Il binomio Ness-Gigliotti: un altro tassello inedito nella storia rimossa delle ADI

La lettera Ness-Perkin del 19 giugno 1947 documenta una sinergia operativa già in atto: Frank B. Gigliotti sul fronte diplomatico-protestante, Henry H. Ness su quello pentecostale-organizzativo.

© di Filippo Chinnici

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Hollywood Temple
Assemblea di Dio
East 49th and Eighth Avenue N.E.
Seattle 5, Washington

19 giugno 1947

 

Rev. Noel Perkin
Segretario missionario
Assemblies of God
336 West Pacific Street
Springfield, Missouri

Caro fratello Perkin,

ho ricevuto la tua lettera del 16 giugno e sono molto lieto di sapere che sei rientrato.

Durante la sua recente visita a Seattle, il fratello Vogler ha espresso la convinzione che ciò che occorre fare in Italia debba essere fatto subito, prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano. Egli ha scritto al fratello Flower in merito al finanziamento del mio viaggio, esprimendo la convinzione che, se fosse stato in qualche modo possibile, si dovessero stanziare 1.500 dollari (ca. 72.000-80.000 € attuali).

Forse il fratello Flower ha già discusso la questione con te. Anch’io ho scritto al fratello Flower e al fratello Williams riguardo al mio viaggio in Italia.

Come ti ho comunicato nella mia ultima lettera, la prenotazione e il biglietto sono già stati confermati: partirò da Seattle per Roma il 28 luglio e rientrerò da Londra il 14 settembre.

Oggi ho ricevuto una comunicazione dei fratelli italiani, sottoscritta da diciannove firmatari, nella quale essi dichiarano di attendere con vivo desiderio il mio ritorno in Italia. Sto impegnando la signorina Altura nella traduzione italiana di alcuni miei appunti sull’organizzazione e su altre questioni vitali; il materiale sarà ciclostilato e portato con me per le conferenze.

La persecuzione è ancora in corso, specialmente nell’Italia meridionale. Come ho scritto al fratello Williams nella mia ultima lettera, ad alcuni fratelli viene proibito di predicare il Vangelo perché non dispongono di alcuna autorizzazione scritta rilasciata da un organismo religioso organizzato. Il 17 giugno ho ricevuto una lettera da uno dei principali fratelli della Sicilia, il quale mi chiedeva se potesse ottenere dalle Assemblies of God una lettera di raccomandazione ufficiale che lo autorizzasse a predicare il Vangelo.

Nel recarmi in Italia ho in mente un programma articolato in tre punti:

  1. impartire studi biblici, in varie conferenze, sulle dottrine delle Assemblies of God;
  2. adoperarmi per unire i fratelli italiani in un organismo ecclesiastico organizzato, cosa assolutamente indispensabile se dovranno resistere alla pressione e alla persecuzione che li attendono;
  3. affrontare con il presidente del Consiglio De Gasperi e con altri funzionari italiani la questione della persecuzione dei nostri fratelli italiani.

A tale scopo dispongo ora di lettere del governatore dello Stato di Washington, del sindaco di Seattle e di diversi senatori e membri del Congresso, oltre che di autorevoli organizzazioni religiose, quali il Council of Churches (verosimilmente il consiglio ecumenico protestante dell’area di Seattle), e la YMCA, ecc. Queste lettere si riveleranno utili non solo per ottenere accesso a uomini d’autorità, ma anche per esercitare pressione. Dispongo inoltre di una lettera del console italiano qui a Seattle, il quale ha scritto ai funzionari del governo a Roma per informarli del mio arrivo e chiedere la loro collaborazione in relazione alla mia missione.

Ritengo di recarmi in Italia nel momento psicologicamente più favorevole. Il governo italiano, infatti, sta attualmente cercando di mostrarsi molto amichevole e diplomatico verso il nostro governo, poiché intende richiedere un prestito superiore a 200.000.000 di dollari. L’Italia versa davvero in una condizione disperata e ha bisogno di aiuto; senza dubbio farà tutto ciò che è in suo potere per rendersi amica l’America. Come primo passo in questa direzione, la componente comunista è stata estromessa dal governo.

Sento profondamente nel cuore che Dio è in tutto questo; diversamente, non tenterei nemmeno di compiere questo viaggio, perché esso comporta molto duro lavoro e mi costringe ad andare là nella stagione più calda dell’anno. Tuttavia, qualcosa deve essere fatto ora o mai più. Avverto un grande bisogno di preghiera per questo viaggio, poiché riveste un’importanza estrema.

Senza dubbio avrai constatato anche tu che, tra i fratelli svizzeri, italiani e francesi, il sentimento generale è che essi desiderino una qualche forma di organizzazione. Hanno mostrato soltanto una certa esitazione a motivo della pressione esercitata dai fratelli svedesi e da George Jeffreys con la sua cerchia. Tuttavia, ritengo che tale esitazione possa essere superata, una volta che comprenderanno che noi fratelli americani non abbiamo alcun secondo fine, ma siamo spinti dall’amore di Dio a offrire il nostro aiuto in questo momento estremamente critico.

Nell’ultima lettera che ho ricevuto dal dottor Gigliotti, egli afferma che, sebbene a suo giudizio alcune cose siano state ottenute, non è tuttavia pienamente soddisfatto. Io ritengo che un ministro rappresentante della Chiesa pentecostale avrà maggiore incidenza sulla situazione pentecostale rispetto al dottor Gigliotti, il quale, in sostanza, rappresentava il protestantesimo nel suo insieme. I protestanti, nel loro complesso, non subiscono gravi vessazioni in Italia; a subirle sono soltanto coloro che non sono organizzati, come i fratelli pentecostali e un piccolo gruppo di avventisti del settimo giorno.

Mi domando dunque se, nel caso in cui non riuscissi a organizzare i fratelli italiani nella misura da noi auspicata, sarebbe possibile conferirmi l’autorità di incontrare singoli pastori in Italia che desiderassero affiliarsi alle Assemblies of God per la protezione del loro ministero. Ho ricevuto lettere da fratelli italiani che desiderano affiliarsi a noi. Ti pregherei di sottoporre questa questione ai fratelli.

Per quanto riguarda il denaro stanziato per il mio viaggio, puoi inviarmelo perché sia usato per l’acquisto dei biglietti relativi al mio viaggio in Italia.

Ritengo inoltre opportuno ricevere dalla sede centrale una lettera ufficiale nella quale si dichiari che vengo inviato formalmente come rappresentante delle Assemblies of God in America a favore delle Chiese pentecostali in Italia, per quanto riguarda la libertà religiosa e il soccorso.

Il Signore ti benedica.

Tuo fratello in Cristo,

Henry H. Ness

La lettera del 19 giugno 1947, inviata da Henry H. Ness a Noel Perkin, Missionary Secretary delle Assemblies of God statunitensi, non è una comune comunicazione missionaria. È un documento operativo. A meno di due mesi dal convegno di Napoli del 16-18 agosto 1947, Ness non racconta la nascita delle Assemblee di Dio in Italia: ne prepara le condizioni. Ma quelle condizioni non vengono preparate in un vuoto. Il pentecostalismo italiano si era già rimesso in movimento dopo la persecuzione del 1935-1943, aveva già tentato una propria ricomposizione e aveva già manifestato una forte resistenza verso l’organizzazione denominazionale.

Il lettore dispone già del documento originale e della traduzione italiana. Non occorre dilatare il quadro, ma leggerne la logica interna. Non siamo davanti a un testo polemico, redatto a posteriori per accusare qualcuno, bensì a una comunicazione interna, amministrativa e confidenziale, scritta mentre l’operazione era in corso. Proprio per questo pesa.

Il documento non racconta: procede

La lettera va trattata per ciò che è: non un ricordo, non un manifesto, non un testo apologetico, ma una comunicazione istituzionale interna. Carta intestata, destinatario missionario, timbro di ricezione, sigla finale, successione ordinata degli argomenti e richiesta conclusiva di mandato mostrano un documento inserito in una procedura. La lettera non racconta la nascita delle ADI: la rende amministrativamente praticabile.

La sua forza non sta in una frase isolata, ma nella concatenazione. Ness costruisce la necessità prima di formulare la richiesta: urgenza, fondi, viaggio, richieste italiane, persecuzione, programma, credenziali, momento politico, Gigliotti, affiliazione, mandato. Il destinatario viene condotto a riconoscere l’autorità richiesta non come un favore, ma come l’esito naturale del ragionamento.

1. Non un uomo solo, ma una catena americana

La cornice parla prima dei singoli passaggi. Nella lettera compaiono Vogler, Flower, Williams, Perkin, Springfield; si parla di finanziamento, viaggio, lettere ufficiali, mandato, autorità, affiliazione. Il documento non consente di ridurre tutto all’iniziativa personale di un missionario zelante. Ness è il soggetto operativo, ma attorno a lui si muove un circuito americano. La questione italiana è già entrata in una rete decisionale statunitense. Non siamo ancora davanti alle ADI formalmente costituite; siamo davanti al loro laboratorio preliminare.

Il nome di Fred Vogler rende il quadro ancora più significativo. Vogler non era un semplice credente di passaggio, ma uno dei dirigenti nazionali delle Assemblies of God: Assistant General Superintendent dal 1937, executive officer per quattordici anni, primo direttore dell’Home Missions Department dopo la separazione del 1945 e, nel 1947, responsabile anche del nuovo Department of Benevolences. L’urgenza di intervenire in Italia «prima che la situazione sfugga al nostro controllo» non proviene dunque dalla periferia emotiva del movimento, ma da un uomo collocato nel cuore dell’apparato decisionale.

Vogler formula l’urgenza; Ness la assume e la trasmette; Perkin la riceve come segretario missionario; Springfield è chiamata a fornire fondi, copertura e mandato. Non è una conversazione privata. È catena amministrativa. La mitopoiesi confessionale vorrebbe una nascita spontanea dal basso; il documento mostra un meccanismo confessionale americano già in movimento dall’alto, mentre sul campo italiano era ancora aperta la contesa fra continuità pionieristica e inquadramento denominazionale.

2. «Prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano»

Il primo varco del documento si apre nella frase che Ness riferisce a Vogler: «prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano». L’originale inglese è ancora più rivelatore: «before the situation is lost to us», letteralmente «prima che la situazione sia perduta per noi».

La formula non nasce da Ness: egli la attribuisce a Vogler. Ma il dato non la indebolisce; la rafforza. Non siamo davanti alla battuta di un osservatore marginale, ma alla valutazione di un alto dirigente delle Assemblies of God. Ness non la attenua, non la corregge, non se ne distanzia. La trasferisce a Perkin come premessa dell’urgenza operativa. È di Vogler nell’origine; diventa di Ness nella funzione.

Il nodo è «lost to us», «perduta per noi». Non indica semplicemente una situazione che peggiora, ma il rischio che una fase già avviata dell’intervento americano fallisca rispetto a un soggetto determinato. Nel giugno 1947 le ADI non sono ancora ufficialmente nate; l’inquadramento denominazionale americano non è ancora compiuto. Ma il campo italiano non è vuoto né inerte.

Dal 1944, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, il pentecostalismo italiano aveva avviato una prima forma di coordinamento su base regionale. Vincenzo Federico, entrato in contatto con i cappellani militari pentecostali americani, aveva promosso il convegno di Raffadali del 25-27 agosto 1944; nel 1945, ancora a Raffadali, si tenne un nuovo convegno, più ampio, con la partecipazione anche di fratelli del continente. Prima che Ness chieda mandato a Springfield, dunque, esisteva già un tentativo italiano di ricucire il movimento dopo la persecuzione del 1935-1943.

Il dato decisivo, però, è un altro. Secondo la testimonianza primaria di Roberto Bracco, presente al convegno del 1945, proprio lì fu posto per la prima volta all’ordine del giorno il problema dell’organizzazione. La proposta proveniva dalla chiesa di Palermo, ma la reazione fu immediata e talmente massiccia da indurre i proponenti a ritirarla prima ancora che fosse discussa. I fratelli giunti dal continente furono tra i più decisi a opporsi e, a convegno concluso, si ritennero soddisfatti di avere scongiurato il «pericolo» dell’organizzazione. (R. Bracco, La verità vi farà liberi, stampato in proprio, Roma, p. 6)

Il pentecostalismo italiano non era semplicemente privo di organizzazione, ma aveva appena respinto l’organizzazione come pericolo. Non mancava soltanto una struttura: esisteva una resistenza esplicita alla struttura. Non si trattava di colmare un vuoto amministrativo, ma di superare un rifiuto legato all’ecclesiologia biblica.

Il pentecostalismo italiano non era semplicemente privo di organizzazione, ma aveva appena respinto l’organizzazione come pericolo. Non mancava soltanto una struttura: esisteva una resistenza esplicita alla struttura. Non si trattava di colmare un vuoto amministrativo, ma di superare un rifiuto legato all’ecclesiologia biblica.

Anche i soccorsi e i contatti con l’estero non passavano necessariamente da Springfield, che fino ad allora rappresentava un soggetto estraneo. Le comunità italiane avevano ripreso i rapporti con Luigi Francescon, con la Congregazione Cristiana di Chicago e con le chiese del Brasile da lui fondate, dalle quali giunsero aiuti concreti ai credenti provati dalla guerra e dalla persecuzione. Esisteva già una rete transatlantica pentecostale, ma non era quella delle Assemblies of God statunitensi. Era la rete delle origini: francesconiana, congregazionalista, anti-denominazionale.

La posta, dunque, non era soltanto amministrativa. In gioco vi era l’eredità stessa del pentecostalismo italiano: la memoria di Francescon, Lombardi e Ottolini; la diffidenza verso la creazione di denominazioni confessionali; la distanza dal dispensazionalismo e dal sionismo cristiano; la sensibilità originaria verso il proponimento eterno di Dio e l’elezione dei santi, maturata nella continuità con l’ambiente presbiteriano italiano di Chicago e con la predicazione di William H. Durham.

Ricondurre quel movimento nell’orbita delle Assemblies of God significava spostarlo da una genealogia teologica a un’altra: prendere l’albero con le sue radici e trapiantarlo in un altro terreno.

Perciò «lost to us» non significa perdere qualcosa che gli americani possiedono già in forma ufficiale. Significa rischiare che la riorganizzazione italiana prosegua fuori dal disegno di Springfield: nella continuità pionieristica di Francescon, Lombardi e Ottolini; attraverso i soccorsi di Chicago e del Brasile; mediante soluzioni locali come Raffadali; oppure secondo modelli europei concorrenti.

La stessa lettera conferma questa contesa quando Ness parla dei fratelli svizzeri, italiani e francesi. A suo giudizio, il sentimento generale sarebbe favorevole a «una qualche forma di organizzazione», ma rimarrebbe un’esitazione dovuta alla pressione dei fratelli svedesi e dell’area di George Jeffreys. Il passaggio è decisivo. Ness non vede comunità isolate in attesa di Springfield; vede un campo pentecostale europeo attraversato da pressioni concorrenti. Il problema non era soltanto organizzare, ma stabilire quale organizzazione, quale genealogia ecclesiastica e quale centro internazionale avrebbe orientato la ricomposizione del dopoguerra.

George Jeffreys non era un nome marginale. Fondatore delle Elim Pentecostal Churches, era stato uno dei più noti evangelisti pentecostali britannici tra gli anni Venti e Trenta, protagonista di campagne di risveglio, guarigioni e fondazioni ecclesiali che avevano segnato il pentecostalismo europeo. Dopo la rottura con Elim, tra il 1939 e il 1940, e la nascita della Bible Pattern Fellowship, la sua influenza non aveva più la forza espansiva degli anni precedenti; tuttavia il suo nome continuava a rappresentare una genealogia pentecostale britannica alternativa al modello americano delle Assemblies of God.

Questo dettaglio precisa il senso di «lost to us». La situazione poteva essere «perduta» non perché mancassero iniziative, ma perché le iniziative erano molte: la memoria francesconiana, i soccorsi di Chicago e del Brasile, la riorganizzazione italiana, le pressioni svedesi, l’area Jeffreys e l’offerta americana delle Assemblies of God. Springfield non interviene in un deserto; interviene in una competizione.

Qui emerge il senso più profondo della formula. Non si trattava soltanto di aiutare un movimento perseguitato, ma di sottrarlo alla sua continuità pionieristica e ricollocarlo dentro una nuova forma denominazionale. Il pentecostalismo italiano era ancora legato alla sua matrice italo-americana originaria; l’operazione americana mirava a installarlo in un’altra architettura ecclesiastica, quella delle Assemblies of God.

Tentativi analoghi di attrazione furono rivolti anche verso le chiese brasiliane nate dall’opera di Francescon, ma lì non produssero lo stesso esito. La differenza non fu soltanto ecclesiastica: fu geopolitica. L’Italia del 1947 era un Paese sconfitto, dipendente dagli aiuti americani, politicamente instabile, collocato al centro del Mediterraneo e già entrato nella logica della Guerra fredda. Per questo il pentecostalismo italiano non era soltanto un’eredità spirituale da contendere alla rete francesconiana; era un frammento religioso da ricollocare dentro l’orbita dell’Occidente atlantico. In Brasile l’operazione non riuscì. In Italia sì.

La lettera si colloca esattamente su questa soglia. L’influenza statunitense è già iniziata, anche attraverso cappellani militari americani pentecostali, contatti epistolari, richieste di aiuto e canali di accreditamento; ma l’inquadramento nelle Assemblies of God non è ancora compiuto. Il campo è in movimento, ma non ancora conquistato. La riorganizzazione è possibile, ma la sua direzione resta contesa.

Quel «to us», «per noi», è la spia grammaticale del documento. Introduce un «noi» che non coincide con i pentecostali italiani perseguitati, né con i pionieri, né con le reti francesconiane che stavano già inviando aiuti, né con gli altri modelli pentecostali europei in competizione. Coincide con il circuito americano-denominazionale che osserva, valuta e prepara l’intervento. La frase non dice semplicemente che bisogna aiutare i fratelli prima che la situazione precipiti. Dice che bisogna intervenire prima che una riorganizzazione già in corso sfugga all’orbita delle Assemblies of God statunitensi.

«Lost to us» significa allora questo: non perdere un vuoto, ma perdere un’eredità già contesa; non lasciare senza aiuto comunità disperse, ma impedire che il pentecostalismo italiano tornasse alla sua radice francesconiana, o venisse attratto da altri modelli europei, invece di entrare nella nuova grammatica confessionale americana.

L’urgenza sembra pastorale, ma la preposizione la rende strategica. Non «lost», semplicemente «perduta». «Lost to us»: «perduta per noi». Non perduta in astratto, ma perduta rispetto a un soggetto che non ha ancora ufficializzato il controllo denominazionale del campo e teme di non riuscire più a ricondurlo nella propria orbita.

3. L’urgenza non è solo spirituale

Henry H. Ness scrive:

«qualcosa deve essere fatto adesso, oppure non sarà più fatto».

Isolata dal contesto, la frase potrebbe sembrare il grido di un missionario preoccupato per fratelli perseguitati. Ma una fonte non si legge scegliendo le frasi più edificanti; si legge osservando il lessico che le circonda. E qui il lessico è inequivocabile: finanziamento, biglietti, conferenze, credenziali, funzionari italiani, pressione, organizzazione, affiliazione, mandato ufficiale.

La questione decisiva non è stabilire se Ness fosse religiosamente sincero. Probabilmente lo era. Ma la sincerità non cancella la funzione del testo. In questa lettera l’urgenza spirituale diventa argomento operativo; la persecuzione diventa leva; l’assistenza entra in una procedura. Il linguaggio resta religioso, ma il metodo è politico-denominazionale.

Quel «adesso, oppure non sarà più fatto» non va quindi ridotto a pathos missionario. È una formula di accelerazione decisionale. Serve a ottenere consenso, fondi, copertura e mandato.

L’urgenza non nasce soltanto dalla sofferenza dei pentecostali italiani. Nasce anche dal rischio che una riorganizzazione già in corso, già intercettata dall’influenza americana, ma ancora legata alla memoria francesconiana, alle reti di Chicago e del Brasile e al rifiuto dell’organizzazione denominazionale, non venga ricondotta nell’orbita delle Assemblies of God statunitensi.

4. Il programma triplice: dottrina, struttura, Stato

Ness dichiara: «Nel recarmi in Italia ho in mente un programma articolato in tre punti». I tre punti sono: impartire studi biblici sulle dottrine delle Assemblies of God; unire i fratelli italiani in un organismo strutturato; affrontare con De Gasperi e altri funzionari italiani la questione della persecuzione.

L’ordine è rivelatore: dottrina, struttura, diplomazia statale. Prima si forma il pensiero; poi si costruisce il corpo; infine si cerca riconoscimento istituzionale attraverso strumenti di pressione. Non è la sequenza casuale di una visita fraterna, ma l’architettura di un’operazione denominazionale e geopolitica.

Il dato pesa ancora di più se letto sullo sfondo di Raffadali: due anni prima, l’organizzazione era stata percepita come «pericolo» e respinta prima ancora di essere discussa. Ness non porta dunque una soluzione neutra a un problema mai affrontato; riapre, con autorità americana, una questione che il movimento italiano aveva già bloccato dall’interno.

Non si tratta di generico insegnamento biblico, ma di formazione dottrinale confessionale ben identificabile. Si produce una forma organizzata e quella forma viene poi presentata all’autorità civile.

Qui la lettera diventa difficilmente aggirabile. Se tutto fosse stato spontaneo, perché il programma era già scritto prima del convegno di Napoli? Se tutto fosse stato soltanto assistenza ai fratelli pentecostali perseguitati, perché l’assistenza passa attraverso le «dottrine delle Assemblies of God», un «organismo strutturato», le autorità italiane, la pressione, l’affiliazione e il mandato ufficiale?

Il punto non è negare le discriminazioni ancora subite dai pentecostali in alcune aree rurali della penisola, ma distinguerle dalla trasformazione istituzionale costruita sopra di esse. Dopo lo sbarco alleato, il crollo del regime fascista e l’avvio del nuovo quadro repubblicano, non si era più nel 1935: la questione non era la libertà in astratto, ma il riconoscimento amministrativo, la protezione degli «Anziani» — come si chiamavano allora i ministri pentecostali italiani che aborrivano il titolo di «pastore» — e la capacità di presentarsi davanti alle autorità come soggetto organizzato. I pentecostali italiani avevano bisogno di garanzie; Ness porta un programma. Avevano bisogno di tutela effettiva; Ness porta dottrina, struttura e rappresentanza. Avevano bisogno di soccorso; Springfield viene chiamata a fornire copertura.

Qui la narrazione spontanea si inceppa. Prima della conferenza di Napoli, Ness non parte con una disponibilità generica ad aiutare: parte con un programma già ordinato. Non solo predicazione, non solo soccorso, ma dottrina confessionale da trasmettere, forma ecclesiastica da produrre, interlocuzione politica da attivare. La nascita delle ADI non appare più come l’esito naturale della persecuzione del 1935, ma come il risultato di una preparazione già messa per iscritto.

5. Diciannove firme

Ness scrive di avere ricevuto una comunicazione dei fratelli italiani, sottoscritta da diciannove firmatari, nella quale essi dichiarano di attendere con vivo desiderio il suo ritorno in Italia. Subito dopo cita la lettera di uno dei principali fratelli della Sicilia — figura che la documentazione coeva consente verosimilmente di ricondurre a Vincenzo Federico — il quale chiedeva una raccomandazione ufficiale delle Assemblies of God per essere autorizzato a predicare il Vangelo.

Il dato pesa proprio perché Federico non era una figura marginale. Dopo lo sbarco alleato in Sicilia, fu tra i protagonisti della ripresa dei rapporti fra i pentecostali italiani; convocò il convegno di Raffadali del 1944 e svolse un ruolo centrale anche in quello del 1945. Non siamo davanti a un credente isolato che scrive dagli estremi del movimento, ma a uno degli uomini impegnati a ricomporre il pentecostalismo italiano dopo gli anni della persecuzione del 1935.

Qui, però, occorre evitare l’equivoco. Le diciannove firme non provano un consenso unanime del pentecostalismo italiano verso la soluzione americana. Indicano piuttosto l’esistenza di un fronte interno che non aveva accettato, o comunque temeva, l’esito del convegno del 1945, quando il progetto di organizzazione era stato respinto con tale forza da essere ritirato prima ancora della discussione. Quei firmatari non chiedono soltanto una visita fraterna: guardano già a Ness come alla sponda capace di riaprire dall’esterno la questione che il movimento aveva bloccato dall’interno.

Il passaggio diventa così più grave. I pentecostali italiani non sono inventati: esistono, soffrono, scrivono, chiedono aiuto. La persecuzione non è un pretesto immaginario. Ma quella richiesta nasce dentro una frattura, non dentro un vuoto. Esisteva già una riorganizzazione locale; esistevano contatti con Chicago e con il Brasile; arrivava una solidarietà economica dalle chiese legate a Francescon; soprattutto, pesava ancora una diffidenza radicale verso la denominazione, sancita nel 1945 dal ritiro della proposta organizzativa. Le diciannove firme si collocano sull’altra linea: non la continuità con quel rifiuto, ma il tentativo di superarlo mediante l’appoggio americano.

Per questo la lettera di Federico, letta da Ness, assume un valore strategico. La domanda di protezione viene tradotta in una grammatica americana: autorizzazione scritta, organismo religioso organizzato, protezione ministeriale, affiliazione, rappresentanza. Il bisogno reale di tutela non viene negato; viene ricodificato. Ciò che per Federico poteva apparire come richiesta di garanzia ministeriale diventa, nella logica di Ness, argomento per dimostrare l’urgenza di un organismo riconoscibile e quindi di una struttura.

La vulnerabilità diventa rappresentanza. Chi chiede tutela entra nel linguaggio di chi può concederla; chi chiede una raccomandazione viene ricollocato dentro un sistema; chi cerca protezione viene portato dentro una procedura. E la procedura non è neutra: produce accreditamento, dipendenza, riconoscimento, governo.

Qui la mitopoiesi cede nel suo punto più sensibile. Non perché la sofferenza fosse falsa, ma perché proprio quella sofferenza divenne il varco dell’inquadramento. I diciannove firmatari chiedono aiuto; Federico chiede una raccomandazione; Ness legge in quelle richieste la possibilità di rappresentare, organizzare e legittimare. Tutto questo avviene mentre una parte consistente del pentecostalismo italiano aveva già respinto il «pericolo» dell’organizzazione.

Le diciannove firme non cancellano il «no» del 1945. Lo aggirano. Non dimostrano che il movimento volesse diventare denominazione; mostrano che una componente interna era pronta a cercare nell’America ciò che non era riuscita a ottenere nel convegno. La fraternità apre la porta. La struttura entra. E la richiesta di protezione, nata dentro un movimento ancora legato alle sue origini anti-denominazionali, diventa uno degli argomenti per condurlo verso una forma che quelle origini avevano appena rifiutato.

6. Gigliotti e Ness

Il cuore della lettera è nel passaggio in cui Ness richiama l’ultima comunicazione ricevuta da Frank B. Gigliotti:

«Nell’ultima lettera che ho ricevuto dal dottor Gigliotti, egli afferma che, sebbene a suo giudizio alcune cose siano state ottenute, non è tuttavia pienamente soddisfatto. Io ritengo che un ministro rappresentante della Chiesa pentecostale avrà maggiore incidenza sulla situazione pentecostale rispetto al dottor Gigliotti, il quale, in sostanza, rappresentava il protestantesimo nel suo insieme. I protestanti, nel loro complesso, non subiscono gravi vessazioni in Italia; a subirle sono soltanto coloro che non sono organizzati, come i fratelli pentecostali e un piccolo gruppo di avventisti del settimo giorno».

Qui la lettera incide nel punto che la narrazione mitopoietica preferisce separare.

Gigliotti aveva scritto a Ness. Gigliotti aveva già ottenuto qualcosa. Ness non parla di un tentativo fallito, ma di risultati parziali. E se Gigliotti «non è pienamente soddisfatto», significa che l’azione non è conclusa, non che sia inesistente. Ness, dunque, non interviene per sostituirlo, ma per completarlo.

Il dato è tanto più rilevante perché, solo recentemente, le ADI hanno riconosciuto che Gigliotti era già intervenuto nel 1945 — due anni prima della nascita formale delle Assemblee di Dio in Italia — contribuendo al riconoscimento di un ministro di culto pentecostale presso il Ministero dell’Interno. Ma il suo ruolo non si esaurì lì: il Risveglio Pentecostale dell’agosto 1947 richiama memoriali difensivi, comitati americani per la libertà religiosa, rapporti con l’ambasciatore Alberto Tarchiani, diffusione della memoria negli Stati Uniti in milioni di copie, contatti con il governo italiano e incontro con De Gasperi, con particolare insistenza di Gigliotti sulla questione pentecostale. La frase di Ness si colloca dentro questa traiettoria: Gigliotti aveva aperto il fronte diplomatico-protestante; Ness si preparava a completarlo sul terreno specificamente pentecostale.

La frase decisiva è questa: «un ministro rappresentante della Chiesa pentecostale avrà maggiore incidenza sulla situazione pentecostale».

Per coglierne la portata va considerato il contesto italiano del dopoguerra. Molti pentecostali non si percepivano come «protestanti», ma semplicemente come «cristiani»; guardavano con sospetto il protestantesimo storico, ritenuto compromesso, istituzionalizzato, persino associabile a «Babilonia»; e definivano spesso i pastori protestanti «mercenari», perché stipendiati. In tale quadro, Gigliotti poteva aprire porte, trattare, ottenere risultati, muoversi nella cornice protestante generale; ma proprio quella cornice lo rendeva meno adatto a incidere dall’interno sul campo pentecostale. Per traghettare il pentecostalismo italiano verso l’orbita istituzionale americana non bastava il diplomatico protestante: occorreva una figura percepita come interna al mondo che doveva essere orientato. In questo contesto vanno letti anche gli studi biblici tenuti da Ness in Italia sull’organizzazione della chiesa e sul battesimo nello Spirito Santo.

La logica è chiara. Gigliotti apre il fronte diplomatico-protestante; Ness entra in quello pentecostale-organizzativo. Gigliotti lavora sulla cornice; Ness lavora sul corpo. Il primo rappresenta, «in sostanza», il protestantesimo generale; il secondo può incidere sulla specifica «situazione pentecostale» perché condivide il linguaggio esperienziale del pentecostalismo, compreso il segno carismatico delle lingue, e può quindi apparire interno al mondo che deve essere orientato. Non concorrenza, ma staffetta. Ness deve proseguire il lavoro iniziato da Gigliotti.

Dal solo documento non possiamo stabilire se l’idea che un ministro pentecostale possa incidere più di Gigliotti nasca da Ness, da Gigliotti o dal loro scambio epistolare. La posizione della frase, però, è rivelatrice: compare subito dopo il richiamo all’ultima lettera di Gigliotti e funziona come cerniera tra ciò che Gigliotti aveva già ottenuto e ciò che Ness si prepara a compiere. Finché quella lettera di Gigliotti non sarà esaminabile, il punto resterà aperto; ma la comunicazione tra i due non è un dettaglio laterale. È il punto in cui la strategia cambia livello.

Questo è probabilmente il passaggio più disturbante per la versione ufficiale: non due figure isolate, non due presenze occasionali, ma una sinergia già documentata prima del convegno di Napoli. Gigliotti non viene cancellato dall’arrivo di Ness; viene assunto come premessa. Ness non entra in un vuoto; entra in una linea già aperta.

Chi vuole espellere Ness e Gigliotti dalla genesi delle ADI deve prima spezzare questa frase. Ma la frase resiste: uno aveva già ottenuto qualcosa, l’altro doveva completare; uno aveva lavorato sulla rappresentanza protestante, l’altro chiedeva mandato per incidere sul campo pentecostale. La nascita denominazionale non appare più come germinazione spontanea: appare come convergenza operativa.

Questo passaggio, letto insieme al carteggio inedito tra Ness, Gigliotti ed esponenti delle Assemblies of God statunitensi pubblicato da Patrizia Nicandro nel volume Il Risveglio Pentecostale: Dalla semplicità dell’Evangel alla complessità dell’organizzazione,

chiarisce ulteriormente il quadro. Non siamo davanti a coincidenze isolate, ma a una trama documentaria convergente: Gigliotti, Ness e Springfield comunicano, valutano, orientano, preparano. Dentro questa trama, gli architetti fondativi delle ADI emergono con sempre maggiore nettezza: Frank B. Gigliotti sul versante diplomatico-protestante, Henry H. Ness su quello pentecostale-organizzativo.

Lo stesso dato illumina anche l’elogio funebre nel quale Ness fu definito «directly responsible for the formation of the Assemblies of God of Italy».

L’elogio indicava la responsabilità fondativa; la lettera del 19 giugno 1947 ne mostra la dinamica concreta. Se si guarda alla genesi reale, non alla mitologia successiva, Ness e Gigliotti emergono come i due fondatori operativi delle ADI. Uno prepara la cornice; l’altro chiede mandato per trasformarla in corpo. La memoria postuma dice chi fu responsabile; la lettera coeva mostra come quella responsabilità si stava costruendo.

7. Non solo perseguitati: non organizzati

Ness scrive che i protestanti, nel loro complesso, non subivano in Italia gravi vessazioni; a subirle erano, a suo dire, soprattutto «coloro che non sono organizzati».

Qui avviene il passaggio decisivo. La persecuzione non viene negata: viene amministrativamente reinterpretata. Per Ness, i pentecostali non soffrono soltanto perché perseguitati; soffrono perché privi di una forma organizzativa accreditabile davanti allo Stato.

La diagnosi contiene già la terapia: creare l’organizzazione.

Dopo quanto emerso nel punto precedente, il dato diventa ancora più netto. I pentecostali italiani non erano semplicemente «non organizzati» in senso tecnico; conservavano la fisionomia dei pionieri: fraterna, non protestante sul piano identitario, diffidente verso il titolo stesso di «pastore», specialmente se stipendiato e istituzionalizzato. L’organizzazione proposta, dunque, non era mera tutela amministrativa: comportava una trasformazione ecclesiologica, culturale e identitaria.

Il sillogismo è implacabile: se la vulnerabilità deriva dall’assenza di un organismo riconoscibile, la fine della persecuzione passa dall’organizzazione; se l’organizzazione viene proposta dalle Assemblies of God statunitensi, l’esito è l’inquadramento denominazionale; se poche settimane dopo nasce la denominazione, la lettera non è un contorno. È una premessa.

Va però precisato che, nel 1947, la persecuzione propriamente detta era di fatto cessata con lo sbarco alleato e con la caduta del regime fascista. Rimanevano vessazioni locali, resistenze amministrative, ostilità sociali e interventi sporadici, soprattutto nei contesti rurali. Proprio per questo il passaggio è ancora più significativo: Ness utilizza una situazione ormai mutata non per chiedere soltanto libertà, ma per sostenere la necessità di una forma organizzata, accreditabile e riconoscibile davanti allo Stato.

Qui la mitopoiesi rovescia il quadro: racconta la persecuzione come matrice spontanea delle ADI, mentre il documento mostra che la persecuzione diventa l’argomento per superare il pentecostalismo delle origini non organizzato e ricondurlo a una forma istituzionale controllata e controllabile. La sofferenza fu reale; ma proprio quella sofferenza divenne, nella lettera, il varco dell’inquadramento.

La formula è sottile: non si dice «dobbiamo cambiare il movimento»; si dice «dobbiamo proteggerlo». Ma la protezione passa attraverso una forma, e la forma non è neutra. Organizzare significa ridefinire chi parla, chi rappresenta, chi accredita, chi firma, chi tratta con lo Stato. Le discriminazioni locali chiedevano tutela; la risposta americana offre struttura. Il bisogno era concreto, ma la soluzione non era neutra.

8. Credenziali e pressione istituzionale

Ness dichiara di possedere lettere del governatore dello Stato di Washington, del sindaco di Seattle, di diversi senatori e membri del Congresso, della YMCA e del Council of Churches, verosimilmente il consiglio ecumenico protestante dell’area di Seattle. Subito dopo precisa che quelle lettere serviranno «non solo per ottenere accesso a uomini investiti di autorità, ma anche per esercitare pressione».

La formula è decisiva. Non appartiene al linguaggio pastorale, ma a quello dell’influenza. In termini diplomatistici, quelle lettere non sono semplici attestazioni di stima: sono credenziali. Producono accesso, riconoscibilità, peso negoziale. Ness non si presenta come predicatore pentecostale isolato; costruisce attorno a sé un fascio di legittimazioni civili, politiche e religiose capace di trasformare una visita missionaria in azione di pressione istituzionale.

Qui emerge l’ambiguità funzionale della sua figura. Agli occhi dei pentecostali italiani, Ness poteva apparire come un fratello pentecostale: predicava, parlava in altre lingue, conosceva il lessico del risveglio e poteva entrare dove Gigliotti, rappresentante del protestantesimo generale, non sarebbe entrato con la stessa efficacia. Ma Ness non apparteneva allo stesso mondo dei pionieri italiani. Era un pentecostale americano già inserito nei circuiti del potere religioso e civile: pastore di Seattle, fondatore di un istituto biblico, interlocutore di funzionari, senatori, organismi ecumenici, ambienti sionisti cristiani e reti della religione civile americana del dopoguerra. Il suo elogio funebre lo ricorda anche tra gli iniziatori dell’International Christian Leadership, movimento promosso da Abraham Vereide e destinato a trovare una delle sue espressioni più note nel National Prayer Breakfast.

Ai conduttori italiani poteva bastare riconoscere in lui il segno pentecostale; difficilmente potevano vedere l’intero sistema di relazioni che egli portava con sé. Ness arrivava come fratello, ma si muoveva come uomo di rete. Non andava in Italia soltanto con una Bibbia: andava con lettere americane spendibili davanti ai funzionari italiani — governatore, sindaco, senatori, congressmen, YMCA, Council of Churches. La libertà religiosa era la causa morale; la pressione istituzionale era il metodo. E il metodo dice più della retorica: chi prepara credenziali per «esercitare pressione» non sta soltanto soccorrendo fratelli perseguitati; entra nel campo italiano con strumenti di rappresentanza e forza diplomatica.

Questo dettaglio rafforza il binomio Ness-Gigliotti. Gigliotti rappresentava il protestantesimo generale; Ness, pur apparendo pentecostale ai pentecostali italiani, si munisce di credenziali riconoscibili anche in ambienti protestanti, civili e politici più ampi. Proprio perché i pentecostali italiani diffidavano del protestantesimo istituzionale, quel fronte non bastava per orientarli dall’interno; ma proprio perché lo Stato italiano riconosceva più facilmente interlocutori organizzati, autorevoli e accreditati, quel fronte serviva ad aprire porte dall’esterno.

La strategia è doppia: verso i pentecostali italiani occorre il volto pentecostale di Ness; verso le autorità italiane occorre il peso protestante, civile e politico delle credenziali americane. Il fronte pentecostale e quello protestante-diplomatico non si escludono: si sostengono. Gigliotti apre la cornice; Ness vi entra con una legittimazione più larga del solo pentecostalismo.

Il punto, allora, è difficilmente aggirabile: le credenziali non servono soltanto a facilitare una visita, ma a rendere spendibile davanti allo Stato italiano una rappresentanza costruita altrove. Prima ancora che le ADI nascano, Ness prepara le condizioni per parlare ai pentecostali come fratello e alle autorità come emissario accreditato. È in questa doppia postura che la mitologia della spontaneità arretra: non siamo davanti a un risveglio che si organizza da sé, ma a un’operazione che prepara accesso, pressione e legittimazione prima del convegno di Napoli del 1947, dal quale prenderanno ufficialmente forma le Assemblee di Dio in Italia.

9. Il momento politico: prestito, America, anticomunismo

Ness scrive: «Ritengo di recarmi in Italia nel momento psicologicamente più favorevole». Perché? Perché il governo italiano cerca di mostrarsi amichevole verso gli Stati Uniti, intende richiedere un prestito superiore a 200 milioni di dollari, l’Italia versa in condizioni disperate e «la componente comunista è stata estromessa dal governo».

Questi elementi non sono decorativi. Se fossero stati irrilevanti, Ness non li avrebbe inseriti nella lettera. Il «momento psicologicamente più favorevole» non indica uno stato d’animo individuale, ma una congiuntura storica: l’Italia è un Paese sconfitto, bombardato, impoverito, politicamente fragile, bisognoso di credito, reinserimento internazionale e riconoscimento americano. È il momento in cui la pressione statunitense può ottenere il massimo effetto con il minimo attrito.

Quando Ness osserva che il governo italiano «intende richiedere un prestito superiore a 200 milioni di dollari», non richiama tecnicamente il Piano Marshall, che nel giugno 1947 era stato appena enunciato come prospettiva politica e sarebbe diventato operativo solo l’anno successivo. Il riferimento appartiene alla fase precedente: negoziati finanziari tra Roma e Washington, crediti dell’Export-Import Bank, assistenza economica statunitense e misure di sostegno destinate a consolidare il governo De Gasperi dopo l’estromissione delle sinistre. Il dato, dunque, non è contabile ma politico: l’Italia aveva bisogno di credito, riconoscimento e sostegno americano. Ness legge quella dipendenza come il momento più adatto per esercitare pressione.

Qui occorre precisione. Non si tratta di immaginare un ricatto formale. Ness non era un negoziatore del prestito americano, né aveva il potere di concederlo, bloccarlo o condizionarlo. Comprendeva però il rapporto di forza. L’Italia aveva bisogno dell’America; De Gasperi aveva bisogno di credito e affidabilità internazionale; gli Stati Uniti guardavano all’Italia come a un fronte decisivo della nuova Guerra fredda. In quel quadro, una missione americana munita di credenziali politiche e religiose poteva trasformare la questione pentecostale in un problema di immagine democratica.

Ness utilizza questo scenario come leva sulla classe politica italiana. Non diplomazia ufficiale, ma diplomazia religiosa con appoggi civili e politici. Non disponeva del prestito americano; disponeva però del linguaggio, delle credenziali e della rete necessari per trasformare quel prestito in argomento di pressione.

La missione viene così collocata dentro una finestra politica precisa: Italia sconfitta, povera, dipendente dagli Stati Uniti, già esposta alla logica della Guerra fredda. L’urgenza di agire «prima che la situazione sfugga al nostro controllo» trova qui il suo contesto più coerente. Non perdere l’Italia pentecostale significava anche non lasciarla fuori dal campo religioso-politico dell’America atlantica.

La lettera non dimostra, da sola, una catena di comando politico o di intelligence. Mostra però un dato che la mitopoiesi confessionale non può assorbire senza deformare il testo: Ness colloca la missione religiosa dentro una congiuntura politica, economica e anticomunista. La libertà religiosa resta la causa dichiarata; l’anticomunismo, la dipendenza finanziaria e la fragilità dell’Italia sconfitta ne diventano il contesto operativo. Non siamo più nel solo registro pastorale: siamo nel punto in cui missione, diplomazia religiosa e strategia atlantica cominciano a parlare la stessa lingua.

10. Prima il linguaggio, poi la struttura

Ness scrive: «Sto impegnando la signorina Altura nella traduzione italiana di alcuni miei appunti sull’organizzazione e su altri temi essenziali».

Il dettaglio è enorme. Prima ancora della nascita formale delle ADI, esiste già un lavoro di traduzione; e non riguarda materiali qualunque, ma «l’organizzazione» e altri temi che Ness giudica «essenziali». La lettera non consente di identificare con certezza ogni documento tradotto, ma il contesto impedisce di ridurli a semplici appunti devozionali. In una comunicazione che parla di De Gasperi, funzionari italiani, credenziali, pressione, affiliazione e mandato ufficiale, quei «temi essenziali» possono includere materiali dottrinali, ecclesiologici, amministrativi e forse anche politico-istituzionali.

Una denominazione non si improvvisa: la si rende pensabile. Prima si introduce il vocabolario; poi la struttura appare necessaria. La traduzione, qui, non è un fatto tecnico: è un atto preparatorio. Trasferisce nel campo italiano categorie, procedure e modelli elaborati altrove.

Il punto diventa ancora più grave se letto insieme al programma dichiarato da Ness. Egli non dice di voler impartire generici studi biblici, ma studi «sulle dottrine delle Assemblies of God». La differenza è decisiva: il lessico biblico resta; il contenuto confessionale entra. La forma è conversazione; la funzione è orientamento. La Scrittura viene evocata come terreno comune, ma il modello da introdurre è quello delle Assemblies of God. Per questo il passaggio non è solo ecclesiastico, ma teologico. Insegnare le «dottrine delle Assemblies of God» significava introdurre categorie estranee alla genealogia originaria del pentecostalismo italiano: una grammatica confessionale diversa da quella maturata nell’ambiente francesconiano, anti-dispensazionalista, non sionista, di matrice riformata, congregazionalista e anti-denominazionale.

La «signorina Altura» va identificata con Ivana Altura, poi Yvonne Altura, giovane romana convertitasi durante la visita di Ness in Italia nel 1946 e successivamente studentessa presso l’Istituto Biblico da lui fondato. Il dato non è marginale: la mediazione linguistica passa attraverso una giovane italiana già inserita nell’orbita formativa americana. Non un traduttore esterno, ma una figura interna al dispositivo.

Parte degli appunti tradotti sono verosimilmente collegati alle conferenze che Ness terrà a Roma dal 5 al 15 agosto dello stesso anno, presso la Chiesa Metodista di via Firenze 38, sul tema del «governo della chiesa e l’organizzazione». I pentecostali italiani le chiameranno «Conversazioni bibliche».

Ma la lettera ne rivela la natura più profonda: non semplici conversazioni fraterne, bensì formazione confessionale — che, dal punto di vista dei pionieri anti-denominazionali, poteva apparire come deformazione confessionale. Non studio biblico neutro, ma introduzione guidata alla grammatica ecclesiastica delle Assemblies of God americane.

La sequenza è troppo precisa per essere casuale: in giugno si traducono appunti sull’organizzazione; in agosto si insegna il governo della chiesa; pochi giorni dopo, a Napoli, nascono le Assemblee di Dio in Italia. Il linguaggio precede l’istituzione. Prima si insegna ai conduttori pentecostali a pensarsi come «organismo strutturato»; poi l’organizzazione diventa soluzione naturale. Un pentecostalismo nato nella semplicità pionieristica, diffidente verso apparati, stipendi e formalismi protestanti, viene progressivamente introdotto in una grammatica diversa: organizzazione, autorità, rappresentanza, affiliazione, mandato.

Non è imposizione brutale. È qualcosa di più sottile: alfabetizzazione denominazionale. Gigliotti apre la cornice; Ness prepara il lessico; Altura lo traduce; i conduttori ascoltano. Non si forza subito un corpo: gli si insegna prima a nominarsi con parole altrui. E quando un movimento nato anti-denominazionale adotta il linguaggio dell’istituzione, ha già cominciato a entrare nella sua logica.

11. Resistenze, modelli concorrenti e «secondi fini»

Ness riconosce che, tra i fratelli svizzeri, italiani e francesi, vi era un orientamento favorevole a una qualche forma di organizzazione, ma anche un’esitazione dovuta alla pressione dei fratelli svedesi e dell’area di George Jeffreys.

Il dato è decisivo, ma va letto insieme a Raffadali. Il campo non era semplicemente esitante: nel 1945 una parte consistente dei conduttori aveva già respinto l’organizzazione come «pericolo». Esistevano resistenze, modelli concorrenti, influenze alternative. Nel caso italiano, l’ostacolo era ancora più profondo: toccava l’origine teologica ed ecclesiologica del movimento. Il pentecostalismo italiano affondava le radici in Francescon, Lombardi, Ottolini e, a monte, nella predicazione di William H. Durham: una matrice evangelica di impronta riformata, congregazionalista, anti-wesleyana, anti-denominazionale, non sionista e non dispensazionalista, estranea alla trasformazione del risveglio in apparato ecclesiastico.

Anche il modo in cui Ness nomina George Jeffreys merita attenzione. Non parla semplicemente di Jeffreys, né di una corrente pentecostale britannica alternativa; parla di «George Jeffreys e la sua cerchia». La formula introduce una distanza, quasi un fastidio. Jeffreys non viene presentato come interlocutore, ma come centro di pressione; la sua area non appare come una variante legittima del pentecostalismo europeo, ma come un’influenza che ostacola l’orientamento desiderato. È un dettaglio rivelatore: Ness non descrive serenamente il pluralismo pentecostale del dopoguerra; valuta quali forze impediscono al campo svizzero, italiano e francese di convergere verso la soluzione americana.

L’organizzazione americana, dunque, non scendeva in un vuoto neutro. Doveva misurarsi con la continuità pionieristica italiana, con le influenze europee e, soprattutto, con una memoria spirituale diffidente verso la denominazione come forma istituzionalizzata del cristianesimo. La resistenza non era soltanto tattica: era genetica.

Poi Ness aggiunge che i fratelli americani non avevano «alcun secondo fine».

La frase è rivelatrice perché difensiva. Se Ness sente il bisogno di negare quei «secondi fini», significa che il sospetto era pensabile, forse già formulato, certamente previsto. Non sappiamo chi lo avesse sollevato; sappiamo però che Ness scrive per rassicurare un campo attraversato da diffidenze, memorie contrarie e modelli concorrenti.

Non è una semplice nota spirituale. È una clausola di rassicurazione dentro un documento operativo. E, in una lettera che parla di fondi, governo, pressione, organizzazione, affiliazione e mandato ufficiale, quella negazione non chiude il problema: lo illumina.

Quali potevano essere questi «secondi fini»? Sul piano ecclesiastico, ricondurre il pentecostalismo italiano nell’orbita delle Assemblies of God. Sul piano teologico, sostituire progressivamente la matrice pionieristica e anti-denominazionale con un modello confessionale americano segnato anche da categorie dispensazionaliste e sioniste estranee alle origini italiane. Sul piano storico-politico, inserire quel frammento del pentecostalismo italiano nel più ampio dispositivo religioso dell’Occidente atlantico, anticomunista e filostatunitense.

Ness nega il fine ulteriore, ma l’intera lettera lo rende almeno plausibile: non solo aiutare, ma orientare; non solo sostenere, ma organizzare e condurre dentro l’orbita delle Assemblies of God. L’aiuto doveva presentarsi come fraternità proprio perché poteva essere percepito come conquista.

Qui la mitopoiesi perde ancora terreno. Se tutto fosse stato spontaneo, non sarebbe stato necessario rassicurare nessuno sui «secondi fini». Se l’organizzazione fosse stata la naturale prosecuzione del pentecostalismo delle origini, non avrebbe dovuto superare l’anti-denominazionalismo dei pionieri, né guardare con insofferenza alle influenze pentecostali concorrenti. La frase di Ness dice più di quanto vorrebbe: l’organizzazione americana doveva parlare il linguaggio della protezione perché introduceva una forma estranea al DNA originario del pentecostalismo italiano e competitiva rispetto agli altri modelli presenti sul campo.

12. Il piano alternativo: affiliare i singoli

Ness chiede se sia possibile conferirgli l’autorità di incontrare singoli pastori italiani desiderosi di affiliarsi alle Assemblies of God, nel caso in cui non riuscisse a organizzare i fratelli nella misura auspicata.

Qui la pianificazione è scoperta. Ness non è certo di riuscire nell’impresa maggiore: ricondurre il campo pentecostale italiano entro una forma comune. Ma non arretra. Prevede l’ostacolo e prepara una via alternativa: se non l’organizzazione dell’insieme, l’affiliazione dei singoli. Cambia il percorso, non il fine.

Il passaggio rivela una volontà di fondazione anche davanti alla resistenza. Se l’intero movimento non si lascia organizzare, si procederà attraverso pastori, gruppi e chiese disponibili. È lo stesso varco intravisto nelle diciannove firme: non il consenso dell’intero movimento, ma una componente già disposta a cercare nell’America una via diversa da quella respinta nel 1945. La denominazione potrà nascere anche con l’adesione di poche decine di conduttori, purché quella parte venga agganciata, riconosciuta, finanziata, organizzata e resa rappresentativa.

Anche i fondi inviati da Ness in quegli anni vanno letti dentro questa logica. Il denaro non è semplice filantropia: è consolidamento. Non a caso, le Assemblies of God parleranno di «investimento».

Il denaro consente di acquistare immobili, creare una sede, garantire continuità alle attività, sostenere viaggi, pubblicazioni, corrispondenze, incontri e forme di coordinamento. Nell’Italia uscita dalla guerra, povera, affamata e ancora segnata dal regime fascista, le comunità pentecostali si trovavano in una condizione di particolare debolezza: alla miseria generale del Paese si aggiungeva il peso specifico della persecuzione subita. In un simile contesto, una struttura dotata di risorse economiche, contatti internazionali e riconoscimento americano poteva rapidamente diventare il polo più forte, anche senza rappresentare inizialmente l’intero movimento.

Nel n. 2 del Risveglio Pentecostale del 1947, Ness è ringraziato perché, «senza badare alle spese ed ai sacrifici di un lunghissimo viaggio», si era prodigato negli studi biblici e nei culti in Italia. La lettera a Perkin mostra però il dato amministrativo: viaggio finanziato, biglietti prenotati, denaro stanziato da inviare per acquistarli. Il sacrificio personale non coincideva con l’autofinanziamento dell’operazione.

Il risultato atteso resta identico: ricondurre il pentecostalismo italiano nell’orbita delle Assemblies of God statunitensi. Se non per adesione generale, per aggregazione selettiva. Se non con tutti, con alcuni. Se non subito come corpo intero, come nucleo destinato a parlare a nome del corpo.

Il caso non formula piani alternativi. La pianificazione sì. Ness non chiede soltanto di aiutare i fratelli italiani; chiede l’autorità per fondare comunque una presenza AG in Italia, anche partendo da pochi pastori e poche chiese. La mitologia della nascita spontanea si infrange contro questa frase: prima ancora di Napoli, esiste già un piano alternativo.

13. Il mandato ufficiale

Ness conclude chiedendo «una lettera ufficiale nella quale si dichiari che vengo inviato formalmente come rappresentante delle Assemblies of God in America a favore delle Chiese pentecostali in Italia, per quanto riguarda la libertà religiosa e il soccorso».

È un passaggio conclusivo solo in apparenza. In realtà è il punto verso cui tutta la lettera converge. Ness non chiede semplicemente sostegno morale, né una generica approvazione fraterna. Chiede una copertura ufficiale. Vuole partire per l’Italia come rappresentante formale delle Assemblies of God americane, e non come predicatore isolato o visitatore occasionale.

La differenza è sostanziale. Visitare i fratelli italiani è una cosa; presentarsi davanti a chiese, funzionari e autorità civili con un mandato scritto è tutt’altra cosa. In quel caso la parola non resta più soltanto pastorale: diventa istituzionale. E proprio qui si apre il problema più delicato: chi conferiva a Ness il diritto di agire «a favore delle Chiese pentecostali in Italia» prima ancora che le ADI esistessero formalmente?

La lettera non permette di rispondere con una formula definitiva. Ma la domanda nasce dal testo stesso. Le comunità italiane perseguitate avevano certamente chiesto aiuto; alcune firme erano arrivate; alcuni conduttori desideravano una protezione ministeriale. Tuttavia Ness chiede che sia Springfield a fornirgli il mandato ufficiale. La rappresentanza dei pentecostali italiani passa così attraverso una legittimazione americana.

Il dato diventa ancora più rilevante se letto insieme al profilo di Ness. Egli non si muoveva soltanto come ministro pentecostale. Arrivava con lettere di autorità civili, contatti ecclesiastici, appoggi protestanti, sensibilità anticomunista e un profilo già inserito nei circuiti della religione civile americana del dopoguerra, compreso l’ambiente dell’International Christian Leadership/Fellowship legato ad Abraham Vereide. In questo quadro, il mandato delle Assemblies of God non appare come un semplice lasciapassare ecclesiastico, ma come la copertura formale di una presenza americana molto più ampia.

Il punto resta aperto e pesa: Ness chiede di rappresentare un campo ecclesiale ancora fluido, nato fuori da logiche denominazionali e radicato nella memoria dei pionieri, attraverso un mandato prodotto dalla sede centrale americana. Prima ancora che la struttura italiana sia formalmente costituita, esiste già l’uomo che deve interpretarla, organizzarla e accreditarla. La lettera non formula l’obiezione; la rende inevitabile.

Conclusione

Questo documento non autorizza caricature. Non dimostra che ogni pentecostale italiano conoscesse l’intero quadro; anzi, con ogni probabilità, gran parte di essi ne era all’oscuro. Non nega la sincerità religiosa di tanti credenti. Non cancella la persecuzione subita dalle comunità pentecostali italiane. Non consegna, da solo, l’intero organigramma della regia.

Proprio per questo pesa. Mostra che, prima della nascita formale delle ADI, era già in corso una procedura di fondazione: circuito americano, fondi, viaggio, formazione dottrinale confessionale destinata a orientare i conduttori pentecostali italiani verso le dottrine delle Assemblies of God, progetto organizzativo, materiali tradotti, credenziali, pressione istituzionale, coordinamento con Gigliotti, piano alternativo di affiliazione e richiesta di mandato ufficiale. Non semplici studi biblici, dunque, ma un insegnamento funzionale a introdurre una nuova grammatica denominazionale.

Il dato più scomodo è che questa procedura non si innesta su un campo neutro. Si innesta su un pentecostalismo che aveva già respinto l’organizzazione come «pericolo», conservava legami con Francescon, Chicago e il Brasile, e custodiva una genealogia teologica diversa da quella delle Assemblies of God statunitensi.

Frank B. Gigliotti aveva aperto il fronte diplomatico-protestante; Henry H. Ness doveva completarlo dall’interno del campo pentecostale. Il primo lavorava sulla cornice, il secondo sul corpo. Gigliotti aveva ottenuto risultati parziali; Ness chiedeva mandato per trasformare quella linea già aperta in struttura. In questa convergenza, Ness e Gigliotti non appaiono come semplici sostenitori esterni, ma come i due fondatori operativi delle ADI: Gigliotti sul versante diplomatico-protestante, Ness su quello pentecostale-organizzativo. La documentazione qui discussa non esaurisce, in questa sede, l’intera catena decisionale; mostra però il livello esecutivo della fondazione, là dove una regia più ampia prende corpo in atti, mandati, fondi, viaggi, pressioni e organizzazione.

Il documento mostra anche il metodo. L’urgenza viene costruita su due piani: verso Springfield, perché la situazione italiana rischia di essere «perduta per noi»; verso i conduttori italiani, perché l’organizzazione viene presentata come difesa necessaria contro la persecuzione. Seguono fondi, viaggio, materiali tradotti, insegnamento programmato, credenziali, pressione sui funzionari italiani e sugli apparati di governo, richiesta di mandato; e, se il corpo non aderisce nella misura auspicata, affiliazione dei singoli già avvicinati. Non è spontaneità: è una sequenza predisposta. E una sequenza predisposta prima dell’evento appartiene alla pianificazione, non al caso.

L’ipotesi che l’operazione rispondesse a logiche più ampie non nasce da fantasia polemica, ma dalla struttura stessa del documento: prestito americano, estromissione dei comunisti dal governo, credenziali politiche, rapporti con funzionari italiani, pressione istituzionale, collegamento con Gigliotti, fondi, affiliazione, mandato. Il documento non consegna tutti i nomi della regia; mostra però una logica d’azione più vasta della semplice assistenza fraterna.

Questi tredici punti non pretendono di esaurire il documento. La lettera contiene altri snodi, altri indizi, altre piste che potranno essere riprese e approfondite. Altri studiosi potranno ricavarne elementi ulteriori, cogliere nessi diversi, correggere, integrare o ampliare quanto qui è stato soltanto avviato. Proprio perché non è un reperto decorativo, ma una fonte viva, il documento resta aperto a ulteriori interrogazioni. Resta aperto anche il confronto con chi vorrà misurarsi seriamente con il testo, con le fonti e con la loro concatenazione storica.

La mitopoiesi delle ADI può ancora raccontare la persecuzione del 1935. Non può più trasformarla, senza forzatura, nella nascita spontanea della denominazione. La persecuzione fu reale; la nascita delle Assemblee di Dio in Italia, nel 1947, fu un’altra cosa.

I pentecostali italiani furono il soggetto sofferente della vicenda. Nel documento, però, diventano anche l’oggetto di un inquadramento: da comunità perseguitate a campo da organizzare; da fratelli da soccorrere a corpo da rappresentare; da movimento pionieristico anti-denominazionale a denominazione riconducibile all’orbita americana. E, forse, da perseguitati a futuri custodi di un sistema capace, a sua volta, di produrre esclusione.

La fraternità fu il linguaggio. La persecuzione fu il varco. La pianificazione fu il metodo. Le ADI furono l’esito.

Note storico-filologiche alla traduzione

  1. L’espressione «before the situation is lost to us» è stata resa con «prima che la situazione ci sfugga definitivamente di mano». Il calco «prima che la situazione sia perduta per noi» sarebbe formalmente possibile, ma in italiano risulterebbe debole sul piano pragmatico. Nel contesto epistolare, to be lost to us non indica soltanto il deteriorarsi della situazione italiana, bensì il rischio che il campo pentecostale italiano esca dalla sfera d’intervento, d’influenza e di orientamento degli interlocutori americani. La traduzione adottata conserva tale valore operativo senza irrigidire il testo in un calco innaturale.

  2. Il riferimento ai «fratelli svedesi» e a «George Jeffreys e la sua cerchia» conferma che Ness non percepiva il campo pentecostale svizzero, italiano e francese come uno spazio neutro o semplicemente bisognoso di assistenza, ma come un’area attraversata da pressioni concorrenti. L’espressione inglese his crowd, qui resa con «la sua cerchia», non è puramente descrittiva: segnala una distanza polemica rispetto all’ambiente riconducibile a Jeffreys. Quest’ultimo, fondatore delle Elim Pentecostal Churches e tra i più noti evangelisti pentecostali britannici degli anni Venti e Trenta, aveva ormai rotto con Elim e dato vita alla Bible Pattern Fellowship; nel 1947, dunque, non va automaticamente identificato con Elim come istituzione, ma rappresentava ancora una genealogia pentecostale britannica alternativa al modello americano delle Assemblies of God. Il dato illumina il valore pragmatico di «lost to us»: la situazione poteva essere perduta non solo rispetto alla continuità con le origini del pentecostaliso di Francescon. Lombardi e Ottolini, ma anche rispetto ad altri poli pentecostali europei.

  3. Nel 1947 il cambio assunto è di circa 350 lire per dollaro, secondo la ricostruzione Treccani sulla lira nel secondo dopoguerra. Ne deriva: 1.500 dollari × 350 = 525.000 lire. Rapportando tale somma a una mensilità operaia stimabile tra 10.000 e 11.000 lire, si ottengono circa 48–53 mensilità; moltiplicate per una retribuzione contemporanea convenzionale di 1.500 euro, esse corrispondono a circa 72.000–80.000 euro del 2026 in equivalente storico-sociale italiano. Fonte: Treccani, voce «Lira», Enciclopedia Italiana.

  4. I nomi citati da Ness appartengono ai vertici operativi delle Assemblies of God statunitensi. Fred Vogler fu una figura di rilievo della denominazione: immigrato dall’Australia, divenne uno dei dirigenti delle Assemblies of God e fu il primo direttore di quello che oggi è il dipartimento U.S. Missions; le fonti denominazionali lo attestano inoltre come Assistant General Superintendent in documentazione coeva o immediatamente successiva. J. Roswell Flower fu tra le figure fondative delle Assemblies of God e ricoprì il ruolo di General Secretary; Ernest S. Williams fu General Superintendent delle Assemblies of God dal 1929 al 1949; Noel Perkin, destinatario della lettera, fu Missionary Secretary delle Assemblies of God dal 1927 al 1959, tanto da essere ricordato nell’ambiente denominazionale come «Mr. Missions». La presenza congiunta di Vogler, Flower, Williams, Perkin e Springfield mostra che il viaggio di Ness in Italia non era trattato come iniziativa privata o marginale, ma come questione sottoposta al circuito amministrativo, missionario e direzionale della denominazione americana.

  5. La «signorina Altura» va identificata con Ivana Altura, poi nota negli Stati Uniti come Yvonne Altura, giovane romana convertitasi al pentecostalismo durante la visita di H. H. Ness in Italia nel 1946 e successivamente studentessa presso l’Istituto Biblico da lui fondato. Ness la impiegò per tradurre in italiano materiali destinati ai fratelli italiani; in altre occasioni ricorse anche a Maria Arcangeli, altra giovane romana e studentessa italiana negli Stati Uniti. Il dato mostra che la mediazione linguistica tra Ness e l’ambiente pentecostale italiano passò anche attraverso queste prime studentesse italiane, non attraverso traduttori esterni al circuito missionario. Si veda Filippo Chinnici, «I primi studenti pentecostali italiani furono donne», in Storia Pentecostale.

  6. «Written authority from an organized religious body» è stato tradotto «autorizzazione scritta rilasciata da un organismo religioso organizzato». Qui authority non designa un’autorità astratta né una facoltà spirituale genericamente riconosciuta, ma un documento ecclesiastico con funzione legittimante. Non si è scelto «organismo religioso legalmente riconosciuto», perché l’inglese non afferma esplicitamente un riconoscimento legale in senso tecnico; indica piuttosto un soggetto religioso formalmente organizzato, identificabile e quindi spendibile anche davanti alle autorità civili.

  7. «Letter of endorsement» è stato reso con «lettera di raccomandazione ufficiale». Nel lessico evangelico-pentecostale, endorsement non equivale a una semplice approvazione privata o a una generica attestazione di stima personale; indica una dichiarazione formale con cui un organismo ecclesiastico riconosce l’affidabilità, la buona reputazione e l’idoneità ministeriale di una persona. Nel caso specifico, la lettera richiesta dal fratello siciliano avrebbe avuto anche funzione di accreditamento esterno, poiché collegata alla possibilità concreta di predicare il Vangelo in un contesto di restrizione amministrativa e pressione civile.

  8. «Bringing pressure to bear» è stato tradotto «esercitare pressione». L’espressione inglese ha un’intensità pragmatica superiore a formule come «sensibilizzare», «intercedere» o «richiamare l’attenzione»: indica l’attivazione deliberata di relazioni, credenziali, lettere autorevoli e canali istituzionali per produrre un effetto concreto sui destinatari dell’azione. Nel contesto della lettera, la pressione non è presentata come semplice appello morale, ma come strumento operativo nei confronti delle autorità italiane.

  9. L’espressione «Council of Churches» non è stata tradotta con il calco «Consiglio delle Chiese», perché tale formula, in italiano, risulterebbe storicamente opaca. Nel contesto statunitense del secondo dopoguerra, i councils of churches erano organismi ecumenici protestanti di cooperazione interecclesiastica, attivi a livello locale, regionale o nazionale. Poiché Ness scriveva da Seattle e, nello stesso passaggio, menziona il governatore dello Stato di Washington, il sindaco di Seattle, il console italiano a Seattle e altre credenziali raccolte nel suo ambiente istituzionale immediato, il riferimento più probabile è a un organismo ecumenico protestante dell’area di Seattle, verosimilmente il Seattle Council of Churches. L’attuale Church Council of Greater Seattle fa risalire le proprie origini alla Seattle Federation of Churches, costituita nel 1919 e successivamente nota come Seattle Council of Churches, Greater Seattle Council of Churches e, dal 1976, Church Council of Greater Seattle. La menzione del Council of Churches mostra dunque che Ness, pur essendo ministro delle Assemblies of God, cercava credenziali anche presso ambienti protestanti ecumenici più ampi, dotati di maggiore riconoscibilità pubblica davanti alle autorità civili. Fonte: Church Council of Greater Seattle, «Our History».

  10. La formula «most psychological time» è stata resa con «momento psicologicamente più favorevole». L’espressione è insolita anche in inglese e non va intesa in senso psicologico individuale. Nel discorso di Ness indica una congiuntura storica ritenuta particolarmente propizia all’intervento: l’Italia, secondo la sua lettura, si trovava in una condizione di esposizione economica e diplomatica verso gli Stati Uniti. Il riferimento al prestito superiore a 200 milioni di dollari non va confuso tecnicamente con il Piano Marshall già operativo: nel giugno 1947 il piano era stato appena enunciato come prospettiva politica, mentre l’European Recovery Program sarebbe entrato in funzione soltanto nel 1948. Il passo va quindi collocato nella fase dei negoziati finanziari italo-americani, dei crediti Eximbank e delle misure di assistenza che precedettero e prepararono la più ampia architettura degli aiuti americani. La traduzione conserva quindi il valore semantico di «occasione favorevole» senza perdere la sfumatura psicolinguistica dell’originale, che interpreta la vulnerabilità politica come finestra d’azione.

  11. «More or less, represented the Protestants as a whole» è stato tradotto «in sostanza, rappresentava il protestantesimo nel suo insieme». Il calco «più o meno rappresentava» sarebbe possibile, ma in italiano avrebbe un tono colloquiale e impreciso. In questo contesto more or less svolge una funzione attenuativa: Ness non formula una definizione giuridica del mandato di Gigliotti, ma una valutazione operativa della sua funzione. Gigliotti viene presentato come figura capace di muoversi nel campo protestante generale; Ness, invece, rivendica per un ministro pentecostale una maggiore efficacia sulla specifica «situazione pentecostale».

  12. «The Protestants as a whole are not greatly molested in Italy» è stato reso con «i protestanti, nel loro complesso, non subiscono gravi vessazioni in Italia». Il verbo to molest, nel contesto storico e amministrativo della lettera, non ha il valore moderno prevalente di molestia sessuale, ma indica l’essere disturbati, ostacolati, vessati o perseguitati. La resa «gravi vessazioni» evita un equivoco semantico contemporaneo e restituisce il senso storico-religioso del passo.

  13. «In behalf of the Pentecostal Churches in Italy» è stato tradotto «a favore delle Chiese pentecostali in Italia». La scelta evita la resa più forte «per conto delle Chiese pentecostali in Italia», che in italiano implicherebbe con maggiore nettezza una delega formale conferita dalle chiese italiane. L’inglese in behalf of conserva una maggiore ampiezza semantica, oscillando tra l’azione compiuta «a favore di» qualcuno e una rappresentanza esercitata «per conto di» qualcuno. Proprio questa indeterminatezza è storicamente rilevante: Ness chiede una lettera ufficiale che lo accrediti come rappresentante delle Assemblies of God in America in relazione alle chiese pentecostali italiane, mentre il testo non prova che il campo pentecostale italiano nel suo insieme gli avesse conferito una delega formale.

  14. «Relief» è stato reso con «soccorso». Nel lessico inglese del dopoguerra il termine può indicare aiuto, assistenza, sollievo o sostegno materiale-istituzionale. «Assistenza» sarebbe possibile, ma più generico; «soccorso» conserva meglio la connotazione emergenziale del contesto postbellico e persecutorio evocato nella lettera.

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