1943-1946: Sbarco degli «Alleati» e fine della persecuzione

Il 10 luglio 1943 le truppe alleate sbarcano in Sicilia nell’operazione denominata in codice Husky. Ed è qui che entra subito in scena un personaggio complesso ed enigmatico: Charles Poletti, già vicegovernatore dello Stato di New York per un brevissimo periodo, figura inserita negli ambienti delle lobby italo-americane, al quale viene fatta indossare una divisa militare e che diverrà governatore militare dell’Italia con il grado di tenente colonnello. Ai soldati italiani che si arrendevano venivano fatte promesse, ma non a tutti nello stesso modo. Ai siciliani veniva garantita l’immediata liberazione; per gli altri era comunque previsto un trattamento speciale. Con guide fidate, la Sicilia interna non sarebbe stata più pericolosa di una passeggiata a Central Park. Le strade, però, erano quelle che erano.

Dalla relazione della Commissione antimafia presentata alle Camere il 4 febbraio 1976:

“Qualche tempo prima dello sbarco angloamericano in Sicilia numerosi elementi dell’esercito americano furono inviati nell’isola, per prendere contatti con persone determinate e per suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli alleati. Una volta infatti che era stata decisa a Casablanca l’occupazione della Sicilia, il Naval Intelligence Service organizzò una apposita squadra (la Target section), incaricandola di raccogliere le necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della “preparazione psicologica” della Sicilia. Fu così predisposta una fitta rete informativa, che stabilì preziosi collegamenti con la Sicilia, e mandò nell’isola un numero sempre maggiore di collaboratori e di informatori. Lo sbarco degli Americani in Sicilia fu fatto con gli stessi trucchi di Garibaldi….”.

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1. Lo sbarco alleato e il ruolo della Mafia

Capomafia Vito Genovese con una divisa militare e il bandito Salvatore Giuliano

La vera storia dello sbarco alleato consistette in un’imponente operazione militare che, nei suoi meandri, presenta punti oscuri che la storiografia, al di là della retorica e dei trionfalismi, ha troppo spesso taciuto o relegato ai margini. Tra questi vi è il ruolo di supporto logistico svolto dalla mafia nel favorire lo sbarco, attraverso personaggi come Lucky Luciano, Vito Genovese, Calogero «Calò» Vizzini e Giuseppe Genco Russo. A ciò si aggiungono le stragi dimenticate e rimaste impunite compiute dai «liberatori» americani ai danni di civili e prigionieri italiani subito dopo lo sbarco.

Lucky Luciano, siciliano d’origine, al secolo Salvatore Lucania, il noto boss rinchiuso nelle carceri americane, fornì i nomi di circa 850 persone sulle quali poter «contare», mentre gli ufficiali dell’O.S.S. (i servizi segreti americani), che avrebbero diretto sul campo «l’operazione sbarco», furono Max Corvo, Victor Anfuso e Vincent Scamporino. Il loro gruppo sarebbe passato alla storia come il «cerchio della mafia». Tra gli americani in divisa figuravano anche Albert Anastasia, ucciso nel dopoguerra in un negozio di barbiere, e don Vito Genovese, napoletano d’origine — il don Vito Corleone del film «Il Padrino» —, entrambi stretti collaboratori di Charles Poletti.

Lucky Luciano sarà poi liberato ed estradato in Italia, precisamente a Napoli, continuando a muoversi tra servizi segreti e mafia. Secondo gli accordi intercorsi, Charles Poletti liberò numerosi mafiosi dalle prigioni e nominò diversi capi mafia sindaci delle città, instaurando così una collaborazione tra mafia e servizi segreti americani che, forse, non si è mai realmente interrotta. Per approfondimenti si segnalano alcuni link:

Mafia: Esercito della CIA;

La vera storia dello sbarco in Sicilia;

Il ruolo della Mafia e le stragi del generale Patton;

Mattarella: Intoccabili siciliani da Palermo a Roma;

2. La caduta del fascismo e la transizione verso la Repubblica

Il regime fascista finì come era iniziato: con un colpo di Stato. Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo, con l’Ordine del giorno Grandi, invitò Mussolini.

a pregare la Maestà del Re […] affinché Egli voglia, per l’onore e la salvezza della Patria, assumere – con l’effettivo comando delle Forze Armate […] – quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state […] il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.

Il Re revocò Mussolini da primo ministro, ne ordinò la cattura e, senza attendere l’indicazione del Gran Consiglio, nominò Badoglio presidente del Consiglio. Per restaurare la monarchia statutaria, il governo soppresse con decreti-legge il PNF, il Gran Consiglio e gli altri organi creati dal fascismo. Fallì tuttavia il piano di una neutralità nella guerra, e l’Italia si divise.

Il 3 settembre 1943 venne firmato l’armistizio con gli Alleati, nell’incontro di Cassibile, in provincia di Siracusa, tra il generale Castellano e il generale Eisenhower, che in seguito sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti e avrebbe avuto un ruolo importante nella storia del pentecostalismo italiano.

L’armistizio sarebbe stato reso pubblico l’8 settembre 1943.

Operazione Quercia fu il nome in codice della missione militare portata a termine il 12 settembre dai paracadutisti tedeschi per liberare Mussolini, imprigionato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, dopo l’armistizio di Cassibile. Il 23 settembre 1943, da Monaco, Mussolini decretò la nascita della Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò, sul lago di Garda.

Il 29 settembre 1943 venne proclamata la Repubblica Sociale Italiana, dopo il rientro di Mussolini dalla Germania, in una parte dei territori sotto occupazione tedesca, esclusi Bolzano, Trento, Belluno e il Litorale. Essa rappresentò tuttavia un governo — secondo molti, fantoccio — non riconosciuto dagli Stati non alleati della Germania. Un decreto del «Duce del fascismo, Capo dello Stato nazionale repubblicano», dell’8 ottobre 1943, dispose un’organizzazione costituzionale provvisoria.

L’Italia si trovò così divisa in due: al Nord si era costituita la Repubblica Sociale Italiana, sotto il controllo tedesco e sotto la guida di Mussolini; al Sud continuava invece il Regno d’Italia, al fianco degli Alleati contro la Germania e contro la Repubblica Sociale. Il 13 ottobre 1943 il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania. I partiti politici, riorganizzati dopo la caduta del fascismo, diedero vita ai Comitati di Liberazione Nazionale (CLN).

Il 22 gennaio 1944 gli anglo-americani sbarcarono nell’Italia centrale, tra Anzio e Nettuno. L’attacco aveva lo scopo di aprire la via alla liberazione di Roma. La lunga battaglia che ne derivò è comunemente conosciuta come battaglia di Anzio.

Il 5 giugno 1944, il giorno dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nominò il figlio Umberto Luogotenente Generale del Regno.

Nella primavera del 1945 gli Alleati poterono lanciare l’offensiva contro l’esercito tedesco, sfondando in più punti la Linea Gotica. L’arrivo degli Alleati a Milano fu anticipato dall’insurrezione partigiana proclamata dal CLN il 25 aprile, data poi assunta come festa della Liberazione.

L’esecuzione di Benito Mussolini fu rivendicata dal CLN Alta Italia e sarebbe avvenuta il 28 aprile 1945 a Giulino, frazione del comune di Mezzegra, in provincia di Como. Secondo una parte della storiografia più recente, tuttavia, Mussolini e Claretta Petacci sarebbero stati giustiziati dai servizi segreti inglesi, e i corpi sarebbero poi stati consegnati ai partigiani del CLN. Mussolini e la Petacci erano stati catturati a Dongo il giorno precedente, mentre cercavano di fuggire in Svizzera.

I cadaveri di Mussolini, Petacci, Pavolini, Bombacci e Starace furono esposti e vilipesi a Piazzale Loreto, a Milano, il 29 aprile 1945. Quello stesso giorno le potenze dell’Asse in Italia capitolarono; il 2 maggio, il comando tedesco firmò a Caserta la resa delle proprie truppe e, per procura, anche la resa formale dei reparti della Repubblica Sociale.

La transizione dal regime fascista alla Repubblica si svolse in tre tappe, le prime due delle quali in presenza della RSI — «Repubblica Sociale Italiana», denominazione assunta dal regime fascista repubblicano instaurato il 23 settembre 1943 da Benito Mussolini —, dei governi locali dei CLN, le cosiddette repubbliche partigiane, e del regime di occupazione bellica degli Alleati in Sicilia, che imponeva l’abrogazione delle leggi fasciste e garantiva le libertà di religione, di culto e di propaganda: le cosiddette “piccole costituzioni” o regimi transitori parziali.

Nella prima fase, tali regimi concorrevano con un governo del Re composto da tecnici, con sede prima a Brindisi e poi a Salerno, che tentava invano un ritorno allo Statuto. Questa fase fu segnata soprattutto dall’armistizio dell’8 settembre 1943, seguito dal parziale abbandono del comando delle Forze Armate.

La seconda fase, quella del regime di luogotenenza, fu il frutto del Patto di Salerno del 12 aprile 1944, stipulato tra il governo del Re, che si ritirava dalla vita pubblica, e il CLN, con l’impegno di convocare un’Assemblea Costituente e di creare un governo retto dal consenso dei sei partiti.

La terza fase fu quella propriamente costituente, avviata con la cessazione definitiva del Governo Militare Alleato nel territorio “metropolitano”, il 1° gennaio 1946 — salvo Udine e Venezia Giulia —, e dello stato di guerra, il 15 aprile 1946, nonché con un’amnistia per i reati militari. Il governo, come concordato con gli Alleati, decise di affidare al referendum la scelta sulla monarchia, di rendersi responsabile di fronte all’Assemblea e di farsi delegare la potestà legislativa, con esclusione della materia costituzionale, elettorale e dei trattati internazionali, in vista del trattato di pace del 10 febbraio 1947.

Il 9 maggio 1946 il Re abdicò, e così terminò la luogotenenza, senza incidere sul risultato del referendum e delle elezioni del 2 giugno.

Il 2 giugno 1946 un referendum istituzionale sancì la fine della monarchia e la nascita della Repubblica; contemporaneamente vennero eletti i delegati all’Assemblea Costituente, con il compito di redigere una nuova Costituzione. Per la prima volta nella storia italiana, le donne ebbero diritto al voto.

Il 1° luglio 1946 Enrico De Nicola venne nominato primo Presidente della Repubblica Italiana. Il 25 giugno 1946 erano intanto cominciati ufficialmente i lavori dell’Assemblea Costituente.

La Costituzione repubblicana, progettata dalle forze politiche antifasciste, si fonda su principi fondamentali opposti a quelli del regime fascista e si preoccupa, nelle sue disposizioni transitorie e finali, di liquidarne le istituzioni principali e di prevenirne il ritorno. Pertanto, si può parlare di un comune principio antifascista, che implica il divieto di riproduzione dei principi e delle istituzioni che caratterizzavano l’identità dell’ordinamento fascista. Ciò, tuttavia, non deve indurre a considerare la Costituzione come una semplice negazione del fascismo. La Costituzione della Repubblica fu approvata il 22 dicembre 1947 con 453 voti favorevoli e 62 contrari, e fu il frutto di un compromesso multilaterale.

Già subito dopo lo sbarco in Sicilia, gli Alleati, per ristabilire l’ordine e governare il territorio occupato, emisero un proclama che, all’art. 11, decretava la libertà di religione, di culto e di propaganda. Tuttavia, mentre la Sicilia godeva già della tanto sospirata libertà, non era così nel resto dell’Italia. Nel 1944, infatti, il Paese era ancora diviso in due tronconi: il Sud, ormai sotto il controllo delle truppe alleate, godeva della libertà religiosa; il Centro-Nord, invece, era ancora sotto l’occupazione nazifascista e quindi non godeva della libertà di religione. Non a caso, il 24 marzo 1944 il pentecostale Fidardo De Simoni fu uno dei 335 ostaggi trucidati dai nazisti a Roma nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

In questo contesto, i pentecostali terranno i loro primi convegni dopo anni di isolamento.

I PENTECOSTALI

3. La libertà religiosa nel dopoguerra e la riorganizzazione pentecostale

Al Sud, lo sbarco degli Alleati in Sicilia e la nuova ondata di libertà consentirono alle chiese pentecostali di riorganizzarsi e di indire quello che può essere considerato il III Convegno nazionale, dopo quelli del 1928 e del 1929, per le decisioni assunte, sebbene fosse limitato alla sola Sicilia.

L’iniziativa fu di Vincenzo Federico, incoraggiato anche dalla conoscenza di militari americani pentecostali delle Assemblee di Dio degli Stati Uniti, i quali gli fecero comprendere che esistevano altre realtà pentecostali oltre a quelle fino ad allora conosciute dai credenti italiani (cfr. R. Bracco, «Il Risveglio Pentecostale in Italia», cap. 5; F. Toppi, «Vincenzo Federico», p. 76). Federico inviò lettere di invito a tutti i fratelli che conosceva, la maggior parte dei quali si trovava in Sicilia.

Questo convegno degli Anziani — come venivano allora chiamati i «conduttori» — si tenne proprio nella sua chiesa di Raffadali, in provincia di Agrigento, dal 25 al 27 agosto 1944, e vi parteciparono circa settanta persone, provenienti esclusivamente dalla Sicilia. Negli Atti del Convegno si legge che furono trattati diversi argomenti, tra i quali:

  • la composizione delle divergenze sorte all’interno delle comunità durante le persecuzioni;
  • l’osservanza completa dei principi sanciti nel Concilio di Gerusalemme;
  • la costituzione di un Comitato Missionario per la Sicilia, primo organo regionale del Movimento Pentecostale Italiano;
  • la necessità di creare una cassa regionale in cui far confluire le collette annuali delle comunità, le cui somme dovevano essere impiegate dietro parere della maggioranza degli anziani. La chiesa si trovava, per esempio, nella necessità economica di finanziare la stampa dei libretti dei cantici e l’acquisto di nuove Bibbie.

Sempre sotto la spinta di Vincenzo Federico, si avvertì l’urgenza di riprendere i rapporti fraterni con le chiese italiane all’estero, in particolare con quelle del Nord America, e di recuperare la comunione fraterna perduta durante il periodo delle persecuzioni. Infatti, la «Chiesa Cristiana del Nord America» e la «Congregazione Cristiana del Brasile», fondate da Luigi Francescon, mostrarono un profondo senso di solidarietà cristiana nell’inviare in Italia i primi soccorsi destinati ai pentecostali provati dalla persecuzione e dalla guerra.

Al termine del Convegno fu deliberato che anche il convegno successivo si sarebbe tenuto a Raffadali, in provincia di Agrigento, e così fu.

4. Il IV Convegno nazionale del 1945 e i soccorsi dall’estero

Nel 1945, riunificato il territorio nazionale e chiusa la tragica parentesi dell’occupazione nazista, anche le chiese del Nord tentarono di rimettersi in collegamento. Così, dal 30 agosto al 2 settembre 1945, si tenne ancora a Raffadali il IV Convegno nazionale, organizzato ancora una volta da Vincenzo Federico. Questa volta, però, vi parteciparono anche fratelli del continente, cioè provenienti da fuori della Sicilia, ad eccezione dei cosiddetti «zaccardiani», irriducibili sostenitori del congregazionalismo delle origini. Alcuni impiegarono anche dieci giorni di viaggio per presenziare alla riunione, perché le vie di comunicazione erano ancora gravemente danneggiate dal conflitto appena concluso.

Tutti espressero la determinazione di superare l’isolamento delle varie comunità prodotto dalla persecuzione, riconoscendo di aver vissuto un periodo particolarmente negativo. Vennero ripresi i temi del convegno precedente e, in aggiunta, si definì e confermò il compito del «Consiglio di chiesa», organo chiamato a prendere le varie decisioni insieme agli «Anziani», come venivano allora chiamati i conduttori pentecostali. Furono i pentecostali Henry H. Ness ed Hermann Parli a introdurre in Italia il titolo di «pastore». Venne inoltre riaffermata la disciplina comunitaria da applicare nei casi di immoralità e convivenza, casi legati a un’errata comprensione della questione del matrimonio, della separazione e di materie affini.

Si costituì per la prima volta un Comitato Evangelico destinato esclusivamente alla distribuzione dei soccorsi in Italia, con lo scopo dichiarato di provvedere all’equa ripartizione degli aiuti tra tutti i credenti di fede evangelica colpiti dalla catastrofe della guerra. Per la prima volta le chiese pentecostali venivano, sia pure timidamente, considerate entro il più ampio perimetro evangelico, con la richiesta di nominare un proprio rappresentante. La nomina cadde su Umberto Nello Gorietti, figura significativa proprio perché non era un conduttore di chiesa, né risulta che lo sia mai diventato. L’anomalia della scelta — una persona non riconducibile al ministero pastorale locale — sembra inserirsi nel quadro delle relazioni interne al pentecostalismo napoletano del tempo, nel quale ebbero un ruolo anche R. Bracco, S. Anastasio e i cognati Melluso.

La ragione addotta fu l’attività professionale di Gorietti, che lo portava a viaggiare e che, secondo tale argomentazione, gli avrebbe consentito di svolgere più agevolmente un’opera di coordinamento in un periodo nel quale le comunicazioni erano difficili. Gorietti era infatti agente di commercio nel settore calzaturiero per piccole aziende familiari riconducibili agli ambienti pentecostali di Napoli. Questo dato consente di comprendere meglio la funzione pratica attribuita a Gorietti nella fase dei soccorsi e del coordinamento, senza trasformare tale circostanza professionale in una prova di appartenenze o adesioni ulteriori. Il rapporto con Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti va invece esaminato sul terreno documentario proprio della riorganizzazione pentecostale del dopoguerra, delle reti evangeliche transatlantiche e degli apparati politico-istituzionali statunitensi nei quali, per ragioni diverse, tali figure risultano storicamente collocabili.

A proposito di questo Convegno, Roberto Bracco, una delle principali figure del pentecostalismo italiano, che vi presenziò e la cui testimonianza deve dunque essere considerata primaria, riferisce elementi importanti:

“Nel convegno del 1945 che poteva essere considerato nazionale, per la prima volta fu posto all’ordine del giorno il problema dell’organizzazione; la proposta veniva da quella che era allora l’unica chiesa di Palermo, ma a questa proposta la reazione immediata fu tanto massiccia da indurre i proponenti a ritirarla senza che fosse messa in discussione.I fratelli giunti dal continente furono fra i primi e fra i più decisi ad opporsi al progetto e a convegno concluso i più soddisfatti di aver contribuito con la loro partecipazione a scongiurare il “pericolo (dell’organizzazione). (vd. R. Bracco, La verità vi farà liberi, stampato in proprio, Roma, p. 6)

Ad ogni modo, in quel periodo ripresero le comunicazioni epistolari con l’estero e, nella primavera del 1946, la Chiesa di Chicago, Illinois, ossia la Congregazione Cristiana di Chicago fondata da Luigi Francescon, deliberò di mandare in visita uno dei più stretti collaboratori di Francescon, Nicola Di Gregorio, oriundo siciliano. Va inoltre ricordato che, alla fine della guerra, le varie comunità italiane, trovandosi in grave difficoltà economica, erano entrate in contatto epistolare con Francescon per chiedere aiuti. Francescon non tardò a informare le chiese consorelle del Brasile, che furono tra le prime a inviare soccorsi, come racconta Vincenzo Federico nelle sue memorie. Le chiese brasiliane fondate da Francescon inviarono in Sicilia quaranta casse di tessuti nuovi, oltre a vestiti e lenzuola.

Intanto, le Chiese Evangeliche Italo-americane costituirono un Comitato Evangelico per i Soccorsi in Italia (Evangelical Committee for Relief in Italy), che inviava aiuti. Qualcuno definì questa iniziativa «Piano Marshall Evangelico», prendendo spunto dal più famoso e ben più consistente Piano Marshall promosso dal governo americano per aiutare le nazioni europee devastate dalla guerra. Anche in Italia si dovettero costituire comitati incaricati di stilare gli elenchi dei fedeli evangelici, al fine di garantire un’equa distribuzione degli aiuti. Gli evangelici americani, oltre agli indumenti, fecero arrivare farina, olio, latte in polvere, formaggio, burro ecc.

Fu così che i pentecostali italiani vennero a conoscenza dell’esistenza, nel mondo, di associazioni di chiese evangeliche di fede pentecostale che avevano ottenuto il riconoscimento dai rispettivi governi. Questa scoperta mise il movimento pentecostale italiano in relazione con la realtà del risveglio pentecostale mondiale. Tali rapporti internazionali furono incrementati dalla visita del pastore grigionese Hermann Parli (1916-1998), della Svizzera italiana, fino a quel momento sconosciuto ai pentecostali italiani, ma inviato — a loro dire — dalle Assemblee di Dio britanniche per stilare un resoconto sulle condizioni sociali e spirituali dell’Italia, con le quali però non avevano mai avuto alcun tipo di rapporto. Il primo contatto avvenne precisamente il 13 dicembre 1945 con i credenti della comunità di Roma (R. Bracco, Il risveglio pentecostale in Italia, stampato in proprio, Roma, p. 18).

5. Il 1946 e i primi ambigui contatti

Qui entra ufficialmente in scena Frank Bruno Gigliotti, definito da più parti «un pezzo da novanta della massoneria americana», ma in realtà molto di più (Gioele Magaldi, Massoni. Società a responsabilità illimitata, Chiarelettere, novembre 2014, p. 37). Nel 1945 Umberto N. Gorietti entra in contatto con Frank B. Gigliotti, tramite Hermann Parli, e a lui si rivolge per chiedere aiuto. Fu così che Gigliotti venne messo in relazione con un’associazione con sede a New York — vero ricettacolo di massoni e agenti dei servizi segreti — denominata American Committee for Religious Freedom in Italy (Comitato Americano per la Libertà Religiosa in Italia). Ne parla R. Bracco nel numero di agosto 1947 del Risveglio Pentecostale. Va precisato, tuttavia, che i contatti tra i pentecostali romani e Frank B. Gigliotti erano iniziati qualche anno prima. Nel 1945 egli si adoperò per far ottenere a Roberto Bracco il riconoscimento come ministro di culto.

Risveglio Pentecostale, Agosto 1947, Anno II, n.2, p.12

 

Come si vede, F. Gigliotti non è l’unico personaggio — e definirlo «ambiguo» è solo un eufemismo — con cui Umberto N. Gorietti e R. Bracco entrano misteriosamente in contatto. Accanto a lui compaiono infatti Charles Fama, Patrick J. Zaccara e Francis J. Panetta, tutti personaggi legati a triplo filo a massoneria, mafia e servizi segreti.

 

 

Di queste tematiche e di questi personaggi — in particolare di Frank B. Gigliotti, legato alla strage di Portella della Ginestra, a Lucky Luciano, a Licio Gelli e a molto altro — approfondiremo all’interno del blog con articoli dedicati, perché su tali figure vi è ancora moltissimo da dire.

 

Frank Gigliotti e Lucky Luciano

 

Di Frank B. Gigliotti si occuperà anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta dall’on. Tina Anselmi.

Umberto N. Gorietti visita la Svizzera

Nel 1946 U. Gorietti fu invitato da questi personaggi a visitare le chiese pentecostali svizzere. Lì venne investito, sempre da questi stessi ambienti, della carica di «rappresentante del movimento pentecostale italiano», benché non fosse nemmeno un pastore e non fosse mai stato nominato dai pentecostali italiani in tal senso.

A questo punto sorgono alcune precise domande:

  1. Chi invitò realmente Umberto N. Gorietti in Svizzera?
  2. Chi lo nominò rappresentante del pentecostalismo italiano?
  3. Certamente non furono i pentecostali italiani, che ancora non erano organizzati.
  4. Chi decise, già allora, che Umberto N. Gorietti dovesse essere il rappresentante dei pentecostali italiani?
  5. Chi fece pressione?

D’altra parte, la presidenza di Umberto N. Gorietti è sempre apparsa anomala agli occhi dei pentecostali per molte ragioni. In primo luogo, perché i suoi familiari erano cattolici e non pentecostali; in secondo luogo, perché egli ebbe sempre problemi all’interno del proprio matrimonio, e infatti la moglie non divenne mai pentecostale. Quando nel 1941 Gorietti perse il figlio Mario, appena tredicenne, i funerali furono celebrati nella Chiesa Cattolica per volontà della moglie. Tutto ciò appariva come un’enorme stonatura agli occhi dei pentecostali, soprattutto di quelli della prima ora, perché la vita di U. N. Gorietti sembrava contraddire i requisiti biblici di 1Timoteo 3:3-5, secondo cui l’anziano deve avere una famiglia fedele e saperla guidare nel timore del Signore. Non solo: tra gli altri requisiti, lo stesso testo biblico afferma che l’anziano deve essere in grado di insegnare e condurre una comunità, mentre U. Gorietti non era, e non fu mai, un conduttore di chiesa, ma semplicemente uno dei tanti collaboratori del conduttore, cioè del pastore R. Bracco. Come avrebbe potuto fare il presidente, se localmente egli stesso era subordinato a R. Bracco? Eppure accadde. Come mai? Tra le tante anomalie delle «Assemblee di Dio in Italia», anche questa pesa come un macigno sulla loro storia.

Ad ogni modo, le comunità di Zurigo e di Winterthur incoraggiarono la pubblicazione di un giornale del movimento in Italia, che avrebbe dovuto fungere da raccordo per le comunità pentecostali italiane e, così, preparare la strada alla creazione dell’organizzazione «Assemblee di Dio in Italia» e all’incoronazione di Umberto N. Gorietti come rappresentante dei pentecostali, sebbene — repetita iuvant — nessuno lo avesse ancora eletto, almeno fino a quel momento.

La rivista, pubblicata nella Svizzera italiana, prenderà il nome di «Risveglio Pentecostale» e diventerà l’organo ufficiale della futura denominazione. Il primo numero fu pubblicato nel 1946, e sarà l’unico numero di quell’anno. La direzione della rivista, stampata con fondi svizzeri, fu affidata, com’era inevitabile, a Umberto Nello Gorietti — che, lo ripetiamo, era stato scelto e nominato da Hermann Parli — e a Roberto Bracco, allora il predicatore più carismatico. Così, quando si terrà il cosiddetto V Convegno nazionale, questa volta a Roma, tutti i partecipanti verranno a conoscenza dell’esistenza di questa rivista, che diventerà, appunto, la pubblicazione ufficiale delle chiese pentecostali in Italia. E se Gorietti era stato scelto come direttore da questi misteriosi personaggi stranieri, era inevitabile che la rappresentanza dei pentecostali, in qualche modo, cadesse su di lui.

6. Il V Convegno nazionale del 1946 e i primi passi verso l’organizzazione

Dal 28 agosto al 1° settembre 1946 si tenne il V Convegno nazionale dei pentecostali, l’ultimo del pentecostalismo italiano prima della frattura che si sarebbe consumata nel 1947. Infatti, il pioniere L. Francescon, che nel frattempo era presumibilmente venuto a conoscenza delle manovre sotterranee di questi loschi personaggi per scippargli la paternità del pentecostalismo italiano, decise di non partecipare. Inviò invece in Italia un suo stretto collaboratore: Nicola Di Gregorio, che avrebbe presieduto il Convegno.

Tuttavia, a questo convegno vi fu la partecipazione inaspettata, improvvisa e imposta — perché non invitato da alcuno — del dott. Henry H. Ness, accompagnato da Hermann Parli, anch’egli del tutto sconosciuto ai pentecostali italiani, ad eccezione di quelli di Roma che — come abbiamo visto — lo avevano conosciuto appena pochi mesi prima, il 13 dicembre 1945.

Tutte queste singolari coincidenze non possono non indurre a interrogarsi sull’esistenza di una vera e propria regia ai danni del pentecostalismo italiano. Per la prima volta partecipò infatti una delegazione estera composta da:

  • Nicola Di Gregorio, uno dei più stretti collaboratori del fondatore del pentecostalismo italiano, Luigi Francescon, della Congregazione Cristiana di Chicago;
  • Hermann Parli, rappresentante delle chiese svizzere e delle Assemblee di Dio britanniche, infiltratosi l’anno precedente;
  • Henry H. Ness, uno degli esponenti più noti delle Assemblee di Dio degli Stati Uniti, di cui si parla diffusamente all’interno del blog,destinato a diventare il reale creatore dell’organizzazione religiosa Assemblee di Dio in Italia.

L’argomento più importante affrontato nel Convegno fu la libertà religiosa in Italia e la questione dell’organizzazione. Henry H. Ness e Frank B. Gigliotti avevano infatti suggerito che quella fosse la soluzione per evitare future persecuzioni e ottenere la piena libertà, cioè regolare la posizione giuridica del movimento mediante la creazione di un’organizzazione religiosa. I partecipanti al V Convegno furono così persuasi a istituire un «Comitato centrale» Missionario di «Ricostruzione e di Assistenza» per amministrare i fondi che essi stessi avrebbero fatto pervenire dall’estero.

Poiché però il congregazionalismo di L. Francescon era ancora profondamente radicato, costoro cercarono abilmente di rassicurare i presenti sostenendo che il compito di questo «Comitato centrale» sarebbe stato esclusivamente quello di amministrare gli aiuti economici provenienti dall’estero. Non solo. Nel tentativo di creare il più ampio consenso possibile, fecero in modo che il Comitato fosse composto da un rappresentante per ciascuno dei tre sottocomitati: uno per la Sicilia, uno per l’Italia centro-meridionale e uno per l’Italia settentrionale.

Il virus dell’organizzazione denominazionale era ormai stato inoculato da Henry H. Ness, tanto che l’anno successivo avrebbe manifestato pienamente i suoi effetti.

Ecco come Roberto Bracco — la cui autorevolezza deriva non solo dall’essere stato una delle principali figure del pentecostalismo italiano, ma anche dall’esserne stato testimone oculare e protagonista — descrive quei giorni, soffermandosi dapprima sul Convegno del 1945 e poi su quello del 1946 e sulla decisiva «visita» di Henry H. Ness. Ascoltiamolo dalle sue stesse parole:

“Nel convegno del 1945 che poteva essere considerato nazionale, per la prima volta fu posto all’ordine del giorno il problema dell’organizzazione; la proposta veniva da quella che era allora l’unica chiesa di Palermo, ma a questa proposta la reazione immediata fu tanto massiccia da indurre i proponenti a ritirarla senza che fosse messa in discussione.I fratelli giunti dal continente furono fra i primi e fra i più decisi ad opporsi al progetto e a convegno concluso i più soddisfatti di aver contribuito con la loro partecipazione a scongiurare il “pericolo (dell’organizzazione). Di fronte a questo fatto, appare almeno strano che soltanto alla distanza di un anno, e cioè nel convegno tenutosi a Roma nel 1946, la proposta venga presentata di nuovo, e non più da coloro che erano stati costretti a ritirarla, ma proprio da coloro che l’avevano respinta.E se si tiene presente che quel Convegno fu presieduto dal fr. N. D.Gregorio, diacono di quella chiesa di Chicago guidata dal fr. L. Francescon, oppositore dichiarato dell’organizzazione, la cosa sembra tanto strana da apparire addirittura paradossale. Tutto però può essere spiegato alla luce di due elementi; il movimento italiano aveva avuto, nel periodo fra i due convegni, contatti con fratellanze estere già organizzate e queste avevano esplicitamente consigliato di organizzarsi per poter affrontare, con il peso dell’organizzazione il problema della libertà religiosa. Il secondo elemento può essere indicato nell’arrivo proprio durante il convegno del 1946 del fr. H. Ness, di Seattle, che all’epoca era esponente non secondario delle Ass. of God degli Stati Uniti. Questo fratello, pastore di una grande comunità e direttore di una Scuola biblica fondata da lui stesso, era non soltanto assertore convinto dell’organizzazione, ma anche generoso e disinteressato consigliere per costituirla. Il paradosso fu proprio accentuato dalla contemporanea presenza in quel convegno degli esponenti dell’inorganizzazione e dell’organizzazione e cioè dei fratelli Di Nicola e Ness; purtroppo la presenza e la parola del secondo prevalse su quella del primo e l’organizzazione incominciò la sua marcia”. (Roberto Bracco, La verità vi farà liberi, stampato in proprio, Roma, pp. 6, 7. Fruibile gratuitamente su internet).

7. Il 1947: ultimo convegno del pentecostalismo originario e nascita delle Assemblee di Dio in Italia

Ne parleremo diffusamente nel prossimo capitolo, ma qui possiamo anticipare che dal 16 al 18 agosto 1947 si tenne a Napoli il VI e ultimo Convegno nazionale del pentecostalismo originario, poiché esso sancì la creazione dell’organizzazione religiosa «Assemblee di Dio in Italia» e la definitiva rottura con il pentecostalismo delle origini. Per questo motivo, è più corretto definire il convegno di Catania del 1948 non come il VII Convegno nazionale, ma come il primo Convegno nazionale delle Assemblee di Dio in Italia.

È precisamente in questo snodo che la storiografia confessionale pentecostale colloca una delle sue tesi più ricorrenti: poiché la circolare Buffarini-Guidi non era ancora stata formalmente abrogata, i conduttori presenti sarebbero stati costretti ad assumere una decisione storica per ottenere libertà di culto e di evangelizzazione. Fu dunque suggerito che il modo più semplice per regolarizzare la posizione del movimento in Italia fosse quello di appoggiarsi al riconoscimento giuridico già conseguito all’estero da qualche associazione consorella, capace di garantire i fini e la serietà delle chiese italiane.

Ma questa ricostruzione, come vedremo, non regge alla prova dei fatti documentati. Essa trasformò una condizione psicologica reale — la povertà del dopoguerra, la fragilità delle comunità, la memoria ancora bruciante della persecuzione fascista — in argomento politico-ecclesiastico, facendo leva sul pessimo stato emotivo di credenti ridotti alla fame dalla guerra e sfiancati da anni di clandestinità. In quel clima, ciò che venne presentato come necessità giuridica apparve come provvidenza; ciò che era invece un’operazione di ristrutturazione confessionale poté essere percepito come semplice via d’uscita dalla precarietà.

E così i partecipanti deliberarono:

  1. Le assemblee pentecostali italiane, «Riconosciuta l’urgente necessità di regolarizzare la propria posizione giuridica e, constatato che l’unico mezzo a disposizione è quello dell’affiliazione a fratellanze straniere, accettano l’affiliazione offerta dall’Assemblea di Dio degli Stati Uniti»;

  2. Un apposito statuto regolerà i rapporti tra le due organizzazioni e assicurerà la più alta indipendenza all’opera d’Italia;

  3. Che il movimento resti in comunione fraterna con tutti quei movimenti che perseguivano la stessa meta e che l’opera pentecostale italiana assumesse il nome di «Assemblee di Dio in Italia».

Qui si annida l’inganno fondamentale. Gli agiografi “storici” pentecostali e i loro complici omettono infatti di chiarire che l’ignominiosa circolare n. 600/158, comunemente nota come «Buffarini-Guidi», dal nome dell’allora sottosegretario del Ministero dell’Interno che la firmò, era appunto una circolare amministrativa e non una legge. La differenza non è secondaria, ma sostanziale. Con la caduta del regime fascista crollò l’ordine politico che aveva reso possibile la persecuzione sistematica; e già dopo lo sbarco alleato in Sicilia, ancor prima dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, l’art. 11 del Proclama degli Alleati sancì la libertà di religione, di culto e di propaganda. Tale libertà ebbe effetto prima in Sicilia, già nel 1943, e poi progressivamente nel resto della penisola, con l’avanzata alleata e la dissoluzione del potere nazifascista.

Occorre dunque precisare con rigore la natura del passaggio storico. Sebbene la circolare Buffarini-Guidi sia stata formalmente abrogata soltanto nel 1955, la persecuzione sistematica cessò di fatto con la caduta del regime fascista e con il crollo dell’assetto politico che l’aveva resa possibile. Dopo la guerra non si assistette più a una repressione organizzata e generalizzata paragonabile a quella degli anni 1935-1944, bensì a episodi residuali di intolleranza e di discriminazione locale, che colpirono indistintamente le comunità pentecostali, tanto quelle confluite nelle ADI quanto quelle rimaste estranee alla nuova denominazione.

Tali episodi, circoscritti per lo più a piccoli centri rurali e spesso alimentati da ambienti clericali locali ostili, non rientravano più in una politica statale di persecuzione, ma rappresentavano le sopravvivenze periferiche di un clima d’ostilità ormai privo del suo fondamento giuridico e politico. Assimilarli alla persecuzione sistematica dell’epoca fascista costituisce dunque un evidente controsenso storiografico. Serve soltanto a prolungare artificialmente la cronologia del martirio, così da farla coincidere con la nascita delle ADI e trasformare una vicenda di persecuzione subita dal pentecostalismo libero, spontaneo e non denominazionale in capitale identitario della nuova struttura confessionale.

I fatti, del resto, smentiscono la narrazione secondo cui nel 1947 non vi fosse libertà di culto. I pentecostali poterono tenere convegni, riunioni pubbliche ed evangelizzazioni, come dimostra, tra gli altri casi, la riunione del 10 agosto 1947 presso il Cinema Planetario di Roma, alla quale parteciparono persino alti prelati del Vaticano.

In quel caso, la Buffarini-Guidi non venne applicata affatto. Lo stesso vale per le numerose riunioni di evangelizzazione pubblica che cominciarono a tenersi in varie città italiane, inclusa Napoli, e per gli stessi convegni pentecostali celebrati prima dell’abrogazione formale della circolare e persino prima dell’entrata in vigore della Costituzione. Continuare a sostenere che non vi fosse libertà di culto, in senso generale e assoluto, è dunque un falso storico; una verità che, peraltro, gli stessi pentecostali sono talvolta costretti ad ammettere in momenti di insolita lucidità documentaria.

A conferma di ciò vi è anche il cinegiornale del 1950, che testimonia il fermento religioso del dopoguerra. In quegli anni si registra in Italia una massiccia opera di proselitismo non solo da parte di chiese pentecostali che non aderirono alle Assemblee di Dio in Italia, ma anche di altri gruppi religiosi, quali Testimoni di Geova, Mormoni, Avventisti, Chiesa del Regno di Dio e altre realtà confessionali. Nel secondo dopoguerra, infatti, l’Italia conobbe un ampio risveglio religioso plurale e un vero boom di molte confessioni, che crebbero in modo significativo proprio perché godevano, nei fatti, della libertà di culto e di propaganda, indipendentemente dal riconoscimento giuridico.

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Il riconoscimento giuridico come ente morale non era dunque necessario per ottenere la libertà di culto in senso stretto, poiché negli anni successivi anche gruppi pentecostali non aderenti alle ADI, insieme ad altre confessioni religiose, poterono esercitare culto e propaganda.

Esso rispondeva piuttosto a esigenze di stabilizzazione istituzionale, patrimoniale e fiscale, funzionali soprattutto alla penetrazione organizzativa delle Assemblies of God statunitensi in Italia. Gli investimenti americani,

gli aiuti economici e la costruzione di un apparato confessionale richiedevano infatti una cornice giuridica più solida: non per liberare il culto, già praticabile, ma per rendere amministrabile, patrimonialmente riconoscibile e istituzionalmente controllabile il nuovo soggetto religioso.

Dopo questa necessaria precisazione, possiamo tornare all’evolversi della denominazione che i massoni avevano già architettato, ma che venne costruita gradualmente con scientificità machiavellica. Il «Comitato centrale» fu presto sostituito da un «Comitato Esecutivo» — composto da un presidente, un segretario, un tesoriere e due consiglieri —, il quale non doveva più limitarsi alla distribuzione equa degli aiuti provenienti dall’estero, ma cominciava a configurarsi come organo di governo. Il passaggio è decisivo: ciò che era nato come strumento provvisorio di assistenza si trasformava in dispositivo permanente di rappresentanza, controllo e direzione.

Le mansioni di questo «Comitato Esecutivo» erano:

  • rappresentare le singole assemblee locali davanti al governo;
  • portare a termine la pratica di affiliazione e stabilire l’apposito statuto;
  • indire, in casi particolari, riunioni di comitati di zona;
  • convocare il convegno nazionale annuale, lasciando alle chiese la libertà di ospitarlo;
  • intervenire come arbitro nelle questioni locali, dove non fosse riuscito il comitato di zona.

Il Comitato Esecutivo ebbe il mandato di definire il termine «affiliazione» con le Assemblies of God negli Stati Uniti. Le possibilità erano diverse:

  1. affiliarsi direttamente alle Assemblee di Dio negli Stati Uniti e ottenere un riconoscimento da parte dello Stato come derivazione di chiese estere;
  2. ottenere il riconoscimento come ente morale e patrimoniale;
  3. richiedere al governo il riconoscimento giuridico di un’associazione di tutte le chiese del movimento.

Si scelse questa terza possibilità. Evitando l’uso esplicito del termine «affiliazione», si cercò di dare l’impressione che i rapporti tra la nuova organizzazione italiana e le Assemblies of God americane fossero soltanto di natura “spirituale”. Si ricorse così alla formula dell’intesa tra due associazioni di chiese. Tale intesa, datata 13 dicembre 1947, assunse il nome ufficiale di «Assemblee di Dio in Italia», sostituendo quello di «Congregazione Cristiana Pentecostale», usato prima della persecuzione del 1935. Tuttavia, negli Stati Uniti, le Assemblies of God considerarono le chiese italiane come una loro colonia spirituale e organizzativa, come appare evidente dai vari articoli pubblicati in quegli anni sul loro organo ufficiale, The Pentecostal Evangel.

La nuova denominazione e la nuova struttura nacqero dunque con l’inganno, e hanno proseguito peggio. Infatti, qualcuno si accorse subito che qualcosa non quadrava e sorsero i primi problemi. Le comunità italo-americane considerarono inizialmente le «Assemblee di Dio in Italia» — diremmo giustamente — dipendenti da quelle americane; alcune chiese italiane, invece, videro nella nuova struttura e nel nuovo nome una deviazione dallo spirito originario del movimento e si dichiararono indipendenti, tornando a utilizzare il nome di «Congregazione Cristiana Pentecostale», adottato fino al 1935.

Quelle chiese che rifiutarono la costituzione delle «Assemblee di Dio in Italia» ritennero di dover mantenere il congregazionalismo originario e il nome di «Congregazioni Cristiane Pentecostali», assunto dalle adunanze evangeliche nel periodo precedente. Successivamente, nel convegno pastorale del 23 gennaio 1958 svoltosi a Vittoria, in provincia di Ragusa, esse si organizzarono di fatto in associazione di comunità pentecostali libere e indipendenti, deliberando tra l’altro di continuare a chiamarsi «Congregazioni Cristiane Pentecostali», come alle origini.

Per quanto riguarda invece le neocostituite «Assemblee di Dio in Italia», nel convegno nazionale del 1948 fu approvato lo statuto e, il 12 ottobre, venne presentata regolare domanda, corredata di tutta la documentazione richiesta, per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica dell’associazione come ente morale di culto. Nel 1952, poiché non era stata ancora data alcuna risposta, fu presentato un ricorso al Consiglio di Stato contro il Ministero dell’Interno – Direzione generale dei culti – nella persona del ministro on. Mario Scelba.

Il decreto di riconoscimento giuridico delle «Assemblee di Dio in Italia» sarebbe stato firmato dal Presidente della Repubblica il 5 dicembre 1959, in occasione della visita in Italia del Presidente degli Stati Uniti Eisenhower che interverrà personalmente facendo pressioni sul presidente della Repubblica Gronchi.

Il D.P.R. verrà poi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, anno 101, n. 57, il 7 marzo 1960. Secondo le statistiche interne, nel 1960 le ADI erano costituite da 447 chiese e gruppi, ma questi sono fatti e vicende che saranno affrontati nel prossimo capitolo.

 

8. Il ruolo della Mafia nello sbarco degli Alleati in Sicilia

 

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