Il binomio Ness-Gigliotti: un altro tassello inedito nella storia rimossa delle ADI

Una lettera inedita, mai resa pubblica fino a oggi, documenta la sinergia già in atto tra Frank B. Gigliotti, sul fronte diplomatico-protestante, e Henry H. Ness, su quello pentecostale-organizzativo.

© di Filippo Chinnici

Cliccando sull’immagine 🔝 è possibile scaricare la lettera in formato pdf

Hollywood Temple
Assemblea di Dio
East 69th and Eighth Avenue N.E.
Seattle 5, Washington

 

19 giugno 1947

 

Rev. Noel Perkin
Responsabile delle missioni estere
Assemblies of God
336 West Pacific Street
Springfield, Missouri

Caro fratello Perkin,

ho ricevuto la tua lettera del 16 giugno e sono molto lieto di sapere che sei rientrato.

Durante la sua recente visita a Seattle, il fratello Vogler ha espresso la convinzione che ciò che occorre fare in Italia debba essere fatto subito, prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano. Egli ha scritto al fratello Flower in merito al finanziamento del mio viaggio, esprimendo la convinzione che, se fosse stato in qualche modo possibile, si dovessero stanziare 1.500 dollari (ca. 72.000-80.000 € attuali – ndt vd. nota 3).

Forse il fratello Flower ha già discusso la questione con te. Ho scritto al fratello Flower e al fratello Williams riguardo al mio viaggio in Italia.

Come ti ho comunicato nella mia ultima lettera, la prenotazione e il biglietto sono già stati confermati: partirò da Seattle per Roma il 28 luglio e rientrerò da Londra il 14 settembre.

Oggi ho ricevuto una comunicazione dei fratelli italiani, sottoscritta da diciannove firmatari, nella quale essi dichiarano di attendere con vivo desiderio il mio ritorno in Italia. Sto impegnando la signorina Altura nella traduzione italiana di alcuni miei appunti sull’organizzazione e su altre questioni vitali; il materiale sarà ciclostilato e portato con me per le conferenze.

La persecuzione è ancora in corso, specialmente nell’Italia meridionale. Come ho scritto al fratello Williams nella mia ultima lettera, ad alcuni fratelli viene proibito di predicare il Vangelo perché non dispongono di alcuna autorizzazione scritta rilasciata da un organismo religioso organizzato. Il 17 giugno ho ricevuto una lettera da uno dei principali fratelli della Sicilia, il quale mi chiedeva se potesse ottenere dalle Assemblies of God una lettera di raccomandazione ufficiale che lo autorizzasse a predicare il Vangelo.

Nel recarmi in Italia ho in mente un programma articolato in tre punti:

  1. impartire studi biblici, in varie conferenze, sulle dottrine delle Assemblies of God;
  2. adoperarmi per unire i fratelli italiani in un organismo ecclesiastico organizzato, cosa assolutamente indispensabile se dovranno resistere alla pressione e alla persecuzione che li attendono;
  3. affrontare con il presidente del Consiglio De Gasperi e con altri funzionari italiani la questione della persecuzione dei nostri fratelli italiani.

A tale scopo dispongo ora di lettere del governatore dello Stato di Washington, del sindaco di Seattle e di diversi senatori e membri del Congresso, oltre che di autorevoli organizzazioni religiose, quali il Council of Churches (verosimilmente il consiglio ecumenico protestante dell’area di Seattle ndt vd. nota 10), e la YMCA, ecc. Queste lettere si riveleranno utili non solo per ottenere accesso a questi uomini d’autorità, ma anche per esercitare pressione. Dispongo inoltre di una lettera del console italiano qui a Seattle, il quale ha scritto ai funzionari del governo a Roma per informarli del mio arrivo e chiedere la loro collaborazione in relazione alla mia missione.

Ritengo di recarmi in Italia nel momento psicologicamente più favorevole. Il governo italiano, infatti, sta attualmente cercando di mostrarsi molto amichevole e diplomatico verso il nostro governo, poiché intende richiedere un prestito superiore a 200.000.000 di dollari. (ca. 9,5–10,5 miliardi di euro attuali – ndt vd. nota 4). L’Italia versa davvero in una condizione disperata e ha bisogno di aiuto; senza dubbio farà tutto ciò che è in suo potere per rendersi amica l’America. Come primo passo in questa direzione, la componente comunista è stata estromessa dal governo.

Sento profondamente nel cuore che Dio è in tutto questo; diversamente, non tenterei nemmeno di compiere questo viaggio, perché esso comporta molto duro lavoro e mi costringe ad andare là nella stagione più calda dell’anno. Tuttavia, qualcosa deve essere fatto ora o mai più. Avverto un grande bisogno di preghiera per questo viaggio, poiché riveste un’importanza estrema.

Senza dubbio avrai constatato anche tu che, tra i fratelli svizzeri, italiani e francesi, il sentimento generale è che essi desiderino una qualche forma di organizzazione. Hanno mostrato soltanto una certa esitazione a motivo della pressione esercitata dai fratelli svedesi e da George Jeffreys con la sua cerchia. Tuttavia, ritengo che tale esitazione possa essere superata, una volta che comprenderanno che noi fratelli americani non abbiamo alcun secondo fine, ma siamo spinti dall’amore di Dio a offrire il nostro aiuto in questo momento estremamente critico.

Nell’ultima lettera che ho ricevuto dal dottor Gigliotti, egli afferma che, sebbene a suo giudizio alcune cose siano state ottenute, non è tuttavia pienamente soddisfatto. Io ritengo che un ministro rappresentante della Chiesa pentecostale avrà maggiore incidenza sulla situazione pentecostale rispetto al dottor Gigliotti, il quale, in sostanza, rappresentava il protestantesimo nel suo insieme. I protestanti, nel loro complesso, non subiscono gravi vessazioni in Italia; a subirle sono soltanto coloro che non sono organizzati, come i fratelli pentecostali e un piccolo gruppo di avventisti del settimo giorno.

Mi domando dunque se, nel caso in cui non riuscissi a organizzare i fratelli italiani nella misura da noi auspicata, sarebbe possibile conferirmi l’autorità di incontrare singoli pastori in Italia che desiderassero affiliarsi alle Assemblies of God per la protezione del loro ministero. Ho ricevuto lettere da fratelli italiani che desiderano affiliarsi a noi. Ti pregherei di sottoporre questa questione ai fratelli.

Per quanto riguarda il denaro stanziato per il mio viaggio, puoi inviarmelo perché sia usato per l’acquisto dei biglietti relativi al mio viaggio in Italia.

Ritengo inoltre opportuno ricevere dalla sede centrale una lettera ufficiale nella quale si dichiari che vengo inviato formalmente come rappresentante delle Assemblies of God in America a favore delle Chiese pentecostali in Italia, per quanto riguarda la libertà religiosa e il soccorso.

Il Signore ti benedica.

Tuo fratello in Cristo,

Henry H. Ness

La lettera del 19 giugno 1947, inviata da Henry H. Ness a Noel Perkin, allora Missionary Secretary delle Assemblies of God statunitensi, cioè responsabile delle missioni estere della denominazione, è un documento inedito, finora assente dalla ricostruzione storiografica delle origini delle Assemblee di Dio in Italia. Non si tratta di una comunicazione missionaria ordinaria, ma di un testo operativo. A meno di due mesi dal convegno di Napoli del 16-18 agosto 1947, nel quale nasceranno le Assemblee di Dio in Italia, Ness non ne descrive la nascita: ne predispone le condizioni.

Tali condizioni non maturano, tuttavia, in un vuoto storico. Dopo la persecuzione del 1935-1944, il pentecostalismo italiano aveva già ripreso la propria attività, tentato una ricomposizione interna e manifestato una marcata resistenza verso la creazione di una qualsiasi forma di organizzazione denominazionale.

La lettera si colloca inoltre in una congiuntura nella quale la riorganizzazione religiosa dell’Europa occidentale si intrecciava con la ricostruzione geopolitica del dopoguerra, con il consolidamento dell’influenza statunitense e con la progressiva definizione del nuovo schieramento atlantico. La lettera, da sola, non autorizza a ridurre la nascita delle ADI a un’operazione esclusivamente geopolitica; impedisce, tuttavia, di isolarla dal sistema di relazioni diplomatiche, religiose ed economiche entro il quale Ness stesso la inserisce.

La pubblicazione congiunta dell’originale e della traduzione italiana consente ora di esaminare direttamente la logica interna del documento. Non siamo davanti a un testo polemico redatto retrospettivamente, ma a una comunicazione interna, amministrativa e confidenziale, composta mentre l’operazione era in corso. È precisamente questa contemporaneità agli eventi a conferirle particolare rilevanza.

La lettera deve pertanto essere interpretata per ciò che formalmente è: non un ricordo, un manifesto o un testo apologetico, ma una comunicazione istituzionale inserita in una procedura. La carta intestata, il destinatario ufficiale, il timbro di ricezione, la sigla conclusiva, la progressione ordinata degli argomenti e la richiesta finale di mandato ne attestano la natura amministrativa. Il documento non si limita a riferire il processo che condurrà alla nascita delle ADI: contribuisce a renderlo operativamente praticabile.

La sua forza probatoria non risiede in una singola espressione, ma nella concatenazione degli elementi. Ness costruisce progressivamente la necessità prima di formulare la richiesta: urgenza, fondi, viaggio, sollecitazioni italiane, persecuzione, programma, credenziali, contesto politico, Gigliotti, affiliazione, mandato. Il destinatario viene così condotto a riconoscere l’autorità richiesta non come una concessione eccezionale, ma come l’esito coerente dell’intero ragionamento.

1. Non un uomo solo, ma una catena americana

La cornice parla prima dei singoli passaggi. Nella lettera compaiono Vogler, Flower, Williams, Perkin, Springfield, Gigliotti; si parla di finanziamento, viaggio, lettere ufficiali, mandato, autorità, affiliazione. Il documento non consente di ridurre tutto all’iniziativa personale di un missionario zelante. Ness è il soggetto operativo, ma attorno a lui si muove un circuito americano. La questione italiana è già entrata in una rete decisionale statunitense. Non siamo ancora davanti alle ADI formalmente costituite; siamo davanti al loro laboratorio preliminare. Per comprendere il profilo degli uomini nominati e il peso dell’apparato denominazionale mobilitato, si veda la nota 5 alla fine dell’articolo.

Il nome di Fred Vogler rende il quadro ancora più significativo. Vogler non era un semplice credente di passaggio, ma uno dei dirigenti nazionali delle Assemblies of God: Assistant General Superintendent dal 1937, executive officer per quattordici anni, primo direttore dell’Home Missions Department dopo la separazione del 1945 e, nel 1947, responsabile anche del nuovo Department of Benevolences. L’urgenza di intervenire in Italia «prima che la situazione sfugga al nostro controllo» non proviene dunque dalla periferia emotiva del movimento, ma da un uomo collocato nel cuore dell’apparato decisionale.

Vogler formula l’urgenza; Ness la assume e la trasmette; Perkin la riceve come responsabile delle missioni estere della denominazione; Springfield è chiamata a fornire fondi, copertura e mandato. Non è una conversazione privata. È catena amministrativa. La mitopoiesi confessionale ADI vorrebbe una nascita spontanea dal basso; il documento mostra invece un meccanismo confessionale americano già in movimento dall’alto e dall’estero, mentre sul campo italiano restava aperta la contesa fra continuità pionieristica anti-denominazionale e inquadramento denominazionale.

2. «Prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano»

Il primo varco interpretativo del documento si apre nella frase che Ness attribuisce a Vogler: «prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano». L’originale inglese è ancora più rivelatore: «before the situation is lost to us», letteralmente «prima che la situazione sia perduta per noi».

La formula non nasce da Ness, ma proprio questo ne accresce il peso. Non è l’impressione isolata di un osservatore marginale, bensì la valutazione di un alto dirigente delle Assemblies of God. Ness non la attenua né se ne distanzia: la trasmette a Perkin come fondamento dell’urgenza operativa. È di Vogler nell’origine; diventa di Ness nella funzione.

Il nodo è quel «lost to us», «perduta per noi». Non indica semplicemente una situazione destinata a peggiorare, ma il rischio che una dinamica già avviata sfugga all’influenza di un soggetto determinato. Nel giugno 1947 le Assemblee di Dio in Italia non sono ancora formalmente costituite e l’inquadramento del pentecostalismo italiano nell’orbita di Springfield non è ancora compiuto. Il campo, tuttavia, non è né vuoto né inerte.

Dopo lo sbarco alleato in Sicilia e la cessazione della persecuzione fascista, il pentecostalismo italiano aveva già avviato un processo di ricomposizione autonoma. Alcuni conduttori siciliani, con Vincenzo Federico in prima fila, entrati in contatto con cappellani militari pentecostali statunitensi, promossero il convegno di Raffadali del 25-27 agosto 1944. Un secondo incontro, più ampio, si svolse nella stessa località nell’agosto del 1945, in un contesto politico segnato dal forte movimento separatista siciliano, con la partecipazione anche di fratelli provenienti dal continente, come allora si diceva, ossia da fuori della Sicilia. Prima ancora che Henry H. Ness avanzasse a Springfield la richiesta di un mandato ufficiale, era dunque già in atto un tentativo di ricomporre la comunione del movimento dopo gli anni della repressione, senza che tale processo implicasse l’assunzione di una struttura denominazionale.

La testimonianza di Roberto Bracco consente di individuare un primo, decisivo punto di svolta. Presente al convegno del 1945, egli ricorda che proprio in quella sede venne sollevata per la prima volta la questione dell’organizzazione. La proposta, avanzata dalla chiesa di Palermo, incontrò un’opposizione tanto immediata e compatta da essere ritirata prima ancora di essere discussa. I «fratelli giunti dal continente furono», scrive Bracco, «fra i primi e fra i più decisi ad opporsi al progetto» e, al termine del convegno, furono tra i più soddisfatti di aver contribuito a scongiurare quello che egli definisce il «pericolo dell’organizzazione». (R. Bracco, La verità vi farà liberi, autoprodotto, Roma, p. 6)

Tra i fratelli giunti dal continente che si opposero al progetto e ne rivendicarono lo scampato «pericolo» figuravano Umberto Nello Gorietti, Salvatore Anastasio e lo stesso Roberto Bracco. Il dato assume un rilievo particolare se posto in relazione a quanto sarebbe avvenuto appena un anno più tardi: gli stessi uomini sarebbero infatti comparsi tra i protagonisti del processo che avrebbe condotto alla costituzione delle Assemblee di Dio in Italia. Tra il rifiuto dell’organizzazione espresso a Raffadali nell’agosto 1945 e il sostegno alla sua costituzione nel 1946 si colloca dunque un mutamento di posizione che non può essere dato per scontato. Che cosa era accaduto nel frattempo?

La cronologia suggerisce, già a questo punto, un elemento difficilmente trascurabile. Nell’agosto del 1945 essi non erano ancora entrati in contatto con Hermann Parli. Il primo incontro documentato risale infatti al dicembre dello stesso anno, quando Parli visitò le comunità di Roma e Napoli e tenne riunioni evangelistiche presso la YMCA della capitale. Da quel momento, il quadro sembra mutare rapidamente.

La successione degli eventi è troppo significativa per essere ridotta a una semplice coincidenza. Al convegno di Roma del 1946, la proposta di organizzare il movimento non proviene più dai fratelli di Palermo, ma proprio da alcuni di coloro che l’anno precedente, a Raffadali, avevano contribuito a respingerla. Bracco definisce il capovolgimento «strano» e «paradossale», tanto più che il convegno era presieduto da Nicola Di Gregorio, diacono della comunità di Chicago guidata da Luigi Francescon, storicamente contraria all’organizzazione denominazionale.

Il paradosso acquista tuttavia maggiore intelligibilità quando la testimonianza di Bracco viene posta a confronto con il documento inedito qui analizzato e con la documentazione coeva, in parte ancora inedita, che ho messo a disposizione di Patrizia Nicandro e da lei utilizzata nel suo volume. Il punto storiograficamente decisivo non è soltanto che la posizione dei principali conduttori italiani cambiò, ma che il cambiamento maturò precisamente nell’intervallo compreso fra i due convegni.

È lo stesso Bracco a indicarne il contesto. Nel frattempo il movimento italiano era entrato in rapporto con fratellanze estere già organizzate, dalle quali era giunto il consiglio di costituire un organismo unitario capace di affrontare più efficacemente la questione della libertà religiosa. Al convegno romano intervenne inoltre Henry H. Ness, esponente delle Assemblies of God, che Bracco ricorda come «assertore convinto dell’organizzazione» e sostenitore della sua costituzione.

Fra quelle mediazioni estere deve essere collocata, con elevata probabilità, anche la missione di Hermann Parli del dicembre 1945. Bracco non lo nomina esplicitamente in quel passaggio e sarebbe quindi metodologicamente scorretto trasformare una convergenza documentaria in una prova diretta. La cronologia, la natura della missione e le comunità visitate rendono tuttavia il collegamento storicamente plausibile: Parli compare proprio fra il rifiuto dell’organizzazione a Raffadali e il mutamento emerso pochi mesi dopo a Roma.

Parli e Ness, inoltre, non erano figure indipendenti che si affacciarono casualmente sulla vicenda italiana. Si conoscevano e operavano in maniera sinergica all’interno di una più ampia rete internazionale. Le loro iniziative devono quindi essere lette non come episodi isolati, ma come interventi convergenti appartenenti al medesimo circuito di relazioni. È attraverso questo circuito che i principali conduttori italiani vennero progressivamente posti a contatto con modelli organizzativi profondamente diversi da quelli cui il movimento era stato storicamente legato.

Questo dato modifica radicalmente la prospettiva. Il pentecostalismo italiano non era semplicemente privo di una struttura centrale: nell’agosto 1945 aveva appena respinto l’organizzazione come un «pericolo». Non si trattava dunque di colmare un vuoto amministrativo, ma di superare una resistenza radicata nell’ecclesiologia delle origini.

Anche i soccorsi e i rapporti con l’estero non passavano allora da Springfield, fino a quel momento estranea alla storia del movimento italiano. Le comunità della penisola avevano ripreso i contatti con Luigi Francescon, con la Congregazione Cristiana di Chicago e con le chiese del Brasile da lui fondate, dalle quali giunsero aiuti concreti ai credenti provati dalla guerra e dalla persecuzione. Esisteva già una rete transatlantica pentecostale: francesconiana, congregazionalista e anti-denominazionale.

È precisamente su questo sfondo che l’ingresso di Springfield assume il suo reale rilievo storico. Le Assemblies of God non entrarono in un movimento isolato, né crearono collegamenti internazionali dove prima non esistevano. Entrarono in uno spazio già attraversato da relazioni consolidate, solidarietà materiali, autorità riconosciute e, soprattutto, da un modello ecclesiologico alternativo a quello denominazionale.

La questione, pertanto, non è se il pentecostalismo italiano dovesse aprirsi all’estero: all’estero era già organicamente collegato. La questione è attraverso quali reti venisse progressivamente orientato e verso quale forma ecclesiale. Tra il 1945 e il 1946 non si assiste semplicemente alla nascita di un organismo: comincia a delinearsi lo spostamento del centro di gravità del movimento italiano da una rete transatlantica a un’altra e, con essa, da una concezione ecclesiologica e teologica a un’altra.

La lettera mostra inoltre che Springfield non era l’unico polo interessato alla riorganizzazione del campo italiano. Ness menziona i fratelli svizzeri, italiani e francesi e osserva che il sentimento generale sembrerebbe favorevole a «una qualche forma di organizzazione», pur permanendo esitazioni dovute alla pressione dei fratelli svedesi e dell’area di George Jeffreys. Il problema non era soltanto se organizzare il movimento, ma secondo quale modello, entro quale genealogia ecclesiastica e in relazione a quale centro internazionale.

George Jeffreys non era una figura marginale. Fondatore delle Elim Pentecostal Churches, era stato uno dei più noti evangelisti pentecostali britannici tra gli anni Venti e Trenta. Dopo la rottura con Elim e la nascita della Bible Pattern Fellowship, la sua influenza non possedeva più la forza espansiva degli anni precedenti; il suo nome continuava tuttavia a rappresentare una tradizione britannica alternativa al modello americano delle Assemblies of God.

La posta, pertanto, non era soltanto amministrativa. In gioco vi era l’eredità del pentecostalismo italiano: la memoria di Francescon, Lombardi e Ottolini; la diffidenza verso le denominazioni; la distanza dal dispensazionalismo e dal sionismo cristiano; la sensibilità originaria verso il proponimento eterno di Dio e l’elezione dei santi, maturata nella continuità con l’ambiente presbiteriano italiano di Chicago e con la predicazione di William H. Durham. Ricondurre quel movimento nell’orbita delle Assemblies of God significava trasferirlo da una genealogia teologica e organizzativa a un’altra.

È in questa competizione che «lost to us» acquista il suo significato preciso. La situazione poteva essere «perduta» non perché mancassero iniziative, ma perché erano già attive reti e proposte differenti: la continuità con Francescon e Ottolini (G. Lombardi era già morto da ben tredici anni), i soccorsi delle chiese italiane di Chicago e del Brasile, la ricomposizione interna avviata a Raffadali, le pressioni svedesi, l’area di Jeffreys e l’offerta delle Assemblies of God. Springfield non interviene in un deserto, ma in uno spazio già strutturato e conteso.

Tentativi analoghi di attrazione furono rivolti anche verso le chiese brasiliane nate dall’opera di L. Francescon, senza produrre lo stesso esito. La differenza non fu soltanto ecclesiastica. L’Italia del 1947 era un Paese sconfitto, dipendente dagli aiuti americani, politicamente instabile, collocato al centro del Mediterraneo e ormai inserito nella logica della Guerra fredda. Il pentecostalismo italiano non costituiva quindi soltanto un’eredità religiosa contesa alla rete francesconiana, ma anche un frammento da ricollocare nell’orbita dell’Occidente atlantico. In Brasile l’operazione non riuscì. In Italia sì.

La lettera si colloca su questa soglia. L’influenza statunitense è già iniziata, attraverso cappellani militari, contatti epistolari, richieste di aiuto e canali di accreditamento; l’inquadramento denominazionale, però, non è ancora compiuto. La direzione della ricomposizione resta aperta.

Quel «to us», «per noi», è la spia grammaticale del passaggio. Introduce un «noi» che non coincide con i pentecostali italiani perseguitati, con i pionieri dell’area di Chicago, con le chiese brasiliane fondate da Francescon o con gli altri modelli europei presenti nel campo. Coincide con il circuito delle Assemblies of God che osserva la situazione italiana, ne valuta le possibilità e prepara l’intervento.

«Lost to us» non significa perdere qualcosa che Springfield possieda già formalmente. Significa rischiare che la riorganizzazione italiana prosegua fuori dalla sua orbita. L’urgenza sembra pastorale, ma la preposizione la rende strategica: non semplicemente «lost», perduta; «lost to us», perduta per noi. Non perduta in astratto, ma sottratta a un soggetto che non controlla ancora il campo e teme di non riuscire più a ricondurlo entro la propria influenza.

3. L’urgenza non è solo spirituale

Henry H. Ness scrive:

«qualcosa deve essere fatto adesso, oppure non sarà più fatto».

Isolata dal contesto, la frase potrebbe sembrare il grido di un missionario preoccupato per fratelli perseguitati. Ma una fonte non si legge scegliendo le frasi più edificanti; si legge osservando il lessico che le circonda. E qui il lessico è inequivocabile: finanziamento, biglietti, conferenze, credenziali, funzionari italiani, pressione, organizzazione, affiliazione, mandato ufficiale.

La questione decisiva non è stabilire se Ness fosse religiosamente sincero. La possibile sincerità non cancella la funzione del testo. In questa lettera l’urgenza spirituale diventa argomento operativo, la persecuzione diventa leva e l’assistenza entra in una procedura. Il linguaggio resta religioso, ma il metodo è politico-denominazionale.

Quel «adesso, oppure non sarà più fatto» non va quindi ridotto a pathos missionario. È una formula di accelerazione decisionale. Serve a ottenere consenso, fondi, copertura e mandato.

L’urgenza non nasce soltanto dalla sofferenza dei pentecostali italiani. Nasce soprattutto dal rischio che una riorganizzazione già in corso, già intercettata dall’influenza americana, ma ancora legata alla memoria francesconiana, alle reti di Chicago e del Brasile e al rifiuto dell’organizzazione denominazionale, non venga ricondotta nell’orbita delle Assemblies of God statunitensi.

Resta allora la domanda storica: perché le Assemblies of God avvertivano con tale intensità l’urgenza di intervenire sul campo italiano? La risposta non può essere cercata soltanto nella dimensione ecclesiale. Va collocata nel contesto del secondo dopoguerra, della nascente Guerra fredda, della centralità geopolitica dell’Italia nel Mediterraneo e della funzione che le reti religiose filoamericane potevano svolgere nella stabilizzazione dell’Europa occidentale.

4. Il programma triplice: dottrina, struttura, Stato

Ness dichiara:

«Nel recarmi in Italia ho in mente un programma articolato in tre punti».

I tre punti sono:

  1. impartire studi biblici sulle dottrine delle Assemblies of God;
  2. unire i fratelli italiani in un organismo strutturato;
  3. affrontare con De Gasperi e altri funzionari italiani la questione della persecuzione.

L’ordine è rivelatore: dottrina, struttura, interlocuzione statale. Prima si forma il pensiero; poi si costruisce il corpo; infine si cerca riconoscimento istituzionale attraverso l’accesso alle autorità. Non è la sequenza casuale di una visita fraterna, ma l’architettura di un’operazione denominazionale inserita in una precisa congiuntura politica.

Il dato pesa ancora di più se letto sullo sfondo dei convegni di Raffadali. Appena due anni prima, l’organizzazione era stata percepita come un «pericolo» e respinta prima ancora di essere discussa. Ness non porta dunque una soluzione neutra a un problema mai affrontato: riapre, con fondi, credenziali e mandato provenienti dall’apparato americano delle Assemblies of God, una questione che il movimento italiano aveva già bloccato dall’interno.

Non si tratta, inoltre, di un generico insegnamento biblico. Ness stesso lo precisa: intende impartire studi sulle «dottrine delle Assemblies of God». La distinzione è decisiva. Non presenta semplicemente la Scrittura ai credenti italiani, ma introduce un sistema dottrinale confessionale già definito, destinato a preparare la successiva organizzazione del movimento.

La portata di questo passaggio emerge con maggiore chiarezza se si considera la distanza fra la matrice dei pionieri pentecostali italiani e la teologia che, attraverso il riallineamento a Springfield, avrebbe progressivamente acquistato carattere normativo. Il pentecostalismo delle origini non nasceva sionista, arminiano, dispensazionalista o pretribolazionista. La formazione confessionale progettata da Ness apriva invece il campo all’assimilazione di categorie teologiche elaborate nell’ambiente delle Assemblies of God americane e profondamente diverse dalla genealogia dottrinale di Francescon, Lombardi, Ottolini e delle comunità italiane di Chicago e del Brasile.

Il trasferimento dottrinale assumeva anche una precisa rilevanza geopolitica. La missione si collocava nel 1947, alla vigilia della nascita dello Stato d’Israele, mentre il sionismo cristiano acquistava crescente centralità negli ambienti evangelici statunitensi e si intrecciava con il sostegno politico americano al progetto sionista. Letto alla luce delle relazioni di Ness con esponenti e ambienti impegnati su quel fronte, il programma di formazione dei conduttori italiani non appare soltanto finalizzato all’uniformazione confessionale: contribuiva a predisporre il pentecostalismo italiano all’assimilazione di una lettura sionista e dispensazionalista della storia biblica, funzionale al suo inserimento nel nuovo orizzonte religioso e geopolitico atlantico. La dottrina, in questo quadro, non costituiva un elemento separato dalla politica: forniva la grammatica teologica attraverso cui il riallineamento poteva essere compreso, interiorizzato e infine assunto come convinzione religiosa.

Non tutte queste trasformazioni possono essere attribuite direttamente e simultaneamente alla sola missione del 1947. La lettera documenta però il momento nel quale la (de)formazione dei conduttori italiani viene formalmente ricondotta alle dottrine di una denominazione straniera. È il principio di un trasferimento teologico prima ancora che organizzativo: il nuovo organismo non avrebbe dovuto soltanto assumere una forma diversa, ma imparare a pensarsi attraverso una grammatica confessionale prodotta altrove che tradiva quella delle origini.

La sequenza è dunque coerente. Si introduce una dottrina denominazionale; su quella base si costruisce un organismo; l’organismo così configurato viene poi presentato alle autorità civili come interlocutore riconoscibile. Dottrina, struttura e Stato non sono tre attività giustapposte, ma tre fasi di un medesimo processo.

Qui la lettera diventa difficilmente aggirabile. Se tutto fosse stato spontaneo, perché il programma era già definito prima del convegno di Napoli? Se si fosse trattato soltanto di assistere fratelli perseguitati, perché l’assistenza passava attraverso le «dottrine delle Assemblies of God», la formazione di un «organismo strutturato», l’interlocuzione con le autorità, la possibile affiliazione e la richiesta di un mandato ufficiale?

Il punto non è negare le discriminazioni che i pentecostali subivano ancora in alcune aree rurali della penisola. È distinguere quelle discriminazioni dalla trasformazione istituzionale costruita a partire da esse. Dopo lo sbarco alleato, il crollo del fascismo e l’avvio del nuovo quadro repubblicano, non si era più nella persecuzione del 1935. Potevano permanere ostilità locali, inerzie amministrative e resistenze periferiche, ma la questione si era ormai spostata: non più soltanto libertà di culto, bensì riconoscimento amministrativo, protezione degli «Anziani» — così erano allora chiamati i ministri pentecostali italiani, diffidenti verso il titolo di «pastore» — e possibilità di presentarsi davanti allo Stato come soggetto organizzato.

I pentecostali italiani avevano bisogno di garanzie; Ness portava un programma. Avevano bisogno di tutela effettiva; Ness portava dottrina, struttura e rappresentanza. Avevano bisogno di soccorso; Springfield veniva chiamata a fornire copertura.

Qui la narrazione della nascita spontanea si inceppa. Prima della conferenza di Napoli, Ness non parte con una generica disponibilità ad aiutare: parte con un programma già ordinato, che prevede una teologia confessionale da trasmettere, una forma ecclesiastica da produrre e un’interlocuzione politica da attivare. Non soltanto predicazione, non soltanto soccorso. La nascita delle ADI non appare più come l’esito naturale della persecuzione del 1935, ma come il risultato di una preparazione già messa per iscritto.

5. Le diciannove firme

Ness scrive di avere ricevuto una comunicazione dei fratelli italiani, sottoscritta da diciannove firmatari, nella quale essi dichiarano di attendere con vivo desiderio il suo ritorno in Italia. Subito dopo menziona la lettera di uno dei principali fratelli della Sicilia, il quale chiedeva una raccomandazione ufficiale delle Assemblies of God per essere autorizzato a predicare il Vangelo.

L’identità dei firmatari, che in questa sede non è necessario esaminare analiticamente, consente però di comprendere meglio il peso della comunicazione. Non siamo davanti a una richiesta vaga, anonima, indistinta. Si tratta di un segmento riconoscibile del pentecostalismo italiano del dopoguerra. Proprio per questo il dato va maneggiato con prudenza: quelle firme non possono essere assunte come voce dell’intero movimento, ma segnalano l’esistenza di una componente interna che guardava già a Ness e all’America come a una possibile sponda.

Il punto va collocato sullo sfondo di Raffadali. Nel 1945, la proposta di organizzazione era stata respinta con tale forza da essere ritirata prima ancora della discussione. Le diciannove firme si muovono in una direzione diversa. Non stanno sulla linea di quel rifiuto; mostrano piuttosto il tentativo di riaprire dall’esterno una questione che il movimento, al proprio interno, aveva bloccato. La richiesta di una nuova visita di Ness, dunque, non ha soltanto il tono della fraternità. Contiene già un’attesa, una ricerca di appoggio, forse anche la speranza di superare l’impasse lasciata dal convegno del 1945.

Il passaggio è delicato. I pentecostali italiani non sono una costruzione retorica: esistono, soffrono, scrivono, chiedono aiuto. La persecuzione non è un pretesto inventato. Ma quella domanda di aiuto nasce dentro una frattura. Esisteva già una ricomposizione locale; esistevano rapporti con i pionieri italiani di Chicago e del Brasile; arrivava una solidarietà economica dalle chiese legate a Francescon; e, soprattutto, permaneva una forte diffidenza verso la creazione di una qualsiasi denominazione. In questo quadro, le diciannove firme non cancellano la storia precedente: mostrano che una minima parte del movimento era pronta a percorrere un’altra strada.

Anche la richiesta proveniente dalla Sicilia assume, allora, un valore strategico. La domanda di protezione viene letta da Ness dentro una grammatica americana: autorizzazione scritta, organismo religioso organizzato, protezione ministeriale, affiliazione, rappresentanza. Il bisogno di tutela era percepita come reale per alcuni conduttori pentecostali italiani; ma, nel passaggio attraverso la lettera di Ness, viene ricodificato. Ciò che per un conduttore italiano poteva apparire come una garanzia pratica per poter predicare diventa argomento a favore di una struttura organizzativa riconoscibile, accreditabile, spendibile davanti allo Stato.

Qui la vulnerabilità si trasforma in rappresentanza. Chi chiede tutela entra, quasi senza accorgersene, nel linguaggio di chi è in grado di offrirla. Chi cerca una copertura viene collocato dentro una procedura. E quella procedura non è neutra: produce riconoscimento, dipendenza, accreditamento, governo.

La mitopoiesi cede proprio in questo punto. Non perché la sofferenza fosse falsa, ma perché la sofferenza divenne uno dei varchi dell’inquadramento. I diciannove firmatari chiedono aiuto; dalla Sicilia arriva una richiesta di raccomandazione; Ness vede in quelle domande la possibilità di creare le Assemblee di Dio in Italia. Tutto questo avviene mentre la parte più consistente del pentecostalismo italiano aveva già respinto l’organizzazione come «pericolo».

Le diciannove firme, dunque, non cancellano il «no» del 1945. Semmai lo aggirano. Non dimostrano che il pentecostalismo italiano volesse diventare denominazione; mostrano che una sua componente minoritaria era disposta a cercare nell’America ciò che non aveva ottenuto nel convegno. È qui che la fraternità diventa passaggio istituzionale: la richiesta di protezione, nata dentro un movimento ancora segnato dalle sue origini anti-denominazionali, finisce per offrire uno degli argomenti più forti a favore della forma che quelle origini avevano appena rifiutato.

6. Gigliotti e Ness

Il cuore della lettera è nel passaggio in cui Ness richiama l’ultima comunicazione ricevuta da Frank B. Gigliotti:

«Nell’ultima lettera che ho ricevuto dal dottor Gigliotti, egli afferma che, sebbene a suo giudizio alcune cose siano state ottenute, non è tuttavia pienamente soddisfatto. Io ritengo che un ministro rappresentante della Chiesa pentecostale avrà maggiore incidenza sulla situazione pentecostale rispetto al dottor Gigliotti, il quale, in sostanza, rappresentava il protestantesimo nel suo insieme. I protestanti, nel loro complesso, non subiscono gravi vessazioni in Italia; a subirle sono soltanto coloro che non sono organizzati, come i fratelli pentecostali e un piccolo gruppo di avventisti del settimo giorno».

Qui la lettera incide nel punto che la narrazione mitopoietica preferisce separare. Ness non cita Gigliotti come figura marginale o ormai superata, ma come interlocutore diretto sulla medesima questione italiana. L’espressione «nell’ultima lettera» presuppone un carteggio già attivo e colloca i due nello stesso campo operativo. Non iniziative semplicemente parallele, dunque, ma un binomio.

È una tesi che avevo già formulato nel 2021, individuando nel ruolo congiunto di Ness e Gigliotti uno dei nodi della genesi delle Assemblee di Dio in Italia. Allora scelsi deliberatamente di non pubblicare le fonti già disponibili, per lasciare aperto il terreno della ricerca e verificare se indagini indipendenti avrebbero ricostruito le medesime connessioni. La lettera qui esaminata, insieme alla documentazione allora inedita e parzialmente confluita nel volume di Patrizia Nicandro, consente oggi di documentare ciò che allora avevo soltanto indicato.

La lettera permette anche di distinguere le rispettive funzioni che adesso vedremo.

Frank Bruno Gigliotti, personaggio opaco all’incrocio tra servizi segreti, massoneria e ambienti mafiosi, del quale si è già trattato in questo blog, si muoveva trasversalmente nel mondo evangelico americano. Intratteneva rapporti con i vertici delle Assemblies of God statunitensi, come attesta il carteggio oggi disponibile, e frequentava le loro chiese, conoscendone dall’interno l’ambiente.

Gigliotti poteva quindi operare sul piano della rappresentanza protestante generale, delle relazioni diplomatiche e dell’accesso alle autorità; proprio perché non pentecostale, tuttavia, incontrava la diffidenza di una parte del movimento pentecostale italiano. Ness disponeva della risorsa che a Gigliotti mancava: l’appartenenza. Egli poteva rivolgersi ai pentecostali italiani dall’interno del loro stesso universo religioso, con l’autorevolezza del «fratello» anziché del mediatore esterno.

Ness scrive che Gigliotti aveva già ottenuto risultati, ma li giudicava insufficienti. Ness non descrive dunque un’azione fallita, bensì incompleta. Non interviene per sostituirla, ma per proseguirla là dove un ministro pentecostale poteva esercitare un’incidenza maggiore.

Il dato assume ulteriore rilievo alla luce del recente riconoscimento delle stesse ADI, secondo cui Gigliotti era intervenuto già nel 1945, due anni prima di questa lettera e della costituzione formale delle Assemblee di Dio in Italia, contribuendo al riconoscimento di un ministro di culto pentecostale presso il Ministero dell’Interno.

Il suo ruolo, peraltro, non si esaurì in quell’episodio. Il Risveglio Pentecostale dell’agosto 1947, oltre al menzionato riconoscimento di un ministro di culto nel 1945, richiama memoriali difensivi, comitati americani per la libertà religiosa, rapporti con l’ambasciatore Alberto Tarchiani, la diffusione negli Stati Uniti, in milioni di copie, della memoria difensiva dei pentecostali italiani, contatti con il governo italiano e un incontro con De Gasperi, durante il quale Gigliotti insistette particolarmente sulla questione pentecostale.

Contrariamente a quanto lasciano intendere successive ricostruzioni ufficiali, Gigliotti mantenne sempre stretti rapporti personali e operativi con i vertici delle ADI. Particolarmente documentata è la relazione con Umberto N. Gorietti. Mark Hutchinson registra una lettera di Gorietti indirizzata congiuntamente a Clyde W. Taylor e a Gigliotti il 25 aprile 1951, conservata nella EFMA Collection dei Billy Graham Center Archives; Giancarlo Rinaldi richiama esplicitamente la «corrispondenza tra Gorietti e Gigliotti». Nel 1958, dieci anni dopo il primo viaggio americano di Gorietti, i due tornarono a incontrarsi a San Diego, presso l’ufficio del comitato di Gigliotti al 3875 Riviera Drive, ufficialmente per una sessione di lavoro sulla libertà religiosa in Italia, della quale diede notizia il San Diego Union dell’8 ottobre. Su quell’incontro resta tuttavia molto altro da dire e vi tornerò separatamente. I rapporti di Gigliotti con la dirigenza ADI risultano ancora attestati nel 1973, appena due anni prima della sua morte, quando Gianfranco Arcangeli, importante esponente delle Assemblee di Dio in Italia, lo accompagnò durante il soggiorno italiano.

È dentro questa traiettoria che acquista pieno significato la frase di Ness:

«un ministro rappresentante della Chiesa pentecostale avrà maggiore incidenza sulla situazione pentecostale».

Il contesto italiano del dopoguerra ne chiarisce la portata. Molti pentecostali non si percepivano come «protestanti», ma semplicemente come «cristiani»; guardavano con sospetto il protestantesimo storico, giudicato compromesso e istituzionalizzato, talvolta persino assimilato alla «Babilonia» dell’Apocalisse, e definivano spesso «mercenari» i pastori stipendiati. Gigliotti poteva aprire porte, trattare con le autorità e ottenere risultati entro la cornice protestante generale; proprio quella collocazione, tuttavia, ne limitava la forza persuasiva in un ambiente strutturalmente diffidente verso il protestantesimo istituzionale.

Per traghettare il pentecostalismo italiano verso l’orbita confessionale americana non bastava dunque il diplomatico protestante: occorreva una figura percepita come interna al mondo che si intendeva orientare. Ness era pentecostale, ne condivideva linguaggio, esperienza spirituale e segni identitari, compreso il parlare in lingue, e poteva presentarsi non come emissario esterno, ma come fratello nella medesima esperienza religiosa. Anche gli studi biblici da lui tenuti in Italia sull’organizzazione ecclesiastica e sul battesimo nello Spirito Santo acquistano, in questa prospettiva, un significato più preciso.

La divisione dei ruoli appare allora nitida. Gigliotti opera sul fronte diplomatico-protestante; Ness entra in quello pentecostale-organizzativo. Il primo, pur profondamente inserito negli ambienti delle Assemblies of God americane e in rapporto con i loro vertici, rappresenta «in sostanza» il protestantesimo generale; il secondo può incidere sulla specifica «situazione pentecostale» perché appartiene al mondo che deve essere persuaso. Gigliotti apre porte che Ness non avrebbe potuto aprire con la stessa facilità; Ness può esercitare sui pentecostali italiani un’influenza che Gigliotti non avrebbe potuto esercitare nella stessa misura. Non concorrenza, dunque, ma complementarità di funzione.

Dal solo documento non possiamo stabilire se l’idea della maggiore efficacia di un ministro pentecostale provenisse da Ness, da Gigliotti o dal loro stesso scambio epistolare. La collocazione della frase è però eloquente: segue immediatamente il richiamo all’ultima lettera di Gigliotti e collega ciò che questi aveva già ottenuto a ciò che Ness riteneva ancora necessario compiere. Finché quella lettera non sarà esaminabile, la genesi precisa della valutazione resterà aperta; ma il carteggio tra i due mostra già il punto nel quale l’azione cambia livello.

È questo il dato più difficile da conciliare con la versione ufficiale: non due figure isolate né presenze occasionali, ma una sinergia documentata prima del convegno di Napoli. Gigliotti aveva già aperto una linea d’azione; Ness vi aggiungeva la capacità di influenza intra-pentecostale che il primo, per la natura stessa del proprio ruolo, non poteva esercitare nella medesima misura.

Chi intenda espellere Ness e Gigliotti dalla genesi delle ADI deve quindi confrontarsi con questa concatenazione: uno aveva già ottenuto risultati sul piano protestante e istituzionale; l’altro chiedeva mandato per incidere direttamente sul campo pentecostale. La nascita denominazionale non appare più come germinazione spontanea, ma come convergenza operativa.

Il quadro è ulteriormente rafforzato dallo stesso carteggio tra Ness, Gigliotti e gli esponenti delle Assemblies of God statunitensi. Non una somma di coincidenze, ma una trama convergente nella quale Gigliotti, Ness e Springfield comunicano, valutano e preparano. Ne emergono con crescente nettezza due funzioni fondative: Gigliotti sul versante diplomatico-protestante, Ness su quello pentecostale-organizzativo.

Lo stesso quadro illumina l’elogio funebre nel quale Ness fu definito «directly responsible for the formation of the Assemblies of God of Italy»: direttamente responsabile della formazione delle Assemblee di Dio in Italia.

L’elogio funebre attribuiva la responsabilità fondativa; la lettera del 19 giugno 1947 ne mostra il meccanismo. Se si guarda alla genesi documentaria anziché alla mitologia successiva, Ness e Gigliotti emergono come i due principali fondatori operativi delle ADI: Gigliotti prepara il terreno esterno; Ness dispone dell’appartenenza necessaria per incidere dall’interno. La memoria postuma dice chi fu responsabile; la fonte coeva mostra come quella responsabilità prese forma.

7. Non solo perseguitati: non organizzati

Ness scrive che i protestanti, nel loro complesso, non subivano in Italia gravi vessazioni; a subirle erano, a suo giudizio, soprattutto «coloro che non sono organizzati».

Qui avviene un passaggio decisivo. La persecuzione non viene negata, ma reinterpretata in chiave amministrativo-organizzativa: i pentecostali non soffrirebbero soltanto perché perseguitati, bensì perché privi di una struttura riconoscibile e accreditabile davanti allo Stato.

È una lettura che, alla luce delle fonti coeve, non condivido e che meriterebbe una confutazione autonoma. Affrontarla qui aprirebbe tuttavia un fronte ulteriore, estraneo all’oggetto immediato di questo studio. Ciò che importa è registrare la logica di Ness: la vulnerabilità pentecostale viene fatta dipendere direttamente dalla mancanza di organizzazione.

La diagnosi contiene già la terapia: creare l’organizzazione.

Dopo quanto emerso nel punto precedente, il dato acquista un rilievo ancora maggiore. I pentecostali italiani non erano semplicemente «non organizzati» in senso tecnico: conservavano la fisionomia ecclesiale dei pionieri, fraterna e anti-denominazionale, non protestante nella propria autopercezione, diffidente persino verso il titolo di «pastore», soprattutto quando associato a stipendio e professionalizzazione ministeriale. Soltanto due anni prima, a Raffadali, la costituzione di un organismo centrale era stata percepita come un «pericolo». L’organizzazione proposta non colmava dunque un semplice vuoto amministrativo: implicava una trasformazione ecclesiologica, culturale e identitaria.

Il sillogismo è stringente. Se la vulnerabilità dipende dall’assenza di un organismo riconoscibile, la tutela passa dall’organizzazione; se il modello organizzativo viene promosso attraverso uomini legati alle Assemblies of God statunitensi, la soluzione conduce verso l’inquadramento denominazionale; se poche settimane dopo nasce una denominazione, questa lettera non costituisce un elemento di contorno. Ne costituisce una premessa.

Occorre inoltre precisare che nel 1947 la persecuzione sistematica propria dell’età fascista era ormai cessata con la caduta del regime e l’avanzata alleata. Persistettero discriminazioni locali, resistenze amministrative, ostilità sociali e interventi sporadici, soprattutto nei contesti rurali. Proprio per questo il passaggio appare ancora più significativo: Ness legge una situazione ormai mutata non soltanto come problema di libertà religiosa, ma come prova della necessità di dotare il movimento di una struttura riconoscibile e capace di interlocuzione con lo Stato.

È qui che la mitopoiesi successiva rovescia il quadro. La persecuzione viene raccontata come matrice quasi spontanea delle ADI; il documento mostra invece che essa diventa l’argomento attraverso il quale superare il modello ecclesiale delle origini, fortemente contrario alla costituzione di una denominazione, e ricondurlo entro una forma istituzionale riconoscibile, rappresentabile e governabile. La sofferenza fu reale; ma proprio quella sofferenza diventa, nella lettera, il varco attraverso cui passa l’inquadramento.

La formula è sottile: non si dice «dobbiamo cambiare il movimento»; si dice, in sostanza, «dobbiamo proteggerlo». Ma la protezione passa attraverso una forma, e la forma non è neutra. Organizzare significa stabilire chi rappresenta, chi accredita, chi firma, chi tratta con lo Stato e, inevitabilmente, chi esercita autorità sul corpo ecclesiale. Le discriminazioni chiedevano tutela; la risposta americana proponeva una struttura religiosa organizzata. Il bisogno era reale. La soluzione comportava una trasformazione radicale.

8. Credenziali e pressione istituzionale

A tale scopo dispongo ora di lettere del governatore dello Stato di Washington, del sindaco di Seattle e di diversi senatori e membri del Congresso, oltre che di autorevoli organizzazioni religiose, quali il Council of Churches, e la YMCA, ecc. Queste lettere si riveleranno utili non solo per ottenere accesso a questi uomini d’autorità, ma anche per esercitare pressione. Dispongo inoltre di una lettera del console italiano qui a Seattle, il quale ha scritto ai funzionari del governo a Roma per informarli del mio arrivo e chiedere la loro collaborazione in relazione alla mia missione.

Ness dichiara di avere con sé un pacchetto di lettere autorevoli: dal governatore dello Stato di Washington, dal sindaco di Seattle, da diversi senatori e membri del Congresso, dalla YMCA e dal Council of Churches, verosimilmente il consiglio ecumenico protestante dell’area di Seattle (vd. nota 10). A queste credenziali americane si aggiunge una lettera del funzionario consolare italiano a Seattle — identificabile con il viceconsole Marcello Mochi (vd. nota 11) —, che aveva già informato i funzionari del governo a Roma dell’arrivo di Ness e ne aveva sollecitato la collaborazione.

Ness dice chiaramente a che cosa dovranno servire quelle lettere: «non solo per ottenere accesso a uomini investiti di autorità, ma anche per esercitare pressione».

Il termine non è casuale. Nel Risveglio Pentecostale dell’agosto 1947, già richiamato nel § 6, ricorre più volte proprio nel resoconto delle iniziative intraprese per la libertà religiosa. L’articolo lamenta che, «nonostante tante pressioni interne ed esterne», la libertà non sia stata ancora pienamente raggiunta; poco dopo afferma di confidare, più che nelle «pressioni interne ed esterne», nella «pressione che può venire dall’ALTO». Ma il passo più interessante si trova nella ricostruzione degli avvenimenti del 1946: «abbiamo fatto pressione presso il Comitato per la Tutela della Libertà Religiosa» affinché fossero fornite informazioni dettagliate sul movimento pentecostale.

La sequenza merita attenzione anche dal punto di vista linguistico e psicolinguistico. La stessa parola compare in tre registri diversi. Le «pressioni interne ed esterne» appartengono al campo politico-istituzionale; la «pressione dall’ALTO» trasferisce il termine sul piano teologico; «abbiamo fatto pressione» lo riporta alla prassi deliberata degli uomini. Qui la pressione non è più soltanto qualcosa che accompagna gli eventi: è un’azione voluta. Nel medesimo discorso convivono così influenza istituzionale e fiducia religiosa, mentre si assottiglia la distanza fra un’identità dichiaratamente apolitica e una prassi che mobilita interlocutori politici e diplomatici.

Il documento permette anche di capire, senza troppe congetture, che cosa significasse «fare pressione».

Il Comitato per la libertà religiosa in Italia, di New York, attraverso Francis Joseph Panetta e Patrick J. Zaccara, incaricò Gigliotti di preparare una memoria (perché l’incarico cadde proprio su Gigliotti?); questa fu trasmessa all’ambasciatore Alberto Tarchiani, accompagnata da una lettera personale, e poi diffusa negli Stati Uniti. Seguirono contatti con le autorità italiane e l’incontro di Charles W. Fama e Gigliotti con De Gasperi. Il termine rinvia dunque a un metodo abbastanza preciso: mobilitare reti, produrre documentazione, raggiungere uomini di governo, attivare canali diplomatici, incidere sull’opinione pubblica.

Immagine presa dal volume “La Massoneria smascherata” di G. Butindaro

 

È alla luce di tutto questo che la frase di Ness acquista peso.

Il numero di agosto 1947 del Risveglio Pentecostale scrive: «abbiamo fatto pressione»; in questa lettera Ness afferma che le proprie credenziali serviranno a «esercitare pressione». La convergenza lessicale, da sola, non dimostra una regia unitaria. È però più di una semplice coincidenza verbale: lascia emergere lo stesso repertorio operativo. Alla predicazione, alla preghiera e alla solidarietà religiosa si affiancano accreditamento, accesso e influenza istituzionale.

Il momento storico rende questo linguaggio ancora più significativo. Nel 1947 l’Italia è ormai uno dei punti nevralgici del nuovo equilibrio europeo. De Gasperi visita Washington in gennaio; in marzo Truman enuncia la dottrina del contenimento; alla fine di maggio comunisti e socialisti escono dal governo; in giugno viene annunciato il Piano Marshall. La stabilità italiana entra ormai nell’orizzonte strategico americano della nascente Guerra fredda.

In quel clima anche la religione difficilmente rimane confinata alla sfera privata. Libertà di culto, mobilitazione protestante, diplomazia e anticomunismo possono intrecciarsi nella più ampia proiezione politico-culturale con cui gli Stati Uniti consolidano la propria presenza nell’Europa occidentale. La storiografia ha mostrato quanto, nell’Italia della prima Guerra fredda, religione, interessi diplomatici e competizione geopolitica finissero spesso per sovrapporsi.

Qui si intravede un passaggio ulteriore. Non ancora un progetto dimostrabile di «infiltrazione» dell’American civil religion, ma l’ingresso nel pentecostalismo italiano di una cultura politico-religiosa tipicamente statunitense, nella quale fede pubblica, autorità civili, reti di élite e missione nazionale potevano convivere senza essere avvertite come sfere incompatibili. Robert Bellah formulerà la categoria soltanto nel 1967; il fenomeno, naturalmente, è precedente. Con Gigliotti, Fama, Zaccara, Panetta e Ness, aggiungerei anche Parli, non arriva dunque soltanto un diverso modello ecclesiastico e teologico. Comincia a penetrare anche una diversa grammatica del rapporto fra religione e potere, nella quale la libertà religiosa può diventare insieme causa morale, strumento diplomatico e veicolo d’influenza americana.

Letto in questo contesto, il pacchetto di lettere raccolto da Ness cambia fisionomia. Non sembra un semplice apparato cerimoniale: è capitale istituzionale spendibile. Governatore dello Stato di Washington, sindaco di Seattle, senatori, membri della Camera dei Rappresentanti, Council of Churches, YMCA e, sul versante italiano, il console a Seattle compongono una rete di accreditamento che Ness intende utilizzare esplicitamente per «ottenere accesso a uomini investiti di autorità» ed «esercitare pressione». Non sta preparando soltanto un viaggio missionario: si dota in anticipo di credenziali politiche, civili e religiose da spendere presso le autorità italiane.

Anche il suo profilo personale si accorda con questa lettura. L’elogio funebre già esaminato lo colloca fra gli iniziatori dell’International Christian Leadership legata ad Abraham Vereide, un ambiente nel quale preghiera, relazioni personali tra élite e autorità pubblica e politica tendevano a intrecciarsi secondo una modalità destinata a trovare una delle sue espressioni più note nel National Prayer Breakfast. Non il predicatore isolato, dunque, ma un uomo religioso abituato a muoversi attraverso relazioni istituzionali, legami personali e ambienti di influenza.

Resta una tensione interna allo stesso numero del Risveglio Pentecostale. Le chiese dichiarano di essersi mantenute «al di fuori e al di sopra delle questioni politiche»; subito dopo il racconto passa però attraverso pressioni, ambasciatori, comitati, memoriali e incontri con De Gasperi. Più che una semplice contraddizione, emerge una dissonanza fra autorappresentazione e prassi. Il movimento pentecostale italiano, perlomeno nella sua declinazione romana e napoletana, continua a pensarsi e a raccontarsi come apolitico, mentre sul piano operativo ricorre ormai anche a strumenti chiaramente politico-istituzionali.

La caduta del fascismo e l’avanzata alleata avevano già mutato radicalmente il quadro della libertà religiosa. Rimanevano ostilità locali, inerzie amministrative e resistenze periferiche, ma la stagione persecutoria inaugurata nel 1935 apparteneva ormai a un diverso contesto storico. Anche per questo la formula di Ness pesa. La causa dichiarata è la libertà religiosa; il metodo dichiarato è la pressione istituzionale. Chi raccoglie credenziali per «ottenere accesso» ed «esercitare pressione» non porta soltanto solidarietà religiosa. Entra nel campo italiano con relazioni, rappresentanza e capacità negoziale.

La strategia che emerge è duplice. Con i pentecostali italiani H. Ness può spendere la propria appartenenza religiosa; davanti alle autorità può far valere le credenziali americane. Al movimento parla come «fratello», allo Stato come interlocutore accreditato. Sullo sfondo il fronte diplomatico-protestante era già aperto; ora quella stessa pressione poteva passare anche attraverso un uomo capace di muoversi nel mondo pentecostale e, nello stesso tempo, nei circuiti istituzionali continuando l’opera di Gigliotti.

Il punto è difficile da aggirare. Quelle lettere non servono soltanto a facilitare una visita: rendono spendibile davanti allo Stato italiano una rappresentanza accreditata oltre Atlantico. Prima ancora del convegno di Napoli dell’agosto 1947 sono già presenti uomini, reti, credenziali e strumenti esplicitamente dichiarati di pressione.

È qui che la mitologia della spontaneità perde ulteriore consistenza. Il documento non restituisce soltanto la maturazione interna di un risveglio che decide di abbandonare le proprie origini per organizzarsi. Mostra un processo nel quale la soluzione denominazionale è preceduta e accompagnata da un’infrastruttura transatlantica di accreditamento e influenza politico-religiosa. La parola «pressione», ripetuta nei documenti con una franchezza difficile da ignorare, ne rimane forse la traccia lessicale più eloquente.

9. Il momento politico: prestito, America, anticomunismo

Ness scrive:

«Ritengo di recarmi in Italia nel momento psicologicamente più favorevole».

Perché? Lo dice Ness stesso nella lettera:

Ritengo di recarmi in Italia nel momento psicologicamente più favorevole. Il governo italiano, infatti, sta attualmente cercando di mostrarsi molto amichevole e diplomatico verso il nostro governo, poiché intende richiedere un prestito superiore a 200.000.000 di dollari.

Una somma che, in equivalente storico-sociale italiano, può essere stimata nell’ordine di 9,5–10,5 miliardi di euro attuali (vd. nota 4), cioè su una scala paragonabile a una moderna manovra finanziaria statale. L’Italia versa in condizioni disperate e «la componente comunista è stata estromessa dal governo».

Questi elementi non sono decorativi. Il «momento psicologicamente più favorevole» non indica uno stato d’animo individuale, ma una precisa congiuntura storica: un Paese sconfitto, bombardato, impoverito, politicamente fragile e bisognoso di credito, reinserimento internazionale e sostegno americano. È il momento in cui la pressione statunitense può ottenere il massimo effetto con il minimo attrito.

Quando Ness osserva che il governo italiano «intende richiedere un prestito superiore a 200 milioni di dollari», non allude tecnicamente al Piano Marshall, nel giugno 1947 appena annunciato come prospettiva politica e operativo soltanto dall’anno successivo. Il riferimento appartiene alla fase precedente: i negoziati finanziari fra Roma e Washington, i crediti dell’Export-Import Bank e le misure di assistenza statunitense destinate anche a consolidare il governo De Gasperi dopo l’estromissione delle sinistre. Il dato non è meramente contabile: è politico. L’Italia aveva bisogno di credito, affidabilità internazionale e sostegno americano; Ness interpreta quella dipendenza come una finestra favorevole per incidere sulle autorità.

Ciò non significa immaginare un ricatto formale. Ness non era un negoziatore del prestito americano, né disponeva del potere di concederlo, bloccarlo o condizionarlo (forse). Comprendeva però il rapporto di forza: l’Italia aveva bisogno degli Stati Uniti; De Gasperi necessitava di credito e legittimazione occidentale; Washington considerava la penisola uno dei fronti decisivi della nascente Guerra fredda. In tale quadro, una missione americana munita di credenziali politiche e religiose poteva trasformare la questione pentecostale anche in un problema di immagine democratica.

Ness utilizza questo scenario come leva sulla classe politica italiana. Non diplomazia ufficiale, ma diplomazia religiosa sostenuta da appoggi civili e politici. Non disponeva del prestito americano; disponeva però del linguaggio, delle credenziali e della rete necessari per trasformare la dipendenza finanziaria italiana in argomento di pressione.

La pressione cui allude non riguarda soltanto le autorità. La forza dell’intervento americano risiedeva nell’incrocio tra due vulnerabilità: quella dello Stato italiano, uscito sconfitto dalla guerra e bisognoso di credito e legittimazione occidentale, e quella dei pentecostali italiani, provati dalla repressione fascista, dalla circolare Buffarini-Guidi, dalla marginalità amministrativa e dalla miseria del dopoguerra. Dentro questo doppio quadro di fragilità, l’azione di Ness poteva esercitare non soltanto pressione istituzionale, ma anche orientamento del campo religioso e, più specificamente, pentecostale.

La missione si colloca così dentro una precisa finestra storica: un’Italia uscita sconfitta dalla guerra, povera, dipendente dagli Stati Uniti e ormai inserita nella logica della Guerra fredda. L’urgenza di agire «prima che la situazione ci sfugga di mano» trova qui il proprio contesto più coerente. In questa prospettiva, non «perdere» l’Italia pentecostale significava anche impedirne una riorganizzazione estranea al campo religioso-politico dell’America atlantica.

La lettera, da sola, non dimostra una catena di comando politico o d’intelligence. Documenta però un dato che la mitopoiesi confessionale non può assorbire senza deformare il testo: Ness colloca esplicitamente la missione religiosa dentro una congiuntura politica, economica e anticomunista. La libertà religiosa resta la causa dichiarata; l’anticomunismo, la dipendenza finanziaria italiana e la fragilità del Paese ne costituiscono il contesto operativo.

In questa prospettiva, la missione di Ness appartiene anche alla storia delle reti religiose transnazionali che contribuirono al consolidamento dell’influenza statunitense nell’Europa occidentale. Lo ripeto: la lettera, da sola, non prova una regia unitaria fra apparati politici, ecclesiastici e d’intelligence; documenta però una convergenza concreta di interessi, linguaggi e strumenti: anticomunismo, libertà religiosa, accreditamento presso le autorità, dipendenza finanziaria italiana, organizzazione confessionale e inserimento del pentecostalismo nella sfera religiosa americana.

Non siamo più soltanto nel registro pastorale: siamo nel punto in cui missione, diplomazia religiosa e strategia atlantica cominciano a parlare la stessa lingua.

È in questo significato analitico, e non meramente polemico, che può essere impiegata la categoria di «colonizzazione denominazionale». Essa non indica coercizione diretta, occupazione o imposizione violenta, ma il trasferimento asimmetrico e progressivo di modelli dottrinali delle Assemblies of God, linguaggi istituzionali, risorse economiche, forme di rappresentanza e centri di legittimazione. Tale processo non annullò l’iniziativa degli attori italiani né la sincerità delle loro convinzioni religiose; ne condizionò tuttavia il campo delle possibilità, rendendo progressivamente praticabile e normativa una soluzione confessionale elaborata e sostenuta dall’esterno.

La colonizzazione, in questa accezione, non passa attraverso la forza, ma attraverso la presunta tutela. Non abolisce il linguaggio religioso: lo riformula. Non nega la fraternità: la assume come veicolo di inquadramento. Dopo lo sbarco alleato e il crollo del fascismo, la persecuzione del 1935, fondata sulla circolare Buffarini-Guidi, apparteneva ormai a una stagione diversa, sebbene persistessero ostilità locali, inerzie amministrative e resistenze periferiche. Il suo richiamo, nella lettera, assume perciò un valore decisivo: non soltanto memoria di una sofferenza reale, ma leva per rendere necessaria l’organizzazione.

Si offre aiuto, ma l’aiuto introduce dipendenza; si promette protezione, ma la protezione per Ness e Gigliotti richiede una struttura organizzativa; si evoca la persecuzione, ma il risultato è lo spostamento del baricentro: dalle reti pionieristiche di Francescon, Chicago e Brasile antidenominazionali verso Springfield, il General Council, le dottrine delle Assemblies of God, la grammatica confessionale americana e la creazione di una denominazione.

Colonizzare significa, in questo senso, rendere un campo religioso pensabile, governabile e rappresentabile secondo categorie elaborate altrove: fornire lessico, fondi, credenziali, modelli, mediatori, sedi e mandato, per poi presentare quell’assetto come sviluppo naturale di un movimento che, appena due anni prima, aveva respinto l’organizzazione come «pericolo». Il dato decisivo non è che i pentecostali italiani siano stati costretti con la forza, ma che la loro vulnerabilità storica rese praticabile una riorganizzazione guidata dall’esterno, capace di apparire come protezione mentre produceva riallineamento.

La categoria è forte, ma diventa impropria soltanto se intesa in senso caricaturale. Assunta nel suo valore analitico — trasferimento di dipendenza, centro decisionale e grammatica istituzionale — descrive il passaggio che la lettera lascia intravedere: un pentecostalismo nato anti-denominazionale viene accompagnato, finanziato, formato e accreditato fino a diventare una denominazione riconducibile all’orbita americana.

10. Prima il linguaggio, poi la struttura

Henry Ness scrive:

«Sto impegnando la signorina Altura nella traduzione italiana di alcuni miei appunti sull’organizzazione e su altri temi essenziali».

Il dettaglio è decisivo. Prima ancora della nascita formale delle ADI, esiste già un lavoro di traduzione; e non riguarda materiali generici, ma «l’organizzazione» e altri temi che Ness giudica «essenziali». La lettera non consente di identificare con certezza ogni documento tradotto, ma il contesto impedisce di ridurli a semplici appunti devozionali. In una comunicazione che parla di De Gasperi, funzionari italiani, credenziali, pressione, affiliazione e mandato ufficiale, quei «temi essenziali» rimandano verosimilmente a materiali dottrinali, ecclesiologici, amministrativi e forse anche politico-istituzionali.

Una denominazione non si improvvisa: prima la si rende pensabile. Si introduce il vocabolario, si formano le categorie, si prepara il linguaggio attraverso cui la struttura potrà apparire necessaria. La traduzione, qui, non è un fatto tecnico: è un atto preparatorio. Trasferisce nel campo italiano modelli, procedure e parole elaborate altrove.

Il punto si chiarisce se letto insieme al programma dichiarato da Ness. Si noti bene che egli non scrive di voler impartire disinteressati studi biblici edificanti, ma studi «sulle dottrine delle Assemblies of God». La differenza è sostanziale: il lessico biblico resta, ma il contenuto confessionale entra al punto che è possibile vedere un tentativo di indottrinamento dei conduttori pentecostali italiani. Parte degli appunti tradotti è verosimilmente collegata alle conferenze che Ness terrà a Roma dal 5 al 15 agosto dello stesso anno, presso la Chiesa Metodista di via Firenze 38, sul tema del «governo della chiesa e l’organizzazione». I pentecostali italiani le chiameranno «Conversazioni bibliche»; ma quella è la forma. La funzione è orientamento denominazionale: dieci giorni di immersione in una grammatica dottrinale e organizzativa estranea alle radici del pentecostalismo pionieristico italiano può ragionevolmente essere letta come «indottrinamento».

La Scrittura viene evocata come terreno comune, ma il modello da introdurre è quello delle Assemblies of God americane in netta contrapposizione alle dottrine di Francescon, Lombardi, Ottolini e tutti i pionieri italiani. Per questo il passaggio non è soltanto organizzativo: è teologico. Insegnare le «dottrine delle Assemblee di Dio statunitensi» significava orientare i conduttori italiani verso categorie diverse dalla loro genealogia originaria: quella del pentecostalismo dei pionieri, di cui Luigi Francescon resta la figura più rappresentativa, segnato da una matrice riformata, congregazionalista, anti-denominazionale, non dispensazionalista e non sionista.

È in questo snodo che assume rilievo una figura rimasta ai margini della memoria ufficiale: Ivana Altura. La «signorina Altura» menzionata da Ness va identificata con lei, giovane romana poi nota come Yvonne dopo il trasferimento negli Stati Uniti. Per quanto risulta allo stato della ricerca finora pubblicata, il suo profilo è stato richiamato per la prima volta dal sottoscritto nell’articolo del 2022 dedicato alle prime studentesse pentecostali italiane. Il dato non è secondario: la lettera del 19 giugno 1947 la colloca nel laboratorio linguistico della fase preparatoria delle Assemblee di Dio in Italia, cioè nella traduzione degli appunti di Ness sull’organizzazione e sugli altri temi da lui ritenuti essenziali.

Convertitasi durante la visita di Ness in Italia nel 1946, Altura entrò successivamente nell’orbita formativa del pastore americano, studiando presso il Northwest Bible Institute da lui fondato. A Roma aveva compiuto studi universitari e frequentato il liceo classico; dopo il diploma conseguito nelI’Istituto biblico di Ness, sarebbe stata inserita già l’anno successivo nel corpo docente dello stesso istituto. Italiana per lingua e formazione, già collegata alla missione di Ness, culturalmente attrezzata per tradurre, Altura si trova nel punto esatto in cui il progetto americano doveva diventare comprensibile al mondo pentecostale italiano.

La sua funzione non può essere ridotta a dettaglio biografico. La mediazione linguistica diventa mediazione dottrinale. Tradurre quei materiali significava rendere accessibile ai conduttori italiani un lessico nuovo: organizzazione, governo della chiesa, dottrine delle Assemblies of God, struttura, rappresentanza, affiliazione. Prima ancora che l’istituzione nascesse formalmente, Altura contribuiva a trasferire nel campo pentecostale italiano le categorie necessarie per pensarla.

Non fu la fondatrice dell’organizzazione, né una protagonista autonoma della linea politico-denominazionale. Fu però una mediatrice interna al dispositivo linguistico, dottrinale e culturale che rese possibile la traduzione italiana del progetto di cui Ness fu operatore strategico sul campo. La sua marginalità nella memoria ufficiale contrasta con la posizione che la lettera le assegna: non al vertice della decisione, ma nel punto in cui quella decisione prendeva lingua, forma e intelligibilità.

La lettera rivela così la natura più profonda dell’operazione: non semplici conversazioni fraterne, ma formazione confessionale. Dal punto di vista dei pionieri anti-denominazionali, poteva apparire come deformazione confessionale. Non studio biblico neutro, dunque, ma introduzione guidata alla grammatica ecclesiastica delle Assemblies of God americane.

La sequenza è troppo precisa per essere casuale: in giugno si traducono appunti sull’organizzazione; in agosto si insegna il governo della chiesa; pochi giorni dopo, a Napoli, nascono le Assemblee di Dio in Italia. Il linguaggio precede l’istituzione. Prima si insegna ai conduttori pentecostali a pensarsi come «organismo strutturato»; poi l’organizzazione diventa soluzione naturale. Un movimento nato semplice, pionieristico, diffidente verso apparati, pastori stipendiati e formalismi protestanti, viene introdotto in una grammatica diversa: organizzazione, autorità, rappresentanza, affiliazione, mandato.

È qui che la domanda diventa inevitabile: siamo davanti soltanto a formazione dottrinale, oppure anche a una forma di persuasione asimmetrica, indotta dal contesto? La formula non descrive una pressione meccanica, ma una dinamica storica fondata sullo squilibrio: da un lato, comunità provate dalla persecuzione, conduttori spesso privi degli strumenti culturali e istituzionali per valutare pienamente i movimenti in corso, un popolo pentecostale in larga parte estraneo alle trattative dei vertici; dall’altro, un apparato americano dotato di fondi, credenziali, relazioni, linguaggio teologico e proposta organizzativa già definita.

In questa direzione si colloca la riflessione della dott.ssa Patrizia Nicandro, PhD in «Antropologia ed epistemologia della complessità» presso l’Università degli Studi di Bergamo, con una tesi sulle origini del pentecostalismo italiano. La sua formazione psicopedagogica e il suo approccio storico-sociologico conferiscono peso alla domanda da lei sollevata. Commentando i carteggi inediti da lei pubblicati, selezionati e messi a sua disposizione dal sottoscritto nell’ambito di una più ampia documentazione in mio possesso, Nicandro ha posto il problema se, in quella fase, si possa parlare di «persuasione indotta»: comunità uscite dalla persecuzione fascista, dalla povertà e dall’incertezza del dopoguerra si trovavano davanti a interlocutori americani dotati di risorse organizzative, culturali e relazionali incomparabilmente superiori. Il punto è l’asimmetria: non semplice assistenza fraterna, ma possibile orientamento prodotto dentro uno squilibrio di risorse, linguaggi e capacità istituzionale.

La questione riguarda il rapporto tra bisogno e proposta. La tutela diventa necessità, l’organizzazione protezione, l’affiliazione garanzia, la grammatica americana sviluppo naturale del movimento. Proprio perché la vulnerabilità era concreta, la proposta poteva apparire non come imposizione esterna, ma come via praticabile per ottenere difesa, stabilità e sopravvivenza.

Non imposizione brutale, dunque, ma alfabetizzazione denominazionale. Gigliotti apre la cornice; Ness prepara il lessico; Altura lo traduce; i semplici conduttori pentecostali italiani ascoltano. Non si forza subito un corpo: gli si insegna prima a nominarsi con parole altrui. E quando un movimento nato anti-denominazionale adotta il linguaggio dell’istituzione denominazionale, è già entrato nella sua logica.

11. Resistenze, modelli concorrenti e «secondi fini»

Ness riconosce che, tra i fratelli svizzeri, italiani e francesi, vi era un orientamento favorevole a una qualche forma di organizzazione, ma anche un’esitazione dovuta alla pressione dei fratelli svedesi e dell’area di George Jeffreys.

Il dato è decisivo, ma va letto insieme al convegno di Raffadali. Il campo non era semplicemente esitante: nel 1945 i conduttori avevano già respinto l’organizzazione come «pericolo». Esistevano resistenze, modelli concorrenti, influenze alternative. Nel caso italiano, l’ostacolo era ancora più profondo: toccava l’origine teologica ed ecclesiologica del movimento. Il pentecostalismo italiano affondava le radici in Francescon, Lombardi, Ottolini e, a monte, nella predicazione di William H. Durham: una matrice evangelica di impronta battista riformata, congregazionalista, anti-wesleyana, anti-denominazionale, non sionista e non dispensazionalista, estranea alla trasformazione del risveglio in apparato ecclesiastico.

Anche il modo in cui Ness nomina George Jeffreys merita attenzione. Non parla semplicemente di Jeffreys, né di una corrente pentecostale britannica alternativa; parla di

«George Jeffreys e la sua cerchia».

La formula introduce una distanza, quasi un fastidio. Jeffreys, di cui parlo nella nota 2, non viene presentato come interlocutore, ma come centro di pressione; la sua area non appare come una variante legittima del pentecostalismo europeo, ma come un’influenza che ostacola l’orientamento di Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti. È un dettaglio rivelatore: Ness non descrive serenamente il pluralismo pentecostale del dopoguerra; valuta quali forze impediscono al campo svizzero, italiano e francese di convergere verso la soluzione americana.

L’organizzazione americana, dunque, non scendeva in un vuoto neutro. Doveva misurarsi con la continuità pionieristica italiana, con le influenze europee e, soprattutto, con una memoria spirituale diffidente verso la denominazione come forma istituzionalizzata del cristianesimo. La resistenza non era soltanto tattica: era genetica.

Poi Ness aggiunge che i fratelli americani non avevano

«alcun secondo fine».

La frase è rivelatrice perché difensiva. Se Ness sente il bisogno di negare quei «secondi fini», significa che il sospetto era pensabile, forse già formulato, certamente previsto. Da questa lettera, da sola, non sappiamo chi lo avesse sollevato; sappiamo però che Ness scrive per rassicurare un campo attraversato da diffidenze, memorie contrarie e modelli concorrenti.

Non è una semplice nota spirituale. È una clausola di rassicurazione dentro un documento operativo. E, in una lettera che parla di fondi, governo, pressione, organizzazione, affiliazione e mandato ufficiale, quella negazione non chiude il problema: lo illumina.

Quali potevano essere questi «secondi fini»? Sul piano ecclesiastico, ricondurre il pentecostalismo italiano nell’orbita delle Assemblies of God americane. Sul piano teologico, sostituire progressivamente la matrice pionieristica, riformata e anti-denominazionale con un modello confessionale americano segnato anche da categorie dispensazionaliste e sioniste estranee al pentecostalismo italiano originario. Sul piano storico-politico, inserire quel frammento del pentecostalismo italiano nel più ampio dispositivo religioso dell’Occidente atlantico, anticomunista e filostatunitense.

Il punto non è secondario. L’Italia è, per posizione geografica, uno spazio geopolitico centrale: una penisola protesa nel Mediterraneo, posta tra Europa occidentale, Balcani, Nord Africa, Mediterraneo orientale e rotte marittime decisive. Nel dopoguerra questa centralità naturale assume un peso ancora maggiore. Nel 1947 l’Italia è un Paese sconfitto, economicamente dipendente dagli aiuti americani, attraversato da una forte presenza comunista e collocato nel punto in cui il nuovo equilibrio tra Stati Uniti e Unione Sovietica comincia a irrigidirsi. Proprio per questo non poteva essere lasciata oscillare fuori dall’orbita atlantica.

In quel contesto, anche le minoranze religiose non erano soltanto realtà spirituali da soccorrere. Potevano diventare frammenti di una più vasta architettura culturale, diplomatica e politica, dentro la quale libertà religiosa, anticomunismo, influenza americana e stabilizzazione dell’Italia postfascista tendevano a intrecciarsi. Organizzare il pentecostalismo italiano dentro l’orbita americana significava anche collocarlo, consapevolmente o meno, nel campo religioso dell’Occidente atlantico.

Ness nega il fine ulteriore, ma l’intera lettera lo rende almeno plausibile: non solo aiutare, ma orientare; non solo sostenere, ma organizzare e condurre dentro l’orbita delle Assemblies of God americane. L’aiuto doveva presentarsi come carità fraterna proprio perché poteva essere percepito come conquista.

Qui la mitopoiesi perde ancora terreno. Se tutto fosse stato spontaneo, non sarebbe stato necessario rassicurare nessuno sui «secondi fini». Se l’organizzazione fosse stata la naturale prosecuzione del pentecostalismo delle origini, non avrebbe dovuto superare l’anti-denominazionalismo dei pionieri, né guardare con insofferenza alle influenze pentecostali concorrenti. La frase di Ness dice più di quanto vorrebbe: l’organizzazione americana doveva parlare il linguaggio della protezione perché introduceva una forma estranea al DNA originario del pentecostalismo italiano e competitiva rispetto agli altri modelli presenti sul campo.

12. La strategia alternativa: l’affiliazione dei singoli

Ness chiede se sia possibile conferirgli l’autorità di incontrare singoli pastori italiani desiderosi di affiliarsi alle Assemblies of God, nel caso in cui non riuscisse a organizzare i fratelli nella misura auspicata.

Qui la pianificazione è esplicita. Ness contempla la possibilità che l’obiettivo principale — organizzare unitariamente il campo pentecostale italiano — incontri una resistenza insuperabile e predispone una soluzione alternativa: quella che, con espressione non tecnica, potremmo definire un vero e proprio «piano B». Se non sarà possibile organizzare l’insieme, si procederà attraverso l’affiliazione dei singoli. Cambia il percorso, non il fine.

Il passaggio è importante perché mostra una strategia capace di adattarsi alla resistenza interna. Se il movimento nel suo complesso non accetterà l’organizzazione, si potrà procedere attraverso pastori, gruppi e chiese disponibili. È lo stesso varco intravisto nelle diciannove firme: non il consenso dell’intero pentecostalismo italiano, ma l’esistenza di una componente già orientata verso una soluzione diversa da quella respinta nel 1945. La futura struttura denominazionale avrebbe potuto prendere forma anche da un nucleo iniziale limitato, purché quella componente venisse agganciata, riconosciuta, finanziata, organizzata e resa rappresentativa.

Anche i fondi inviati da Ness in quegli anni vanno letti dentro questa logica.

Il denaro non è semplice filantropia: è consolidamento. Non a caso, le Assemblies of God parleranno di «investimento».

L’entità delle risorse economiche impiegate — che la stessa documentazione delle Assemblies of God qualifica come «investimento» — costituisce una componente essenziale del processo di riorganizzazione guidato dall’esterno. Considerata insieme al mandato ufficiale, alla (de)formazione dei conduttori, all’introduzione di un nuovo modello ecclesiologico e alla costruzione di una struttura denominazionale, essa concorre a rendere storicamente fondata l’interpretazione della nascita delle Assemblee di Dio in Italia come un processo di colonizzazione denominazionale.

Il termine «investimento» è significativo anche sul piano storico. Non indica soltanto un aiuto destinato a comunità in difficoltà, ma richiama l’idea di risorse impiegate per costruire, consolidare e rendere stabile una presenza organizzata. In questo senso, il dato economico non va isolato dagli altri elementi della strategia: i fondi acquistano significato insieme al mandato, alla formazione, alla traduzione dei materiali, all’affiliazione dei singoli e alla costruzione di un nuovo centro organizzativo.

Il denaro consente di acquistare immobili, creare una sede, garantire continuità alle attività, sostenere viaggi, pubblicazioni, corrispondenze, incontri e forme di coordinamento. Nell’Italia uscita dalla guerra, povera, affamata e ancora segnata dal regime fascista, le comunità pentecostali si trovavano in una condizione di particolare debolezza: alla miseria generale del Paese si aggiungeva il peso specifico della persecuzione subita. In un simile contesto, una struttura dotata di risorse economiche, contatti internazionali potenti e riconoscimento americano poteva rapidamente diventare il polo più forte, anche senza rappresentare inizialmente l’intero movimento.

Nel n. 2 del Risveglio Pentecostale del 1947, Ness è ringraziato perché, «senza badare alle spese ed ai sacrifici di un lunghissimo viaggio», si era prodigato negli studi biblici e nei culti in Italia. La lettera a Perkin mostra però il dato amministrativo: viaggio finanziato, biglietti prenotati, denaro stanziato da inviare per acquistarli. Il sacrificio personale non coincideva con l’autofinanziamento dell’operazione.

Il risultato atteso resta identico: ricondurre il pentecostalismo italiano nell’orbita delle Assemblies of God statunitensi. Se non per adesione generale, quantomeno per aggregazione selettiva. Se non con tutti, con alcuni. Se non subito come corpo intero, come nucleo destinato a parlare a nome del corpo.

Il caso non formula piani alternativi. La pianificazione sì. Ness non chiede soltanto di aiutare i fratelli italiani; chiede l’autorità per fondare comunque una presenza delle Assemblee di Dio anche in Italia, anche partendo da pochi pastori e poche chiese. La mitologia della nascita spontanea si infrange anche contro questa frase: prima ancora del convegno di Napoli, esiste già un piano alternativo.

13. Il mandato ufficiale

Ness conclude chiedendo:

«una lettera ufficiale nella quale si dichiari che vengo inviato formalmente come rappresentante delle Assemblies of God in America a favore delle Chiese pentecostali in Italia, per quanto riguarda la libertà religiosa e il soccorso».

È un passaggio conclusivo solo in apparenza. In realtà costituisce il punto verso cui converge l’intera lettera. Ness non domanda un generico sostegno spirituale né una semplice approvazione fraterna: chiede un mandato formale. Vuole recarsi in Italia come rappresentante ufficiale delle Assemblies of God americane, non come predicatore isolato o visitatore occasionale.

La differenza è sostanziale. Visitare le comunità italiane a titolo personale è una cosa, ma entrare nel Paese qualificandosi attraverso un mandato ufficiale e presentarsi poi davanti a chiese, funzionari e autorità civili come rappresentante formalmente accreditato è tutt’altra. Quel documento non conferisce soltanto autorevolezza ecclesiastica: definisce la veste con cui Ness può attraversare le formalità d’ingresso, controlli di frontiera, muoversi sul territorio e interloquire con le istituzioni. Ed emerge allora la domanda più delicata: chi conferiva a Ness il diritto di agire «a favore delle Chiese pentecostali in Italia» prima ancora che le ADI esistessero formalmente?

La lettera, da sola, non consente una risposta definitiva, ma rende la questione inevitabile. Alcune comunità perseguitate dal regime fascista avevano certamente chiesto aiuto; alcune firme erano state raccolte; alcuni conduttori cercavano protezione nonostante, di fatto, la persecuzione fosse già cessata. Tuttavia, Ness non chiede che siano le chiese italiane a investirlo formalmente: chiede che il mandato venga da Springfield. La rappresentanza del campo pentecostale italiano passa così attraverso una legittimazione americana.

Il dato acquista maggiore densità se letto alla luce del profilo di Ness. Egli non si muoveva soltanto come ministro pentecostale. Arrivava con lettere di autorità civili, contatti ecclesiastici, appoggi protestanti, una marcata sensibilità anticomunista e sionista, ed era già inserito nei circuiti politico-religiosi della American civil religion del dopoguerra, compreso l’ambiente dell’International Christian Leadership/Fellowship legato ad Abraham Vereide, alla cui fondazione aveva contribuito. Il profilo che ne emerge è quindi più ampio di quello del semplice missionario: un uomo capace di attraversare ambienti religiosi, civili e politici, portando con sé relazioni e credenziali la cui funzione oltrepassava evidentemente la sola predicazione.

In questo quadro, il mandato richiesto a Springfield assume un significato più ampio di un semplice lasciapassare ecclesiastico. Offre a Ness una copertura istituzionale pienamente riconoscibile, gli conferisce titolo per agire e permette alla sua presenza in Italia di presentarsi formalmente sotto una veste religiosa. Quanto questa veste esaurisse la funzione effettiva della missione è una questione che la lettera, da sola, non consente di risolvere. Ma è precisamente la natura delle relazioni mobilitate da Ness a impedire una lettura ingenuamente missionaria del documento.

Il punto resta aperto, ma pesa. Ness chiede di rappresentare un campo pentecostale italiano ancora fluido, formatosi fuori dalle logiche denominazionali e radicato nella memoria di pionieri anti-denominazionali, mediante un mandato prodotto dalla sede centrale della principale organizzazione pentecostale americana. Prima ancora che la struttura italiana sia formalmente costituita, esiste già l’uomo incaricato di interpretarla, organizzarla, accreditarla e darle forma.

Il mandato assume così una duplice funzione: ecclesiastica nella forma, istituzionale negli effetti. Conferisce a un soggetto statunitense la possibilità di presentarsi come mediatore fra comunità italiane, denominazione americana e autorità civili, collocando la futura istituzionalizzazione pentecostale dentro il più ampio consolidamento delle reti religiose filoamericane nell’Europa occidentale del dopoguerra. Se poi si considera il profilo extrareligioso che altra documentazione lascia intravedere, quella stessa credenziale può essere letta anche come una efficace forma di copertura istituzionale — non nel senso di una conclusione già dimostrata, ma come problema storico che le fonti successive impongono di non eludere.

La lettera non formula l’obiezione. La rende inevitabile.

Conclusione

Questo documento, da solo, non autorizza caricature. Non dimostra che ogni pentecostale italiano conoscesse l’intero quadro; anzi, con ogni probabilità, gran parte di essi ne era all’oscuro.

Non mette in discussione la sincerità religiosa dei protagonisti né la realtà della persecuzione fascista, e non consente di ricostruire nella sua interezza la catena decisionale.

Dimostra però che, prima della nascita formale delle Assemblee di Dio in Italia, era già stata predisposta una procedura: finanziamenti, viaggio, indottrinamento sulle dottrine delle Assemblies of God americane, traduzione dei materiali, progetto organizzativo, credenziali politiche e religiose, accesso alle autorità, coordinamento con Frank B. Gigliotti, possibile affiliazione individuale e richiesta di un mandato ufficiale. Non semplici studi biblici, dunque, ma la preparazione di una nuova grammatica denominazionale.

L’operazione interveniva su un pentecostalismo che aveva appena respinto l’organizzazione come un «pericolo», manteneva legami con Francescon, Ottolini e con i nuclei italiani di Chicago e del Brasile, e custodiva una genealogia ecclesiologica diversa da quella delle Assemblies of God americane.

In questo passaggio emerge il binomio Gigliotti–Ness. Gigliotti aveva aperto il fronte diplomatico e protestante; Ness si preparava a operare all’interno del campo pentecostale. Il primo costruiva la cornice istituzionale; il secondo introduceva dottrina, linguaggio e struttura. Il mandato richiesto a Springfield aggiunge però un elemento ulteriore: conferiva a Ness una veste ufficiale con la quale entrare in Italia, presentarsi ai controlli di frontiera, muoversi sul territorio, incontrare autorità e svolgere la propria azione come rappresentante riconosciuto delle Assemblies of God. Ridurre quella veste alla sola funzione ecclesiastica significherebbe leggere la missione fuori dal quadro più ampio entro cui prese forma. La qualifica religiosa ne definiva la forma pubblicamente riconoscibile, senza necessariamente esaurirne le funzioni. Questa fonte non rende visibili tutti i livelli dell’operazione, ma ne documenta con notevole precisione il versante operativo.

Anche il metodo è riconoscibile. Verso Springfield, Ness insiste sul rischio che la situazione italiana venga «perduta per noi»; ai conduttori italiani l’organizzazione viene invece presentata come risposta alla vulnerabilità prodotta dalla persecuzione e dal dopoguerra. La proposta è sostenuta da fondi, formazione, credenziali e relazioni istituzionali. Qualora i conduttori pentecostali italiani non avessero aderito nella misura auspicata, restava la possibilità di affiliare individualmente quanti erano già stati avvicinati. Non una nascita spontanea, quindi, ma una strategia predisposta anche per l’eventualità di un’adesione parziale.

È in questa dinamica che si colloca l’ipotesi della persuasione indotta dal contesto. Comunità impoverite e provate dalla repressione si trovavano di fronte a interlocutori dotati di risorse economiche, reti internazionali, accesso alle istituzioni e di un progetto già delineato. La tutela poteva apparire necessaria, l’organizzazione una garanzia, l’affiliazione una scelta rassicurante. La forza della proposta risiedeva anche nella profonda asimmetria tra chi, uscito dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame e dalla persecuzione, cercava stabilità, e chi disponeva delle relazioni e delle risorse necessarie per offrirla secondo il proprio modello.

La missione si collocava inoltre in una congiuntura politica precisa: la dipendenza finanziaria italiana dagli Stati Uniti, la recente esclusione del Partito Comunista Italiano (PCI) e del Partito Socialista Italiano (PSI) dal governo De Gasperi, la diplomazia religiosa e i rapporti con funzionari italiani. La dimensione geopolitica oltrepassava dunque il semplice anticomunismo e l’inserimento dell’Italia nel nascente blocco atlantico.

Il programma prendeva forma nel 1947, alla vigilia della costituzione dello Stato d’Israele (1948), mentre il sionismo cristiano acquistava crescente rilievo negli ambienti evangelici statunitensi. L’introduzione della grammatica dottrinale delle Assemblies of God — entro la quale sionismo e dispensazionalismo avrebbero assunto un ruolo determinante — contribuiva a predisporre anche il riallineamento religioso del pentecostalismo italiano verso il nuovo orizzonte geopolitico americano e filo-israeliano. Presa in sé, la fonte non dimostra l’intera finalità di questo processo; collocata nella più ampia rete documentaria relativa a Ness e Gigliotti, ne illumina tuttavia uno dei presupposti teologici e operativi.

Non ne deriva la prova di una catena di comando unitaria, né è possibile ricondurre l’intero processo a una regia occulta centralizzata. Quanto emerge è però sufficiente a rendere storiograficamente insufficiente la narrazione della semplice assistenza fraterna: apparato denominazionale, diplomazia religiosa, pressione istituzionale, interessi anticomunisti e vulnerabilità economica dell’Italia del dopoguerra appartengono allo stesso quadro storico.

La mitopoiesi delle ADI può continuare a ricordare la persecuzione del 1935, ma non può più assumerla come spiegazione autosufficiente della nascita della denominazione. La persecuzione sotto il regime fascista fu reale; la fondazione delle Assemblee di Dio in Italia, nel 1947, fu tutt’altra cosa.

I pentecostali italiani furono il soggetto sofferente della vicenda, ma anche il campo sul quale si esercitò una profonda riorganizzazione. È in questo senso che si può parlare di «colonizzazione denominazionale»: non di coercizione esplicita, ma di un progressivo trasferimento del centro organizzativo, della rappresentanza, della memoria storica e dell’orientamento teologico verso un modello elaborato e sostenuto dall’esterno. Non si trattò del semplice adeguamento di un linguaggio dottrinale, bensì di un mutamento teologico che molti conduttori pentecostali dell’epoca non sembrano aver percepito nella sua portata. L’«investimento» economico documentato, il mandato richiesto da Ness, la (de)formazione dei responsabili secondo la teologia confessionale delle Assemblies of God — sionista, arminiana, dispensazionalista e pretribolazionista, in contrasto con quella dei pionieri pentecostali italiani — e l’introduzione di una differente ecclesiologia costituiscono indicatori convergenti di tale processo.

I tredici paragrafi nei quali si articola questo studio non pretendono di esaurire il contenuto della lettera né le sue implicazioni storiche. Il documento, conservato dall’autore da circa vent’anni, costituisce una tessera di un corpus molto più ampio, formatosi in oltre trent’anni di ricerca sulle origini delle Assemblee di Dio in Italia, entro un percorso di acquisizione, studio e pubblicazione di fonti inedite e di revisione storiografica.

Ulteriori fonti, già acquisite e non meno significative, permetteranno di precisare e ampliare aspetti della ricostruzione che la documentazione finora pubblicata ha lasciato soltanto intravedere. Saranno rese disponibili secondo i tempi richiesti dalla verifica, dal confronto e dalla contestualizzazione critica. Anche la lettera qui esaminata potrà ancora restituire elementi e connessioni che la presente analisi non ha approfondito.

Ogni integrazione documentaria e ogni diversa proposta interpretativa fondata sulle fonti meritano seria considerazione. Resta quindi aperto il confronto con studiosi e ricercatori interessati a discutere o integrare la ricostruzione proposta, nella convinzione che la ricerca progredisca sottoponendo le ipotesi al vaglio della documentazione, non preservando le narrazioni ricevute.

Il movimento pentecostale italiano non venne destrutturato: venne riorientato. Ciò che era nato anti-denominazionale fu progressivamente ricondotto entro una denominazione; ciò che aveva considerato l’organizzazione un «pericolo» finì per assumerla come principio ordinatore; ciò che guardava a Francescon, Lombardi, Ottolini, Chicago e al Brasile venne riallineato, attraverso l’azione di Gigliotti e Ness, all’orbita delle Assemblies of God di Springfield, Missouri. Anche sul piano teologico il mutamento fu profondo: un pentecostalismo che alle origini non era arminiano, sionista, dispensazionalista né pretribolazionista venne progressivamente ricondotto entro l’alveo confessionale delle Assemblies of God, nel quale questi orientamenti costituivano elementi qualificanti.

La nascita delle ADI deve pertanto essere collocata nella storia interna del pentecostalismo e, insieme, in quella delle reti religiose transatlantiche e dei processi attraverso i quali l’egemonia statunitense del dopoguerra si tradusse in forme culturali, ecclesiastiche e organizzative.

La fraternità fu il linguaggio. La persecuzione fascista fu il varco. Un investimento economico stimabile, in equivalente storico-sociale, nell’ordine dei 3,5 milioni di euro attuali fornì l’infrastruttura materiale. La pianificazione fu il metodo. La persuasione indotta dal contesto rese praticabile il passaggio. La colonizzazione denominazionale fu il processo. Le Assemblee di Dio in Italia furono l’esito.

Note storico-filologiche alla traduzione

  1. L’espressione «before the situation is lost to us» è stata resa con «prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano». Il calco «prima che la situazione sia perduta per noi» sarebbe formalmente possibile, ma in italiano risulterebbe debole sul piano pragmatico. Nel contesto epistolare, to be lost to us non indica soltanto il deteriorarsi della situazione italiana, bensì il rischio che il campo pentecostale italiano esca dalla sfera d’intervento, d’influenza e di orientamento degli interlocutori americani. La traduzione adottata conserva tale valore operativo senza irrigidire il testo in un calco innaturale.

  2. Il riferimento ai «fratelli svedesi» e a «George Jeffreys e la sua cerchia» conferma che Ness non percepiva il campo pentecostale svizzero, italiano e francese come uno spazio neutro o semplicemente bisognoso di assistenza, ma come un’area attraversata da pressioni concorrenti. L’espressione inglese his crowd, qui resa con «la sua cerchia», non è puramente descrittiva: segnala una distanza polemica rispetto all’ambiente riconducibile a Jeffreys. Quest’ultimo, fondatore delle Elim Pentecostal Churches e tra i più noti evangelisti pentecostali britannici degli anni Venti e Trenta, aveva ormai rotto con Elim e dato vita alla Bible Pattern Fellowship; nel 1947, dunque, non va automaticamente identificato con Elim come istituzione, ma rappresentava ancora una genealogia pentecostale britannica alternativa al modello americano delle Assemblies of God. Il dato illumina il valore pragmatico di «lost to us»: la situazione poteva essere perduta non solo rispetto alla continuità con le origini del pentecostaliso di Francescon. Lombardi e Ottolini, ma anche rispetto ad altri poli pentecostali europei.

  3. Nel 1947 il cambio lira/dollaro può essere assunto, sulla base della voce Treccani dedicata alla lira nel secondo dopoguerra, intorno a 350 lire per dollaro. Ne deriva il seguente calcolo: 1.500 dollari × 350 = 525.000 lire. Il successivo raffronto con le retribuzioni italiane del tempo non produce un valore matematico assoluto, ma un ordine di grandezza storico-sociale. Assumendo, con criterio prudenziale e comparativo, una mensilità operaia nell’ordine di 10.000–11.000 lire, la somma corrisponderebbe a circa 48–53 mensilità. Trasposte su una retribuzione contemporanea convenzionale di 1.500 euro mensili, tali mensilità suggeriscono un equivalente storico-sociale attuale nell’ordine di 72.000–80.000 euro. La stima non va intesa come rivalutazione monetaria rigorosa né come valore patrimoniale, ma come indicatore comparativo del peso economico-sociale che 1.500 dollari potevano assumere nell’Italia del 1947. Fonte: Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Antonello Biagioli, «Lira», Enciclopedia Italiana, Roma, Treccani.

  4. Il riferimento di Henry H. Ness a un prestito «superiore a 200.000.000 di dollari» va trattato con prudenza: non prova l’avvenuta concessione di un finanziamento di tale importo, ma registra una percezione coeva della congiuntura diplomatica e finanziaria. Le fonti statunitensi del 1947 confermano il quadro: nel gennaio De Gasperi discusse a Washington il prestito dell’Export-Import Bank; Menichella tentò di ottenere un finanziamento più ampio; nell’aprile l’ambasciatore James Dunn riferì da Roma che funzionari italiani ragionavano su esigenze ben superiori, fino a prospettare un credito nell’ordine di 800 milioni di dollari. La cifra indicata da Ness va dunque letta non come dato contabile definitivo, ma come indice della dipendenza finanziaria italiana dagli Stati Uniti.

    Resta però la domanda decisiva: Come faceva Henry H. Ness a conoscere un ordine di grandezza così vicino alle discussioni top secret in corso a Washington? Quali erano i suoi canali di informazione? Il quadro generale era pubblico: viaggio di De Gasperi, prestito Eximbank, fragilità economica italiana, estromissione delle sinistre dal governo. Ma la soglia indicata da Ness — «superiore a 200 milioni di dollari» — appare troppo aderente al lessico operativo della diplomazia economica americana per essere archiviata come semplice impressione giornalistica.

    La coincidenza documentaria è notevole. Nei giorni immediatamente precedenti la lettera di Ness, un memorandum top secret del Dipartimento di Stato, redatto il 3 giugno 1947 da Norman T. Ness, direttore dell’Office of Financial and Development Policy, delineava un pacchetto di misure a sostegno del governo italiano: utilizzo e rimodulazione del prestito Eximbank da 100 milioni di dollari, possibile ulteriore prestito di altri 100 milioni, restituzioni di oro italiano e altri strumenti di assistenza finanziaria. Il documento non autorizza alcuna identificazione tra Norman T. Ness e Henry H. Ness, né consente di stabilire un rapporto diretto tra i due. Ma colloca la soglia indicata dal pastore di Seattle fondatore delle ADI dentro un perimetro informativo tutt’altro che ordinario.

    Il punto è questo: il 19 giugno 1947 Henry H. Ness non mostra soltanto di conoscere il generico bisogno italiano di aiuti americani — dato tutto sommato pubblico —, ma un ordine di grandezza che circolava nei livelli riservati della diplomazia economica statunitense e compariva, in quelle stesse settimane, in documenti allora classificati top secret. La fonte non consente di affermare che egli avesse accesso diretto a quei documenti; obbliga però a registrare una prossimità informativa difficilmente liquidabile come coincidenza.

    Ad ogni modo, Ness non ragionava da semplice pastore e osservatore ecclesiastico. La sua valutazione del «momento psicologicamente più favorevole» presuppone una conoscenza sorprendentemente aderente alla congiuntura finanziaria, diplomatica e anticomunista in cui Washington stava collocando l’Italia. Il problema storico non è forzare la fonte oltre ciò che dice, ma prendere sul serio ciò che costringe a domandare: quelle informazioni provenivano da canali pubblici, dal circuito Gigliotti, da ambienti diplomatico-religiosi, o da reti più prossime ai centri decisionali e di intelligence americani? Allo stato della documentazione qui discussa, la domanda resta aperta; ma non può più essere evitata.

    Adesso, assumendo i 200.000.000 di dollari come soglia minima indicativa, il cambio coevo può essere calcolato sulla base del valore ufficiale di circa 350 lire per dollaro, fissato nell’agosto 1947. Ne deriva: 200.000.000 × 350 = 70.000.000.000 lire.

    Il successivo raffronto con le retribuzioni italiane dell’epoca non produce una rivalutazione finanziaria in senso stretto, ma una stima storico-sociale. Assumendo, con criterio prudenziale e comparativo, una mensilità operaia nell’ordine di 10.000–11.000 lire, la somma di 70 miliardi di lire corrisponderebbe a circa 6,36–7 milioni di mensilità operaie. Trasposte su una retribuzione contemporanea convenzionale di 1.500 euro mensili, tali mensilità suggeriscono un equivalente storico-sociale attuale nell’ordine di 9,5–10,5 miliardi di euro. Tale stima non va intesa come valore attualizzato rigoroso del prestito, né come conversione econometrica assoluta, ma come indicatore comparativo del peso economico-sociale che una somma superiore a 200 milioni di dollari poteva rappresentare nell’Italia del 1947.

    Il confronto con le fonti conferma dunque la prudenza necessaria: allo stato della documentazione qui richiamata, il passo di Ness non identifica una specifica operazione finanziaria conclusa per «oltre 200 milioni di dollari», ma riflette un contesto reale di negoziati, aspettative e pressioni finanziarie. Proprio questo rende significativa la sua osservazione sul «momento psicologicamente più favorevole»: l’Italia del 1947 cercava sostegno americano, e tale dipendenza costituiva, agli occhi di Ness, una finestra diplomatica utile per esercitare pressioni sulle autorità italiane.

    Fonti

    ▪️U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1947, The British Commonwealth; Europe, Volume III, Document 598, «Memorandum by the Director of the Office of Financial and Development Policy (Ness) to the Under Secretary of State for Economic Affairs (Clayton)», Washington, 3 giugno 1947.
    ▪️U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1947, The British Commonwealth; Europe, Volume III, Document 548, «Memorandum of Conversation, by Mr. George C. McGhee, Special Assistant to the Under Secretary of State for Economic Affairs (Clayton)», Washington, 7 gennaio 1947.
    ▪️U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1947, The British Commonwealth; Europe, Volume III, Document 576, «The Ambassador in Italy (Dunn) to the Secretary of State», Roma, 12 aprile 1947.
    ▪️Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Antonello Biagioli, «Lira», Enciclopedia Italiana, Roma, Treccani.
    ▪️Bank for International Settlements, Seventeenth Annual Report, Basel, 1947.

  5. I nomi citati da Ness appartengono ai vertici operativi delle Assemblies of God statunitensi. Fred Vogler fu una figura di rilievo della denominazione: immigrato dall’Australia, divenne uno dei dirigenti delle Assemblies of God e fu il primo direttore di quello che oggi è il dipartimento U.S. Missions; le fonti denominazionali lo attestano inoltre come Assistant General Superintendent in documentazione coeva o immediatamente successiva. J. Roswell Flower fu tra le figure fondative delle Assemblies of God e ricoprì il ruolo di General Secretary; Ernest S. Williams fu General Superintendent delle Assemblies of God dal 1929 al 1949; Noel Perkin, destinatario della lettera, fu responsabile delle missioni estere delle Assemblies of God dal 1927 al 1959, incarico indicato nelle fonti denominazionali con il titolo di Missionary Secretary, tanto da essere ricordato nell’ambiente denominazionale come «Mr. Missions». La presenza congiunta di Vogler, Flower, Williams, Perkin e Springfield mostra che il viaggio di Ness in Italia non era trattato come iniziativa privata o marginale, ma come questione sottoposta al circuito amministrativo, missionario e direzionale della denominazione americana.

  6. La «signorina Altura» va identificata con Ivana Altura, poi nota negli Stati Uniti come Yvonne Altura, giovane romana convertitasi al pentecostalismo durante la visita di H. H. Ness in Italia nel 1946 e successivamente studentessa presso l’Istituto Biblico da lui fondato. Ness la impiegò per tradurre in italiano materiali destinati ai fratelli italiani; in altre occasioni ricorse anche a Maria Arcangeli, altra giovane romana e studentessa italiana negli Stati Uniti. Il dato mostra che la mediazione linguistica tra Ness e l’ambiente pentecostale italiano passò anche attraverso queste prime studentesse italiane, non attraverso traduttori esterni al circuito missionario. Si veda Filippo Chinnici, «I primi studenti pentecostali italiani furono donne», in Storia Pentecostale.

  7. «Written authority from an organized religious body» è stato tradotto «autorizzazione scritta rilasciata da un organismo religioso organizzato». Qui authority non designa un’autorità astratta né una facoltà spirituale genericamente riconosciuta, ma un documento ecclesiastico con funzione legittimante. Non si è scelto «organismo religioso legalmente riconosciuto», perché l’inglese non afferma esplicitamente un riconoscimento legale in senso tecnico; indica piuttosto un soggetto religioso formalmente organizzato, identificabile e quindi spendibile anche davanti alle autorità civili.

  8. «Letter of endorsement» è stato reso con «lettera di raccomandazione ufficiale». Nel lessico evangelico-pentecostale, endorsement non equivale a una semplice approvazione privata o a una generica attestazione di stima personale; indica una dichiarazione formale con cui un organismo ecclesiastico riconosce l’affidabilità, la buona reputazione e l’idoneità ministeriale di una persona. Nel caso specifico, la lettera richiesta dal fratello siciliano avrebbe avuto anche funzione di accreditamento esterno, poiché collegata alla possibilità concreta di predicare il Vangelo in un contesto di restrizione amministrativa e pressione civile.

  9. «Bringing pressure to bear» è stato tradotto «esercitare pressione». L’espressione inglese ha un’intensità pragmatica superiore a formule come «sensibilizzare», «intercedere» o «richiamare l’attenzione»: indica l’attivazione deliberata di relazioni, credenziali, lettere autorevoli e canali istituzionali per produrre un effetto concreto sui destinatari dell’azione. Nel contesto della lettera, la pressione non è presentata come semplice appello morale, ma come strumento operativo nei confronti delle autorità italiane.

  10. L’espressione «Council of Churches» non è stata tradotta con il calco «Consiglio delle Chiese», perché tale formula, in italiano, risulterebbe storicamente opaca. Nel contesto statunitense del secondo dopoguerra, i councils of churches erano organismi ecumenici protestanti di cooperazione interecclesiastica, attivi a livello locale, regionale o nazionale. Poiché Ness scriveva da Seattle e, nello stesso passaggio, menziona il governatore dello Stato di Washington, il sindaco di Seattle, il console italiano a Seattle e altre credenziali raccolte nel suo ambiente istituzionale immediato, il riferimento più probabile è a un organismo ecumenico protestante dell’area di Seattle, verosimilmente il Seattle Council of Churches. L’attuale Church Council of Greater Seattle fa risalire le proprie origini alla Seattle Federation of Churches, costituita nel 1919 e successivamente nota come Seattle Council of Churches, Greater Seattle Council of Churches e, dal 1976, Church Council of Greater Seattle. La menzione del Council of Churches mostra dunque che Ness, pur essendo ministro delle Assemblies of God, cercava credenziali anche presso ambienti protestanti ecumenici più ampi, dotati di maggiore riconoscibilità pubblica davanti alle autorità civili. Fonte: Church Council of Greater Seattle, «Our History».

  11. Il «console italiano a Seattle» menzionato da Ness va identificato, sulla base della documentazione disponibile, con il dott. Marcello Mochi, nominato vice console italiano a Seattle nel febbraio 1947. La differenza terminologica non costituisce un ostacolo: in una lettera non tecnica, destinata a interlocutori ecclesiastici americani, Ness poteva indicare genericamente come «console» il funzionario consolare italiano presente in città, senza precisarne il grado amministrativo.

    Il dato rilevante è la funzione. Secondo la lettera, quel funzionario aveva già scritto ai funzionari del governo a Roma per informarli dell’arrivo di Ness e chiedere collaborazione in relazione alla sua missione. Ciò significa che, accanto alle credenziali americane, Ness disponeva anche di una mediazione consolare italiana capace di anticipare la sua visita presso Roma.

    Il profilo di Mochi rende il passaggio ancora più significativo. Valdese, uomo di relazioni e figura collocata nel punto d’incontro tra mondo protestante, diplomazia italiana, apparati di intelligence e reti transnazionali del dopoguerra, egli mostra come l’azione di Ness non si muovesse soltanto lungo canali pentecostali. Prima ancora della partenza, il pastore di Seattle poteva contare su accreditamenti americani e su una sponda consolare italiana. La missione si presentava come religiosa, ma il suo dispositivo operativo era già istituzionale e politica. Per un primo inquadramento del ruolo di Mochi e delle successive connessioni con l’ambiente valdese catanese, si veda Filippo Chinnici, «Henry Ness, il fondatore delle Assemblee di Dio in Italia», in Storia Pentecostale.

  12. La formula «most psychological time» è stata resa con «momento psicologicamente più favorevole». L’espressione è insolita anche in inglese e non va intesa in senso psicologico individuale. Nel discorso di Ness indica una congiuntura storica ritenuta particolarmente propizia all’intervento: l’Italia, secondo la sua lettura, si trovava in una condizione di esposizione economica e diplomatica verso gli Stati Uniti. Il riferimento al prestito superiore a 200 milioni di dollari non va confuso tecnicamente con il Piano Marshall già operativo: nel giugno 1947 il piano era stato appena enunciato come prospettiva politica, mentre l’European Recovery Program sarebbe entrato in funzione soltanto nel 1948. Il passo va quindi collocato nella fase dei negoziati finanziari italo-americani, dei crediti Eximbank e delle misure di assistenza che precedettero e prepararono la più ampia architettura degli aiuti americani. La traduzione conserva quindi il valore semantico di «occasione favorevole» senza perdere la sfumatura psicolinguistica dell’originale, che interpreta la vulnerabilità politica come finestra d’azione.

  13. «More or less, represented the Protestants as a whole» è stato tradotto «in sostanza, rappresentava il protestantesimo nel suo insieme». Il calco «più o meno rappresentava» sarebbe possibile, ma in italiano avrebbe un tono colloquiale e impreciso. In questo contesto more or less svolge una funzione attenuativa: Ness non formula una definizione giuridica del mandato di Gigliotti, ma una valutazione operativa della sua funzione. Gigliotti viene presentato come figura capace di muoversi nel campo protestante generale; Ness, invece, rivendica per un ministro pentecostale una maggiore efficacia sulla specifica «situazione pentecostale».

  14. «The Protestants as a whole are not greatly molested in Italy» è stato reso con «i protestanti, nel loro complesso, non subiscono gravi vessazioni in Italia». Il verbo to molest, nel contesto storico e amministrativo della lettera, non ha il valore moderno prevalente di molestia sessuale, ma indica l’essere disturbati, ostacolati, vessati o perseguitati. La resa «gravi vessazioni» evita un equivoco semantico contemporaneo e restituisce il senso storico-religioso del passo.

  15. «In behalf of the Pentecostal Churches in Italy» è stato tradotto «a favore delle Chiese pentecostali in Italia». La scelta evita la resa più forte «per conto delle Chiese pentecostali in Italia», che in italiano implicherebbe con maggiore nettezza una delega formale conferita dalle chiese italiane. L’inglese in behalf of conserva una maggiore ampiezza semantica, oscillando tra l’azione compiuta «a favore di» qualcuno e una rappresentanza esercitata «per conto di» qualcuno. Proprio questa indeterminatezza è storicamente rilevante: Ness chiede una lettera ufficiale che lo accrediti come rappresentante delle Assemblies of God in America in relazione alle chiese pentecostali italiane, mentre il testo non prova che il campo pentecostale italiano nel suo insieme gli avesse conferito una delega formale.

  16. «Relief» è stato reso con «soccorso». Nel lessico inglese del dopoguerra il termine può indicare aiuto, assistenza, sollievo o sostegno materiale-istituzionale. «Assistenza» sarebbe possibile, ma più generico; «soccorso» conserva meglio la connotazione emergenziale del contesto postbellico e persecutorio evocato nella lettera.

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