anti-denominazionale, più marcata rispetto al modello statunitense. Era animato dalla convinzione, spiritualmente intensa ma storicamente fragile, di aver ristabilito un contatto diretto con il cristianesimo apostolico, quasi che la lunga storia ecclesiastica intermedia potesse essere semplicemente oltrepassata. Questa visione, pur radicata e sincera, non resse all’urto di un progetto organizzativo più grande della consapevolezza di quei credenti semplici e ardenti.

Lo confesso: anch’io, da adolescente, ho creduto per un periodo a quella narrazione, alimentata da conversazioni private con pastori e conduttori di allora. In un’epoca priva di internet e di accesso critico alle fonti, anche una ricostruzione parziale poteva apparire plausibile. Oggi, però, alla luce dei documenti disponibili e di una coscienza storica più matura, quella narrazione va ricondotta alla sua realtà: la nascita delle ADI fu certamente anche un evento ecclesiale, ma fu insieme un processo economico, culturale, organizzativo e politico-religioso, inserito nella più ampia penetrazione protestante filoamericana e filosionista nell’Italia e nell’Europa del dopoguerra.

Senza quei personaggi e senza il flusso di denaro che Ness fece giungere in Italia le ADI difficilmente sarebbero nate nella configurazione storica che oggi conosciamo.

In coerenza con questa logica di influenza, Ness si adoperò anche per formare risorse umane capaci di incarnare nel tempo la sua visione. Emblematico è il caso di due giovani italiane, Yvonne, o Ivana, Altura e Maria Arcangeli, invitate a frequentare il Northwest Bible Institute, l’istituzione da lui fondata negli Stati Uniti. Ness contribuì personalmente alla loro formazione, e la prima divenne in seguito docente nella medesima scuola biblica, rafforzando così il circuito di fiducia e dipendenza costruito attorno alla sua opera.

Parallelamente, Ness canalizzò verso l’Italia risorse economiche e materiali che produssero un’influenza determinante sui punti chiave del movimento pentecostale.

Tutto ciò costituisce il retroterra materiale e strategico di quello che può essere definito il tradimento storico e teologico dei pionieri pentecostali. Non nel senso di una formula polemica priva di fondamento, ma nel senso preciso di una sostituzione di genealogia: l’eredità spirituale, congregazionalista e anti-istituzionale delle origini venne progressivamente ricollocata dentro un progetto denominazionale controllato, sostenuto dall’esterno e funzionale a interessi più ampi del solo campo ecclesiale. La storiografia libera da vincoli apologetici non può più evitare questa domanda: le ADI nacquero come naturale sviluppo del pentecostalismo italiano, o come riorganizzazione guidata di un movimento che aveva appena respinto la forma denominazionale?

Gli investimenti americani in Italia

Nel secondo dopoguerra Henry H. Ness svolse un ruolo rilevante nella riorganizzazione del pentecostalismo italiano. Le fonti coeve non descrivono soltanto l’invio di aiuti occasionali dagli Stati Uniti, ma documentano un intervento più strutturato, fondato su risorse economiche, acquisti immobiliari, relazioni istituzionali e sostegno organizzativo. In un’Italia uscita dalla guerra, segnata da povertà, repressione amministrativa e fragilità giuridica delle minoranze religiose, tale intervento contribuì alla stabilizzazione materiale delle future Assemblee di Dio in Italia.

In questo quadro, il General Council delle Assemblies of God statunitensi operò come canale ecclesiastico e amministrativo per la raccolta, la destinazione e la gestione dei fondi destinati all’Italia. La documentazione consente di individuare, almeno per le proprietà di Roma e Catania, un investimento complessivo di circa 35.000 dollari, somma che, rapportata al cambio storico e al potere d’acquisto dell’Italia del tempo, può essere stimata in circa 3,0–3,3 milioni di euro in equivalente storico-sociale italiano, limitatamente agli investimenti immobiliari documentati per quei due poli.[nota 7]

Il dato economico è rilevante. Non si trattò di un sostegno generico, ma di un intervento patrimoniale concentrato su due luoghi strategici: Roma, centro nazionale e simbolico, e Catania, polo siciliano di notevole importanza per il pentecostalismo meridionale. Le fonti americane qualificano tali beni come «American properties», espressione che suggerisce la loro appartenenza originaria all’area patrimoniale statunitense, pur essendo destinati all’uso delle comunità italiane.

Per l’edificio romano di via dei Bruzi 9–11 le fonti coeve attestano un investimento di 25.000 dollari. Per Catania, la documentazione indica un acquisto iniziale dell’edificio destinato alla comunità di via Juvara 46 per circa 7.000 dollari. Tuttavia, poiché l’investimento complessivo dichiarato per Roma e Catania ammontava a 35.000 dollari, e poiché Roma assorbiva 25.000 dollari, il residuo imputabile all’operazione catanese può essere stimato prudenzialmente intorno ai 10.000 dollari. Altra documentazione parla di 13.000 dollari, cifra che potrebbe includere ulteriori spese di adattamento, restauro o consolidamento.

La questione patrimoniale assunse presto anche una dimensione fiscale e giuridica. Secondo la ricostruzione fondata sul discorso dell’avvocato Giacomo Rosapepe al trentacinquesimo Convegno delle Assemblies of God di Milwaukee, nell’agosto-settembre 1953, la mancata qualificazione giuridica delle ADI come Ente Morale esponeva le chiese italiane a tassazioni gravose. Per la sola proprietà romana, il governo italiano avrebbe richiesto una somma pari a 8.000 dollari annui. Accostato ai 25.000 dollari investiti nell’edificio di via dei Bruzi, il dato permette di comprendere il peso concreto del riconoscimento giuridico: non riguardava soltanto la libertà di culto, ma anche la tutela e la stabilizzazione di beni immobili destinati alla vita della nuova denominazione.

Nella fase originaria, gli immobili di Roma e Catania risultavano collegati all’orizzonte patrimoniale delle Assemblies of God statunitensi e concessi all’uso delle Assemblee di Dio in Italia. Solo dopo il riconoscimento giuridico delle ADI come Ente Morale tali beni furono trasferiti alla denominazione italiana mediante «donazione». Il passaggio è storicamente significativo: la disponibilità materiale degli edifici precedette la piena autonomia giuridica della denominazione italiana, collocando la nascente organizzazione dentro un rapporto iniziale di dipendenza patrimoniale e amministrativa dagli Stati Uniti.

Tale dinamica non deve essere ridotta a semplice filantropia confessionale, ma neppure caricata di significati non dimostrabili. Il dato certo è che l’apporto statunitense incise sulla configurazione materiale del pentecostalismo italiano. Gli immobili non furono soltanto luoghi di culto: costituirono sedi stabili, punti di riconoscibilità pubblica, centri di coordinamento e strumenti concreti di organizzazione. In un contesto nel quale le comunità pentecostali italiane uscivano da anni di clandestinità, povertà e marginalità amministrativa, disporre di spazi riconosciuti significava acquisire stabilità, visibilità e capacità di coordinamento.

È dunque legittimo interrogarsi sugli effetti storici di tale intervento. Gli aiuti americani non si limitarono a sostenere comunità già strutturate, ma contribuirono alla formazione stessa della loro architettura denominazionale. Il denaro non produsse soltanto edifici; rese possibile un modello organizzativo, una rete di rapporti, una nuova rappresentanza istituzionale e un progressivo inserimento del pentecostalismo italiano nell’orbita delle Assemblies of God statunitensi.

Gli immobili di Roma e Catania assumono, in questa prospettiva, un valore che oltrepassa la loro funzione materiale. Roma rappresentava il centro nazionale e istituzionale; Catania costituiva un polo meridionale e siciliano di irradiazione evangelistica. L’operazione non riguardò la coscienza religiosa dei credenti, ma le infrastrutture entro cui quella fede venne organizzata, rappresentata e progressivamente stabilizzata.

Il termine «investment», impiegato nelle fonti americane, merita quindi attenzione. Non va inteso automaticamente in senso speculativo, né trasformato in prova di finalità occulte. Tuttavia, esso conferma che l’intervento fu percepito come operazione strutturata, dotata di rilievo patrimoniale e funzionale. L’investimento americano contribuì a trasformare un movimento povero, disperso e appena uscito dalla persecuzione amministrativa in una denominazione riconoscibile, dotata di sedi, rappresentanza e strumenti organizzativi.

Napoli e il primo pentecostalismo organizzato

Napoli occupò un ruolo significativo nella fase iniziale del pentecostalismo organizzato italiano. Alcuni incontri e assemblee generali si svolsero in quell’area, confermandone la funzione di snodo meridionale nella progressiva definizione del movimento. Le fonti richiamano, tra gli altri, incontri del 1946, del 1947 e del 1950, rilevanti per la formazione dell’assetto organizzativo delle Assemblee di Dio in Italia. Anche in fasi successive Napoli continuò a rappresentare un luogo importante per la vita assembleare della denominazione.

La presenza napoletana appartiene alla geografia concreta del pentecostalismo italiano del dopoguerra. Prima della piena stabilizzazione denominazionale, la vita comunitaria si svolse attraverso luoghi disponibili, riunioni, relazioni locali, assemblee e forme progressive di coordinamento. In questo quadro, Napoli appare come uno dei centri nei quali il movimento trovò continuità, radicamento e capacità di convocazione.

Le assemblee svolte nell’area napoletana documentano l’importanza della città nella fase di passaggio dal pentecostalismo perseguitato alla riorganizzazione del dopoguerra. La ricostruzione di tali incontri consente di comprendere meglio la formazione dell’assetto nazionale delle Assemblee di Dio in Italia, tenendo conto anche del contesto materiale nel quale essi si svolsero.

Nel medesimo periodo, altre fonti documentano rapporti tra il pentecostalismo italiano e le Assemblies of God statunitensi, in particolare sul piano del sostegno organizzativo e della disponibilità di immobili destinati al culto. Questo profilo appartiene alla progressiva definizione giuridica, amministrativa e patrimoniale della denominazione nel secondo dopoguerra.

La ricostruzione storica richiede l’esame coordinato di luoghi assembleari, verbali, corrispondenze, atti relativi agli immobili, provvedimenti amministrativi e documentazione interna. La nascita delle Assemblee di Dio in Italia si colloca dentro questo quadro del dopoguerra, nel quale comunità locali, sedi di riunione, organismi rappresentativi e rapporti internazionali accompagnarono la stabilizzazione del movimento.

In relazione alla storia napoletana del movimento, Alessandro Iovino, storico e saggista dell’area pentecostale, ha richiamato alcune realtà ricordate nella storiografia pentecostale locale, scrivendo:

«La Vitulli insieme alla Starlet, alla Melluso e alla D’Alessandro sono state aziende che non solo hanno scritto pagine significative della storia delle calzature in Italia, ma anche del movimento pentecostale».[nota 5]

Il riferimento di Iovino segnala la presenza, nella memoria storica pentecostale, di luoghi e ambienti legati anche alla vita familiare e lavorativa della Napoli del dopoguerra. Il dato aiuta a ricostruire il contesto concreto nel quale alcune relazioni comunitarie presero forma: case, spazi disponibili, rapporti personali, attività quotidiane e memorie condivise.

Beniamino Sabino figlio di Addolorata Anastasio

A questo quadro si collega una testimonianza pubblica attribuita a Beniamino Sabino, figlio di Addolorata Anastasio, apparsa il 10 agosto 2021 sul profilo Facebook di Alessandro Iovino. Secondo tale testimonianza, la presenza pentecostale non si sarebbe stabilizzata nei locali dell’attività Melluso; le prime riunioni napoletane si sarebbero invece svolte nelle abitazioni private dei fratelli Anastasio: Salvatore, Giovanna e Maddalena.

La testimonianza contribuisce alla ricostruzione dei luoghi originari del pentecostalismo napoletano. Il punto riguarda soprattutto la topografia storica delle prime riunioni e il modo in cui essa è stata conservata nelle memorie familiari e comunitarie.

Napoli appare così come uno dei luoghi nei quali la vita pentecostale del dopoguerra si sviluppò attraverso ospitalità domestica, spazi quotidiani e relazioni di prossimità. La storia del movimento non passò soltanto attraverso dottrine, convegni e statuti, ma anche attraverso case, locali di riunione, rapporti familiari e forme concrete di aggregazione religiosa.

Il dato patrimoniale e la geografia delle Assemblee Generali

I 35.000 dollari — cifra considerata sulla base della documentazione richiamata in questo articolo — che Henry H. Ness fece giungere dagli Stati Uniti tramite le Assemblies of God americane per l’acquisto dei locali di culto di Roma e Catania rappresentano un intervento economico di notevole entità. Rapportata al potere d’acquisto dell’Italia del tempo, tale somma corrisponderebbe oggi a circa tre milioni di euro in equivalente storico-sociale.[nota 6]

Il dato riguarda, per quanto qui documentato, due poli specifici: Roma e Catania. L’intervento economico permise l’acquisizione o la disponibilità di immobili destinati al culto e contribuì alla stabilizzazione materiale di comunità uscite da anni di repressione, povertà e marginalità amministrativa. In questo senso, gli edifici non furono soltanto luoghi di riunione, ma anche strumenti concreti di continuità ecclesiale, riconoscibilità pubblica e organizzazione comunitaria.

Nei documenti americani compare il termine «investment». La parola merita attenzione nel suo significato storico e amministrativo: indica un intervento patrimoniale strutturato, non una semplice offerta occasionale. Il rilievo del termine va mantenuto entro il perimetro documentario, come indicatore della consistenza economica dell’operazione e della sua funzione nella fase di consolidamento del pentecostalismo italiano del dopoguerra.

Distinto dal dato patrimoniale relativo a Roma e Catania è il ruolo assembleare di Napoli. Secondo la corrispondenza tra H. H. Ness e Noel Perkin, segretario missionario delle Assemblies of God, il convegno costitutivo del 1947 sarebbe stato inizialmente previsto a Palermo. Il suo successivo svolgimento a Napoli costituisce un elemento significativo della geografia organizzativa del movimento. La città, già presente nella storia delle comunità pentecostali meridionali, offriva in quella fase relazioni, luoghi di riunione e capacità di convocazione.

La ricostruzione storica deve quindi mantenere distinti i piani: da un lato, la documentazione patrimoniale relativa agli immobili di Roma e Catania; dall’altro, la funzione assembleare e comunitaria di Napoli. Entrambi i profili appartengono alla storia delle Assemblee di Dio in Italia, ma riguardano ambiti diversi: il primo concerne acquisizioni, fondi e disponibilità immobiliari; il secondo riguarda luoghi di incontro, assemblee e organizzazione ecclesiale.

Il quadro che emerge è quello di un pentecostalismo italiano che, nel secondo dopoguerra, passò progressivamente dalla dispersione e dalla marginalità giuridica a forme più stabili di coordinamento. Tale passaggio avvenne attraverso comunità locali, assemblee, sedi di culto, rapporti internazionali e documentazione amministrativa. La nascita delle Assemblee di Dio in Italia va collocata dentro questa concreta storia religiosa e organizzativa, senza separare gli eventi spirituali dai loro luoghi, dalle loro carte e dalle condizioni materiali che ne resero possibile la stabilizzazione.

Nota sulle fonti parlamentari e sul contesto politico-religioso del dopoguerra

Un diverso profilo di ricerca riguarda la presenza di singole figure evangeliche nella documentazione politico-istituzionale del secondo dopoguerra. Si tratta di un ambito da esaminare attraverso fonti primarie, atti parlamentari, corrispondenze e documentazione ufficiale, evitando di trasformare semplici menzioni documentarie in rapporti organici o conclusioni più ampie.

Un riferimento utile è costituito dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, presieduta da Tina Anselmi, nei quali compaiono, secondo le fonti consultabili, nomi riconducibili anche all’ambiente evangelico, tra cui Frank B. Gigliotti e Charles Fama.  [QUI], [QUI], [QUI] Il rilievo storico del dato consiste nella sua presenza documentaria: esso consente di registrare che alcune figure evangeliche compaiono in materiali parlamentari relativi alle reti politico-istituzionali del dopoguerra, senza ricavarne automaticamente giudizi sull’evangelismo italiano o sulle Assemblee di Dio in Italia.

A questo livello può essere richiamata, come elemento di confronto, una dichiarazione pubblica resa da Alessandro Iovino in sede divulgativa. In un video disponibile online, tra il minuto 10:00 e l’11:00,,

riferendo della propria intervista a Licio Gelli, Iovino afferma che quest’ultimo non avrebbe conosciuto la realtà evangelica italiana, o comunque non ne avrebbe avuto una consapevolezza significativa. Il dato può essere accostato alla documentazione parlamentare sopra richiamata, nei limiti di una verifica storica sulle fonti.

La questione resta circoscritta: una menzione in atti parlamentari non equivale, di per sé, a rapporto stabile, conoscenza diretta o influenza effettiva. Essa costituisce però un elemento documentario che può essere considerato nella ricostruzione del contesto politico-religioso del dopoguerra, soprattutto quando si analizzano figure attive in ambiti internazionali, diplomatici, confessionali o associativi.

Il rapporto tra presenza americana, anticomunismo, diplomazia religiosa, reti massoniche e riorganizzazione delle minoranze religiose nell’Italia del dopoguerra costituisce un terreno complesso. La nascita delle Assemblee di Dio in Italia non va isolata da quel contesto generale, ma ogni possibile nesso deve essere formulato solo nei limiti consentiti dalle fonti esplicite, controllabili e correttamente contestualizzate.

Le Assemblee Generali delle «Assemblee di Dio in Italia»

Una doverosa parentesi va aperta sulle vicende legate ai convegni nazionali amministrativi delle “Assemblee di Dio in Italia” (ADI), che nel tempo — come previsto dallo Statuto — assumeranno la denominazione ufficiale di «Assemblee Generali». Se si procede a uno studio analitico e cronologico di ciascuno di questi convegni, emerge un dato oggettivo e difficilmente eludibile: tutti i convegni strategici e decisivi per l’evoluzione della denominazione ADI non si sono mai tenuti a Roma, come si potrebbe ingenuamente supporre, bensì sempre e soltanto nella città di Napoli. Questo dato rimane costante anche nel corso delle due presidenze romane: quella di Umberto N. Gorietti e quella di Francesco Toppi.

Siamo dunque dinanzi a una costante geografica da interpretare come semplice coincidenza? Oppure si impone una domanda più scomoda e, insieme, più plausibile: che il vero centro decisionale delle ADI sia stato per decenni Napoli, al di là della facciata amministrativa ufficiale romana? A sostegno di tale constatazione, valga un elenco esemplificativo e documentabile:

  • Il Convegno del 16–18 agosto 1947, nel quale fu costituita l’associazione religiosa denominata «Assemblee di Dio in Italia», si svolse a Napoli.
  • Il Convegno del 9 aprile 1948, preparatorio all’atto notarile e all’avanzamento verso il riconoscimento giuridico, si tenne a Napoli. Questo convegno rappresenta una tappa cruciale: implementazione organizzativa post-affiliazione, preparazione all’atto notarile e avanzamento verso il riconoscimento giuridico registrato il 22 maggio 1948 presso lo studio del notaio Carmelo Schillaci.
  • Il Convegno del 12–15 agosto 1950, che segnò il passaggio dal Comitato Esecutivo al Consiglio Generale delle Chiese, si tenne a Napoli.
  • Il Convegno del 3–5 settembre 1957, dedicato alla riorganizzazione economico-strutturale, tra cui la creazione di un sistema assicurativo per i ministri di culto (poi Fondo FIDEA), si svolse ancora a Napoli.
  • L’Assemblea Generale del 5–8 settembre 1963 si tenne a Napoli.
  • L’Assemblea Generale del 26–29 agosto 1971 si tenne a Napoli.
  • L’Assemblea Generale del 18–21 maggio 1977, nella quale si registrarono le dimissioni del primo presidente Umberto N. Gorietti e l’elezione del suo successore Francesco Toppi, si tenne a Napoli.
  • L’Assemblea Generale del 28 aprile – 1° maggio 1978, in cui furono approvati il nuovo Statuto con note, il Regolamento interno e la lista preliminare degli argomenti da inserire nella futura Intesa con lo Stato italiano, si tenne a Napoli.
  • L’Assemblea Generale del 28 aprile – 1° maggio 1979 si tenne a Napoli.
  • L’Assemblea Generale del 30 aprile – 3 maggio 1981 si tenne a Napoli.
  • Tutte le Assemblee Generali dal 1983 al 1989, di primaria importanza per la strutturazione interna dell’ente in vista della sottoscrizione dell’Intesa con la Repubblica Italiana, si svolsero ininterrottamente presso il Centro Comunitario Evangelico di Roccamonfina (Caserta). Tale sede non fu casuale: era — e resta — strettamente legata alla galassia familiare napoletana Melluso–Anastasio–D’Alessandro, rafforzata anche da alleanze matrimoniali e legami imprenditoriali.

Una lunga sequenza di ricorrenze, che difficilmente può essere ridotta alla categoria neutra della “casualità”. Emblematica, in tal senso, è una dichiarazione dello stesso Francesco Toppi, storico presidente delle ADI, pubblicata nel 1991 su Cristiani Oggi:

«Erano ben 38 anni, dal lontano 1953, che l’Assemblea Generale delle A.D.I. non si svolgeva più a Roma» (Cristiani Oggi, Anno X, n. 10, 16–31 maggio 1991, p. 6).

Un’affermazione che, letta tra le righe, equivale a un riconoscimento implicito: la capitale effettiva delle decisioni strategiche della denominazione non è mai stata Roma.

In epoca più recente, si registra che anche l’Assemblea Generale del 2007, nella quale Felice Antonio Loria venne eletto presidente succedendo a Francesco Toppi (nominato emerito), si tenne a Napoli.

L’unica eccezione documentata a questa costante geopolitica si riscontra nell’Assemblea Generale del 2019, nella quale Gaetano Montante fu eletto presidente. L’evento si svolse a Chianciano Terme (Siena), in prossimità della sede della Tesoreria Generale delle ADI, da decenni depositata presso una filiale della Banca Monte dei Paschi di Siena, istituto al centro di numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie riguardanti legami con ambienti massonici. Si tratta di un semplice cambiamento logistico?

Ciò che emerge con chiarezza è che tutte le Assemblee Generali in cui furono eletti i presidenti ADI si svolsero a Napoli, fatta eccezione per l’ultima. È lecito domandarsi se sia normale che tutte le decisioni strutturali più rilevanti nella storia della denominazione siano maturate e formalizzate sempre nella stessa città, mentre altrove si tenevano soltanto convegni di importanza secondaria o di natura pastorale e non amministrativa.

Si tratta davvero di una sequenza di coincidenze?

Napoli: capitale del pentecostalismo italiano

Dall’insieme delle fonti emerge un dato significativo: Napoli ebbe un ruolo di particolare rilievo nella fase iniziale del pentecostalismo organizzato italiano. Roma svolse fin dall’inizio una funzione giuridica e istituzionale, anche in rapporto alla sede legale e al riconoscimento della denominazione. La Sicilia rappresentò uno dei bacini pentecostali più estesi e vitali del Paese. Napoli, invece, ricorre nelle fonti come uno snodo importante sul piano ecclesiale, relazionale e organizzativo come sede scelta per le Assemblee Generali.

A Roma, in via dei Bruzi, ebbe sede la denominazione delle Assemblee di Dio in Italia secondo le esigenze statutarie e amministrative del nuovo soggetto giuridico. Napoli appare invece come luogo di incontri, figure di riferimento, relazioni comunitarie e Assemblee Generali che accompagnarono la progressiva organizzazione del movimento. Le tre aree non vanno poste in concorrenza tra loro: ciascuna svolse una funzione diversa nella storia del pentecostalismo italiano del dopoguerra.

Questo dato trova un riconoscimento significativo anche in Giorgio Bouchard, pastore valdese e già presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. In un articolo pubblicato nel luglio 2014 sul settimanale protestante Riforma, in occasione della presentazione del volume di Alessandro Iovino dedicato ad Alfonso Melluso, Bouchard indicò Napoli come «la capitale morale del pentecostalismo italiano».

L’espressione, provenendo da un esponente del protestantesimo storico, riconosce a Napoli una particolare densità memoriale nella storia del pentecostalismo italiano. Non indica una funzione formale di direzione istituzionale, ma segnala il rilievo assunto dalla città come luogo di relazioni, sede scelta per le Assemblee Generali e memoria comunitaria.

In questo senso, la formula «capitale morale» può essere assunta come indicazione storiografica prudente. Essa richiama il ruolo di Napoli come spazio di aggregazione, incontri ecclesiali e memoria pentecostale. Il dato non modifica la funzione istituzionale di Roma né l’importanza numerica e comunitaria della Sicilia; consente però di riconoscere che Napoli occupò uno spazio più ampio di quanto emerga talvolta nelle ricostruzioni limitate agli aspetti statutari o amministrativi.

La presenza di figure legate alla fase iniziale del movimento, tra cui Alfonso Melluso, Salvatore Anastasio, Umberto Nello Gorietti e altri protagonisti del periodo, conferma la densità religiosa e sociale dell’ambiente napoletano. Il loro richiamo appartiene alla ricostruzione del contesto storico nel quale il pentecostalismo prese forma attraverso relazioni personali, luoghi di riunione, Assemblee Generali e memorie comunitarie.

Napoli non fu dunque un semplice sfondo geografico. Fu uno degli spazi nei quali il pentecostalismo italiano del dopoguerra trovò continuità, capacità di convocazione e radicamento sociale. Parlare di Napoli come «capitale morale del pentecostalismo italiano» significa riconoscere questa centralità storico-memoriale.

Conclusione

Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla –Edmund Burke

 

Molto resta ancora da approfondire sulla storia del pentecostalismo italiano del Novecento. Questo lavoro non pretende di offrire una ricostruzione definitiva, ma di richiamare alcuni dati, indicare piste documentarie e proporre una lettura più attenta dei passaggi che accompagnarono la nascita del pentecostalismo organizzato in Italia nel secondo dopoguerra. L’auspicio è che queste pagine possano incoraggiare nuove ricerche, condotte con metodo archivistico, confronto delle fonti e attenzione al contesto religioso, sociale e istituzionale del tempo.

La storia del pentecostalismo italiano è stata spesso trasmessa attraverso memorie interne, ricostruzioni confessionali e narrazioni nate dentro gli stessi ambienti ecclesiali che ne furono protagonisti. Tali contributi conservano un valore importante: raccolgono nomi, luoghi, testimonianze, esperienze comunitarie e materiali che altrimenti sarebbero andati dispersi. Tuttavia, come ogni memoria di parte, richiedono di essere lette insieme ad altre fonti: archivi civili, notarili, catastali, diplomatici, ecclesiastici, missionari e internazionali.

Una parte significativa della letteratura disponibile dipende, direttamente o indirettamente, dalla prospettiva maturata nell’ambiente delle Assemblee di Dio in Italia e dall’eredità storiografica di Francesco Toppi. Si tratta di un contributo rilevante per la conoscenza interna del movimento, ma non sufficiente, da solo, a esaurire la complessità della vicenda. Ogni tradizione religiosa tende a custodire la propria memoria secondo categorie identitarie; il compito dello storico è affiancare a tale memoria il lavoro paziente della verifica documentaria.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto le pubblicazioni interne al mondo pentecostale. Anche contributi provenienti da ambienti esterni — protestanti storici, studiosi delle minoranze religiose, centri di ricerca o divulgatori — possono talvolta riprendere schemi interpretativi già consolidati. Per questo la storia del pentecostalismo italiano richiede oggi un’indagine più ampia, capace di confrontare memorie confessionali, documenti pubblici, fonti private, corrispondenze, atti patrimoniali e materiali missionari.

La questione centrale non è sostituire una narrazione celebrativa con una narrazione polemica, ma restituire profondità documentaria a un processo storico complesso. La nascita delle Assemblee di Dio in Italia non fu soltanto un evento religioso interno alle comunità pentecostali; fu anche un passaggio organizzativo, giuridico, patrimoniale e internazionale, inserito nel contesto del secondo dopoguerra. Proprio per questo merita di essere studiata con strumenti adeguati, senza semplificazioni e senza schemi precostituiti.

Particolare attenzione dovrà essere riservata agli anni che vanno dalla fine della persecuzione fascista alla definizione dell’assetto denominazionale del dopoguerra. In quel periodo si intrecciarono comunità locali, relazioni personali, sedi di culto, riconoscimenti giuridici, rapporti con organismi evangelici statunitensi, passaggi assembleari e scelte amministrative. Solo l’esame coordinato di questi elementi può consentire una comprensione più precisa del passaggio dal pentecostalismo pionieristico alla denominazione riconosciuta.

La formazione storica, in questo senso, non è un ornamento accademico. È uno strumento necessario per comprendere identità, dottrine, istituzioni, conflitti, continuità e trasformazioni. Dove la storia viene ridotta a memoria edificante, il rischio non è soltanto l’imprecisione; è la perdita della complessità. Scrivere storia significa cercare documenti, verificare date, confrontare versioni, seguire corrispondenze, consultare archivi, distinguere testimonianze, ricordi e atti ufficiali.

La consultazione degli archivi delle ADI e di altre denominazioni pentecostali potrà offrire elementi importanti, ma non esaurirà necessariamente il campo della ricerca. Esistono fonti civili, notarili, catastali, ecclesiastiche, missionarie e internazionali che possono contribuire alla ricostruzione del quadro. Le corrispondenze private, i verbali assembleari, gli atti relativi agli immobili, i documenti amministrativi e le fonti estere costituiscono materiali decisivi per una storia meno frammentaria e più verificabile.

Nel caso di Henry H. Ness — indicato in alcune fonti anche con varianti documentarie come Nesh o Nes — la ricerca sembra richiedere un orizzonte più ampio rispetto agli archivi denominazionali italiani. La sua vicenda attraversa più contesti: gli Stati Uniti, l’Italia, il Portogallo e la Norvegia, terra d’origine della famiglia Ness. Seattle, Washington D.C., Roma, Napoli, Catania, Palermo e gli archivi missionari collegati alle Assemblies of God costituiscono possibili luoghi di verifica, da esplorare con metodo e prudenza.

Anche la figura di Frank Bruno Gigliotti richiede un’indagine storica accurata, fondata su documenti espliciti e correttamente contestualizzati. La sua attività si colloca all’incrocio tra ambienti religiosi, rapporti italo-americani, presenza evangelica e scenario politico del dopoguerra. Proprio per questo, ogni ricostruzione dovrà evitare sia il registro apologetico sia quello polemico, attenendosi a fonti identificabili, date, atti e circostanze verificabili.

Un discorso specifico potrà riguardare anche Hermann Parli (1916–1998), figura presente nella fase che precedette e accompagnò l’ingresso di Ness tra i pentecostali italiani. Il suo ruolo, le sue relazioni e il contesto in cui operò meritano ulteriori verifiche, soprattutto in rapporto agli ambienti religiosi e internazionali del tempo.

La storia del pentecostalismo italiano resta dunque un campo aperto. Per raccontarla con maggiore precisione non basterà probabilmente una sola prospettiva. Occorreranno ricerche cronologicamente ordinate e tematicamente distinte, capaci di esaminare le fasi, i protagonisti, le correnti dottrinali, le relazioni internazionali, gli aspetti patrimoniali e il rapporto con il contesto politico del secondo dopoguerra.

Una storia matura non teme i documenti: li cerca, li ordina, li confronta e li interpreta nel loro contesto. È questo il compito che attende chi vorrà studiare il pentecostalismo italiano non come mito identitario, ma come vicenda storica concreta, fatta di fede, istituzioni, uomini, luoghi, carte, memorie e responsabilità documentaria.

Buon lavoro, ricercatori.


© Filippo Chinnici, 2021 – Tutti i diritti riservati 

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Note

Nota 1

I primi agenti (costruttori) che H. Ness utilizzò per la costruzione delle “Assemblee di Dio in Italia” furono davvero una manciata: Vincenzo Federico, Rosario Di Palermo (Sicilia), Salvatore Anastasio (Campania), Umberto Gorietti e Roberto Bracco (Roma).

Nota 2 – La farmacia tra scienza, magia e potere (1900–1940)

Non si deve commettere l’errore — tanto diffuso quanto ingenuo — di sovrapporre la figura del farmacista dei primi decenni del Novecento a quella odierna. Si tratta di due professioni radicalmente differenti per formazione, funzioni e impianto epistemologico. La storia della farmacologia occidentale, sospesa sin dalle origini tra scienza sperimentale e retaggi sapienziali, attraversa infatti più fasi distinte: dall’età alchemica, intrisa di simbolismo e ritualità, a quella chimico-industriale, fondata sulla riproducibilità empirica e sul principio attivo standardizzato.

Non è un dettaglio marginale che il termine greco φάρμακον (phármakon) designasse originariamente una sostanza ambivalente, capace di guarire o di avvelenare; e che il suo derivato φαρμακεία (pharmakeía) fosse associato nell’antichità — come attestano le Scritture — a pratiche magico-sacrali, incantesimali e persino demoniache (cfr. Galati 5,20; Apocalisse 18,23). La Bibbia, tanto nella Settanta quanto nel greco koinè del Nuovo Testamento, utilizza pharmakeía in senso marcatamente negativo, collegandola alla stregoneria, alla seduzione spirituale e all’idolatria. Questa duplice semantica — cura e inganno, terapia e sortilegio — attraversa, come un filo carsico, l’intera vicenda farmacologica occidentale.

Un esempio emblematico della medicina erboristica d’età imperiale è rappresentato da Pedanio Dioscoride, medico, botanico e farmacologo greco attivo nel I secolo d.C. presso la corte di Nerone. La sua opera De materia medica rimase per secoli un pilastro insostituibile della farmacopea greco-latina, trasmessa, rielaborata e commentata nel Medioevo e nel Rinascimento. Solo tra Otto e Novecento la farmacia occidentale conobbe una trasformazione radicale: si passò da una prassi ancora artigianale — fondata su preparazioni manuali, competenze botaniche e ricettari manoscritti — a una produzione centralizzata, industriale e finanziariamente strutturata.

1. L’ascesa della nuova farmacopea industriale

Protagonista assoluta di questa svolta fu la famiglia Rockefeller, che tra il 1900 e il 1940 traslò la propria supremazia dal settore petrolifero al controllo del nascente comparto farmaceutico. John D. Rockefeller, ispirandosi alla figura ambigua e spregiudicata del padre — venditore itinerante di rimedi pseudoterapeutici — intuì con lucida lungimiranza l’enorme potenziale economico della medicina industriale. La strategia prese corpo con la fondazione della Rockefeller Foundation (1913), del General Education Board, e con il decisivo sostegno finanziario al Rapporto Flexner (1910), redatto per la Carnegie Foundation: un documento che provocò la chiusura di centinaia di scuole di medicina indipendenti, imponendo un nuovo paradigma terapeutico centrato sulla biochimica, affidato a università selezionate e posto sotto l’egida dell’American Medical Association, a sua volta influenzata da interessi fondazionali convergenti.

2. Henry H. Ness e la farmacia dell’epoca

È in questo scenario di profonda mutazione che si colloca la modesta attività farmaceutica di Henry H. Ness, testimone diretto della transizione dall’arte erboristica all’industria farmaceutica moderna. Fino al 1925, negli Stati Uniti, i corsi di farmacia duravano due o tre anni e richiedevano soltanto l’istruzione primaria. Dopo tale data, gli standard furono innalzati: il ciclo quadriennale divenne obbligatorio e si rese necessario il diploma di High School. La formazione rimaneva tuttavia eminentemente pratica e multidisciplinare, comprendendo chimica applicata, botanica farmaceutica, farmacognosia, legislazione sanitaria e, spesso, il latino, indispensabile per la stesura delle ricette.

Le farmacie dell’epoca erano articolate in due spazi distinti: un laboratorio interno, dove il farmacista preparava medicamenti, unguenti, distillati, polveri e sciroppi; e un ambiente esterno, accessibile al pubblico, con vasi di vetro, erbe officinali e droghe vegetali in bella mostra. La professione richiedeva padronanza di tecniche estrattive, conoscenze fitoterapiche e chimiche, familiarità con le Farmacopee ufficiali — testi normativi forniti dallo Stato — ma anche con ricettari privati manoscritti, eredi di saperi empirici e formule riservate che includevano spesso anche preparazioni extrafarmaceutiche (inchiostri, coloranti, dolciumi, pirotecnia).

3. Dall’arte all’industria: la nascita di Big Pharma

Proprio in quegli anni i Rockefeller e altri gruppi di potere iniziarono ad acquisire migliaia di farmacie e laboratori indipendenti, assorbendoli in una rete ramificata destinata a confluire nei primi colossi farmaceutici internazionali. Fu questo il passaggio cruciale dalla farmacia come arte alla farmacia come industria, dalla cura individuale alla governance biopolitica della salute.

Era l’alba della Big Pharma.

Fonti:

Nota 3 – La riconfigurazione oligarchica della medicina moderna

La radicale riconfigurazione della medicina occidentale — che dalla prima metà del Novecento ha assunto i contorni di un paradigma industriale globalizzato — trova il proprio momento germinale nella figura emblematica di John Davison Rockefeller (1839–1937). Plutocrate di confessione battista, primo miliardario statunitense, fondatore dell’impero petrolifero Standard Oil e tra i principali architetti dell’oligarchia corporativa moderna, Rockefeller incarnò un modello di espansione egemonica fondata sull’integrazione verticale delle industrie strategiche: petrolio, chimica, finanza, sanità.

Alla fine del XIX secolo, egli controllava circa il 90% delle raffinerie petrolifere degli Stati Uniti. L’atomizzazione forzata della Standard Oil, imposta nel 1911 dalla Corte Suprema, generò colossi quali Exxon, Mobil e Chevron, che ancora oggi dominano il mercato globale dell’energia. Ciò che meno si racconta, tuttavia, è il legame intimo e strutturale tra tale impero e l’origine della medicina moderna. Il padre di John, William Rockefeller, fu un venditore itinerante di «elisir miracolosi» e rimedi di dubbia efficacia; questa esperienza giovanile si rivelò determinante per l’orientamento strategico del figlio.

1. Dall’oro nero al farmaco brevettabile

A cavallo tra XIX e XX secolo, la scoperta dei derivati petrolchimici — tra cui la Bakelite (1907), prima plastica sintetica — aprì scenari industriali inediti. I laboratori chimici iniziarono a isolare vitamine e principi attivi, scoprendo che da idrocarburi raffinati era possibile sintetizzare molecole farmacologiche stabili e replicabili. Per Rockefeller, tale rivoluzione rappresentava un’occasione unica: fondere in un’unica strategia petrolio, chimica e medicina, conquistando così un settore sensibile e strategico come quello sanitario.

Vi era però un ostacolo: la medicina naturale, omeopatica e botanica — erede dell’Europa galenica e delle tradizioni medico-erboristiche dei nativi americani — era ancora largamente praticata negli Stati Uniti. Quasi metà dei medici e dei college sanitari seguivano un approccio olistico e personalizzato alla cura. Per eliminare questa concorrenza, Rockefeller diede avvio a una strategia di controllo sistematico dell’informazione, della formazione e del mercato.

Il primo passo fu l’acquisizione silenziosa ma capillare di farmacie e dispensari indipendenti — compresa, secondo alcune fonti, anche quella gestita da Henry H. Ness, la cui attività si colloca cronologicamente in questa fase di concentrazione industriale.

Il secondo passo fu l’applicazione di uno schema che la letteratura critica contemporanea definisce «problema–reazione–soluzione»: creare o amplificare un problema, suscitare una reazione collettiva e, infine, offrire una soluzione preordinata che in condizioni normali non sarebbe stata accettata. Questo paradigma, sperimentato inizialmente nel campo medico, è stato poi riprodotto con straordinaria efficacia in altri contesti politici e securitari.

2. Una logica ricorrente: dal Flexner Report al Patriot Act

Un esempio paradigmatico di tale schema è offerto dalla promulgazione del Patriot Act negli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La legge fu fortemente sostenuta da John David Ashcroft, Procuratore Generale sotto la presidenza di George W. Bush, massone dichiarato e pentecostale inserito in circuiti d’élite. La sua figura incarna la sintesi tra religiosità evangelica, tecnocrazia securitaria e appartenenza massonica, dimostrando come certe logiche strategiche di potere non siano relegate al passato, ma si riproducano con continuità nelle architetture di controllo.

Anche in questo caso, la minaccia (il terrorismo), la reazione (il panico sociale) e la soluzione (un’architettura giuridica di sorveglianza e controllo) vennero orchestrate secondo la stessa grammatica operativa che Rockefeller aveva già sperimentato decenni prima nel campo della medicina.

3. Il Rapporto Flexner e la centralizzazione della medicina

A questo punto Rockefeller si rivolse al magnate dell’acciaio Andrew Carnegie e, insieme, concepirono un piano destinato a rivoluzionare la formazione medica. Il Rapporto Flexner (1910), redatto da Abraham Flexner e finanziato dalla Carnegie Foundation con la regia ideologica delle fondazioni Rockefeller, segnò una svolta epocale. Flexner visitò centinaia di scuole mediche statunitensi, stilando un dossier che proponeva la chiusura o la riforma della maggior parte di esse in nome dell’«efficienza scientifica».

Il risultato fu una centralizzazione accademica e industriale della medicina: l’omeopatia e la medicina naturale furono progressivamente espulse, mentre venne imposto un modello biochimico basato su farmaci brevettabili e su protocolli terapeutici standardizzati. Le università ricevettero ingenti sovvenzioni a condizione di uniformarsi a questo paradigma. Rockefeller creò a tal fine la General Education Board (GEB), per uniformare la formazione medica secondo i principi dell’industria. Da qui nacque lo slogan divenuto manifesto di un’epoca:

“A pill for an ill” — «Una pillola per ogni male».

4. Il potere del brevetto e la nascita della medicina corporativa

Parallelamente, milioni di dollari furono investiti nella ricerca farmacologica, ma con un obiettivo preciso: identificare principi attivi naturali e riprodurli sinteticamente in laboratorio, modificandoli quel tanto che bastava per renderli brevettabili e quindi monetizzabili. L’etica della cura venne soppiantata da un’etica del profitto; la formazione medica cominciò a ignorare nutrizione, fitoterapia e prevenzione, privilegiando un medico sempre più prescrittore e sempre meno terapeuta.

Nel 1913, Rockefeller fondò anche l’American Cancer Society. Il suo principale consigliere, Frederick T. Gates (1853–1929) — pastore battista e architetto dell’intera infrastruttura medico-industriale — organizzò le strutture portanti: il Rockefeller Institute for Medical Research (oggi Rockefeller University), la Rockefeller Foundation e il China Medical Board, con l’obiettivo di convertire la medicina missionaria in medicina industriale, anche nei territori coloniali. Per Gates, la Cina non era da evangelizzare ma da integrare nella macchina del profitto sanitario globale.

5. Il credo tecnocratico

Il cerchio si chiude con una celebre frase attribuita allo stesso John D. Rockefeller, che riassume la visione oligarchica e tecnocratica del potere economico:

«Non voglio una nazione di pensatori. Voglio una nazione di lavoratori.»

Questa dichiarazione, più che uno slogan, è il manifesto ideologico di un sistema che ha trasformato la medicina da scienza della cura in strumento di controllo biopolitico e di accumulazione economica.

Non a caso la Scrittura ammonisce:

«L’amore del denaro è la radice di ogni sorta di mali» (1 Timoteo 6:10).

Fonti indicative:

  • Abraham Flexner, Medical Education in the United States and Canada (The Flexner Report), Carnegie Foundation, 1910.
  • John D. Rockefeller Sr. Papers, Rockefeller Archive Center.
  • Rockefeller Foundation Annual Reports (1913–1940).
  • Nancy Tomes, Remaking the American Patient: How Madison Avenue and Modern Medicine Turned Patients into Consumers, University of North Carolina Press, 2016.
  • E. Richard Brown, Rockefeller Medicine Men: Medicine and Capitalism in America, University of California Press, 1979.
Nota 4 – Giulio Andreotti

Figura tra le più controverse della storia repubblicana, Giulio Andreotti (1919–2013) fu indubbiamente uno dei protagonisti indiscussi della vita politica italiana nella seconda metà del XX secolo. La sua biografia si dipana tra potere e ombre, lungo sentieri nei quali — secondo quanto emerso da numerose inchieste, indagini e processi — si intrecciano servizi segreti, strutture mafiose e logge massoniche, in particolare la celebre (e famigerata) P2.

Non stupisce, pertanto, che tale personaggio — abilissimo nel coltivare relazioni trasversali, talora anche in ambienti religiosi ritenuti minoritari — abbia intrattenuto rapporti amichevoli con il mondo pentecostale delle «Assemblee di Dio in Italia» (ADI). Né sorprende il fatto che egli abbia addirittura redatto la prefazione alla tesi di laurea di Alessandro Iovino, giovane promettente dell’ambiente ADI, nipote di Alfonso Melluso e pronipote di Salvatore Anastasio.

Il 25 novembre 1976, nella sua veste di Presidente del Consiglio dei Ministri, Giulio Andreotti annunciò pubblicamente l’intenzione di avviare trattative formali con le confessioni religiose evangeliche, in conformità all’articolo 8 della Costituzione. Meno di due mesi dopo, il 14 gennaio 1977, le ADI — unitamente alla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), all’Ente Morale dell’Opera delle Chiese Cristiane dei Fratelli e ad altri organismi protestanti — ricevettero una comunicazione ufficiale a firma del senatore Guido Gonella, con la quale il Governo notificava l’istituzione di una Commissione composta da tre membri, avente il compito di, cito testualmente, «iniziare immediate e sollecite trattative» finalizzate alla stipula di un’Intesa, precisando altresì che «tale lavoro potrebbe svolgersi in una sala del Senato della Repubblica o in un altro luogo che possa essere preferito». Una disponibilità eloquente, che suona quasi come un invito diplomatico a considerare — simbolicamente o materialmente — anche altre sedi, forse quella romana di via dei Bruzi 11, o quella, ben più pregnante, di Napoli, presso gli ambienti legati alla storica azienda Melluso.

In tale cornice politica e istituzionale si collocano anche due dimissioni rilevanti, entrambe avvenute proprio nel 1977: quella di Umberto N. Gorietti, allora presidente delle ADI, e quella di Salvatore Anastasio, influente pastore della comunità pentecostale napoletana. Entrambi furono prontamente sostituiti da soggetti appartenenti al medesimo circuito familiare: il primo da Francesco Toppi, nipote della moglie di Gorietti; il secondo da Daniele Melluso, discendente della famiglia calzaturiera già al centro delle dinamiche economiche ed ecclesiastiche delle ADI.

Non sfugga la portata di queste scelte: occorrevano, evidentemente, forze nuove, maggiormente allineate, sia per il governo ufficiale con sede a Roma, sia per quello reale, la cui regia operativa — come già ampiamente argomentato — si è sempre mantenuta ben salda a Napoli.

Vi è, inoltre, un dato procedurale che merita attenta riflessione. Quando Giulio Andreotti incaricò formalmente la medesima Commissione che conduceva le trattative con la Santa Sede per la revisione del Concordato di aprire i negoziati con le ADI, egli stava di fatto accentrando su di sé una materia che, per competenza istituzionale, ricadeva originariamente sotto la giurisdizione del Ministero dell’Interno. Questo passaggio, tutt’altro che secondario, segnala un’anomalia nella prassi costituzionale, che sarà formalmente sanata solo molti anni dopo, con l’entrata in vigore della legge 23 agosto 1988, n. 400 e del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 303, i quali riformarono organicamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Tutto ciò non fa che rafforzare l’impressione che le trattative tra lo Stato e le ADI, lungi dall’essere il frutto di un percorso neutro e istituzionale, siano state gestite fin dall’inizio all’interno di logiche extra-ecclesiastiche, in cui alleanze politiche, reti familiari, poteri economici e influenze esoteriche hanno giocato un ruolo tutt’altro che marginale. (torna su)

Nota 5

Come documentato da A. Iovino nel volume Alfonso Melluso: il giovane saggio del pentecostalismo italiano (GBU, 2014, p. 69), Umberto Nello Gorietti, futuro primo presidente delle Assemblee di Dio in Italia, operava inizialmente come agente di commercio nel settore calzaturiero in rapporto professionale con l’attività di Salvatore Anastasio. Tale incarico lo portava frequentemente da Roma a Napoli, dove aveva sede l’allora piccola attività artigianale di calzature gestita dallo stesso Anastasio. Fu in tale contesto che, nel 1933, secondo la ricostruzione richiamata da Iovino, Salvatore Anastasio aderì alla fede pentecostale attraverso la testimonianza di Gorietti, suo agente di commercio e poi amico personale. Anastasio divenne così una delle figure iniziali del pentecostalismo napoletano; nello stesso ambiente familiare ed ecclesiale compaiono poi membri delle famiglie Melluso e D’Alessandro, anch’essi coinvolti nella formazione del primo nucleo pentecostale della città.

Un ruolo significativo in questa fase è attribuito anche ad Addolorata Anastasio, sorella minore di Salvatore, figura presente nella compagine familiare e imprenditoriale e indicata come socia del giovane Alfonso Melluso. La sua morte prematura, avvenuta nel 1961 a seguito di una grave malattia, segnò un passaggio rilevante nella storia familiare e aziendale. Dopo la sua scomparsa, la gestione dell’attività conobbe una fase di riorganizzazione interna, nella quale i diversi rami familiari seguirono percorsi imprenditoriali non sempre coincidenti.

In tale quadro si collocano anche Daniele Melluso e Pasquale D’Alessandro, fratelli minori di Alfonso, i quali nel frattempo avevano dato vita a una seconda realtà produttiva insieme a Pasquale Melluso, padre di Alfonso e cognato di Salvatore Anastasio. La successiva evoluzione del marchio e dell’impresa principale si inserisce dunque in un più ampio processo di ridefinizione familiare, gestionale e produttiva, tipico di molte aziende artigianali in fase di crescita e industrializzazione nel secondo dopoguerra.

I figli di Salvatore Anastasio, per parte loro, svilupparono autonomamente il noto marchio calzaturiero «Starlet», contribuendo anch’essi allo sviluppo del settore calzaturiero in ambito locale e nazionale. La presente nota ha esclusivamente finalità storico-contestuale: intende ricostruire rapporti familiari, professionali ed ecclesiali attestati o richiamati dalla bibliografia disponibile, senza attribuire ai soggetti menzionati appartenenze, responsabilità, finalità o intenzioni ulteriori non documentate.

Nota 6 – Criterio di calcolo dell’equivalente storico-sociale dei 35.000 dollari investiti dalle Assemblies of God USA

Il valore di circa 3,0–3,3 milioni di euro indicato nel testo va inteso come stima comparativa di equivalente storico-sociale italiano dei 35.000 dollari investiti dalle Assemblies of God statunitensi nelle proprietà di Roma e Catania. Non si tratta di una rivalutazione immobiliare attuale, né di una determinazione del valore di mercato odierno degli immobili, né di una semplice rivalutazione inflazionistica del dollaro statunitense. Il criterio adottato mira piuttosto a misurare il peso economico-sociale che quella somma poteva assumere nell’Italia del dopoguerra, attraverso il cambio storico lira/dollaro e il confronto con le retribuzioni operaie italiane dell’epoca.

Il documento citato nell’articolo — insieme ad altra documentazione coerente con esso — indica un investimento complessivo di circa 35.000 dollari per le proprietà di Roma e Catania.

Per il 1951–1952 viene assunto, come parametro storico di riferimento, un cambio approssimativo di 625 lire per dollaro. Ne deriva il seguente calcolo:

35.000 × 625 = 21.875.000 lire

La somma così ottenuta viene poi rapportata, con criterio comparativo, a una mensilità operaia italiana del periodo. Tale passaggio non pretende di fornire un valore matematico assoluto, poiché le retribuzioni variavano in base ad area geografica, settore produttivo, qualifica, contratto e condizioni locali. Serve piuttosto a indicare un ordine di grandezza storico-sociale.

Scenario A — parametro salariale medio nazionale

Assumendo, in via prudenziale, una mensilità operaia media di circa 11.000 lire, si ottiene:

21.875.000 ÷ 11.000 = 1.988,6 mensilità operaie

Trasponendo tale numero di mensilità su una retribuzione contemporanea convenzionale di 1.500 euro mensili, il calcolo diventa:

1.988,6 × 1.500 = 2.982.900 euro

Arrotondando:

circa 3.000.000 di euro

Scenario B — parametro salariale meridionale correttivo

Poiché una parte dell’investimento riguardava Catania e il contesto meridionale, può essere adottato, in via correttiva, un parametro salariale più basso, pari a circa 10.000 lire mensili. In tal caso:

21.875.000 ÷ 10.000 = 2.187,5 mensilità operaie

Trasponendo tale numero di mensilità su una retribuzione contemporanea convenzionale di 1.500 euro mensili, il calcolo diventa:

2.187,5 × 1.500 = 3.281.250 euro

Arrotondando:

circa 3.300.000 euro

Pertanto, i 35.000 dollari investiti nelle sole proprietà di Roma e Catania possono essere stimati, secondo un criterio storico-sociale fondato sul potere d’acquisto salariale italiano, in un ordine di grandezza compreso tra circa 3,0 e 3,3 milioni di euro attuali.

Tale stima non va intesa come valore patrimoniale odierno degli immobili, né come quantificazione giuridico-contabile dell’investimento in termini attuali. Essa serve esclusivamente a rendere percepibile il peso economico che una somma di 35.000 dollari poteva avere nell’Italia del primo dopoguerra, quando rapportata ai livelli salariali italiani del tempo.

Fonti di riferimento

Per il cambio storico lira/dollaro e il quadro monetario dell’Italia del dopoguerra: Banca d’Italia, serie storiche sui tassi di cambio; Banca d’Italia, collana storica sul sistema monetario e finanziario italiano; Treccani, voce «Lira».

Per retribuzioni, salari, costo della vita e contesto socio-economico italiano: ISTAT, Serie storiche; Biblioteca digitale ISTAT; studi economici e demografici sul secondo dopoguerra italiano.

Per confronti metodologici sul potere d’acquisto, salari reali e ricostruzioni economiche di lungo periodo: letteratura economica disponibile in archivi accademici quali NBER Working Papers, RUG/Pure e repertori storico-statistici specializzati.

Unisci i punti… e completa il disegno!

Se alcuni punti sembrano mancare, cercali e trovali perché esistono.

Rimboccati le maniche, interroga gli archivi, scava nei documenti… perché la storia del pentecostaliamo italiano è ancora tutta da scrivere.

Fatevi coraggio, mettetevi all’opera, e il SIGNORE sia con chi è buono (2Cr 29:11).

 

Nota editoriale e richieste di rettifica

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